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Come ci si curava nel Medioevo? E' possibile utilizzare metodi antichi ancora oggi? Le ricette di Ildegarda sono ancora attuali? Troverete cure molto interessanti e ancora molto utilizzate tutti i giorni.

giovedì 31 luglio 2014

DOPO 24 ANNI RIAPRE L'INGRESSO A ROMA DELLA VIA FRANCIGENA



Dopo ben ventiquattro anni riapre il tratto della via Francigena che permetteva l'accesso a Roma, a nord della Capitale. La via Francigena è lunga 1600 chilometri e rappresentava il percorso che i pellegrini dovevano fare da Canterbury per arrivare a Roma per poi ripartire verso la Puglia dove li attendevano navi pronte al lungo viaggio verso la Terrasanta. Il tratto romano della via Francigena subisce alcune piccole variazioni e corrisponderebbe alla Cassia e alla Trionfale precisamente il sentiero che attraversa la Riserva dell'Insughereta e Monte Mario per un totale di 18 chilometri e 600 metri comprendendo anche il Parco di Veio. Non ci saranno barriere architettonica, la zona sarà ricca di aree verdi ed accessibili senza difficoltà. Il terreno è già percorribile e a settembre verranno installati anche cartelloni e sedute. Lungo la via sarà possibile ammirare la Tomba di Nerone, Villa Marranti e Villa Madama unitamente alle varie aziende agricole che avranno la possibilità di vendere i propri prodotti locali. 

Per i tratti più interessanti, cliccare questo sito http://www.francigenalazio.it/

TROTA IN SALSA CAMELINE


Guillaume Tirel, soprannominato Taillevent, a causa del suo finissimo olfatto, fu un vero e proprio maestro della cucina Medievale. La sua arte è arrivata a noi grazie al manoscritto Le Viandier, scritto in forma poetica nel 1380. E tra le quarantasei ricette contenute in questo testo troviamo quella per un secondo a base di pesce. La prima cosa da fare per cucinare le trote in salsa cameline, è preparare la salsa: si lasciano cinque fette di pane, senza crosta, in mezza tazza di aceto di riso, per circa cinque minuti. Alle fette, oramai morbide, si aggiungono un poco di cannella in polvere, dello zenzero grattugiato, qualche seme di cardamomo schiacciato, macis in polvere e il pepe, per poi frullare il tutto fino a ottenere una crema. Fatta la salsa, si puliscono quattro trote e si posano in una teglia con un po' di sale e acqua. Dopo averla chiusa con un foglio di alluminio, si posa la teglia in forno a 180 gradi. Trascorsi 20 minuti, si scolano i pesci dall'acqua rimasta per poi servirli con fettine di limone, qualche chiodo di garofano e la salsa cameline a parte.

Fonte: Medioevo.it

mercoledì 30 luglio 2014

BOLLA "IN NOMINE DOMINI"

Nel nome del Signore Iddio Gesù Cristo, nostro Salvatore, nell'anno 1059 dalla sua incarnazione, nel mese di aprile, nella dodicesima Indizione, alla presenza dei Santi Evangeli, sotto la presidenza del reverendissimo e beatissimo Papa apostolico, Niccolò, nella patriarcale basilica Lateranense, chiamata basilica di Costantino con anche tutti i reverendissimi arcivescovi, vescovi, abati e venerabili presbiteri e diaconi, il medesimo venerabile Pontefice, decretando con autorità apostolica riguardo all'elezione del Pontefice, disse:

"Le Eminenze vostre conoscono, dilettissimi Vescovi e confratelli (né è sfuggito ai membri di grado più basso) quante avversità abbia sopportato questa Sede Apostolica cui per volontà divina io servo, dalla morte di Stefano nostro predecessore di beata memoria, a quanti colpi e battiture sia stata sottoposta per opera dei trafficanti simoniaci; a tal punto, che la colonna del Dio vivente così scrollata sembra quasi vacillare e che la sede del Sommo Pontefice è costretta dalle tempeste ad inabissarsi in profondità di naufragio. E perciò, se piace ai miei confratelli, con l'aiuto di Dio dobbiamo saggiamente affrontare le eventualità future e provvedere per il futuro alla costituzione ecclesiastica, si che i mali risorgendo (non sia mai) non prevalgano. Dunque, appoggiandoci sull’autorità dei nostri predecessori e degli altri Santi Padri, e stabiliamo: che, quando il Pontefice di questa universale Chiesa Romana muore, prima i cardinali vescovi decidano tra loro con la più diligente considerazione poi chiamino i cardinali chierici; e allo stesso modo si associno poi il resto del clero e il popolo, per consentire alla nuova elezione; affinché il tristo morbo della venalità non abbia qualche occasione di infiltrarsi siano i religiosi a condurre l’elezione del futuro Pontefice e tutti gli altri li seguano. E certo quest’ordine di elezione viene valutato giusto e legittimo, se, osservate le regole e le azioni dei vari Padri, si richiama quella nota frase del nostro beato predecessore Leone: "Nessuna ragione permette" disse "che si considerino tra i Vescovi coloro che non furono eletti dai chierici, né richiesti dal popolo, né consacrati dai vescovi comprovinciali con l’approvazione del metropolita". Poiché la Sede Apostolica è al di sopra di tutte le chiese in tutta la terra, e non può quindi avere su di sé un metropolita, non c’è dubbio che i cardinali vescovi abbiano funzione di metropolita, portando il sacerdote eletto al sommo della dignità apostolica.

Lo eleggano dal seno della chiesa di Roma, se è trovato degno, altrimenti lo si prenda da un’altra Chiesa. Salvo restando il debito onore e la reverenza verso il nostro diletto figlio Enrico che è ora chiamato re e che si spera sarà con l’aiuto di Dio il futuro imperatore, come gli abbiamo concesso, e verso i successori di lui che personalmente chiederanno questo privilegio a questa Sede Apostolica.

Che se la perversità di uomini empi ed iniqui prevarrà tanto, da rendere impossibile nell’Urbe un’elezione incorrotta, genuina e libera, i cardinali vescovi con i chierici e con i laici cattolici, sia pur pochi, abbiano il potere di eleggere il Pontefice della Sede Apostolica, dove stimino più opportuno.

Se, terminata completamente l’elezione una guerra o un qualunque tentativo di uomini per malizia si opponga a che l’eletto prenda possesso della Sede Apostolica secondo la consuetudine, ciò nonostante l’eletto abbia l’autorità di reggere come Pontefice la Santa Chiesa Romana, disponendo di tutte le sue prerogative, come sappiamo fece prima della sua consacrazione il beato Gregorio.

Ma se qualcuno, contrariamente a questo nostro decreto promulgato in sinodo, verrà eletto o considerato o insediato in trono attraverso la rivolta, la temerarietà o qualunque altro mezzo, sia da tutti creduto e considerato non Papa ma Satana non apostolo, ma apostata e con perpetua scomunica per autorità divina e dei santi apostoli Pietro e Paolo, insieme con i suoi istigatori, partigiani e seguaci, venga scacciato e respinto dalle porte della santa cristianità di Dio, come Anticristo, nemico e distruttore di tutta la Cristianità. E non. gli si dia alcuna udienza riguardo a ciò ma in perpetuo sia privato della dignità ecclesiastica di qualunque grado essa sia stata. Con la stessa sentenza sia punito chiunque sarà dalla sua parte o gli renderà qualsiasi omaggio, come a un Pontefice, o presumerà di difenderlo. E chi temerariamente si opporrà a questo nostro decreto e nella sua presunzione tenterà di confondere e turbare la Chiesa Romana contro questo statuto, sia condannato a perpetuo anatema e scomunica e sia considerato tra gli empi che non risorgeranno nel Giudizio; senta contro di sé l’ira dell'Onnipotente, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e in questa vita e in quella futura esperimenti il furore dei santi apostoli Pietro e Paolo, la cui Chiesa egli presunse sconvolgere; la sua casa sita deserta e nessuno abiti nelle sue tende; i suoi Figli sian orfani e sua moglie vedova; venga scacciato nello spavento lui e i suoi figli e mendichino e siano respinti dalle loro case; l’usuraio si impadronisca della sua sostanza e stranieri approfittino dei frutto delle sue fatiche; tutta la terra combatta contro di lui e gli elementi gli siano avversi e i meriti di tutti i santi defunti lo confondano e mostrino aperta vendetta su di lui in questa vita.

La grazia di Dio Onnipotente protegge coloro che osserveranno questo decreto e per l'autorità dei santi apostoli Pietro e Paolo li assolva da ogni peccato.

Io, Niccolò, vescovo della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ho firmato questo decreto da noi promulgato come sopra si legge. Bonifacio, per grazia di Dio vescovo di Albano, ho firmato. Umberto, vescovo della Santa Chiesa di Silva Candida, ho firmato. Pietro, vescovo di Ostia, ho firmato, ed altri vescovi, in numero di settantasei, unitamente al presbiteri e diaconi, hanno firmato".

Dato nella Basilica Lateranese, 12 aprile 1059

TROVATA A VITERBO LA VERA SALA DEL CONCLAVE?

Vera sala conclave 03

La Sala del Conclave presso il Palazzo dei Papi di Viterbo è ben visibile: è una sala molto grande, spoglia, senza affreschi...nulla di nulla...è possibile che non è quella la vera sala del Conclave? Il giornalista viterbese Giovanni Faperdue ha scoperto una sala nascosta che forse era proprio adibita all'elezione pontificia. 
Ricordiamo gli antefatti: era l'Anno Domini 1271 e la storia della prima fioritura del Comune di Viterbo ricorda come Raniero Gatti, Capitano del Popolo, dette ordine di scoperchiare il tetto della Sala del Conclave per convincere i cardinali a scendere a compromessi circa l'elezione del successore di Pietro (ricordiamo che all'epoca il conclave era letteralmente sostenuto anche economicamente dalla popolazione) dopo quasi tre anni di sedevacante. Al termine del Conclave fu eletto Tebaldo Visconti, arcidiacono di Liegi, che assumerà il nome di Gregorio X e da quel momento in poi fu clonato il neologismo "conclave" (clausi cum clave - chiusi a chiave). La vera sala del conclave dovrebbe essere la Sala Gualtiero, riccamente affrescata e situata proprio vicino al salone del Conclave accedendo dalla porta che dà verso l'episcopio. la stanza misura circa duecento metri quadri e appare davvero ideale per un'elezione pontificia anche dato l'esiguo numero dei cardinali. L'indizio che fa capire che questa potesse essere stata la vera sala del conclave, è l'urgente bisogno del restauro del tetto. La sala ha affreschi bellissimi che necessitano di un intervento tempestivo in quanto rovinati dall'umidità che trapela proprio dal tetto.

Vera sala conclave 01

Foto tratte dal sito: http://www.lafune.eu/

IN VIA PORTUENSE, A ROMA, SCOPERTE TERME E LUOGHI DI CULTO

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Durante alcuni scavi per il raddoppio della carreggiata dia viale Portuense, sono state rinvenute terme maschili, femminili e un luogo di culto per quella che non è esagerato definire una vera e propria stazione di servizio per coloro i quali si recavano a Roma da Fiumicino o da qui partivano per il mare. L'area è stata presentata il 25 luglio 2014 da Laura Cianfriglia, archeologa responsabile, dal presidente del Municipio XI Masini e dall'assessore ai Lavori Pubblici. L'attuale via Portuense ricalca il tracciato antico della via Portuensis che incrocia via Campana: era una strada di grandissima importanza commerciale dato che qui vi passavano non solo tessuti ma anche olio, sale e tutte importazioni necessarie ad una città che in quel momento era in fase di espansione. Le sole strutture emerse a febbraio 2014 verranno aperte su prenotazione grazie alla Soprintendenza Archeologica. Di particolare interesse è una vasca in cocciopesto alta due metri. Secondo la dottoressa Barbera ""I lavori degli ultimi anni confermano la ben nota alta densità di presenze antiche attestata dalle fonti scritte e confermata dagli scavi eseguiti negli ultimi decenni. Dopo il restauro le testimonianze restituite dagli scavi, secondo il consolidato orientamento dello Stato, saranno restaurate e esposte al pubblico in una sede della Soprintendenza appartenente al territorio di provenienza".

IL TESORO DEL MEDICO PORTOGHESE


GiovanniXXI.jpgFu uno dei piú grandi uomini di scienza del XIII secolo e la sua fama era diffusa in tutto l’Occidente latino. Eppure papa Giovanni XXI – al secolo Pietro di Giuliano o Pietro Ispano –, autore di trattati e ricettari studiati ancora molti secoli dopo, sarà ricordato, soprattutto, per il singolare incidente che, dopo soli otto mesi di pontificato, ne segnerà la tragica morte. Nato in Portogallo, probabilmente intorno al 1220, un Petrus medicus qui dicitur Hispanus è citato, dal 1245 al 1254, in diversi documenti che lo dicono a Siena, dov’era impegnato anche nell’insegnamento della medicina presso lo Studio della città. Ma Pietro di Giuliano (noto anche come Pietro Ispano, appunto) inizia a far parte della curia pontificia soltanto a partire dal 1261, dapprima al seguito del cardinale Ottobono Fieschi (futuro papa Adriano V, suo diretto predecessore). Al 1261 risale anche un altro documento in cui, a Perugia, un «maestro Pietro medico Ispano», con altre persone, viene condannato dal podestà per falsificazione di moneta e alchimia. Nel 1273 Gregorio X lo nomina cardinale vescovo di Tuscolo, titolo con cui, nell’anno successivo, partecipa al concilio di Lione, seduto alla destra del pontefice accanto a un’altra grande figura del Duecento, citata con il nome di Bonaventura (vescovo) di Albano. Il 18 agosto 1276 Adriano V muore e, 28 giorni dopo, Pietro viene eletto a Viterbo con il nome di Giovanni XXI. Otto mesi piú tardi, il 14 maggio 1277 il neopontefice viene colpito dal crollo del tetto di una parte dell’appartamento papale di Viterbo, citata nelle fonti come «camera nova fatta da egli stesso costruire». Muore sei giorni dopo. I cronisti contemporanei videro nella morte accidentale del papa il castigo divino per non avere rispettato le decisioni del concilio, per non avere protetto i Domenicani, colpiti dalle condanne del 1277, e per le pratiche magiche a cui sembrava dedicarsi. E fu anche a causa dell’uso di sospette pratiche dell’elixir che la morte improvvisa del papa provocò stupore e fece nascere diverse leggende. Tolomeo da Lucca ricorda che «benché uomo di grande scienza, egli era precipitoso nel parlare, mite soltanto nei costumi» e siccome «era facile accedere alla sua presenza, i suoi difetti erano manifesti a tutti. E ciò è contrario all’insegnamento del Filosofo che afferma che i facta principum personalia non devono apparire al cospetto degli uomini, ma soltanto i gesti pubblici, per i quali il Principe deve rispondere di fronte al popolo». Nelle cronache del francese Guglielmo di Nangis è scritto che «papa Giovanni XXI sebbene avesse creduto di poter allungare di parecchi anni la durata della sua vita, e lo avesse persino affermato sovente di fronte a molte persone, morí improvvisamente». 
Il brevissimo pontificato di Giovanni XXI si inserisce nel ventennio 1260-1280, in cui la Curia romana risiedette quasi ininterrottamente a Viterbo, che fu anche sede, tra l’altro, della piú lunga vacanza della sede apostolica (1268-1271). Nel XII e XIII secolo la mobilità della corte pontificia non dipese soltanto dalla volontà di sfuggire alla malaria romana, vero e proprio flagello per gli abitanti dell’Urbe durante i mesi estivi.
A fare di Viterbo la città in cui la Curia romana soggiornò piú a lungo nel Duecento fu piuttosto la presenza di numerosi bagni di acque termali. Matteo Paris ricorda, per esempio, che Gregorio IX «aveva molti calcoli, era molto vecchio e aveva bisogno di bagni in cui era solito ristorarsi a Viterbo». Non sorprende dunque che prelati benestanti abbiano preso di mira la città per investimenti fondiari. L’astronomo e matematico Campano da Novara (†1296), che fu anche cappellano e medico presso la curia pontificia, vi fece costruire un’importante dimora che abitò negli ultimi anni della sua vita. E in effetti Viterbo, che ha ospitato la corte papale piú di ogni altra località laziale o umbra, è anche la città dello Stato pontificio con il maggior numero di acque termali. In quegli anni, nella corte pontificia di Viterbo, si formò un «circolo» fra i piú eminenti dell’Occidente latino nel campo della produzione e trasmissione di opere scientifiche. Uomini di scienza di alta fama europea, come il già citato Campano da Novara, Witelo o Vitulo, celebre matematico di origine slesiana, Guglielmo di Moerbeke, Giovanni Peckham, Simone da Genova e lo stesso Pietro Ispano fecero della Curia il piú grande laboratorio culturale d’Europa per lo studio delle scienze «nuove», le scienze del corpo, elaborando, tra l’altro, le tre piú importanti opere sull’ottica prodotte nel Basso Medioevo. Questi uomini esprimono una cultura di corte per molti aspetti simile a quella della leggendaria corte federiciana, con la quale, nei decenni precedenti, avevano avuto rapporti fecondi.
In entrambe le corti, competenze in campo medico e scientifico davano un prestigio di altissimo livello e, soprattutto, troviamo in entrambe l’interesse per gli studi sulla fisiognomica, sulla prolongatio vitae, sul concetto di elixir, sugli scritti di Avicenna, senza dimenticare che sia presso la corte papale che in quella normanno-sveva c’era una profonda conoscenza della lingua e della cultura araba, elemento quest’ultimo sostanziale nel processo di formazione del pensiero scientifico e filosofico dell’Occidente latino. 
L’opera piú nota del medico portoghese è un piccolo ricettario, composto intorno alla metà del XIII secolo, con ogni probabilità nel periodo in cui l’autore insegnava presso lo Studio Generale di Siena. Pietro unisce in un unico testo, ordinato nella forma a capite ad pedes («dalla testa ai piedi»), alcune centinaia di ricette ricavate dai piú conosciuti trattati medici a lui disponibili, non sempre trascritte fedelmente, indicando alla fine di ognuna il nome dell’autore e, in alcuni casi, il titolo dell’opera originaria; figurano, tra gli altri, Avicenna, Costantino Africano, Dioscoride, Galeno, Gilberto Anglico, Hali Abbas, Macer Floridus, Matteo Plateario, Plinio, Sperimentatore, Trotula e Isacco. Il titolo chiude in sé l’intento del libro, concepito come Thesaurus Pauperum, il tesoro di ogni povero. 
Il futuro pontefice accompagna i lettori in un mondo in cui, per la salute del corpo si ricorre a ingredienti oggetto di sperimentazione e, al tempo stesso, ingredienti certificati dal loro uso consuetudinario. Si è disposti, se necessario, a provare il rimedio di una vetula, una «vecchietta» (termine che indica prestigio e malignità), o perfino una ricetta che il «demonio» lasciò «a una certa donna da lui sottomessa, avendo preso la forma di un uomo» (accepta forma hominis). La parola che indica la malattia, infirmitas, non conosce distinzione netta tra povero, malato o pellegrino. Il termine denota piuttosto una condizione generale di sofferenza, di debolezza, di privazione di dignità, l’infirmitas, insomma, non è una momentanea corruzione della salute, ma è la norma. In quest’opera, cosí come nella cultura medica contemporanea, la malattia è considerata la conseguenza di un disequilibrio del temperamento (complexio) della persona. 
Uno dei quattro umori del corpo – sangue, flegma, bile nera, bile gialla – in eccesso o in difetto provoca un’alterazione degli elementi caldo, freddo, umido o secco. In base a questi principi gli umori in eccesso possono essere ridotti attraverso l’uso di un medicamento con qualità opposte rispetto a ciò che ha provocato la malattia. Ma è il principio della sperimentazione che permette di certificare l’efficacia di alcuni rimedi. Piú volte la terapia è affidata all’applicazione degli ingredienti per analogia (secondo il principio similia simílibus curantur): il capelvenere per la cura dei capelli, il corno destro del montone per il dolore della parte destra del capo, il sangue mestruale per la prevenzione del concepimento, ecc. La pratica sessuale in alcuni paragrafi è affrontata in modo apparentemente singolare: si legge che il grasso di maiale o di capra spalmato sul pene eccita il desiderio sessuale e aumenta il piacere della donna, che il seme della lattuga secca lo sperma e seda il desiderio e che la verbena impedisce l’erezione, rende effeminati (exfeminatus) e inabili all’atto sessuale. Un particolare verme può trasformare un uomo in un eunuco (enuchus in perpetuum) e ancora «il succo della menta immesso nella vulva, durante il coito, impedisce il concepimento». 
Non mancano rimedi utili a preservare la «bellezza» del corpo. E può essere interessante sottolinearne alcuni, poiché si riferiscono a un canone estetico che, a ben vedere, non è particolarmente distante da quello attuale; tra i suggerimenti proposti, si può leggere che il legno di edera schiarisce i capelli, se usato per un solo lavaggio del capo «i capelli saranno biondi per due mesi»; oppure «se la vergine avrà unto spesso le sue mammelle, fin dall’inizio, con il succo di cicuta, esse resteranno sempre piccole, dure e sode», e ancora «per eliminare le rughe dal viso e ogni altro difetto, trita la radice secca del cetriolo selvatico, passa al setaccio e mescola con acqua».
È possibile oggi vedere in Pietro Ispano, nel percorso della sua vita terminata a Viterbo il 20 maggio del 1277, un simbolo della cultura dei secoli finali del Medioevo. Ed è anche con lui che Viterbo diviene, per la prima e unica volta, il centro piú importante di tutto l’Occidente nell’ambito del pensiero scientifico. Ma, al tempo stesso, con la sua opera piú conosciuta, il Tesoro dei Poveri, Pietro Ispano ci mostra come la storia del corpo, nel Medioevo, sia parte essenziale della sua storia globale. Come metafora di città, Chiesa, umanità; come simbolo di coesione o conflitto, tra glorificazione e umiliazione, il corpo di ogni uomo diviene uno dei principali protagonisti della società e della civiltà medievale. 

Fonte Medioevo.it

Articolo di Luca Pesante tratto da Medioevo n° 183 Aprile 2012

COLOSSEO: LA PRIMA FASE DEI LAVORI FINANZIATI DA TOD'S


Il Colosseo torna a respirare: grazie al padron di Tod's Della Valle, il Colosseo sarà completamente restaurato entro marzo 2016. Per ora sono state restaurate le prime cinque archi dell'Anfiteatro più importante e maestoso del Mondo. In una conferenza stampa indetta insieme a Mariarosaria Barbera, soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, Della Valle si è tolto, giustamente, qualche sassolino dalla scarpa sperando in un intervento simile al suo anche per Pompei che, ricordiamo, rischia di non essere più nella lista dell'Unesco. 
"Oggi è la prima volta dopo tanti anni di parole - ha detto il patron della Fiorentina - che possiamo vedere qualcosa che realmente è accaduto il primo pezzo di monumento lo vediamo finalmente restaurato''. Il progetto, finanziato con ben 25 milioni di euro punta a far riemergere dalle ceneri di smog ed inquinamento gli antichi colori dell'Anfiteatro inaugurato nell'80 d.C. da Vespasiano, giallo, ocra, miele ed avorio. "A fine settembre scenderanno i ponteggi anche dalle successive cinque arcate. - spiega la direttrice del Colosseo, Rossella Rea- . Nel frattempo se ne stanno punteggiando altre. In tutto sono ottanta. Tutto il Colosseo restaurato si prevede a marzo 2016". Con "l'operazione Colosseo abbia aperto una strada - ha proseguito Della Valle - che ha permesso, anche sotto una sfaccettatura legale, di leggere cio' che si puo' fare. Tutti quelli che vogliono investire per sostenere il grande patrimonio culturale possano farlo con piu' facilita' e hanno meno alibi per non farlo". L'imprenditore si e' augurato che "che molti altri imprenditori si attivino per i monumenti messi a posto. Mi faro' carico di chiamare amici imprenditori per destinare parte dei loro utili a queste cose". Su questo tema Della Valle ha citato anche il caso di Pompei. "Se ci fosse la possibilita' di dire 'queste cose potete farle in tempi brevi' si potrebbero mettere a posto tutte queste grandi bellezze italiane. Penso a Pompei, a Caserta, che vergogna, ma perche' questi posti ancora non vengono messi a posto? Cosa ci vuole? Quali sono i lacci e lacciuoli che impediscono di dire a chi si vuole impegnare che 'queste cose gliele facciamo fare in fretta'?"

Fonte: Ansa.it


IL COLOSSEO IN EPOCA MEDIEVALE

martedì 29 luglio 2014

CHEF STELLATI A CASTELLO 2014- LA TAVOLA DELLE NOBILI FAMIGLIE


Dalla cucina nobile delle più blasonate dinastie italiane, dove i ricettari antichi hanno fatto storia, al territorio emiliano, nel cuore della Food Valley dove ancora oggi chef stellati di ristoranti famosi e giovani cuochi delle migliori trattorie di tradizione interpretano prodotti tipici e menù caratteristici. Sono due le edizioni speciali ede esclusive della rassegna “Chef Stellati a Castello”, curata da Associazione Castelli del Ducato di Parma e Piacenza, nel 2014: venerdì 10 ottobre nel Castello di Rivalta, maniero incantevole sul tranquillo Fiume Trebbia e venerdì 7 novembre all’Antica Corte Pallavicina di Polesine Parmense sul Grande Fiume Po. Aspettando Expo 2015. Otto le mani che firmano ciascuna delle due cene da gourmand: due chef stellati a serata dell’Associazione Chef to Chef Emilia Romagna Cuochi, coordinati dallo chef pluripremiato Massimo Spigaroli; un giovane talentuoso e promettente cuoco di una delle migliori scuole alberghiere del territorio; uno chef che firma i menù di una trattoria di alta tradizione. E mentre si cena, seduti nelle tavole elegantemente addobbate nei Castelli, uno storico del territorio – autore di libri e narratore – racconterà piacevoli aneddoti, curiosità che sorprendono sul galateo ed il bon ton di ieri e di oggi, piccoli segreti di cucina delle nobili famiglie, cronistorie che non ti aspetti. 
L’edizione 2014 collega lo studio della gastronomia storica con l’evoluzione che caratterizza ogni cucina territoriale, rendendola inconfondibile ed unica.
“I Castelli del Ducato attraverso “Chef Stellati a Castello” ma come in ogni loro altra iniziativa di richiamo nazionale puntano a connettere sempre il passato, il presente ed il futuro: in questa rassegna lo fanno “a tavola”, preparata nel suggestivo luogo storico del maniero, ideale centro di uno spazio gastronomico peculiare per storia, biodiversità e cultura” come ha sottolineato Massimo Spigaroli, coordinatore del carnet.
Le cucine storiche delle nobili famiglie del territorio di Parma e Piacenza, che vissero nei Castelli del Ducato, rappresentano una occasione unica per costruire e presentare una tavola, anche attualizzata, dove si esprimono le mitologie e le culture storiche gastronomiche delle piccole ma importantissime corti padane – ha spiegato il professor Mario Calidoni, ricercatore e autore di saggi – Andare a cena, a tavola nei Castelli del Ducato, non vuole essere soltanto una semplice rievocazione, seppur così ricca di suggestioni e di fascino, ma anche una riflessione sul cibo del territorio e sul suo futuro in un momento di grande svolta per la cultura alimentare del paese”.
Per la prima volta uno storico, un ristoratore del territorio, uno chef e un futuro cuoco (brillante alunno di scuola alberghiera) costruiscono insieme il menù e l’evento gastronomico dove alle portate e alla illustrazione del cibo, si alternano considerazioni storiche e culturali sulla imprescindibile evoluzione che il mangiare ha come qualsiasi cosa di natura umana” hanno concluso Massimo Spigaroli e Mario Calidoni
I commensali assaggeranno: i piatti della storia; il piatto tipico del mangiare in trattoria; il piatto del futuro che reinterpreta la cucina storica. Aspettando Expo 2015.
Lo storico che vi condurrà in un viaggio affascinante al Castello di Rivalta è il Professor Mario Calidoni, cultore di storia locale che inserisce da sempre questo interesse nel più vasto ambito della cura e dell'attenzione ai Beni Culturali e al territorio, sensibilità sviluppate anche nella sua professione educativa. Fa parte della Commissione nazionale ICOM (International Council of Museum) "Educazione e mediazione" e ha pubblicato vari saggi sulla educazione al Patrimonio in ambito scolastico e divulgativo. Leggere la cucina delle famiglie nobili come " bene culturale" è lo spirito che anima i suoi interessi per il cibo e la gastronomia storica. Ha recentemente dato alle stampe " La Dispensa dei Sanvitale" .
Ulteriori sorprese – il nome del secondo storico, gli attesi Chef, i menù – verranno annunciati prossimamente.
La rassegna realizzata da Associazione Castelli del Ducato di Parma e Piacenza è in collaborazione con Chef to Chef Emilia Romagna Cuochi, Regione Emilia Romagna - Unione Appennino e Verde, Provincia di Parma, Provincia di Piacenza, Camera di Commercio di Parma e Camera di Commercio di Piacenza, Istituto Statale di Istruzione Superiore Agraria e Alberghiera G. Raineri-G. Marcora di Piacenza. Partecipa alle serate Acqua Norda, Ac Pallavicina ed altri sponsor.
comunicato stampa in corso di aggiornamento per le sponsorship, dettagli e news
I menù ed il programma completo della rassegna “Chef Stellati a Castello – Ricordanze di Sapori nei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza” sarà disponibile nei dettagli sul sito www.castellidelducato.it .
Per informazioni e prenotazioni: Associazione Castelli del Ducato di Parma e Piacenza – Club di Prodotto
Tel. 0521.823221; 0521.823220 – fax 0521.822561 - www.castellidelducato.it - info@castellidelducato.it

TW @CastelliDucato
Ufficio Stampa: dott.ssa Francesca Maffini – segreteria@castellidelducato.it - ufficiostampamaffini@libero.it mob. 349.8330259.


(per il web & Seo, citare la fonte: Francesca Maffini Ufficio Stampa – Castelli del Ducato)

MORTE AL TIRANNO: LA CONGIURA DEI PAZZI

Disteso sul letto, Piero, figlio di Cosimo de' Medici, cui era succeduto nella guida di Firenze nel 1464, oramai stava per passare all'altro mondo. In realtà fin da giovane la sua salute era stata pessima (non per nulla lo soprannominarono “il Gottoso”), ma stavolta ogni speranza era vana. Chiunque, nell'ora della fine, avrebbe pensato alla propria anima e passato in rassegna i peccati e le buone azioni della propria vita. Chiunque, ma non Piero. Fino all'ultimo, tentò infatti di placare tanto le ambizioni dei nemici quanto il fanatismo dei suoi seguaci, ma, per farlo, non aveva altro strumento che la lingua, spossato com'era nel fisico dalla lunga malattia. A questi suoi “onestissimi pensieri” si frappose, infine, la morte, avvenuta il 2 dicembre 1469. Fu sepolto nella vecchia sacrestia di San Lorenzo, “e furno le sue esequie fatte con quella pompa che tanto cittadino meritava”, narra il Machiavelli, pieno di ammirazione. Firenze intera pianse la perdita di Piero. Il dolore e la mestizia, tuttavia, furono accantonati in fretta perché incombeva l'annoso problema della successione nella guida della città. A chi affidare lo Stato dunque? Nonostante i subdoli tentativi veneziani di favorire la restaurazione di un'oligarchia allargata, i principali esponenti delle famiglie fiorentine implorarono il figlio di Piero, Lorenzo, affinché si assumesse la cura della politica cittadina. Quest'ultimo accettò, associandosi però nell'oneroso incarico il fratello minore Giuliano, di quattro anni più giovane. Appena maritato alla principessa romana Clarice Orsini, Lorenzo era all'epoca solo ventenne, eppure già aveva in sé le doti del principe perfetto: era colto grazie all'educazione impartitagli dalla madre, Lucrezia Tornabuoni, acutissimo, fascinoso, amante della poesia. Non bisognava farsi ingannare dalle maniere gentili e dall'apparente semplicità: aveva spiccate doti diplomatiche, intuito politico e la spregiudicatezza necessaria per perseguire qualunque risultato. All'occorrenza poteva perfino divenire spietato, come dimostrò quando inviò bande mercenarie contro la ribelle Volterra per metterla a sacco. Era, senza ombra di dubbio, un uomo straordinario, eccezionale, “Magnifico”, come lo definirono. Se è vero che per dominare sulla città fiorentina tre erano i requisiti, ossia “buoni rapporti di parentela con le altre famiglie che contavano, ricchezza e accesso alle cariche pubbliche” (Franco Cardini), Lorenzo riuscì a soddisfarli perfettamente per tutta la lunga durata del suo governo, come del resto avevano fatto Cosimo e Piero. Unica pecca: tra poesie d'amore, piene di fiori e di api, e incontri diplomatici, non era infrequente che il Magnifico trascurasse i suoi doveri e responsabilità nella gestione dell'attività bancaria. Non a caso, Giovanni Tornabuoni, direttore della banca Medici a Roma, dovette fronteggiare più di un bilancio negativo, mentre Lorenzo, forse con ingratitudine, si disinteressava dell'impresa di famiglia e delle sue alterne vicende. Quali che fossero le sue colpe e le sue virtù, le fonti dell'epoca, anche le più autorevoli, parlano, riferendosi agli anni in cui Lorenzo reggeva lo Stato fiorentino, di “somma pace per la città”, di cittadini “uniti”, di una potenza detenuta dal Magnifico tale “che nessuno si ardiva a contradirlo”. In politica estera non fu da meno: tutt'oggi infatti gli storici restano sorpresi della serenità, dell'armonia che Lorenzo seppe dare all'Italia intera, asservendo ogni sua dote politica al rafforzamento degli accordi presi con la pace di Lodi (1454) e dei rapporti fra gli Stati all'interno della Lega Italica. Di questi due capolavori della diplomazia, infatti, l'artefice fu Cosimo, ma chi loro diede piena applicazione fu il Magnifico, non per nulla chiamato sovente “l'ago della bilancia” della politica italiana. Fin qui sembrerebbe ci fossero, per Lorenzo e i Medici, ben poche nubi all'orizzonte. Tuttavia, sebbene silenziosamente, si profilavano dei gravi mutamenti rispetto all'assetto costituitosi sotto Cosimo e Piero. D'altra parte a Firenze, nel 1470, racconta Luzzatto, si contavano circa 32 case bancarie, agguerrite le une con le altre e con i Medici stessi in un regime di spietata competitività, e
moltissime erano le famiglie dell'aristocrazia che, come era prevedibile, avevano iniziato a divenire sempre più insofferenti al potere mediceo, per quanto si celasse dietro le formalità delle istituzioni repubblicane (secondo la prassi avviata da Cosimo). Le cronache dell'epoca raccontano che spesso Lorenzo fu addirittura costretto, con suo grande rammarico, a partecipare ad ogni sorta di assemblea politica, al fine di assicurarsi che i suoi stessi sostenitori votassero in suo favore. Facile intuire perciò che i nemici, in tempi relativamente brevi, aumentarono, fino a raggiungere proporzioni inquietanti. Anzitutto c'era il papa, Sisto IV, un francescano genovese di nome Francesco della Rovere. A dirla tutta, i rapporti tra questo e il Magnifico erano iniziati piuttosto bene, in quanto Lorenzo, come lui stesso narra nei suoi brevi “Ricordi”, viaggiò personalmente a Roma per assistere all'incoronazione del nuovo pontefice (1471), dal quale ricevette in dono degli splendidi busti antichi raffiguranti Augusto e Agrippa. Ma il nuovo papa, in realtà, dimostrò molto presto, attraverso una politica “nepotista”, tesa a piazzare parenti e amici in posizioni politiche e religiose strategiche, di avere ambizioni difficilmente conciliabili con l'esistenza di un potentato peninsulare come quello mediceo. Poi c'erano i Pazzi. Erano una famiglia antichissima, tanto che, per dirne una, Pazzo de' Pazzi aveva partecipato alla prima Crociata. Fecero enorme fortuna nell'attività bancaria e divennero, proprio come i Medici, una potenza economica mondiale. D'altro canto non ogni famiglia benestante poteva permettersi di far costruire una cappella come quella che commissionarono al Brunelleschi e che ancora oggi si trova nei pressi di Santa Croce. Va detto che i primi rapporti con i Medici furono buoni, vista l'amicizia dei Pazzi con Cosimo. Dopo di lui, tuttavia, le due famiglie entrarono sempre più in competizione, e, con essa, vennero i reciproci rancori, sfociati, come si vedrà, in uno degli eventi più drammatici dell'intera Storia fiorentina.
Non deve sorprendere, in quest'ottica, la sintonia che trovarono Sisto IV e i Pazzi, legati com'erano dal comune disprezzo per la casata medicea. I conflitti con quest'ultima non tardarono ad arrivare: il primo caso eclatante fu quello relativo a Imola, nel 1473. Sisto IV la voleva ottenere da Gian Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, per consegnarla al suo nipote prediletto, il conte Girolamo Riario, “grasso, rozzo e violento”, come lo ha definito Hibbert. Il prezzo per riscattarla era di 40.000 ducati (una somma non da poco). Dove reperì tanto denaro il pontefice? Dai Pazzi, neanche a dirlo. In realtà, Sisto IV si era rivolto prima di tutto alla banca Medici, ma Lorenzo, vista la posizione strategica di Imola per la difesa di Firenze, preferì non mettere in mano al papa la città, inventandosi delle scuse per cui non poteva concedere il prestito. Solo allora il pontefice ritenne di doversi rivolgere ai Pazzi, i quali, nonostante le pressioni ricevute dal Magnifico, non esitarono ad accordare il denaro al papa, che così non ebbe problemi a mettere le mani su Imola. La vicenda segnò una svolta nei rapporti tra Lorenzo e i Pazzi, poiché la rivalità non riguardava più esclusivamente l'ambito commerciale, ma si stava tramutando rapidamente in una lotta per il predominio politico su Firenze. Nel luglio 1474, quasi a voler sancire l'alleanza, Sisto IV tolse ai Medici l'incarico, da loro detenuto storicamente, di banchieri di fiducia del Papato, preferendo al loro posto proprio i Pazzi.
Come se non bastasse, una ulteriore circostanza acuì le tensioni. La questione ebbe origine allorquando bisognava assegnare la carica di arcivescovo di Firenze, rimasta vacante nel 1474. Chi scegliere? Il papa appoggiava Francesco Salviati, nobile fiorentino, non esattamente amico dei Medici, ma il Magnifico gli si oppose strenuamente, e riuscì a far nominare Rinaldo Orsini, fratello di Clarice, sua moglie. Il Salviati divenne poco dopo arcivescovo di Pisa, sempre con l'appoggio del papa, sebbene anche in questo caso Lorenzo si fosse opposto strenuamente. Se dunque, dopo gli attriti per Imola, i suoi rapporti con Sisto IV e i Pazzi si erano incupiti, ora erano divenuti di aperta ostilità. Ormai si veniva delineando una realtà in cui lo scontro era inevitabile. Possiamo comunque ipotizzare che Lorenzo non fosse eccessivamente impensierito dai turbamenti di quelle fasi delicate: del resto chi meglio di lui sapeva che “di doman non v'è certezza”?


LIBERTA'! LIBERTA'!

Le fonti sono concordi nel sostenere che chi mostrò per primo l'intenzione concreta di ordire un colpo di Stato contro i Medici fu, nell'estate del 1477, Francesco de' Pazzi, il quale si occupava
della direzione della banca di famiglia a Roma. Questi non era esattamente quel che si dice un vir bonus. I fiorentini, con la loro schietta ironia, lo denominarono “Franceschino”, per via della bassa statura, sia fisica che morale. Tutti erano al corrente della sua amicizia con Sisto IV, non certo benvoluto a Firenze, e si era anche sparsa la voce che nutrisse una disistima profonda per i suoi concittadini, che, come si sarà immaginato, finirono per detestarlo. Eppure l'idea di spodestare i Medici riscosse un immediato successo, agevolato dagli interessi politici ed economici in ballo, a proposito dei quali discorrevamo fino a poco fa. Girolamo Riario e Francesco Salviati (tutti personaggi che abbiamo già nominato) si mostrarono subito disponibili al complotto contro Lorenzo, l'uno perché non si era affatto accontentato di dominare solo su Imola, l'altro per la pervicacia mostrata dal Magnifico nell'ostacolare la sua carriera. Tramare, dopotutto, era la cosa che sapevano fare meglio. Una delle prime proposte fu quella di un attacco militare a Firenze, ma l'ipotesi venne scartata senza troppi problemi, poiché si sapeva che sarebbe stata una guerra “lunga pericolosa ed incerta” e che, sicuramente, per via del sistema politico prodottosi con la Lega Italica, qualche altra potenza sarebbe accorsa in difesa degli assediati. Rimaneva perciò un'unica via percorribile: la congiura. Per quanto ardito fosse l'azzardo, le probabilità di riuscire nell'impresa, almeno secondo i cospiratori, non erano poi tanto incerte, considerato che Lorenzo girava per le strade della sua città solo, disarmato e ben lungi dal sospettare simili piani. Enormemente più problematica, almeno all'apparenza, era la questione relativa a Giuliano: anche togliendo di mezzo il Magnifico, non sarebbe forse rimasto suo fratello a rivendicare pretese nella guida di Firenze? Bisognava uccidere tutti e due dunque. Dopo di che, pensavano, il popolo intero li avrebbe seguiti, memore dell' “antica libertà” repubblicana. Su tale previsione, come vedremo, si sbagliavano di grosso.
Le prime difficoltà non tardarono a presentarsi. Jacopo de' Pazzi, l'anziano capofamiglia, raggiunto a Firenze da Franceschino e da quest'ultimo messo al corrente della macchinazione, si era mostrato piuttosto restio di fronte ad un colpo di mano di siffatta portata. Intendiamoci bene: neanche lui gradiva il governo dei Medici, né tanto meno la loro banca. Tuttavia, sosteneva, l'insurrezione programmata era gravida di rischi, soprattutto perché si fondava sul fatto che i fiorentini, con il Magnifico e Giuliano in una pozza di sangue, avrebbero seguito i cospiratori senza esitazioni. Se ciò non fosse avvenuto, la casata dei Pazzi rischiava di essere risucchiata negli abissi della Storia. Giocare a fare i Bruto e Cassio poteva condurre a indicibili tragedie. Nella sete di sangue di quei giorni frenetici, il parere di Jacopo fu senza dubbio il più ponderato, per non dire l'unico che si possa definire tale. Ad ogni modo, la saggezza aveva abbandonato le menti dei cospiratori annebbiate dall'ambizione: costoro non ritennero necessario rivedere le loro posizioni, ma preferirono far cambiare a Jacopo le sue. Per tal ragione, onde acquisire maggior credibilità, cercarono l'appoggio di Giovanni Battista conte di Montesecco, condottiero dei Riario e del Papato, che della nostra congiura ha lasciato un dettagliato resoconto prima di essere giustiziato. A dir la verità, la prima reazione non fu neanche in questo caso entusiastica: il Montesecco ragionava da soldato e un soldato non esegue nessun ordine che non provenga direttamente da chi lo comanda. 
I cospiratori, conoscendo il suo modo di ragionare, riuscirono a convincerlo solo quando gli spiegarono quanto pessimi fossero i rapporti tra i Medici e Sisto IV e che Girolamo Riario già da tempo faceva parte dei congiurati, visto che il suo controllo su Imola, finché Lorenzo viveva, era in condizioni precarie. Vuoi per la serietà con cui sembrava si organizzasse il colpo di Stato, vuoi per sfinimento, anche Jacopo de' Pazzi, infine, si convinse delle possibilità della congiura, supplicato da Franceschino e dal Montesecco in persona. L'avvenimento risulta di particolare rilevanza nella nostra vicenda, poiché, immediatamente dopo, gli aderenti crebbero esponenzialmente in numero e potenza: si aggiunsero uomini influenti, come Bernardo Bandini Baroncelli, membro d'una casata di banchieri amica dei Pazzi o Napoleone Franzesi, sodale della famiglia; intellettuali spinti da una sincera nostalgia repubblicana, quale Jacopo Bracciolini, figlio, tra l'altro, del celeberrimo Poggio, umanista; prelati legati ai Pazzi o quantomeno ostili ai Medici, come Stefano da Bagnone, parroco di Montemurlo, o Antonio Maffei, prete volterrano. Tanti uomini diversi insomma, uguali però su un fatto: l'odio viscerale per i Medici e per ciò che essi rappresentavano. Passiamo ora al piano. Come prima cosa, naturalmente, bisognava assassinare Lorenzo e Giuliano. Il problema fu stabilire quando. In principio si era convenuto di eliminare il Magnifico nella Pasqua del 1478, il 22 marzo, dal momento che aveva in programma una visita a Roma, per poi uccidere Giuliano a Firenze. La visita a Roma del Magnifico, tuttavia, non si verificò e i piani saltarono. Dopo questo primo fallimento, per risparmiare tempo, si decise di commettere gli omicidi in un'occasione in cui i bersagli fossero stati insieme, motivo per cui il bagno di sangue fu rimandato alla quarta domenica dopo Pasqua, ossia il 19 aprile. In tale data si avevano addirittura due possibilità per abbattere il tiranno e suo fratello: erano infatti previsti per quel giorno due ricevimenti, uno alla villa Loggia di Montughi, la residenza di Jacopo de' Pazzi, e uno a quella laurenziana di Careggi, in onore di Raffaele Sansoni Riario, che aveva ricevuto il cappello cardinalizio “di San Giorgio” (vale a dire quello deputato alla città di Genova). Tuttavia Giuliano fece sapere di essere indisposto e di non potersi presentare per l'intera giornata. Anche questa volta nulla di fatto. Di nuovo i cospiratori furono costretti a ritardare la congiura, posticipandola di una settimana, ovvero a domenica 26 aprile, la prima del “tempo ordinario”. Pareva un'altra buona opportunità, poiché il summenzionato cardinale Raffaele Sansoni Riario era stato invitato a visitare le splendide collezioni artistiche del palazzo mediceo di Via Larga. Per l'evento, si sarebbe tenuto un banchetto e, pensavano i cospiratori, sarebbe stato semplice assassinare brutalmente Lorenzo e il fratello, magari appesantiti dal cibo e le bevande. Ma Giuliano, non senza destare sbalordimento, si diede ancora una volta malato (forse aveva capito che qualcosa non andava). I cospiratori si trovavano a fare i conti con un nuovo, possibile posticipo. Non si stava andando troppo oltre? Già molti ormai erano a conoscenza della congiura, e più si procrastinava, maggiori erano le probabilità di essere scoperti. Si faceva presto, dopotutto, a finire come Catilina e i suoi seguaci. Questa volta, dopo interminabili discussioni, tra i cospiratori prevalse l'opinione di coloro i quali suggerivano di rimanere d'accordo sul 26 aprile, visto che almeno alla messa solenne della mattina in Santa Maria del Fiore (che i fiorentini all'epoca chiamavano “Santa Reparata”, o “Liperata”) sarebbero sicuramente stati presenti sia Lorenzo che Giuliano, indipendentemente da qualunque impedimento. D'altro canto, anche loro, seppur nemici del papa, erano cristiani. Basta poco per capire che il luogo e il momento fissati per il delitto non fossero esattamente i migliori: versare del sangue di fronte all'altare, e perciò di fronte a Dio, sapeva molto di sacrilegio, che rischiava di condurre ad una reazione di sdegno tra la gente, non certo di entusiasmo o di ispirazione.
In ogni caso, una volta morti Lorenzo e Giuliano, ai confini della repubblica di Firenze erano pronti ad intervenire in città con le loro truppe i condottieri Gian Francesco da Tolentino e Lorenzo Giustini da Città di Castello, non appena avessero ricevuto il segnale. Gli eserciti assoldati, tuttavia, fornivano solo un appoggio ulteriore ad una sollevazione che prima di tutto, secondo i piani, doveva nascere dai fiorentini stessi. Non era intenzione dei cospiratori rovesciare i Medici con un colpo di Stato basato solo sulle spade e i mercenari; era essenziale che fossero anzitutto i cittadini della Repubblica a compiere la rivoluzione. Perché ciò avvenisse, infatti, a Jacopo de' Pazzi era affidato l'oneroso incarico di compiere una eroica, lunga cavalcata dopo il delitto fino a Palazzo della Signoria, occupato nel frattempo dal Salviati, per incitare i cittadini ad appoggiare la caduta della tirannide al grido “Libertà! Libertà!”. Analizzati i piani, dunque, si comprende che, nelle menti dei congiurati, le uccisioni di Lorenzo e Giuliano non dovevano essere che le scintille in grado di far esplodere il popolo fiorentino contro anni di oppressione insostenibile.
Dopo le attese snervanti, i diverbi segreti, gli sforzi silenziosi, l'ora del sangue arrivò, finalmente. La mattina di domenica 26 aprile, “la chiesa era piena di popolo”. Nessuno dei congiurati mancava all'appello, sennonché non si vedeva una delle vittime: ancora una volta, Giuliano non era presente, e la messa era già iniziata. Senza perdere tempo, due cospiratori, Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli, cui era stato affidato il compito di uccidere proprio il fratello di Lorenzo, uscirono dalla splendida cattedrale con l'intento di condurlo alla celebrazione, possibilmente con le buone maniere. Per convincerlo, visto che non era in buone condizioni di salute, come prima si accennava, dovettero ricorrere a tutta la falsità e la spregiudicatezza che avevano. Pare addirittura che, nel tragitto per arrivare alla chiesa, i due abbiano intrattenuto Giuliano con “motteggi e giovinili ragionamenti” e che Franceschino lo abbracciasse ogni tanto fingendo affetto, così da poter verificare se avesse armi o una cotta di maglia sotto i panni da festa. Giunti i tre nella cattedrale, non restava che procedere. Al segnale convenuto, che con ogni probabilità fu l' “Ite missa est” della fine della cerimonia sacra, il Bandini si scagliò sopra Giuliano come una bestia inferocita e gli trafisse il petto con tutta la sua forza. Il giovane, irrigidito, cadde ed ecco che Francesco de' Pazzi gli saltò sopra assestandogli altre furiose pugnalate, inebriato dal sangue che scorreva a fiotti. Per l'accanimento arrivò perfino a ferire se stesso alla gamba. La chiesa si riempì di grida di terrore. A questo punto toccava a Lorenzo. Stefano da Bagnone e Antonio Maffei, i preti cui era affidato il compito di ucciderlo, lo assalirono alle spalle, ma il Magnifico trovò il modo di reagire, per loro mancanza di destrezza o grazie alla prontezza dei suoi riflessi. Ferito di striscio al collo, ebbe infatti il tempo di voltarsi verso gli assalitori e avvoltolare il mantello attorno al braccio sinistro, quasi fosse uno scudo. Dunque estrasse la lama che aveva con sé e con essa si difese dagli attacchi ripetuti dei preti, che non si rivelarono esattamente dei maestri spadaccini. Avendo la meglio nel duello, riuscì a fuggire dentro la sacrestia nuova, aiutato da alcuni amici che erano giunti a soccorrerlo (tra cui c'era anche Agnolo Poliziano), e là furono sbarrate le porte. Lorenzo non faceva che chiedere: “Giuliano? Sta bene?”, senza tuttavia ricevere alcuna risposta. Poco dopo, Santa Maria del Fiore era vuota: erano fuggiti tanto i fedeli quanto i cospiratori. Così Lorenzo, ancora tremante per l'accaduto, poteva fare ritorno a Palazzo Medici. Nel frattempo il piano della congiura proseguiva, nonostante il principale bersaglio fosse ancora in vita. L'arcivescovo Salviati, insieme a trenta uomini, si diresse, come stabilito, a Palazzo della Signoria. Qui fece chiamare colui che deteneva formalmente il controllo su Firenze, il gonfaloniere di giustizia Cesare Petrucci, filomediceo, probabilmente per informarlo della rivoluzione in atto. In questo frangente, la vicenda si fece comica, anzi tragicomica: il Salviati, divenuto improvvisamente goffo e impacciato di fronte al gonfaloniere, iniziò a balbettare, insospettendo a tal punto il Petrucci che quest'ultimo chiamò a gran voce le guardie. In pochi minuti, coloro che dovevano prendere il controllo del palazzo furono facilmente catturati, tra gaffes e pietose figuracce. Per difendere l'edificio da chiunque tentasse di entrare, le porte furono chiuse.
Altro punto del piano, quello probabilmente più suggestivo, era la cavalcata di Jacopo de' Pazzi per incitare il popolo alla sollevazione. Ebbene questi raggiunse effettivamente il Palazzo della Signoria , ma nessuno lo seguì. Anzi Jacopo e la sua scorta furono bersagliati da una pioggia di pietre scagliate dalle finestre, mentre da ogni direzione si levava il grido “Palle! Palle! Palle!” (ci si riferiva al simbolo dei Medici). Scoraggiato e sconfitto, il capofamiglia dei Pazzi fu costretto ad una rovinosa fuga fuori da Firenze. Se si poteva chiudere un occhio sulla non brillante performance in Santa Maria del Fiore e sulle scene ridicole nel Palazzo della Signoria, altrettanto non si poteva fare sul mancato sostegno popolare. La previsione su cui si sorreggeva l'intera impalcatura della macchinazione si era rivelata clamorosamente errata. Perché, verrebbe da chiedersi? In primo luogo i congiurati avevano valutato in maniera eccessivamente riduttiva il consenso di cui godevano i Medici in città, che, specialmente sotto Lorenzo, non faceva che crescere. Secondariamente bisogna considerare quanto sostiene il Guicciardini, quando con estrema sintesi afferma che il popolo appoggiò con convinzione Lorenzo anche perché “lo ammazzare Giuliano, che aveva benivolenzia” sembrò “uno atto molto brutto e contra ogni civiltà, massime in chiesa in dì solenne”.
Dopo la congiura, venne la vendetta ed essa fu tanto crudele, tanto smisurata da far pentire ogni singolo cospiratore di aver aderito ad un disegno che solo adesso mostrava tutta la sua intrinseca fragilità.


TRADITORI ALLA FORCA

Dal 26 aprile al 4 maggio Firenze divenne teatro di massacri inauditi contro coloro che avevano cospirato, o anche solo sembravano averlo fatto. Sia chiaro: si trattò essenzialmente di un moto spontaneo da parte degli abitanti della città. Tuttavia, non pare possibile che la situazione possa esser sfuggita di mano al governo cittadino in maniera tale da rimanere paralizzato. Le ruberie, i saccheggi, le uccisioni, con ogni probabilità, non ebbero limiti soprattutto perché Lorenzo, della cui spregiudicatezza abbiamo trattato, seppe approfittare del momento per fare piazza pulita di qualunque avversario senza sporcarsi le mani. In altre parole, attraverso una appropriata propaganda, il Magnifico instaurò una sorta di temporaneo Terrore, con il quale rimosse ogni residuo dell'opposizione. A morire furono in molti. Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati, suo fratello Jacopo e il Bracciolini furono impiccati alle finestre del Palazzo della Signoria, così che tutto il popolo li vedesse. Dopo di loro, si conta che, tra il 26 e il 27 aprile, fossero sommariamente uccise circa ottanta persone, sia congiurati, sia presunti tali, sia innocenti. Le strade e i vicoli di Firenze si riempirono di sangue, corpi esanimi e brandelli di carne. Svariati membri della famiglia Pazzi furono giustiziati, condannati all'esilio o imprigionati, in certi casi perché effettivamente coinvolti o favorevoli alla congiura, in altri esclusivamente perché erano nati con la maledizione di quel nome. I sopravvissuti della casata dovettero, per legge, mutare cognome e arme araldica. Particolarmente dura fu la fine dei due preti, il Maffei e Stefano da Bagnone, ai quali, una volta catturati, furono recisi nasi e orecchie, prima di essere impiccati. La sorte che toccò a Giovan Battista da Montesecco non fu migliore: dopo aver reso una dettagliata confessione nella speranza di essere risparmiato, fu decapitato senza pietà dinanzi alla porta del Bargello. Quanto a Jacopo de' Pazzi, fu ritrovato il 27 aprile a Castagno: i filomedicei lo picchiarono brutalmente, per poi impiccarlo. Infine, anche Bernardo Bandini Baroncelli finì appeso alla forca, una volta rispedito a Firenze da Istanbul, dove aveva tentato di nascondersi, Lorenzo il Magnifico non poteva lamentarsi della vicenda appena trascorsa. Certo, perse il fratello e rischiò di perire lui stesso, ma non ne era forse valsa la pena? Con le repressioni successive aveva eliminato ogni forma di contrasto interno, ragione per cui il popolo prese ad adorarlo come mai aveva fatto prima di allora. In più, a dirla tutta, la dipartita di Giuliano fu senza dubbio una disgrazia, ma aveva anche i suoi vantaggi: con lui vivo, in futuro, sarebbero potuti nascere contrasti in relazione al patrimonio familiare o, nella peggiore delle ipotesi, al governo della città. Dopo la congiura, invece, simili previsioni cadevano nel vuoto. Le uniche conseguenze spiacevoli del cospirazione fallita furono i tentativi di Sisto IV di rivoltare l'Italia contro i Medici, che tuttavia si conclusero in chiari fallimenti, su cui, per la tirannia dello spazio, dobbiamo sorvolare. Da quel funesto (ma non troppo) 26 aprile 1478, Firenze, come una figlia ammansita da una dura, ma giusta, punizione, si inchinò ai saggi voleri di Lorenzo e per i quattordici anni che seguirono visse il suo momento più splendente, più sicuro, più glorioso. In una parola, Magnifico.



BIBLIOGRAFIA


* Niccolò Machiavelli, “Istorie Fiorentine e altre opere storiche e politiche”, a cura di Alessandro Montevecchi, UTET Libreria, Varese, 2007
* Niccolò Machiavelli, “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, a cura di Giorgio Inglese, BUR, Bergamo, 2011
* Francesco Guicciardini, “Storie Fiorentine”, a cura di Alessandro Montevecchi, BUR, Peschiera Borromeo (MI), 2006
* Gino Luzzatto, “Breve storia economica d'Italia”, Einaudi, Torino, 1958
* Tim Parks, “La fortuna dei Medici”, Arnoldo Mondadori Editore, Cles (TN), 2010
* Christopher Hibbert, “Ascesa e caduta di Casa Medici”, Arnoldo Mondadori Editore, Cles (TN), 1988
* Franco Cardini, “1478. La congiura dei Pazzi”, Editori Laterza, Bari, 2013
* Niccolò Capponi, “Al traditor s'uccida. La congiura dei Pazzi, un dramma italiano”, il Saggiatore, Milano, 2014

giovedì 17 luglio 2014

IL PALIO DEL FANTASMA


Gli Umbri, popolo originario del luogo, furono sospinti sugli appennini dagli Etruschi, ove si dedicarono alla pastorizia ed all'agricoltura. Sottoposti al dominio dell'impero romano, le nostre zone diventarono aree residenziali di ricchi farisei fino alla comparsa dei Barbari. Questi ultimi conquistarono, distrussero... ma col tempo ricostruirono, acquisirono le nostre usanze fondandosi con le nostre genti. Altre orde sopraggiunsero, distrussero e ricostruirono. Si arrivò al medioevo, ai feudi ed alla lotta tra Signori e Stato pontificio

Palio del Fantasma
E' quest'ultimo contesto storico basso-medievale che fa da cornice al "Palio del Fantasma", manifestazione rievocativa dell'ingresso di Madonna Lucrezia Borgia a Castel Ritaldi. Molti gli spettacoli riservati al divertimento dei messeri e delle madonne che sfileranno rappresentativamente ognuno per il proprio rione, sfidandosi nelle giostre, ne li giochi fino a conquistare il Palio del Fantasma, liberando il Castello da una misteriosa quanto invadente presenza.

La Taverna di Lucrezia
Appetitosi menu saranno serviti nell'anfiteatro di Castel Ritaldi, dove sotto il manto stellato del cielo camerieri in abito d'epoca porteranno a tavola piatti tipici della tradizione umbra e specialità difficilmente reperibili altrove.

Organizzazione
La Pro-Loco, rappresentata da Tamara Martini, è l'ente che collabora col comune di Castel Ritaldi nell'organizzazione del Palio e di tutte le manifestazioni ad esso correlate. Ogni frazione del comune dispone di rappresentanti alle riunioni e di comitati per la realizzazione di tutto ciò che andrà in scena al Palio, dagli abiti d'epoca alle scenografie, dai sistemi di informatizzazione alle strumentazioni tecniche.

Venerdì 25 luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.30 Serata Amarcord 24 anni insieme…..

Sabato 26 luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.30 
Corteo storico 
Lettura del bando di sfida
L’Academy Circus presenta: “Idolon Ardor”
Spettacolo di giocolieri e trampolieri

Domenica 27 luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.30 “I rioni e l’universo” Spettacoli teatrali dei rioni

Lunedì 28 Luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.00 “Semplicemente grazie” un piccolo ringraziamento tra cielo e terra.

Martedì 29 Luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.00 Giochi popolari 

Mercoledì 30 Luglio 2014
Ore 17.30-19,30 Mini pittura 
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.00 Giochi popolari per bambini

Giovedì 31 Luglio 2014
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.00 Giochi popolari femminili e Staffetta dei Rioni 

Venerdì 1 Agosto 2014
Ore 19.30 Apertura Locanda
Ore 21.00 Mini Palio

Sabato 2 Agosto 2014
Ore 18.00 Mercato per le vie del borgo
Ore 19.00 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.00 XXV° Palio del Fantasma

Domenica 3 Agosto 2014
Ore 16.00 Mercato per le vie del borgo con spettacoli ed animazioni
Ore 19.30 Apertura “Locanda di Lucrezia”
Ore 21.30 Premiazione ufficiale del vincitore Palio 
Ore 22.00: “ La Corrida”

(Sono già aperte le iscrizioni, per prenotazioni 3356906507 Massimo, fino al raggiungimento del numero Massimo. Sono graditi campanacci e similari. Ai vincitori Premio Gastronomico)

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