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venerdì 28 novembre 2014

"UN SANTUARIO CAJETANO" - RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA, CIOLFI EDITORE

Nei secoli passati l’Italia era terra di prodigi e ovunque ci s’imbatteva in un’immagine sacra legata ad un qualche evento miracoloso. Edicole mariane, soprattutto, poi inglobate in chiese o santuari per celebrare nella devozione dei fedeli  il “fatto” che aveva sancito l’intervento del divino nelle cose umane. I segni di quel passaggio si trovavano nelle città come nei paesi o nei posti più sperduti della penisola, testimonianze che oggi fanno tenerezza proprio perché narrano di tempi decisamente ingenui rispetto all’Italia odierna, più che secolarizzata (forse anche troppo). Ma, spogliando  l’avvenimento dell’aspetto miracoloso, spesso resta un legame con la realtà, una data, un nome, fatti avvenuti  che sono stati poi amplificati – e, in un certo senso, sacralizzati – dal prodigio. Così la vicenda accaduta  acquista un senso ed un peso storico ben definito e come tale oggi la valutiamo ed interpretiamo, senza alcun filtro di sorta. E veniamo al caso concreto, l’immagine mariana custodita nella chiesa di San Martino a Vallecorsa, nel frusinate.  Nota come Madonna della Sanità è un affresco risalente agli inizi del XV secolo, staccato e poi inserito nel trono dell’altare maggiore della chiesa di San Martino. Al centro la Vergine che tiene in braccio il Bambino, effigie  scampata ai bombardamenti del  1944 che devastarono Vallecorsa, il cui culto inizia verso la fine dell’800. Ed è ben vivo ancora oggi, con la tela processionale portata in giro per il paese nell’ultima domenica di ottobre, il giorno della festa della Madonna della Sanità. Era apparsa all’improvviso su una parete accanto all’altare della chiesa di San Martino, il 18 aprile 1412, preceduta da una sorta di tuono echeggiato nella chiesa stessa.  Un prodigio dunque, così lo considerarono le autorità religiose e, per  il popolino, divenne subito motivo di venerazione. Ma, al di là del miracolo, e da questi sottolineato, per così dire, c’era un evento storico di primaria importanza nell’Italia del XV secolo, che lì aveva avuto la sua genesi  e lì stava ora concludendosi:  il Grande Scisma d’Occidente. Il lungo periodo della “cattività avignonese”   era da poco terminato con il ritorno del papa a Roma, sollecitato anche da santa Caterina da Siena. Ma, con il successore di Gregorio XI, presto ricominciarono le turbolenze, in quanto il nuovo pontefice, Urbano VI, a causa del suo carattere autoritario, tanto da meritarsi l’appellativo di “Inurbano VI”, si inimicò parte della curia ancora sotto influenza francese. Così a Fondi, feudo dei Caetani, non lontano da Vallecorsa, in terra di Campagna, nel regno di Napoli, venne eletto nello stesso anno, 1378, un antipapa, Clemente VII.  Ed iniziò il Grande Scisma, che durerà fino al 1418, quando il Concilio di Costanza pose fine alla frattura nel corpo della Chiesa e Martino V Colonna succederà al trono di Pietro sancendo la rinascita di Roma, che la “cattività avignonese”  aveva messo seriamente in crisi. Nella lotta per il potere si arrivò anche allo scontro armato ed ebbe la meglio la fazione lealista guidata dal capitano di ventura Alberico da Barbiano (“I Guasconi sono in affanno, volgono le terga e fuggono”, scrive Rinaldo Orsini commentando la disfatta dei mercenari di Clemente VII). L’Europa appare divisa in due schieramenti, con gli angioini (il regno di Napoli) che, ovviamente favorevoli ad un ritorno del periodo avignonese, accolgono l’antipapa con tutti gli onori (“…et donne et signori assai et tutti baciavano lo perle a lo Papa, et qua fo la gran festa”).  E, in questo quadro in continuo movimento, dove anche la stessa Chiesa appare divisa (i francescani con Clemente, i domenicani con Urbano), si staglia netta la figura di Onorato Caetani, il ramo di Fondi della potente famiglia cui apparteneva Bonifacio VIII, il papa dello “Schiaffo di Anagni”. Difese fino all’ultimo la causa clementina, trovandosi contro sia gli angioini, sia un altro ramo di casa Caetani e fu una guerra lunga e spesso contrassegnata da atrocità, come il supplizio di Baldassarre di Brunswick, genero di Onorato. Molti i protagonisti  di questo dramma tardomedioevale, da Carlo duca di Durazzo, futuro re di Napoli, a Ottone di Brunswick, capitano di Campagna e Marittima, a Iacobella Caetani, “Despotessa di Romània”, la figlia di Onorato che, alla sua morte, sancì un accordo con Ladislao re di Napoli, finendo però, in pratica, sua prigioniera. E, infine, il prodigio che precede come un auspicio la pace e la fine del Grande Scisma. Appassionante e coinvolgente la rievocazione di questo brano di storia italica poco noto perché di dimensione “locale”, pur se con pesanti effetti  a livello nazionale. Merito di Vittorio Ricci, che già con l’ottimo “La monarchia cattolica nel governo degli Stati Italiani”, da me recensito su queste pagine, aveva dato prova di essere non solo uno studioso ma un buon narratore. Evocare eventi storici non è sempre facile, si rischia un linguaggio accademico e/o ampolloso, cosa che qui non accade, avendo Ricci ben coniugato fatto storico e resa stilistica (vedi anche l’altro suo volumetto, “Battaglie e prodigi nella resistenza pontificia del 1867”, molto interessante sul piano della storia locale). E, al centro, la sua Vallecorsa, con il Santuario quale fulcro della “pietas” popolare. Lo svilupparsi e diffondersi del culto della Madonna della Sanità occupa la seconda parte del libro, il tutto esposto con la stessa dovizia di particolari che si riscontrano nelle pagine più strettamente storiche (dove risaltano personaggi  a tutto tondo, come Don Giuseppe De Bonis, al quale venne affidata l’arcipretura di San Martino). E, alla fine, storia e fede convergono in quel modo tutto particolare, di miracoli e prodigi, che caratterizzano ogni angolo del nostro meraviglioso ancorché disastrato Paese.

Recensione di Antonio Mazza sul sito "la voce di tutti"

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