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giovedì 5 febbraio 2015

TRE UOMINI E UNA SPADA: “L’ONORE DI UN CAVALIERE”, TRA PASSATO E FUTURO. INTERVISTA DI FEDERICA GAROFALO

Tre uomini e una spada: “L’onore di un cavaliere”, tra passato e futuro

La prima cosa che colpisce lo spettatore, anche uno spettatore distratto, è la palpabile volontà di creare, nonostante i limiti di una produzione con un budget minimo, un’opera il meno possibile amatoriale e che, anzi, possa darsi un tono di professionalità. Questo è un punto che Francesco Carradori, il quale ha avuto già in passato esperienze di coreografo teatrale, assistente alla regia e segretario di edizione in spot pubblicitari e di partecipazione a documentari anche di respiro internazionale come The Mona Lisa Myth diretto da Jean-Pierre Isbouts per History Channel (con la voce narrante di Morgan Freeman), ci tiene a sottolineare:

«Le modalità con cui abbiamo affrontato le riprese sono esattamente quelle che si vedono in un set cinematografico o televisivo: magari le attrezzature non sono quel che si dice il meglio, ma la preparazione, i ritmi della registrazione delle scene, la cura di luci e fotografia, sono professionali in tutto e per tutto. Abbiamo coinvolto giovani attori provenienti da diverse compagnie dilettantistiche, rievocatori di vari gruppi e tecnici toscani»

Sorge spontanea una domanda: perché una webserie invece di un film vero e proprio, di corto o lungo metraggio?

«In realtà, si tratta di una scelta maturata un po’ per caso,» confessa il regista. «L’idea da cui ero partito, insieme ad Andrea Zini e Francesco Barbarulo, era di girare dei singoli video didattici, ognuno incentrato su un aspetto della vita militare e civile del XIII secolo, allo scopo di promuovere e valorizzare sia il territorio toscano (in particolare il borgo medievale di Calenzano, in provincia di Firenze, un gioiellino ancora poco conosciuto) sia le attività dei gruppi di living history con cui abbiamo collaborato in passato, tra cui il gruppo Castrum Calenzani e il Museo del Figurino Storico di Calenzano.»

In effetti, osservando la prima puntata, The Swordmaster (“Il maestro d’arme”), si nota la minuziosa descrizione delle tecniche di scherma duecentesca. Poi, però, il progetto ha preso una piega diversa:

«Ci siamo resi conto che un lavoro del genere rischiava di essere troppo elitario, e di coinvolgere soltanto un pubblico troppo ristretto di storici, rievocatori e appassionati. Noi volevamo, invece, tentare di raggiungere il maggior numero di spettatori possibile, compresi i semplici curiosi che fanno “zapping” su Youtube. È nata così l’idea di un’opera che avesse un impianto più narrativo e, in un certo senso, più “ludico”, una storia che potesse appassionare ed emozionare, senza per questo sacrificare né la precisione storica né la qualità. Abbiamo così sviluppato una trama a partire da quel primo video, e l’abbiamo affidata alle cure di Rossana Caldari, aspirante sceneggiatrice. Per lo stesso motivo abbiamo scelto di dare sia all’intera webserie sia ad ognuno dei suoi 15 episodi che si concluderanno la prossima estate, dei titoli in Inglese e di corredarla di didascalie in Inglese, in modo da rendere comprensibili la storia e i dialoghi anche a chi non è Italiano.»

Vale la pena di fare una piccola parentesi: la webserie è una forma che negli ultimi anni sta conoscendo un vero e proprio “boom” e che sta guadagnando spazio anche all’interno di rassegne più ampie, ad esempio del Giffoni Film Festival o dei vari appuntamenti dedicati al mondo del fumetto dal Lucca Comics al Comicon di Napoli. Chiediamo a Francesco Carradori la sua opinione di regista esordiente in proposito:

«Un film, sia esso di corto o lungo metraggio, ha bisogno di una distribuzione per essere proiettato nelle sale, e dunque di un budget di una certa consistenza, che ben pochi possono permettersi; la webserie è a mio parere, e lo dico da regista, un ottimo sistema per permettere anche ai giovani registi, che per forza di cose possono disporre di un budget molto ridotto o addirittura assente, di veder diffusi i propri lavori. Inoltre, se ben fatta, come qualsiasi altro lavoro “a puntate”, dai romanzi d’appendice ottocenteschi pubblicati per la prima volta sulle riviste fino agli sceneggiati televisivi degli anni ’60-’70, instilla quel senso di suspense che permette allo spettatore di affezionarsi ai personaggi e di seguirla fino alla fine. Secondo me non è un caso se il successo delle webseries sta affiancando quello delle serie televisive internazionali, forse anche più seguite dei film veri e propri.»

Tornando a questa webserie, guardando il titolo, A Knight’s Honour, si coglie una curiosa assonanza con A Knight’s Tale, conosciuto in Italia come Il destino di un cavaliere, noto e criticatissimo film d’avventura dalla colonna sonora rock girato da Brian Helgeland (2001). È solo una coincidenza?

«Assolutamente sì,» assicura Francesco Carradori. «Il nostro cavaliere, anzi, i nostri cavalieri, hanno ben poco a che fare con quelli Hollywoodiani: abbiamo cercato di rimanere il più possibile “con i piedi per terra”, mostrando più il cavaliere reale che quello ideale.»

Ma allora da dove viene questo titolo, e quale significato ha nell’economia della storia?

«”Cavaliere”  e “onore” sono due parole strettamente legate tra loro, nel Medioevo come oggi; e, permettetemi di dirlo, talmente abusate da essersi logorate. Per restituire loro il giusto valore e significato abbiamo pensato di far collimare tre punti di vista diversi, legati ai tre protagonisti. Il cavaliere è l’uomo d’arme e il nobile, e al tempo stesso è sempre il personaggio per eccellenza dei racconti popolari e delle fiabe; è il modello maschile per eccellenza, quello che si presta meglio ad un percorso di formazione e di crescita. E sarà proprio un “romanzo di formazione” quello che dovranno affrontare i tre protagonisti (interpretati dal sottoscritto, da Marco Lombardi e da Michael Bianchi), tutti e tre cavalieri, diversissimi tra di loro, e la loro diversità è legata a doppio filo con l’onore: “uno ne ha tanto, senza saperlo, un altro tenta di dimostrare di averne almeno un po’, e il terzo crede di non averne più”. Con questa scelta abbiamo voluto sottolineare che l’onore è un concetto multiforme, che non si trova pronto, ma che essenzialmente per noi consiste nella volontà di ritrovare se stessi, di essere coerenti con se stessi. E i tre protagonisti sono coerenti con se stessi fino alla fine, nella volontà di portare a termine i loro fini personali. Saranno gli eventi, però, a plasmarli, portandoli a mettere in discussione se stessi e il proprio concetto di “onore”, fino a che le loro volontà si uniranno. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa…»

Articolo di Federica Garofalo già pubblicato sul sito www.rievocare.it

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