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venerdì 30 agosto 2013

CHIESA DI SANTO STEFANO A PATERNO (BAGNO A RIPOLI)

La chiesa di Santo Stefano si trova a Paterno, frazione di Bagno a Ripoli in provincia di Firenze. È un edificio moderno una prima volta nella seconda metà del XIX secolo e poi rifatto nel 1934 in stile neoromanico. In questo stesso luogo si trovava una chiesa citata già nel 1286. Si conserva al suo interno un'importante opera proveniente dall'oratorio della Croce a Varliano: all'altare maggiore è collocato un Crocifisso dipinto di Gaddo Gaddi con il Christus patiens (1280-1290), che è stata posta in relazione alla Compagnia del Bigallo, come probabile committente, a causa del curioso anagramma indicato dalla lettera "B" sormontata da un gallo (Bi-gallo), dipinto nel suppedaneo. La chiesa conserva anche un affresco staccato con l'immagine della Vergine con l'angelo, di scuola fiorentina del secolo XV, adorna di gioielli che ne attestano l'importanza devozionale, e una Madonna e San Giuseppe adoranti il Bambino, copia da Fra Bartolomeo attribuita a Fra' Paolino da Pistoia.

Fonte: Wikipedia

PIEVE DI SAN PIETRO

La pieve di San Pietro si trova a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze,a ridosso del confine comunale con Firenze, nella zona di Sorgane. La prima attestazione documentaria, risalente al 790, ricorda la Plebs Sancti Petri sito Quarto: il nome antico indicava la localizzazione della chiesa al quarto miglio da Firenze, lungo la strada che nel Medioevo ripeteva il tracciato dell'antica via Cassia, anche se non è certo che il documento si riferisca a questo edificio. La prima documentazione sicura risale al 31 marzo 966 quando alcuni beni posti nel suo territorio furono dati in affitto al capitolo fiorentino. Pochi anni dopo era già attiva una comunità di canonici regolari che vennero privilegiati in una bolla di papa Niccolò II inviata al pievano Nitido il 24 novembre 1059. Poco dopo però la pieve di San Pietro a Quarto perse la sua autonomia e fu sottoposta alla giurisdizione della Abbazia di San Miniato al Monte, alla quale venne riconfermata nel 1184 da papa Lucio III. Nel 1224 durante il plebanato di Ubertino, attivo tra il 1214 e il 1234, venne fusa una campana. Alla fine del XIII secolo la pieve non godeva di particolare floridezza economica nonostante amministrasse un territorio composto da 16 chiese suffraganee; chi invece godeva di una certa autorità era il suo rettore Giunta che nel 1275 venne nominato sottocollettore per le decime dello stesso anno. Nel 1306 era attiva una Compagnia dei Laici dedicata alla Santa Croce che fu la maggior finanziatrice dei lavori di abbellimento dell'interno: nel 1320 venne affrescato con una raffigurazione di San Giovanni il primo pilastro di sinistra mentre nel 1359 il terzo pilastro di sinistra venne decorato con un affresco riproducente Santo Stefano lapidato. Nel 1371 venne costruita la cappella del fonte battesimale come attesta un'iscrizione posta sul quinto pilastro di sinistra. Il capitolo dei canonici non era più attivo nel 1393 e nel 1475 il patronato della pieve passò dai Giacomini agli Strozzi i quali a loro volta lo cedettero al vescovo di Firenze nel 1530. Nel 1512 durante il plebanato di Niccolò Strozzi venne fusa una nuova campana e lo stesso campanile venne modificato. Nel 1758 il pievano Picchianti fece importanti lavori all'edificio: fu rialzato il pavimento, furono rifatte le volte e la sacrestia, e furono aumentati gli altari e le campane; nel 1789 il pievano Andreini fece fare altri lavori e nel 1855 il pievano Cecchini fece ricoprire a stuoia il soffitto. Nel 1932 iniziò un importante serie di restauri diretti dall'architetto Luigi Zumkeller che portarono al ripristino dell'aspetto romanico dell'edificio: l'interno venne stonacato e furono rimosse le aggiunte barocche; le finestre rettangolari furono sostituite da monofore e la decorazione a monocromo del protiro venne distrutta. La facciata a salienti è preceduta da un interessante protiro gotico, sul lato sinistro è impostata la torre campanaria. In origine il portico era sormontato dalle due statue di San Pietro e Paolo che ora possono essere ammirate all'interno dello stesso edificio. Il portale di acceso è di epoca rinascimentale ed ha sostituito l'originale portale romanico che aveva un architrave in pietra del quale rimane un frammento, custodito nella canonica, decorato con bassorilievi a racemi e a grappoli e da un'iscrizione: IRE MEI DS MISERERE MEI / PERTUM OTN. Nella parte superiore della facciata si aprono due monofore e un occhio realizzati in occasione dei restauri novecenteschi. Il prospetto della facciata è concluso da un timpano con cornice convessa e pinnacoli gotici.
Nelle fiancate è visibile solo la sopraelevazione del claristorio nel quel si aprono due serie di monofore con archivolto a cuneo in mattoni e pietre alternati per ottenere un effetto cromatico. Nella tribuna è visibile il volume dell'abside aperta da un'ampia monofora.
Nell'angolo nord-est si trova il campanile realizzato con lo stesso materiale usato nell'edificio. Presenta delle aperture costituite da due ordini di monofore; in origine le aperture erano più ampie delle attuali ed erano coronate da archi falcati in arenaria e serpentino mentre vicino alla sommità della torre corre una greca a rombi laterizi, oggi quasi invisibile a causa dell'intonaco. L'interno è molto allungato e presenta una divisione spaziale in tre navate con copertura a capriate lignee policrome. Le otto campate sono costituite da sei coppie di pilastri quadrangolari e da due colonne in granito, in origine forse appartenenti ad un edificio romano. Il presbiterio è rialzato da due gradini.
L'interno della chiesa appare severo e spoglio tanto che l'unica decorazione è costituita dall'arcone centrale e dall'archivolto della monofora absidale, realizzati con serpentino alternato a pietra chiara.
Il patrimonio artistico è costituito da una formella di marmo scolpito con motivi floreali e con intarsi di pietre dure databile alla fine del XII secolo. Vicino all'ingresso si trovano le Statue di San Pietro e di San Paolo risalenti al XIV secolo e due acquasantiere in marmo nero della fine del XVI secolo. In fondo alla navata destra si trova un affresco raffigurante Cristo in Pietà del 1380 circa e attribuito a Pietro Nelli; nell'abside è collocato un Crocifisso del XVI secolo. In fondo alla navata sinistra si trova un ciborio in marmo della seconda metà del XV secolo e la formella prima citata; sempre nella navata sinistra si trovano dei frammenti di un affresco raffigurante l'Annunciazione, anch'esso attribuito a Pietro Nelli e l'opera di Orazio Fidani Decollazione di San Giovanni Battista. Il fonte battesimale presenta una vasca moderna ed un capitello di epoca romanica.
Nella compagnia di Santa Croce si trova un Crocifisso del 1380 circa sempre di Pietro Nelli e una tela raffigurante la Crocifissione e Santi di un anonimo pittore fiorentino dei primi del XVI secolo.

Antico Piviere

chiesa di Santa Maria di Fabroro;
chiesa di San Pietro in Palco;
chiesa di Santo Stefano a Paterno;
chiesa di San Tommaso a Baroncelli;
chiesa di Santa Maria a Quarto;
chiesa di San Lorenzo a Vicchio di Rimaggio;
chiesa di San Jacopo al Girone;
chiesa di Santa Lucia a Terzano;
chiesa di Santa Maria a Settignano;
chiesa di San Pietro a Varlungo;
chiesa di San Michele a Rovezzano;
chiesa di Sant'Andrea a Rovezzano;
abbazia di San Bartolomeo a Ripoli;
chiesa di San Marcellino al Paradiso.

Fonte: Wikipedia

Immagine tratta da Wikipedia, Autore Vignaccia76

CASTELLO DI ROMENA

Il Castello di Romena (inquadrato all’interno dell’Ecomuseo del Casentino, nel Sistema della Civiltà Castellana) è un fortilizio situato nel comune di Pratovecchio. È situato in cima ad un poggio a 621 metri di altitudine. È posto in posizione dominate sul Casentino e sul paese di Pratovecchio. Il toponimo Romena o Ormena è un vocabolo di origine etrusca . Nella zona del castello sono stati ritrovati, durante varie campagne di scavo, frammenti di vasi e vari utensili per uso domestico. Le prime testimonianze sull'esistenza del fortilizio risalgono al 1088 quando era la residenza del conte Guido Alberto dei Marchesi di Spoleto, il quale partendo da questa rocca riuscì nel corso del XI secolo ad estendere i suoi domini sul Casentino. Nel XII secolo il maniero divenne proprietà dei nuovi signori della valle: i conti Guidi. Alla morte del conte Guido Guerra III (1217), i beni dei Guidi furono suddivisi tra i figli e il castello di Romena passò ad Aghinolfo, e da lui discendono i cosiddetti Conti Guidi di Romena, un ramo minore della famiglia. L'episodio forse più celebre nella lunga storia del castello avvenne nel 1281. In quel tempo presso il castello viveva Mastro Adamo da Brescia che per conto dei Guidi di Romena, falsificava i fiorini d'oro della Repubblica di Firenze. Catturato e condannato a morte venne giustiziato nei pressi del castello nella località oggi chiamata Omomorto; l'episodio di Mastro Adamo è riportato anche da Dante Alighieri nel canto XXX dell'Inferno.
Lo stesso Dante Alighieri è vissuto per qualche tempo nel castello al tempo del suo esilio durato dal 1301 alla morte nel 1321. Dante era in buoni rapporto con i conti Guidi che accettarono di ospitarlo e proteggerlo, va detto per amor di verità che il sommo poeta risiedette però quasi sempre nel vicino Castello di Porciano. I Guidi rimasero padroni di Romena fino al 1357 quando il castello venne acquistato dal comune di Firenze.
Nel XIV secolo il castello aveva un aspetto molto diverso dall'attuale: era presente un palazzo signorile per i Signori ed anche un cassero qual punto di estrema difesa, era difeso da un sistema costituito da ben tre cerchie murarie e da 14 torri. All'interno del recinto murario vi erano le abitazioni per circa cento persone ed anche un ospedale per i pellegrini o per i poveri; in seguito le torri furono ridotte a cinque. Probabilmente il numero delle torri diminuì già nel 1440 quando il castello fu conquistato e in parte distrutto dalle truppe arruolate dai Visconti, signori di Milano, guidate dal condottiero Niccolò Piccinino. Il castello pochi anni dopo tornò in mano ai fiorentini e da allora in poi seguì le vicende prima di Firenze poi del Granducato di Toscana. Un devastante terremoto nel 1579 ridusse il maniero in un rudere. Proprietà prima dei conti Goretti passò nel 1768, a seguito di un'asta pubblica, ai Flamini, ancora oggi proprietari del castello. Ancora nel 1889 i terreni all'interno delle mura erano coltivati con viti e olivi e addossate alla seconda cerchia di mura c'erano della case da contadini. Al conte Ottaviano Flamini si deve il restauro conservativo che ha permesso al castello di salvarsi da un inesorabile degrado. Nel castello soggiornò nel 1901 Gabriele d'Annunzio che qui scrisse gran parte dell'Alcyone. Purtroppo durante la seconda guerra mondiale il castello venne pesantemente bombardato dall'esercito alleato per cacciare le truppe tedesche che qui si erano arroccate. Il castello attualmente si presenta nella veste conferitole grazie ai restauri promossi dal conte Ottaviano Flamini. Sono ancora in piedi il cassero, tre torri e parte delle tre cerchie murarie. L'ingresso al castello avviene a nord dalle cosiddette Porta Gioiosa e Porta Bacia. Al cassero si accede da una torre, dotata di ponte levatoio e fossato, e una volta all'interno si possono vistare i due nuclei della struttura: la cosiddetta Casa del Podestà, palazzo residenziale dei conti Guidi di Romena dove all'interno è collocata una ricostruzione in scale del castello come appariva nel XIII secolo, e il Mastio, la torre più alta e più protetta; sono anche presenti una cisterna per la raccolta delle acque piovane e un cunicolo sotterraneo che portava all'esterno. Le mura difensive presentano ancora dei beccatelli, che hanno il compito di sorreggere il camminamento di ronda in legno, opera frutto del ripristino ottocentesco. Tra il cassero e la terza torre superstite c'è l'ampio spazio della piazza d'armi, dove nel 1901 pose la sua tenda Gabriele d'Annunzio. L'ultima delle torri è la cosiddetta Torre delle Prigioni. Sottoposto recentemente ad importanti restauri è stato riaperto al pubblico nel 2007 ed è visitabile a pagamento.

Fonte: Wikipedia

Immagine tratta da Wikipedia, Autore Vignaccia76

PIEVE DI SAN PIETRO A ROMEA

La pieve di San Pietro a Romena è un luogo di culto cattolico che si trova ai piedi del castello di Romena nel comune di Pratovecchio. L'attuale Pieve di Romena è stata costruita alla metà del XII secolo sopra una precedente chiesa triabsidata risalente al VIII secolo di cui sono visibili i resti sotto al presbiterio. Sconvolta da una frana provocata dallo smottamento del terreno causato da un sottostante fossatello nel 1678 che la privò delle prime due campate e da un successivo terremoto del 1729 che le provocò altri gravi danni alla facciata, all'abside che venne spaccata da una profonda fenditura e nel campanile che da allora è rimasto sbassato, oggi dopo numerosi restauri appare come una dei più interessanti edifici romanici del Casentino. La facciata è semplice e rustica ed è stata realizzata in pietre conce con alla sinistra il campanile. Monumentale l'abside che presenta due ordini di arcate e delle aperture costituite da una trifora e due bifore. All'interno, a tre navate e cinque campate su colonne monolitiche di macigno e arricchite dai motivi decorativi dei capitelli a fogliami. Il soffitto è a capriate scoperte e inoltre presenta il presbiterio rialzato; il pavimento è a diversi livelli. I caratteri decorativi dei capitelli sono molteplici, dagli elementi geometrici e vegetali stilizzati alle raffigurazioni umane e zoomorfe, sempre attuati con grande intensità espressiva. In due capitelli della navata sinistra si ricorda il nome del committente, il pievano Alberico, e la data con la precisazione TEMPORE FAMIS MCLII (in tempo di carestia 1152) in uno e nell'altro sono scolpiti i quattro evangelisti con le iscrizioni Quaecumque solveris super terram e ALBERICUS PLEB. FECIT HOC OPUS.
A destra dell'edificio è il battistero, coperto con volta a crociera costolonata e riferibile al periodo tardoromanico. Per motivi di sicurezza dalla chiesa sono state tolte tutte le opere d'arte che un tempo la ornavano.

Antico piviere

S. Margherita a Campolombardo;
S. Bartolommeo a Castel Castagnajo;
SS. Jacopo e Cristofano alla Villa
S. Biagio a Pomponi (soppressa);
S. Maria a Pietrafitta (idem);
S. Bartolommeo a Strapetognoli (unita alla seguente);
S. Jacopo a Tartiglia;
S. Donato a Coffia;
S. Lorenzo alla Collina (annessa alla seguente);
S. Ilario a Sala;
S. Donato a Brenda;
S. Croce a Sprugnano;
S. Clemente al Ponte (soppressa);
S. Paolo al Ponte;
S. Maria a Gricciano;
S. Maria a Porrena;
S. Jacopo a Mandrioli;
S. Angelo a Pratiglione (soppressa);
S. Donato al Borgo alla Collina.

Fonte: Wikipedia
Immagine tratta da Wikipedia, Autore Vignaccia76

PIEVE DI SAN PIETRO IN BOSSOLO

La pieve di San Pietro in Bossolo è una chiesa situata a Tavarnelle Val di Pesa, in provincia di Firenze, diocesi della medesima città. Deriva il suo nome da in buxula che era il nome con cui negli eserciti romani si definiva la cassa imperiale. Il luogo su cui sorge la chiesa era abitato già dal V secolo, dimostrabile grazie ad una iscrizione, qui ritrovata nel XIX secolo, risalente al 424 d.c. La chiesa è ricordata per la prima volta in un documento del 7 settembre 988 quando risultano venduti dei terreni posti nel suo territorio al marchese Ugo di Toscana. Altri documenti risalenti al X e all'XI secolo testimoniano l'ampiezza del suo plebato; all'epoca la chiesa era conosciuta come San Pietro in Pyxide. Nei dintorni della pieve era anche un castello di pertinenza del vescovo di Firenze già nel 1038. Si conoscono i nomi di alcuni suoi pievani tra cui sono da ricordare il pievano Giovanni nel XI secolo che si ritirò presso la Badia a Coneo e il pievano Gerardo che nel 1127 ottenne dal marchese di Toscana la rinuncia al diritto di albergheria. Il feudo di San Pietro in Bossolo risulta di proprietà dei conti Alberti in data 23 febbraio 1208 dai quali venne rilevato dal vescovo di Firenze. Il popolo di San Pietro in Bossolo si impegno nei confronti del vescovo nel 1213 a realizzare un castello nei pressi della chiesa di San Giovanni in Bossolo ( il battistero della pieve). Dalla pieve di San Pietro in Bossolo dipendevano 25 chiese suffraganee che garantivano una notevole seppur discontinua rendita economica. Grazie a queste rendite presso la pieve aveva sede anche un capitolo di sacerdoti le cui prime notizie risalgono al 1340 quando il capitolo elesse a pievano Manente dei Buondelmonti; inoltre il pievano aveva anche la carica di esecutore papale. Dal 1340 inizia il patronato dei Buondelmonti sulla pieve. Durante il loro patronato vennero eseguiti importanti lavori. Nel 1508 venne ricostruita la canonica mentre nel 1510 venne costruito il portico in facciata e venne restaurata la chiesa. Risulta che nel 1522 venisse commissionato un tabernacolo per la cappella del fonte battesimale, da questa notizia si deduce che in quell'epoca il battistero antistante la pieve fosse già stato distrutto e il fonte battesimale trasportato all'interno della chiesa.
Il patronato della chiesa passò ai Guicciardini nel 1649 e anche loro eseguirono delle migliorie. Nel XVII secolo la chiesa venne intonacata; venne inoltre coperta la navata centrale con una finta volta sulla quale venne realizzato un affresco raffigurante la Consegna delle Chiavi a San Pietro e le navate laterali vennero voltate. Nel 1718 durante l'amministrazione del pievano Cosimo Fabbri venne realizzata la cappella sul lato sinistro per accogliere la Vergine del Patrocinio, proveniente dall'Oratorio di San Giusto a Petroio. L'anno seguente i Guicciardini fecero costruire anche un altare nella navata sinistra per poi promuovere nel 1742 un rifacimento interno della chiesa in stile barocco.
Il campanile venne ricostruito nel 1828 a spese del popolo e su disegno di Pietro Turchi dal Borghetto e nel 1832 il pievano Romualdo del Sarto vi fece fondere la attuali cinque campane. Nel 1906 venne realizzato un nuovo fonte battesimale abbandonando l'antico fonte nell'orto. L'aspetto romanico venne ripristinato durante il lavori che interessarono la chiesa tra il 1934 e il 1949: il tutto è ricordato in una lapide sotto il portico della pieve. La chiesa di San Pietro in Bossolo è una basilica a tre navate coperte a tetto e dotate di absidi semicircolari. La costruzione dell'edificio risale all'XI secolo.
La facciata è a salienti ed è preceduta da un portico. In origine erano presenti tre portali ognuno sormontato da un occhio, oggi rimane solo quello sulla sinistra. Sul fianco sud è posto il chiostro a pilastri ottagonali. Il paramento del fianco sud è stato realizzato con pietre calcaree disposte a filaretto; sono ancora presenti delle tracce di intonaco risalenti alla trasformazione barocca e non rimosse in occasione dei restauri novecenteschi. La navata centrale è sopraelevata e in esse si aprono tre monofore architettavate a doppio strombo.
La tribuna attualmente non è visibile perché coperta da edifici costruiti successivamente ma in origine presentava i volumi di tre absidi semicircolari. L'abside di sinistra è stata ricostruita mentre le altre due presentano una coronatura con archetti pensili e con un doppio ordine di mattoni disposti a dente di sega.
Il campanile originario, di cui resta una campana datata 1290, si trovava in una posizione diversa di quello attuale. L'interno è a tre navate di cinque campate coperte da capriate lignee, divise da pilastri quadrangolari che sorreggono arcate con risega, sono concluse da absidi semicircolari. Le arcate con risega denunciano l'opera delle stesse maestranze che hanno operato anche in altri luoghi della Valdelsa, precisamente nelle pievi di San Lazzaro a Lucardo, di Sant'Appiano (nella parte più antica)e nella pieve di Impruneta.
Da segnalare un fonte battesimale a immersione, monolitico quadrilobato di forma esagonale posto alla sinistra dell'entrata. Sempre sulla sinistra si apre la cappella della Madonna delle Grazie Vi è anche un ciborio in marmo del 1522. Tramite il portone della canonica posta sulla destra della pieve, si accede ad un chiostro tardo medievale a pilastri ottagoni, dove si possono ammirare alcune campane. Di qui si passa al primo piano della canonica dove è ospitato il locale Museo di Arte Sacra contenente opere di Meliore, Neri di Bicci, Ugolino di Nerio, del Maestro di Tavarnelle e di altri artisti "minori" toscani, nonché pregevoli opere di oreficeria (tra tutte, spicca una stupenda croce astile del XIII secolo). In occasione di scavi archeologici effettuati nel 1967 nel piazzale antistante la pieve sono stati rinvenuti i resti di due edifici distinti: dell'edificio più antico sono emerse le fondazioni costituite da un'aula quadrangolare con due absidi semicircolari, come nella cripta della Pieve di San Lazzaro a Lucardo; dell'edificio più moderno, sovrapposto al precedente, sono emerse le fondazioni. Si trattava di un edificio a pianta poligonale, probabilmente ottagonale, con abside sul lato occidentale e con quattro sostegni al centro, una struttura molto simile al battistero di Sant'Appiano. Questo edificio risale all'epoca paleocristiana e da esso proviene il fonte battesimale ad immersione collocato adesso all'interno della chiesa.

Fonte: Wikipedia

Immagina tratta da Wikipedia, Autore Vignaccia76

giovedì 29 agosto 2013

MERCATINO MEDIEVALE 7-8 SETTEMBRE 2013

Mercatino Arti e Mestieri medievali al Chiostro Maggiore di San Francesco ad Ascoli Piceno dalle 15 di Sabato alle 20 di Domenica.

(In concomitanza con la TENZONE AUREA 2013)

Sabato 7 e Domenica 8 Settembre 2013 si rinnova l’appuntamento con il mercatino mercatino medievale. Dopo il successo delle scorse edizioni torna l’edizione al Chiostro di San Francesco. Il progetto “Arti e mestieri medievali” a cura dell’Associazione Giovane Europa, con la consulenza di Matteo Mattei e la collaborazione dell’ass. Ascoli Da Vivere  ripropone questa iniziativa nel centro storico medievale più grande d’Italia. Espositori provenienti dal centro Italia con le loro armi e corazze, monili e oggetti di artigianato e intarsiati allieteranno la domenica ai visitatori che passeranno per il chiostro. Il gruppo di espositori effettueranno dimostrazioni dal vivo e spettacoli tra le quali quelle degli arcieri, del fabbro, del maestro vetraio, della cartomante, del pittore, del ceramista, della costumista con abiti originali dell’epoca. Da non perdere le dimostrazioni dal vivo che a breve pubblicheremo. Inoltre nella due giorni accanto al chiostro da visitare l’evento “Tenzone Aurea 2013″ finale nazionale dei musici e sbandieratori d’Italia Quindi non solo mercatino, con espositori vestiti in tema, ma anche tante dimostrazioni per grandi e piccini senza dimenticare le dimostrazioni dal vivo delle migliore compagnie medievali della zona.

Concorso fotografico associato all’evento. PER PARTECIPARE CLICCA QUI!

INFO MERCATINO:Tel e fax 0736 256956

Per gli espositori.
A tutti gli espositori che vorranno partecipare è riservato uno spazio espositivo di metri 4,5×3 con prodotti inerenti il Medioevo. Per la partecipazione è prevista una compilazione di una domanda di iscrizione e una piccola quota partecipativa. Gli spazi espostivi sono a numero chiuso. Si richiede abito e banco a tema.

Per tutte le info e/o prenotazioni: medievale@mercatinoascolipiceno.it



























GRUPPI DI RIEVOCAZIONE STORICA TOSCANA

COMPAGNIA DEL LION D'ORO
FIRENZE (FI)



Nell’agosto del 2010 nasce la Compagnia dei Leoni d’Oro (denominazione iniziale), un Associazione che ha come finalità primaria non solo la scherma medievale ma lo studio storico del medioevo Fiorentino e Toscano. Dopo 1 anno e mezzo dalla nascita dell’ Associazione il presidente Renato Di Marcantonio si trova costretto a rivoluzionare drasticamente l’organico del Consiglio Direttivo della Compagnia riuscendo così a realizzare  “il sogno fiorentino”: la nascita del Reparto Cavalleria Pesante della Repubblica Fiorentina all’ interno della prestigiosa istituzione del Calcio Storico Fiorentino e la successiva variazione del nome da Compagnia dei Leoni d’Oro a Compagnia del Lion d’Oro, in onore della valorosa Compagnia militare realmente esistita sul territorio fiorentino. La Compagnia del Lion d’Oro è composta da figure quali i Combattenti , i Cavalieri, gli Arceri e i Figuranti.

Sito web: www.leonioro.org
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COMPAGNIA DEL LION D'ORO



Nell’agosto del 2010 nasce la Compagnia dei Leoni d’Oro (denominazione iniziale), un Associazione che ha come finalità primaria non solo la scherma medievale ma lo studio storico del medioevo Fiorentino e Toscano. Dopo 1 anno e mezzo dalla nascita dell’ Associazione il presidente Renato Di Marcantonio si trova costretto a rivoluzionare drasticamente l’organico del Consiglio Direttivo della Compagnia riuscendo così a realizzare  “il sogno fiorentino”: la nascita del Reparto Cavalleria Pesante della Repubblica Fiorentina all’ interno della prestigiosa istituzione del Calcio Storico Fiorentino e la successiva variazione del nome da Compagnia dei Leoni d’Oro a Compagnia del Lion d’Oro, in onore della valorosa Compagnia militare realmente esistita sul territorio fiorentino.



La Compagnia del Lion d’Oro è composta da figure quali i Combattenti , i Cavalieri, gli Arceri e i Figuranti.

Arceria

L’Associazione presenta degli stage di arceria storica alternato allo studio del periodo storico di riferimento. Le lezioni si terranno nella giornata domenicale in concomitanza con gli altri corsi in programma. Gli stage che vengono effettuati  hanno l’obiettivo di formare l’aspirante arciere a saper utilizzare al meglio delle proprie potenzialità l’arco storico inglese (“longbow”), utilizzato da arcieri a piedi, oltre  ad apprendere inoltre  tutte le nozioni utili per la realizzazione artigianale di frecce storiche  ed altro materiale utile per l’arceria. Al termine della “preparazione base” , l’arciere sarà chiamato ad addestrarsi anche in ambientazioni simulate di battaglie affinchè possa affinare la sua tecnica di tiro oltre l’ambiente torneistico di tiro al paglione.

Cavalleria

Da luglio 2011 l’Associazione è lieta di presentare il  nuovo  Reparto Cavalleria  che decolla grazie alla nuova sede situata all’interno di un importante centro ippico sportivo F.I.S.E.  : il Riding Club Firenze; una iniziativa unica che unisce sport e valore storico. L’aspirante Cavaliere infatti avrà modo di avvicinarsi al mondo dello sport equestre grazie a dei corsi ” base” ed “avanzati “ curati da istruttori F.I.S.E. professionisti, i quali insegneranno ad avere la padronanza necessaria a cavallo affinchè ci si possa affacciare al mondo delle giostre medievali. La disciplina più conosciuta nel mondo delle giostre medievali è il jousting, meglio conosciuto come  lo scontro tra due Cavalieri muniti di lance e scudi di protezione; oltre a questa disciplina però si terranno degli stage di preparazione a giochi dove si richiede una maggiore tecnica e abilità equestre, come per esempio il lancio del giavellotto a selvaggina simulata.

Scherma storica

L’attività primaria della Compagnia è quella della scuola di scherma medievale in armatura “ad impatto pieno”.  Con il termine “ impatto pieno “ si intende che i colpi vengono portati a tutta potenza sull’avversario senza trattenere la spada, escludendo l’utilizzo delle punte,  insegnate ai corsi per mera attività accademica, ma non applicate durante i combattimenti e nemmeno nei tornei. Tutti gli allievi saranno chiamati a frequentare lezioni di atletica, tecnica e resistenza in combattimento, questo inizialmente con l’utilizzo della spada a 1 mano e a 2 mani. Successivamente gli allievi impareranno anche a combattere anche con l’utilizzo di altre armi e con la protezione degli scudi, in vista della partecipazione alle varie “battaglie” che vengono organizzate in Italia e all’estero. Tutto quello che concerne l’attività di  “Rievocazione Storica”, quindi l’adeguamento puntuale delle attrezzature, abbigliamento ed armi/armature del combattente deve essere pertinente al periodo storico di riferimento della compagnia, rappresentato per grandi linee in un intercorso di tempo che va dal 1350 al 1550 circa.

Contatti

cell: 333-8444804
mail: ronny782009@live.it


mercoledì 28 agosto 2013

LA RICERCA DEL GRAAL A VALVASONE (PN) 13-14-15 SETTEMBRE 2013

E’ uno degli appuntamenti più attesi nel panorama regionale delle manifestazioni. Stiamo parlando del Medioevo a Valvasone, rievocazione storica giunta alla ventunesima edizione, organizzata dall’associazione Grup Artistic Furlan, che quest’anno si terrà dal 13 al 15 settembre, e coinvolgerà l’intero borgo. Il tema scelto è “Les secrez dou Graal” e come si può intuire, protagonisti dell’edizione 2013 sono i cavalieri medioevali. Figure che evocano immagini di eroi dalle brillanti armature che escono da castelli merlati su cavalli dalle gualdrappe multicolori, brandendo spade e scudi scintillanti, per andare in soccorso dell’amata pulzella. Tuttavia questo è solo un aspetto della multiforme e complessa realtà della cavalleria medioevale, motivo ispiratore della rievocazione di quest’anno. Per affondare meglio lo sguardo su questo argomento ci siamo rivolti alla letteratura che, attraverso i suoi paladini e il loro modello di comportamento, ha contribuito a fondare i valori della cavalleria e a modellare quell’ideale che forse è ancora vivo in noi. A partire dai romanzi di Chrétien de Troyes, la corte di re Artù diventa l’ambiente privilegiato delle avventure dei cavalieri e il Graal la meta finale di quella grande ricerca che non riguarda le cose terrene bensì quelle celesti. E come sempre, durante i tre giorni sarà ricreata un’atmosfera medievale unica: il borgo sarà illuminato con centinaia di torce, caratterizzato da allestimenti unici e numerose ambientazioni. Imperdibili la Fiabesca Cena medioevale e la Fiera medioevale, mentre a fare da sfondo ci penseranno le tabernae, luoghi dove passare qualche ora in ozio, lasciando fuori il tram tram quotidiano e con la possibilità di assaggiare pietanze di ispirazione medioevale.

PROVERBI MEDIEVALI

Il proverbio (dal latino proverbium) è una massima che contiene norme, giudizi, dettami o consigli espressi in maniera sintetica e, molto spesso, in metafora, e che sono stati desunti dall'esperienza comune. Essi generalmente riportano una verità (o quello che la gente ritiene sia vero): si dice infatti che i proverbi sono frutto della saggezza popolare o della cosiddetta "filosofia popolare", ma v'è chi sostiene che altro non siano che la versione codificata di luoghi comuni. Possono contenere similitudini. Metafore o similitudini sono tratte da usi, costumi, leggende del popolo nella cui lingua è nato il proverbio. Ma molti proverbi sono comuni a più lingue diverse. In qualunque caso, rappresentano pur sempre un patrimonio culturale da difendere e da preservare, visto che ci lasciano una traccia di epoche passate, e ci indicano quale cammino hanno percorso i nostri antenati. Lo studio dei proverbi si chiama paremiologia.

“PICCOLO FARDELLO ALLA LUNGA È PESANTE”
“PRENDERE DUE MOLITURE DA UN SOLO SACCO”
“CHI TROPPO VUOLE POCO STRINGE”
“VOLER ROMPERE IL SALAME COL GINOCCHIO”
“DA BUON ALBERO, BUON FRUTTO”
“IL GIULLARE NON CREDE SE NON RICEVE”
“PER LE COLOMBE LE CILIEGIE SONO AMARE”
“MANGIARE IL GRANO QUANDO È ANCORA VERDE”
“PRENDERE LE QUAGLIE CHE CADONO DAL CIELO”
“CHI L’HA MESCOLATO SE LO BEVA”
“IL BISOGNO FA TROTTARE LA VECCHIA”
“TANTO VA LA BROCCA ALL’ACQUA CHE ALLA FINE SI ROMPE”
“TANTO SI GRATTÒ LA CAPRA CHE MAL GLIENE COLSE”
“CHI MOLTO AMA, MOLTO PUNISCE”
"DARE IL LARDO AI CANI"

lunedì 26 agosto 2013

UNA FORNACE MEDIEVALE DIVENUTA DISARICA

L'Italia è nota per le sue ricchezze culturali e storiche (deteniamo il numero più elevato di Patrimoni per l'Umanità) ma è altrettanto tristemente nota per il degrado in cui esse in alcuni casi vivono. Questo è il caso di una antica fornace situata a Cesena in via Calvino. Essa serviva per cuocere i mattoni ed è arrivata intatta fino ai tempi odierni. Anni fa partì un restauro molto importante diretto dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici dell'Emilia dopo aver trovato la fornace piena di escrementi, giacigli, immondizia che deturpavano un importantissimo centro da cui partivano mattoni si qualità. Proprio a Cesena gli abitanti trasformarono la zona vicina al fiume Savio in una grandissima fornace tanto da dare il nome Fornaci al luogo di estrema importanza per l'edilizia di Cesena nel corso dei secoli.

ENTE OTTAVA MEDIEVALE

Promuove e coordina le varie iniziative per la buona riuscita dell’Ottava di Sant’Egidio. E' amministrato da un Consiglio dei Priori composto da tre rappresentanti per ciascuna delle "parti" che consortilmente compongono l’Ente: le sette storiche Contrade cittadine, il Gruppo Sbandieratori delle Sette Contrade, il Gruppo Arcieri Storici e l’Accademia dei Signori Disuniti della Città di Orte. L’attività autonoma delle singole Contrade è regolata da statuti che prevedono, tra l’altro, una funzione di stimolo ai rapporti sociali tra i contradaioli. L’Ente Ottava Medievale di Orte è impegnato in una continua attività culturale che affianca quella folcloristica concerti, tavole rotonde, mostre documentarie, ne hanno qualificato di anno in anno l’azione. Un Centro Studi dell’Ente supportato da una Biblioteca specializzata per Medioevo e Rinascimento, pubblica una collana di volumi ed organizza un convegno annuale sulla storia della Tuscia.

ENTE OTTAVA MEDIEVALE DI ORTE 

Palazzo Roberteschi
Via Vittorio Emanuele, 5/7 
Tel. 0761 493148 - Cell. 366.3154218 
Contatti email:

XLII OTTAVA DI SANT'EGIDIO - 8 SETTEMBRE 2013: ORMAI CI SIAMO!

Festa di antica tradizione, solennizzata da Papa Bonifacio IX nel 1396 con la concessione delle stesse indulgenze della Porziuncola di Assisi, si celebrava con grande impegno pubblico codificato negli statuti comunali. Particolarmente solenne la grande processione alla quale partecipavano tutte le magistrature cittadine e le sedici corporazioni delle arti. Grande attrazione veniva esercitata dalle corse di cavalli all'anello, per le quali gli statuti del 1359 prevedevano un luogo apposito, l'equinum, e la partecipazione di qualunque cittadino ortano. Si svolgevano inoltre tornei di tiro con l'arco e con la balestra, corse podistiche e regate di barche sul Tevere dette "ludi tiberini" o "le calate" perchè una gran folla dalla città scendeva lungo le rive del fiume. Accompagnava la festa, durante gli otto giorni, una grande fiera di merci in città e di bestiame al di là del fiume detta Fiera dei Campanelli, bandita fino a Perugia e a Norcia. Gli Ortani di oggi hanno conservato la loro devozione a Sant'Egidio. Le Sette Contrade, dal 31 Agosto alla seconda domenica di Settembre di ogni anno, festeggiano il Santo Patrono. Ogni giorno c’è festa in contrada con giochi, teatro, musiche ecc. L’ottavo giorno è dedicato al Palio degli Arcieri che si contendono, per la propria contrada nella piazza centrale, l’anello d’argento di 10 cm. al quale tirano con archi di legno di tipo medievale. Uomini e donne delle Contrade vi vanno ad assistere in abiti trecenteschi, formando un corteo che attraversa le vie della città. Rappresentanze più ridotte partecipano la sera del 31 Agosto alla Benedizione dei Gonfaloni in Cattedrale e nella prima domenica di Settembre al Corteo di notte, giuramento del Podestà.

TAVERNE DI CONTRADA
Informazioni e prenotazioni / Information and reservations

Taverna Contrada San Gregorio 333.4623276
Taverna Contrada Porcini 338.9628750
Taverna Contrada Sant’Angelo 389.6817958
Taverna Contrada San Giovenale 329.1606857
Taverna Contrada Olivola 0761.493025 - 0761.402393
Taverna Contrada San Biagio 0761.403180 - 339.3736616
Taverna Contrada San Sebastiano 338.7128331


L'Ente Ottava Medievale

Promuove e coordina le varie iniziative per la buona riuscita dell’Ottava di Sant’Egidio. E' amministrato da un Consiglio dei Priori composto da tre rappresentanti per ciascuna delle "parti" che consortilmente compongono l’Ente: le sette storiche Contrade cittadine, il Gruppo Sbandieratori delle Sette Contrade, il Gruppo Arcieri Storici e l’Accademia dei Signori Disuniti della Città di Orte. L’attività autonoma delle singole Contrade è regolata da statuti che prevedono, tra l’altro, una funzione di stimolo ai rapporti sociali tra i contradaioli. L’Ente Ottava Medievale di Orte è impegnato in una continua attività culturale che affianca quella folcloristica concerti, tavole rotonde, mostre documentarie, ne hanno qualificato di anno in anno l’azione. Un Centro Studi dell’Ente supportato da una Biblioteca specializzata per Medioevo e Rinascimento, pubblica una collana di volumi ed organizza un convegno annuale sulla storia della Tuscia.

Fonte: Ente Ottava Medievale

CHIESA DI SAN GIOVANNI A PORTA LATINA

San Giovanni a Porta Latina è una delle più antiche chiese basilicali di Roma, eretta vicino a Porta Latina, nei pressi delle Mura aureliane, sulla Via Latina. La chiesa, dedicata a san Giovanni evangelista, si trova all'estremità del rione Celio, in quello che una volta si chiamava il disabitato. Ancora oggi la zona è rimasta immersa nel verde e salvaguardata dalle costruzioni, che invece sono cresciute intensive al di là delle mura (quartiere Appio-Latino), a ridosso di un caratteristico quartiere di villini di inizio Novecento. La costruzione della basilica risale alla fine del IV secolo, ma la chiesa subì restauri e ammodernamenti già nel V secolo e poi nell'VIII, nel IX, nell'XI e nel XIII secolo. Fu fondata nel V secolo o alla fine del IV, ricostruita certamente nel 720 e restaurata nel 1191, con l'aggiunta di un nuovo bel campanile a sei ordini di trifore e di un nuovo ciclo di affreschi con ben 46 scene bibliche sia vetero che neotestamentarie. L'importante ciclo, recentemente restaurato, rappresenta insieme al salone gotico nel Monastero dei Santi Quattro Coronati, uno degli esempi maggiori di pittura medioevale nella Capitale realizzati precedentemente all'importante periodo del Cavallini e della sua Scuola Romana. Tra il XVI e il XVII secolo fu arricchita da un nuovo affresco absidale su cartone del Cavalier d'Arpino. Un ulteriore rifacimento, che la riportò alle antiche caratteristiche medievali, si ebbe nel 1940-41, quando la basilica fu assegnata ai Rosminiani, che oggi nel plesso conventuale adiacente hanno la curia generalizia dove risiede il moderatore generale della congregazione e lo studentato internazionale. Il portico medioevale e le navate della basilica sono sostenuti da colonne di spoglio appartenenti, secondo la leggenda, ad un tempio di Diana, parzialmente spogliate a favore del Laterano alla fine del XVIII secolo. Nella seconda metà del XVI secolo, presso la Chiesa di San Giovanni a Porta Latina (all'epoca con il titolo lungamente vacante, per essere stata praticamente espropriata del proprio patrimonio dall'Arcibasilica Cattedrale di San Giovanni in Laterano), con la complicità di alcuni frati, viene costituito un circolo segreto di uomini, all'interno del quale si manifestavano legami di affetto omosessuale, si consumavano rapporti carnali e si consacravano vincoli matrimoniali tra persone dello stesso sesso osservando la liturgia ecclesiastica. La confraternita venne sciolta il 20 luglio 1578 in seguito all'arresto di undici persone, tutte di sesso maschile. Il processo avanti al Tribunale Criminale del Governatore si concluse con una condanna esemplare per otto degli imputati, tutti ritenuti colpevoli dei reati di sodomia e profanazione dell'istituto matrimoniale. La pena inflitta fu la condanna a morte per impiccagione, eseguita il 13 agosto al Ponte Sant'Angelo, con successivo rogo degli otto corpi. Un frate venne assolto, forse per evitare un coinvolgimento diretto della Chiesa cattolica. Altre due persone collaborarono solertemente ed evitarono la morte. La Legenda Aurea racconta così la storia:
«Quando gli apostoli dopo la Pentecoste si separarono, lui [Giovanni Evangelista] andò in Asia, dove fondò molte chiese. Quando l'imperatore Domiziano venne a conoscenza della sua fama, lo fece venire a Roma e lo fece buttare in un recipiente di olio bollente, immediatamente davanti alla porta Latina: ma Giovanni ne usì illeso, come era rimasto estraneo alla corruzione della carne. L'imperatore, visto che anche così non desisteva dalla predicazione, lo mandò in esiio nell'isola di Patmo, dove nella completa solitudine scrisse l'Apocalisse»
L'oratorio di San Giovanni in Oleo, che sorge nelle vicinanze della basilica e ne era un annesso, sarebbe stato costruito esattamente sul luogo della tortura a cui l'Evangelista era miracolosamente sopravvissuto. Mentre la chiesa è un po' nascosta, chi entrava a Roma da Porta Latina se lo trovava subito davanti, e poteva fare un'orazione lì, prima di attraversare il disabitato. Il tempietto era stato ricostruito a pianta ottagonale nel 1509 e fu fatto restaurare dal cardinale titolare Francesco Paolucci, che aveva in animo di farne la cappella di famiglia, attorno al 1660 per mano del Borromini.

Fonte: Wikipedia

Foto tratta da Wikipedia, Autore Warburg

DANTE IN SCENA CON "LO GUSTO DE LO MEDIOEVO"

ervono gli ultimi preparativi ad Orte in vista de “Lo gusto de lo Medioevo”, l’itinerario enogastronomico notturno a tema medievale che venerdì 30 agosto raggiunge il traguardo delle cinque edizioni. La formula è sempre la stessa che accompagna l’evento fin dalla sua nascita: un giro guidato tra i caratteristici vicoli del centro tiberino, resi ancora più suggestivi dal calare delle tenebre, con soste in diverse taverne per degustare pietanze preparate secondo le ricette della tradizione culinaria medievale. Emblematici i nomi dei piatti: “torta d’agli” e “de fonghi”, “fructa secca”, “raffioli in tempo de carne”, “ova tribulate”, “torta ungaresca”, “confetti de melle apio” e “pere a lo ippocrasso” sono i cibi che, suddivisi in cinque “servizi”, aspettano il visitatore nelle varie taverne in cui trova ristoro. Lungo la strada, nel percorso da percorrere tra un servizio e l’altro, i visitatori assistono a spettacoli allestiti da figuranti in costume storico, che ogni anno rappresentano un tema diverso della vita medievale. Per il 2013 la scelta dell’organizzazione è caduta su “lo inferno de Dante”, per cui tutto è studiato e preparato per mettere in scena i cantici più celebri composti dal poeta fiorentino per la prima parte della sua Commedia. Sul programma degli spettacoli in allestimento gli organizzatori mantengono un certo riserbo, preferendo lasciare al visitatore la curiosità di scoprire cosa lo aspetta tappa dopo tappa.
L’evento è una sfiziosissima anteprima della tradizionale Ottava de Santo Egidio, la lunga festa medievale che coinvolge il centro storico di Orte dal 31 agosto fino alla seconda domenica di settembre; decisamente il modo migliore per tuffarsi nel clima della rievocazione storica. Il prezzo del pacchetto è di 25 euro. Per maggiori informazioni è possibile contattare i seguenti recapiti: info@ottavamedievale.it oppure il numero 366-3154218. L’organizzazione raccomanda vivamente la prenotazione. L’evento è organizzato dall’Ente Ottava Medievale di Orte, in collaborazione con Regione Lazio, Provincia di Viterbo, Comune di Orte, Consorzio via Amerina, Proloco di Orte, le associazioni The Grove e Consiglio Comunale dei Giovani e l’emittente Tele Radio Orte.

Fonte: Tusciaweb.eu

XXXI CONVEGNO DI RICERCHE TEMPLARI A CURA DELLA LARTI - LIBERA ASSOCIAZIONE RICERCATORI TEMPLARI ITALIANI






Il 12 ottobre 2013, presso la Sala dei Cavalieri, in Strada Maggiore a Bologna, si terrà il XXXI Convegno di Ricerche Templari organizzato dalla nostra associazione. Di seguito pubblichiamo il programma delle relazioni e la ricettività alberghiera, per comodità di soci ed appassionati.
Il convegno è gratuito ed è aperto a tutti.

Programma

ore 9,00 – inizio del convegno
ore 9,30-10,00 – saluto delle Autorità
ore 10,00-10,30 – Giampiero Bagni: I Templari a Bologna e frate Pietro
ore 10,30-11,00 – Loredana Imperio: Everard de Barres, terzo maestro del Tempio
ore 11,00-11,15 – intervallo
ore 11,15-11,45 – Vito Ricci: Gli Ordini religioso-militari ed i porti pugliesi
ore 11,45-12,15 – Fabio Serafini: La magione templare de La Rochelle
ore 12,15-12,45 – spazio per le domande
ore 12,45-15,00 – intervallo di colazione
ore 15,30-16,00 – Enzo Valentini: I passatempo dei Templari
ore 16,00-16,30 – Anna Maria Caroti: I Templari ad Ypres (Belgio)
ore 16,30-17,00 – Nadia Bagnarini, Aurora Magalotti: Santa Maria del Tempio di Valentano (Viterbo): tra storia, architettura e recupero
ore 17,00-17,15 – intervallo
ore 17,15-17,45 – Sergio Sammarco: La chiesa di Santa Maria di Norbello (Oristano): un probabile possedimento templare nel Giudicato di Arborea
ore 17,45-18,15 – Vito Ricci: Templari: un fenomeno di business e marketing?
ore 18,15-18,45 – Fabio Serafini: Falsi ed inesattezza nella ricerca templare
ore 18,45-19,15 – spazio per le domande
ore 19,30 – chiusura del convegno

Ricettività alberghiera

Hotel Pedrini
Strada Maggiore, 79 – Bologna – tel 051300081 – info@hotelpedrini.it – www.hotelpedrini.it
Prezzo camera (inclusa prima colazione, esclusa tassa soggiorno di euro 1,50 a persona):
- camera doppia: 79,00 euro a notte
- camera doppia uso singolo: 65,00 euro a notte
Parcheggio:
- privato interno e permesso rilasciato da loro per entrare nel centro storico
- costo: 15,00 euro al giorno, oppure 9,00 euro per permesso di accesso e poi parcheggio nel parcheggio della Sala dei Cavalieri
Distanza dalla Sala dei Cavalieri: 100 metri

Hotel Blumen
via Mazzini, 45 – Bologna – tel 051344672 – hotelblumen@tin.it – www.hotelblumen.it
Prezzo camera (inclusa prima colazione, esclusa tassa soggiorno di euro 1,50 a persona):
- camera doppia o matrimoniale: 79,00 euro a notte
Parcheggio:
- circa 15 posti auto ma non è possibile prenotare; pertanto è necessario arrivare nel primo pomeriggio per trovare posto senza costo aggiuntivo
Distanza dalla Sala dei Cavalieri: 10 minuti a piedi

Nuovo Hotel del Porto
via del Porto, 6 – Bologna – tel. 051.247926 – info@nuovohoteldelporto.com
www.nuovohoteldelporto.com
Prezzo camera (inclusa prima colazione, esclusa tassa soggiorno di euro 1,50 a persona):
- camera doppia o matrimoniale: 59,50 euro a notte
Parcheggio:
- costo: euro 12,00 al giorno, per auto
Distanza dalla Sala dei Cavalieri: 25 minuti a piedi o 10 minuti in taxi
Varie: internet wi-fi banda larga in camera e zone comuni; è possibile cancellare la prenotazione senza addebito di penale (pari al costo della prima notte di soggiorno) fino alle 24,00 dell’8 ottobre.

Top Hotel Park Bologna
Via Nazionale, 67 – Pianoro / Bologna – tel. 051.6516504 – info@tophotelpark.it – www.tophotelpark.it
Prezzo camera (inclusa prima colazione, esclusa tassa soggiorno di euro 1,50 a persona):
- camera doppia ad uso individuale: 39,00 euro a notte
- camera doppia a 2 letti: 53,00 euro a notte
- camera matrimoniale: 53,00 euro a notte
- camera tripla: 68,00 euro a notte
Parcheggio:
- privato
Distanza dalla Sala dei Cavalieri:
- Bus pubblico (n. 96) con fermata davanti all’Hotel con destinazione Bologna (Piazza Cavour); tempo percorrenza circa 30 minuti; frequenza circa ogni 15/20 minuti; biglietto di 2 euro acquistabile presso la reception; ultima corsa da Piazza Cavour per Hotel alle ore 20,40.

Fonte: Larti

PROROGA DELLA MOSTRA "ILLUMINARE L’ABRUZZO. CODICI MINIATI TRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO" FINO IL 13 OTTOBRE 2013

Museo Palazzo de’ Mayo. Largo Martiri della Libertà - Chieti.

E’ stata prorogata fino a 13 ottobre la mostra “Illuminare l’Abruzzo. Codici miniati tra Medioevo e Rinascimento” la quale offre un’occasione imperdibile per ammirare, in esclusiva, una prestigiosa selezione del patrimonio librario medievale e rinascimentale abruzzese. Visto l’enorme successo (oltre 7500 visitatori) tutti gli Enti coinvolti hanno deciso per un prolungamento dell’apertura fino all’autunno grazie all’enorme affluenza di un pubblico nazionale ed internazionale che con grande costanza ha visitato le sale della sede museale della Fondazione Carichieti, il Museo Palazzo de’ Mayo. 
La splendida esposizione, a cura di Gaetano Curzi e Alessandro Tomei dell’Università di Chieti “G. D’Annunzio”, di Francesca Manzari, dell’Università di Roma “Sapienza” e di Francesco Tentarelli, Soprintendente per i Beni Librari dell’Abruzzo, è stata organizzata con il sostegno e la collaborazione della Fondazione Carichieti.  E’ finanziata dalla Regione Abruzzo in convenzione con il Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali dell’Università di Chieti “G. D’Annunzio”, il contributo dell’ADSI – Associazione Dimore Storiche e della Carsa Edizioni.
L’esposizione presenta un vasto corpus di manoscritti miniati di proprietà delle Biblioteche pubbliche ed ecclesiastiche abruzzesi, soprattutto materiali finora sconosciuti o recentemente ritrovati e indaga sulle sottili collaborazioni e i differenti scambi artistici che fanno di questa realtà un patrimonio tutto da scoprire. In mostra vi sono due fogli dei corali rubati da Guardiagrele rintracciati da Francesca Manzari sul mercato antiquario, il Messale per Offida conservato alla Biblioteca Palatina di Parma, i fogli miniati oggi alla Fondazione Cini di Venezia, l’Exultet di Avezzano, raro esempio di rotolo di pergamena della lunghezza di quasi 6 metri prodotto a Montecassino nell’XI secolo per Pandolfo, vescovo della città abruzzese, e incantevoli riproduzioni di codici di provenienza regionale custoditi in vari Istituti Esteri (Real Biblioteca–Escorial, Metropolitan Museum–New York, Pierpont Morgan Library–New York, Bibliothèque Nationale–Parigi, Musée Marmotta –Parigi). Delinea inoltre, grazie a prestigiose acquisizioni, un profilo nuovo della produzione abruzzese tra XI e XV secolo, attraverso la catalogazione di oltre settanta opere, tra codici e fogli staccati, conservate in Italia in Europa e negli Stati Uniti.

In Abruzzo la produzione libraria miniata tra XI e XV secolo è straordinaria grazie a botteghe di professionisti, ubicate soprattutto nei centri di Chieti, L’Aquila e Teramo, che operavano realizzando opere  dallo stile più vario. Le numerose ricerche effettuate dai curatori nell’ultimo decennio hanno permesso di scoprire nuovi manoscritti, artisti e botteghe facendo emergere una rete di rapporti differente rispetto a quanto era stato fissato nella storiografia precedente. Molti codici sono nati dalla collaborazione di più artisti, la cui presenza è rilevabile anche all’interno di una piccolissima immagine, e talvolta anche di diversa provenienza.  Nell’omonimo volume “Illuminare l’Abruzzo. Codici miniati tra Medioevo e Rinascimento” a cura di Alessandro Tomei e Gaetano Curzi, Francesca Manzari e Francesco Tentarelli è possibile leggere le schede delle opere e saggi sulla scrittura e sulla miniatura abruzzese tra XII e XV secolo.

INFORMAZIONI UTILI:

Periodo di apertura al pubblico: fino a 13 ottobre  2013

Ingresso gratuito

Orario estivo (Agosto):
martedì - domenica 19-23

Orario invernale (Settembre-Ottobre)
martedì - venerdì 10-13
sabato - domenica 10-13 e 16-20

Lunedì chiuso

Visite guidate su appuntamento

Informazioni per il pubblico:

Tel: +39- 0871-359801 Fax: +39-0871-347606
E-mail: info@fondazionecarichieti.it
Sito: www.fondazionecarichieti.it


Ideazione e progetto:

Francesca Manzari, Alessandro Tomei

Comitato scientifico

Lucia Arbace, Marco Buonocore, Gaetano Curzi, Antonella Madonna, Fabrizio Magani, Francesca Manzari, Francesco Tentarelli, Alessandro Tomei







Ufficio Stampa



Tel. 051 6569105 fax 051 29 14955

sabato 24 agosto 2013

CHIESA DI SAN TEODORO AL PALATINO

San Teodoro al Palatino è una delle chiese di Roma, lungo l'antichissima via (oggi omonima) che corre sotto le pendici nord-occidentali del Palatino dal Foro al Circo Massimo e al Foro Boario. Fu costruita nel VI secolo e dedicata a san Teodoro di Amasea, sulle rovine degli Horrea Agrippiana, probabilmente riutilizzando un tempio circolare preesistente. La tradizione voleva che il tempio fosse dedicato a Romolo, e che qui fosse conservata la Lupa capitolina fino al 1471, prima di essere spostata al Laterano; un'ara antica è conservata e visibile nel cortile della chiesa. Il mosaico dell'abside è anch'esso del VI secolo, e raffigura Cristo seduto su un orbe rappresentante i cieli, affiancato da Pietro e Paolo e dai martiri Teodoro (una aggiunta dovuta al restauro di papa Nicola V) e Cleonico: Cristo indossa una veste nera con laticlavi d'oro, simboli di un elevato status nella società romana. Tradizionalmente la chiesa è considerata una delle sette diaconie originarie: il primo diacono sarebbe stato assegnato da papa Agatone nel 678, mentre il primo diacono noto per nome è Roberto, intorno al 1073. La dedica ad un santo greco confermerebbe la costruzione della chiesa in una epoca di influenza bizantina. Ricostruita sotto papa Nicola V, perse il suo status di chiesa titolare per volere di papa Sisto V. Nel 1643 fu rinnovata dal cardinale Francesco Barberini; papa Clemente XI la fece ricostruire a Carlo Fontana (1703-1705), che progettò anche il cortile esterno tuttora esistente, per poi affidarla alla Società del Sacro Cuore di Gesù. Il titulus S. Theodori fu ristabilito il 2 dicembre 1959 da papa Giovanni XXIII, mentre papa Giovanni Paolo II concesse l'uso della chiesa al Patriarca ecumenico di Costantinopoli e alla comunità greco-ortodossa di Roma, dal 1º luglio 2004, quando il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli presiedette alla cerimonia di inaugurazione.

Fonte: Wikipedia

DE EXPLANATIONE FIDEI

Il De explanatione fidei o Decreto di Damaso è una lettera papale redatta da papa Damaso I nel 382 al Concilio di Roma. Risulta essere la prima opera ufficiale di stampo papale in cui è presente il canone della Bibbia cattolica come oggi si conosce ricompreso dei libri deuterocanonici, di cui Damaso farà redigere una traduzione detta Vulgata da San Girolamo. Decreto che verrà ripreso in altre opere come il Decretum Gelasianum. La teoria che il Decretum Gelasianum abbia ripreso il Decretum Damasii è stata proposta da padre Faustino Arevalo (1747-1824), secondo il quale i primi tre dei cinque capitoli del Decretum Gelasianum siano davvero appartenenti al Decreto di Damaso e questa idea tutt'oggi è appoggiata dalla maggioranza degli storici. Nel Incipit Concilium Urbis Romae sub Papa Damaso de Explanatione Fideisi affermano i vari attributi dello Spirito Santo, i vari nomi di Cristo, i libri da riconoscere come ispirati, eccone un pezzo ripreso dagli atti del Concilio di Roma:
« [...]E' ancora decretato: Ora, anzi dobbiamo trattare delle divine Scritture, ciò che la Chiesa cattolica universale accetta e quello che si dovrebbe evitare.
L'ordine del Vecchio Testamento comincia qui: Genesi di un libro, Esodo di un libro, Levitico di un libro, Numeri di un libro, Deuteronomio di un libro, Josue Nave di un libro, Giudici di un libro, Ruth di un libro, Dei Re di quattro libri, Paralipomeni di due libri, Salmi di un libro, tre libri di Salomone: Proverbi di un libro, Ecclesiaste di un libro, Cantico dei Cantici di un libro; altrettanto Sapienza di un libro, Ecclesiastico di un libro. Allo stesso modo, l'elenco dei Profeti: Isaia di un libro, Geremia di un libro, insieme a Cinoth, cioè, le sue Lamentazioni, Ezechiele di un libro, Daniel di un libro, Osea di un libro, Amos di un libro, Michea di un libro, Gioele di un libro, Abdia di un libro, Giona di un libro, Naum di un libro, Abacuc di un libro, Sofonia di un libro, Aggeo di un libro, Zaccaria di un libro, Malachia di un libro. Allo stesso modo l'ordine delle storie. Giobbe di un libro, Tobia di un libro , Esdra di due libri, un libro di Esther, Giuditta di un libro, Maccabei di due libri. Allo stesso modo l'ordine degli scritti del Nuovo Testamento ed eterno, che la Santa e la Chiesa cattolica sostiene. Dei Vangeli, secondo Matteo di un libro, secondo Marco di un libro, secondo Luca di un libro, secondo Giovanni di un libro. Le epistole di Paolo ,l'apostolo in numero quattordici. Una per i Romani, due ai Corinti, una agli Efesini, due ai Tessalonicesi, una ai Galati, una ai Filippesi, una ai Colossesi, due a Timoteo, una a Tito, una a Filemone, una agli Ebrei. Allo stesso modo l'Apocalisse di Giovanni di un libro. E gli Atti degli Apostoli di un libro. Allo stesso modo le epistole canoniche in numero sette.Le due epistole Di Pietro l'Apostolo, una epistola di Giacomo Apostolo , una epistola di Giovanni l'Apostolo, di un altro Giovanni, il presbitero, due epistole, di Giuda il Cananeo, l'Apostolo una epistola. Il canone del Nuovo Testamento finisce qui. »

Fonte: Wikipedia

LA BASILICA DEI SANTI COSMA E DAMIANO

La basilica dei Santi Cosma e Damiano è una delle chiese di Roma. La basilica, dedicata ai due fratelli greci, dottori, martiri e santi Cosma e Damiano, è situata nel Foro di Vespasiano, conosciuto anche come Foro della Pace. Ha la dignità di Basilica minore. La basilica fu costruita riadattando un paio di ambienti del Tempio della Pace, a cui si accedeva dal lato del Foro Romano tramite un atrio di ingresso a pianta circolare, già trasformato da Massenzio in un tempio che, secondo una tradizione medievale messa in dubbio dal molti, era dedicato al proprio figlio divinizzato, morto prematuramente (tempio del Divo Romolo). Il tempio venne donato da Teodorico il Grande re degli Ostrogoti, e da sua figlia Amalasunta nel 527 a papa Felice IV, insieme alla biblioteca del Foro della Pace e il papa unì i due edifici per formare una basilica dedicata ai due santi greci, Cosma e Damiano, in contrasto con l'antico culto dei Dioscuri, Castore e Polluce, che erano stati venerati sino alla chiusura nel vicino tempio situato nel Foro Romano. Nel IX secolo vennero collocati nella chiesa i busti dei santi Marco e Marcello, che vennero riscoperti nel 1583 durante il pontificato di papa Gregorio XIII. Nel 1512 la chiesa fu concessa al Terzo Ordine Regolare di San Francesco (T.O.R.), che tuttora la officia. Nel 1632 papa Urbano VIII ordinò il restauro della basilica. Il lavoro, progettato da Orazio Torriani e diretto da Luigi Arrigucci, consisté nel rialzamento di ben 7 m del livello del terreno, che fu quindi portato alla quota del Campo Vaccino, in modo da evitare infiltrazioni d'acqua. L'antico pavimento della basilica è tutt'oggi visibile nella "chiesa inferiore", costituita negli spazi originari attualmente interrati. Nel 1947 la vecchia entrata attraverso il cosiddetto "tempio di Romolo" venne chiusa e sostituita da un nuovo ingresso realizzato su via dei Fori Imperiali. Contemporaneamente il tempio di Romolo fu ripristinato nello stato di epoca romana. Vicino alla nuova entrata del complesso ci sono due stanze, con la pavimentazione marmorea originale del Foro della Pace ed il muro su cui erano affisse le 150 lastre di marmo che componevano la Forma Urbis Romae. Oltre mille frammenti delle lastre furono rinvenute in periodo rinascimentale ed in alcuni casi furono copiate in Vaticano. La pianta della basilica venne concepita in accordo con le norme della Controriforma: una singola navata, con tre cappelle per lato, ed una grande abside, che ora risulta fuori misura per via del restauro eseguito nel XVII secolo: l'arco posto in fondo alla chiesa risulta ora molto più piccolo di ciò che era un tempo. Il catino dell'abside fu decorato intorno al 530 a mosaico con una scena rappresentante l'accoglienza nei Cieli dei due santi titolari della chiesa. Al centro domina la figura del Cristo con un rotolo nella mano sinistra e con la destra indicante una stella, rialzato rispetto alle altre figure e poggiante su nuvolette rosse e bluastre, che invadono anche il cielo blu alle sue spalle, mentre ai suoi lati su un idilliaco praticello si dispongono Paolo, san Cosma e papa Felice IV che offre il modellino della chiesa a sinistra e, a destra, Pietro, san Damiano e Teodoro . Nel tamburo sottostante sono rappresentati gli apostoli sotto forma di pecore. Si tratta di una rappresentazione di grande potenza espressiva, frutto della capacità di un maestro che guarda a esempi del V secolo cercando di sintetizzarli in una composizione innovativa, che utilizza l'euritmia della disposizione delle grandi figure, la gestualità (si veda la mano di san Pietro che si poggia affettuosamente su quella di san Damiano) e l'espressività un poco congelata ma fortemente caratterizzata dei vólti per risolvere con efficacia il problema di una rappresentazione a sette figure, spesso resa difficile dalla necessità di contenere tutte le immagini senza rinunciare alla loro visibilità dalla distanza. Secondo Gugliemo Matthiae,[2] questo artista detta addirittura un modulo rappresentativo destinato per parecchi decenni a divenire normativo a Roma (si vedano in primis per esempio i mosaici dell'abside di Santa Prassede e della non lontana chiesa di San Teodoro), ma di fatto non più compreso nella sua volontà di cogliere – attraverso la rielaborazione moderna di strumenti stilistici datati (la megalografia, le nuvolette cromatiche, lo squadro delle figure) e per certi punti tangenti alle coeve soluzioni ravennati – il momento dell'ingresso dei due santi taumaturghi nel consesso dei Cieli. La svolta successiva del mosaico romano sarà infatti del tutto più consona all'astrattizzazione d'influenza bizantina (absidi di Sant'Agnese o Santo Stefano Rotondo), ciò che fa di questo mosaico forse l'ultimo capolavoro della pittura romana paleocristiana.

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Immagine tratta da Wikipedia, Autore Ricardo André Frantz 

IL BATTISTERO DI SAN GIOVANNI ALLE FONTI

Il Battistero di San Giovanni alle Fonti fu uno dei primi battisteri della città di Milano. Sorgeva dove oggi si trova la facciata del Duomo di Milano, e si trovava tra la cattedrale invernale di Santa Maria Maggiore e la cattedrale estiva di Santa Tecla. Costruito tra il 378 e il 397, era probabilmente un battistero soltanto maschile: è qui che nel 387 Ambrogio vescovo battezzò Agostino d'Ippona, recentemente convertito al cristianesimo ortodosso, insieme con il figlio Adeodato e alcuni amici. I resti del battistero vennero scoperti nel 1889 e si trovano ad un livello inferiore di 3,8 metri rispetto al pavimento del Duomo, mentre il pavimento della vasca ottagonale è ad un livello di 4,50 metri rispetto al pavimento. Vi sono tracce di un rivestimento marmoreo, e circa al centro della vasca vi è un foro per l'acqua servito da un apposito condotto. Davanti al Duomo di Milano, incisi nel pavimento esterno, si trovano i confini dell'antico battistero di San Giovanni, i cui resti possono essere visitati accedendo dall'interno della cattedrale.

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venerdì 23 agosto 2013

LA PERDONANZA DI CELESTINO

La Perdonanza Celestiniana è un evento storico-religioso che si tiene annualmente all'Aquila e che ha il suo apice con l'apertura della Porta Santa il 28 agosto.Il nome deriva dalla Bolla pontificia che il papa Celestino V emanò nel 1294 e con cui concesse l'indulgenza plenaria a chiunque, confessato e comunicato, entri nella basilica di Santa Maria di Collemaggio dai vespri del 28 agosto a quelli del 29. L'evento, che nel 2013 celebra la sua 719ª edizione, è dunque precursore del Giubileo istituito da papa Bonifacio VIII nel 1300 ed è stato nel tempo accompagnato da numerose altre manifestazioni di carattere civico e storico che si svolgono durante tutta l'ultima settimana di agosto.Nel 2011 la ricorrenza è stata riconosciuta Patrimonio d'Italia per la tradizione ed è stata avanzata la richiesta per il suo inserimento nella lista dei Patrimoni orali e immateriali dell'umanità patrocinata dall'Unesco. Sul finire del XIII secolo L'Aquila era una giovane città che, avendo rapidamente accresciuto il suo potere ed essendosi schierata con la Chiesa nella contesa tra papato e impero, era già stata distrutta da Manfredi e rifondata per mano di Carlo I d'Angiò; la rifondazione angioina le donò inoltre una particolare struttura urbanistica formata da numerosi spazi urbani (locali) facenti riferimento ognuno ad un particolare villaggio della conca aquilana che aveva contribuito alla fondazione della città. Ciascun locale disponeva di una piazza, di una fontana e di una chiesa il che accentuò e radicalizzò tra i nuovi abitanti il senso di appartenenza al castello di provenienza. In questo quadro storico la città ospitò nel 1275 Pietro Angeleri (meglio noto come Pietro del Morrone), un religioso che, abbandonata la vita da eremita, aveva trovato temporaneamente rifugio presso l'abbazia di Santa Maria dell'Assunzione su un promontorio poco fuori le mura dell'Aquila denominato Colle di Maggio: qui incontrò in sogno la Vergine Maria e con lei concordò la costruzione di una nuova maestosa chiesa in quel luogo. I lavori cominciarono nel 1287 e l'anno successivo, precisamente il 25 agosto 1288 venne consacrata la basilica di Santa Maria di Collemaggio.
Nel frattempo la Chiesa era alle prese con un difficile conclave riunitosi in seguito alla morte di papa Niccolò IV avvenuta il 4 aprile 1292. Le riunioni, che si rivelarono a lungo infruttuose, si tennero in numerose sedi romane prima dell'epidemia di peste che causò la morte di un porporato e indusse allo scioglimento dell'assemblea. Nel 1293 il conclave si riunì di nuovo nella nuova sede di Perugia e fu sollecitato dallo stesso Pietro del Morrone a trovare nel più breve tempo possibile un nuovo pastore; a quel punto l'eremita venne candidato e finalmente, il 5 luglio 1294 il conclave lo designò all'unanimità nuovo pontefice.Una delegazione di tre vescovi fu incaricata di portare la notizia a Pietro del Morrone che si trovava sulla Maiella e contestualmente si mosse alla volta degli Abruzzi anche Carlo II d'Angiò. L'eremita accettò l'investitura non senza titubanze e, all'alba del 25 luglio 1294, un corteo si mosse da Sulmona per raggiungere L'Aquila dove era stato convocato il Sacro Collegio. Il 29 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, da lui stesso fatta costruire, ed alla presenza di re Carlo II d'Angiò, di suo figlio Carlo Martello e numerosi tra cardinali e principi, gli furono consegnate le vesti pontificali e l'eremita divenne papa con il nome di Celestino V. Celestino fu in realtà protagonista di un papato brevissimo, si dimise nel dicembre dello stesso anno e morì imprigionato nel 1296, ma i suoi quattro mesi di pontificato non furono privi di importanza. Il 29 settembre 1294 promulgò infatti una bolla pontificia con cui concedeva un'indulgenza plenaria a tutta l'umanità, senza distinzioni. Un evento eccezionale, visto che accadeva in un periodo in cui il perdono era spesso legato alla speculazione e al denaro. La bolla, nota come Bolla del Perdono, introduceva i concetti di pace, solidarietà e riconciliazione, e poneva solo due condizioni per ottenere il perdono: l'ingresso nella basilica di Santa Maria di Collemaggio «dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività», ovvero nell'arco di tempo compreso tra la sera del 28 e quella del 29 agosto (anniversario della sua investitura) di ogni anno, e l'essere «veramente pentiti e confessati».Emanando la Bolla del Perdono, Celestino V stabilì quindi un precedente del Giubileo; la consuetudine d'un periodico anno santo infatti, che Papa Bonifacio VIII avrebbe introdotto con cadenza secolare nel 1300, trova così la sua prima formulazione (unica nel mondo a cadenza annuale) nel capoluogo abruzzese. La tradizione popolare vuole che per lucrare l'indulgenza si debba attraversare una porta specifica detta Porta Santa posta sul lato sinistro della basilica, ed aperta solo in occasione della Perdonanza, ma in realtà la bolla chiede solo di entrare nella chiesa. D'altronde, tale porta non esisteva all'epoca di Celestino V, ma fu aggiunta secoli dopo.

La Cerimonia del Perdono

La prima celebrazione ebbe luogo nel 1295 contro la volontà del nuovo pontefice Bonifacio VIII che in data 18 agosto aveva persino fatto promulgare una nuova bolla per annullare quella del suo predecessore. Il documento, che era stato conservato all'interno degli archivi comunali perché i cittadini vollero che fosse l'autorità civile a indire la Festa del Perdono, seppur rispettando il dettato di papa Celestino V, venne portato in corteo sino alla basilica di Santa Maria di Collemaggio dove venne mostrata ai fedeli. Da questo momento il 28 agosto costituì un appuntamento fondamentale per i pellegrini e i mercanti che giungevano in città, punto di passaggio oramai obbligato sulla Via degli Abruzzi che da Firenze portava a Napoli.
La cerimonia divenne ancor più importante a partire dal 1327, quando le spoglie di papa Celestino V furono traslate nella basilica aquilana e conservate in un apposito mausoleo. Nel XV secolo invece, per imitazione di quanto avveniva in occasione del Giubileo romano, venne predisposto l'accesso ai fedeli da un portale laterale denominato Porta Santa. 

La Cerimonia oggi

Con il passare dei secoli l'evento piombò tuttavia nel disinteresse generale tanto che nella seconda metà del XX secolo la cerimonia detta della Perdonanza, termine moderno derivante da un medievalismo di Gabriele d'Annunzio, era oramai limitata alla funzione religiosa e a poco altro. Solo tra gli anni settanta ed ottanta vi fu una rivitalizzazione della figura di Celestino V e del carattere universale della sua Bolla del Perdono. Nel 1983, l'allora sindaco Tullio De Rubeis decise di rilanciare la cerimonia: parallelamente alle manifestazioni religiose fu ripristinato il corteo storico (il Corteo della Bolla) per portare il documento dal Palazzo Margherita (dove era stato trasferito dalla vecchia sede del Forte spagnolo) fino alla basilica di Santa Maria di Collemaggio immediatamente prima dell'apertura della Porta Santa. L'artista Remo Brindisi fu incaricato di progettare la nuova teca a forma di aquila con cui viene portata la bolla. Grazie alla collaborazione di storici ed artisti aquilani furono inoltre messe in atto numerose altre manifestazioni di carattere civico e sociale che sono andate ad occupare l'intera settimana precedente il rito religioso accentuando il doppio carattere secolare e religioso della festa.
All'inizio del XXI secolo è stata migliorata nuovamente l'offerta di celebrazioni e spettacoli che hanno avuto luogo nella settimana santa. Basti pensare che si sono esibiti durante la Perdonanza artisti del calibro di Biagio Antonacci, Franco Battiato, Goran Bregovic, Carmen Consoli, Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Ennio Morricone, Massimo Ranieri, Zucchero e molti altri.

Il Fuoco MarRone

L'accensione del tripode posto sulla torre civica di Palazzo Margherita, denominato Fuoco del Morrone, è considerato l'inizio della manifestazione. La cerimonia ha generalmente luogo il 23 agosto. Questa tradizione si rifà al corteo con cui Pietro del Morrone, in sella ad un asino, partì dall'eremo sulla Maiella e fece il suo ingresso trionfale all'Aquila il 29 agosto 1294, giorno della sua investitura. Il pellegrinaggio iniziò il 5 luglio; vennero attraversate le località di Sulmona, Pratola Peligna e Castelvecchio Subequo e ad esso parteciparono molte personalità di spicco dell'epoca, tra le quali il re Carlo II d'Angiò, il figlio Carlo Martello ed il cardinale Pietro Colonna.Dagli anni ottanta il cammino è riproposto come evento precedente la settimana santa della Perdonanza; i tedofori arrivano in Piazza Palazzo ed accendono con la fiaccola (il Fuoco, appunto, proveniente dalle montagne del Morrone) il tripode posto sulla torre civica, la stessa in cui è custodita la Bolla del Perdono.

Il Corteo della Bolla

Proprio la bolla è la principale protagonista della manifestazione. Gli antichi statuti civici vollero che, proprio perché erano stati i cittadini a proteggerlo, fosse l'autorità civile a conservare il prezioso documento e ad indire la Perdonanza. In realtà fino al 1983 la Bolla del Perdono era sotto protezione della Soprintendenza ai Beni Culturali ed esposta in una sala secondaria del Museo Nazionale d'Abruzzo, all'interno del Forte spagnolo. Solo successivamente è stata riacquisita dal Comune e trasferita nella sede municipale, in una cappella blindata. , sede dalla quale è stata nuovamente spostata solo nel 2009 per i danneggiamenti del palazzo dovuti al terremoto del 2009.Il 28 agosto, giorno d'inizio dell'indulgenza, la bolla fa la sua annuale comparsa al cospetto della cittadinanza al termine di un corteo storico che da Palazzo Margherita raggiunge la basilica di Santa Maria di Collemaggio. La rievocazione, istituita anch'essa nel 1983 dallo storico aquilano Errico Centofanti, vede le principali autorità civili e religiose sfilare insieme a numerosi figuranti in abiti d'epoca, tutti rigorosamente ispirati alle fogge quattrocentesche tanto da recare gli antichi colori civici, il bianco e rosso, oggi non più utilizzati. Tra i "forestieri" si segnala l'annuale presenza delle autorità di Rottweil, città gemellata in virtù dell'operato di Adamo da Rottweil che introdusse nel capoluogo abruzzese la stampa a caratteri mobili, e della Nobile Contrada dell'Aquila di Siena; altro elemento interessante sono i gonfaloni dei Quarti, ovvero i rioni storici in cui fu divisa la città durante la rifondazione angioina.
Tre sono i personaggi principali tra i figuranti:
- La Dama della Bolla è la ragazza scelta per portare la Bolla del Perdono. In realtà dal 1997 per esigenze di conservazione la Dama reca solo la teca, poggiata su un cuscino, dove precedentemente era custodito il documento
- Il Giovin Signore è il ragazzo che accompagna la Dama e reca il ramo d'ulivo utilizzato nell'apertura della Porta Santa
- La Dama della Croce è la ragazza che porta il dono (la Croce appunto) con cui la cittadinanza ringrazia colui che aprirà la porta.
Il percorso comprende generalmente il passaggio per Piazza Palazzo, Corso Vittorio Emanuele II, Corso Federico II, Viale Francesco Crispi e Viale di Collemaggio sino alla basilica.

Apertura della porta Santa

L'apertura della Porta Santa indica l'inizio dell'indulgenza, ed ha luogo il 28 agosto al tramonto, cioè al termine del corteo storico. Questa tradizione trova le sue origini nel XV secolo allorché, per imitazione di quanto accadeva a Roma con il Giubileo, venne predisposto l'ingresso alla basilica di Santa Maria di Collemaggio mediante un'entrata laterale che porta così il nome di Porta Santa; in realtà la Bolla del Perdono non ne fa cenno. La cerimonia prevede la consegna del documento alla massima autorità civica (oggi il sindaco) che lo legge alla cittadinanza, contribuendo ad alimentari i valori sociali e storici del rito religioso: la Bolla del Perdono, la cui autenticità è stata riconosciuta nel 1967 da Papa Paolo VI, rimane poi esposta per un giorno intero all'interno della basilica. Quindi un cardinale, appositamente designato dalla Santa Sede, batte per tre volte sulla porta con un ramo d'ulivo, donatogli dal Giovin Signore e rende possibile l'ingresso alla basilica e quindi il raggiungimento dell'indulgenza. Il cardinale viene poi ringraziato dal sindaco con un dono consegnatogli dalla Dama della Croce.

Fonte: Wikipedia

Testo in Latino della Bolla

Il testo originale della Bolla

«Celestinus episcopus, servus servorum Dei, universis Christi fidelibus presentes litteras inspecturis, salutem et apostoli/cam benedictionem. Inter santorum solennia sancti Johannis Baptiste memoria eo est solennius honoranda, quo ipse de alve sterilis / matris procedens fecundus virtutibus, sacris eulogiis et facundus fons, apostolorum labium et silentium prophetarum, in terris Christi pre/sentiam, caliginantis mundi lucernam, ignorantie obtectis, tenebris, verbi preconio et indicis signo mirifico nuntiavit, propter quod eius / gloriosum martyrium mulieris impudice indictum intuitu misteraliter et secutum. Nos qui in ipsius Sancti decollatione capitis / in ecclesia sancte Marie de Collemayo Aquilensi, ordinis sancti Benedicti, suscepimus diadematis impositum capiti nostro insigne, / hymnis et canticis ac fidelium devotis oraculis cupimus venerabilius honorari. Ut igitur ipsius decollationis festivitas in dicta / ecclesia precipuis extollatur honoribus et populi Domini devota frequentia tanto devotius et ferventius honoretur, quanto inibi que/rentium Dominum supplex postulatio gemmas Ecclesie donis micantes spiritualibus sibi reperiet in eternis tabernaculis profuturas, omnes / vere penitentes et confessos qui a vesperis eiusdem festivitatis vigilie usque ad vesperas festivitatem ipsam immediate sequentes ad / premissam ecclesiam accesserint annuatim et omnipotentis Dei misericordia et beatorum Petri et Pauli apostolorum eius auctoritate / confisi a baptismo absolvimus a culpa et pena quam pro suis merentur commissis omnibus et delictis. Datum Aquile / III kalendas octobris, pontificatus nostri anno primo».

Testo in italiano della Bolla

«Celestino Vescovo servo dei servi di Dio, a tutti i fedeli di Cristo che prenderanno visione di questa lettera, salute e apostolica benedizione. Tra le feste solenni che ricordano i santi è da annoverare tra le più importanti quella di San Giovanni Battista in quanto questi, pur provenendo dal grembo di una madre sterile per vecchiezza, tuttavia fu ricolmo di virtù e fonte abbondante di sacri doni, fu voce degli Apostoli, avendo concluso il ciclo dei profeti, ed annunziò la presenza di Cristo in terra mediante l’annuncio del Verbo e miracolose indicazioni, annunziò quel Cristo che fu luce nella nebbia del mondo e delle tenebre dell’ignoranza che avvolgevano la terra, per cui per il Battista seguì il glorioso martirio, misteriosamente imposto dall’arbitrio di una donna impudica in virtù del compito affidatole. Noi, che nel giorno della decollazione di San Giovanni, nella chiesa benedettina di Santa Maria di Collemaggio in Aquila ricevemmo sul nostro capo la tiara, desideriamo che con ancor più venerazione tal Santo venga onorato mediante inni, canti religiosi e devote preghiere dei fedeli. Affinché, dunque, in questa chiesa la festività della decollazione di San Giovanni sia esaltata con segnalate cerimonie e sia celebrata con il concorso devoto del popolo di Dio, e tanto più devotamente e fervidamente lo sia quanto più in tale chiesa la supplice richiesta di coloro che cercano Dio troveranno tesori della Chiesa che risplendono dei doni spirituali che gioveranno nella futura vita, forti della misericordia di Dio onnipotente e dell’autorità dei suoi apostoli SS. Pietro e Paolo, in ogni ricorrenza annuale della festività assolviamo dalla colpa e dalla pena, conseguenti a tutti i loro peccati commessi sin dal Battesimo, quanti sinceramente pentiti e confessati saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività. Dato in Aquila, 29 settembre, nell’anno primo del nostro pontificato».

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