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Come ci si curava nel Medioevo? E' possibile utilizzare metodi antichi ancora oggi? Le ricette di Ildegarda sono ancora attuali? Troverete cure molto interessanti e ancora molto utilizzate tutti i giorni.

martedì 30 agosto 2011

I TORNEI E LE GIOSTRE

I tornei (dal francese tourner, roteare), conosciuti anche come giostre (dal latino juxtare, avvicinarsi), sono una forma di festa d'armi di origine medievale; nascono tra i giochi guerreschi con fine di esercizio all'arte della guerra diffusisi secondo le fonti storiche sin dal IX secolo in ambito carolingio. Nell'uso attuale i due termini armi medievali e giostra non indicano attività diverse, benché il secondo sia più propriamente un combattimento fra due cavalieri con "lancia in resta" e un torneo un combattimento tra fazioni. I tornei e le giostre ebbero origine nel Medioevo feudale e della struttura militare principale dell'epoca, la cavalleria. Va ricordato che spesso venivano anche organizzati combattimenti a piedi, specialità amata da Enrico VIII d'Inghilterra. Ai tornei parteciparono anche membri dell'alta aristocrazia Europea, compresi i sovrani di importanti regni. Durante il combattimento i cavalieri dovevano comportarsi lealmente, combattere pro solo exercitio, atque ostentatione virium (Ruggero di Hoveden), attenendosi ad un preciso codice d'onore, direttamente derivato da quello dell'aristocrazia militare. Consistevano in combattimenti, nullo interveniente odio (Ruggero di Hoveden), di cavalieri a squadre o a coppie, a cavallo ma anche a piedi, ed erano regolati da un preciso cerimoniale: i cavalieri venivano chiamati uno ad uno dall'araldo d'armi, che ne blasonava l'arma o scudo e gli eventuali titoli nobiliari, presentandoli al pubblico che affollava l'arena ed al signore o all'autorità che aveva indetto il torneo. I tornei si diffusero in tutta l'Europa a partire dal XII secolo, ed assunsero sempre maggiore importanza, divenendo assai fastosi e spettacolari. Il franco Goffredo II di Preuilly fissò soltanto le norme che lo governavano, ma nella sua epoca erano già diffusi. Il torneo nasce nelle terre dei Franchi; in Italia troviamo testimonianze di tornei già nel XII secolo. Originariamente prevedevano battaglie con alto rischio di morte, ma nel XIII secolo si diffuse l'uso di utilizzare lance spuntate e spade senza punta né taglio. Anche con tali precauzioni continuarono a verificarsi gravi incidenti.


I codici di regolamento erano di fondamentale importanza. I principali erano redatti in volgare francese e chi non si atteneva era accusato di essere un fellone. Tutto era regolamentato nei dettagli: armi da difesa e offesa, colpi, vestimenti, parate, saluti ecc. I tornei si svolsero ancora fino al XVII secolo, ma la Chiesa e le Monarchie ne limitarono nel tempo gli aspetti più sanguinosi, esaltandone l'aspetto prettamente sportivo e cavalleresco. I tornei nacquero per l'allenamento fisico e militare dei nobili nei periodi invernali.
L'occupazione principale dei nobili nel medioevo erano le campagne militari, che si tenevano tranne rari casi nei mesi caldi: in quelli freddi gli eserciti venivano sciolti e per alcuni periodi il freddo impediva anche di occuparsi della caccia. Ciò causava un infiacchimento del fisico e dei riflessi e la soluzione venne trovata nell'organizzare battaglie simulate, già attestate in epoca carolingia nelle cronache dello storico Nithard.
Un termine che ricorre inizialmente ad indicare il torneo è hastiludium, gioco di lancia: nel XI secolo si diffonde infatti il modo di combattere a cavallo "lancia in resta", cioè con una lunga lancia ben salda sotto il braccio destro, assicurata tramite una sporgenza della corazza (la resta) su cui faceva battuta una scanalatura della lancia. Nei primi tornei, opposti schieramenti di cavalieri si battevano in furibonda mischia in ampi spazi fuori dai luoghi abitati. Uno schieramento era formato dai ténants, coloro che avevano lanciato la sfida, un altro dai vénants, coloro che l'avevano accettata. La violenza a cui erano arrivati gli scontri indusse la Chiesa nel 1130 a proibire, ma senza successo, i tornei, scomunicando i torneanti e proibendo la sepoltura cristiana ai morti a causa nello scontro. Nel XIII secolo si formalizzò la distinzione tra tornei con armi à outrance, cioè da battaglia, e armi à plaisance, per limitare le ferite. I tornei divennero eventi organizzati all'interno delle città con ampio pubblico, affermandosi il carattere spettacolare. Le regole divennero sempre più rigide. La Chiesa grazie alla nuova forma di torneo nel 1281 abolì le proibizioni. Durante lo sviluppo del torneo propriamente detto, cioè affrontato da due schieramenti, nacque la giostra, ideale duello tra singoli cavalieri. Tra il XV secolo ed il successivo, la giostra divenne l'evento di maggior successo, grazie all'accattivante cerimoniale.
I cavalieri, secondo le regole dell'amore cortese, giostravano in nome della loro servitù d'amore verso una dama. Nel secolo quindicesimo, s'introdusse una barriera per tener separati i due giostranti durante la galoppata uno contro l'altro. Lo scopo era disarcionare l'avversario con l'urto della lancia, ma senza colpire l'elmo. Le lance erano di frassino, così da frantumarsi nello scontro, evitando lo sfondamento dell'armatura del colpito.

Fonte: Wikipedia

CENOBITISMO

San Pacomio

I cenobiti (dal latino cenòbium, a sua volta dal greco κοινός, "comune", e βίος, "vita") sono monaci cristiani le cui prime comunità risalgono al IV secolo. Il cenobitismo è una forma comunitaria di monachesimo, praticata in monasteri (cenobi) sotto la guida di un'autorità spirituale, secondo una disciplina fissata da una regola. Si contrappone alle forme individuali di isolamento monastico. I cenobiti si differenziano dagli eremiti in quanto praticavano una vita comunitaria anziché solitaria. Fondatore del cenobitismo è considerato San Pacomio, monaco egiziano, vissuto a cavallo fra III e IV secolo. Il cenobitismo fu diffuso in occidente da San Benedetto da Norcia dopo l'incontro con l'abate Servando, e su quei principi istituì l'Ordine di San Benedetto.

La stabilitas loci

LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

La Regola dell'Ordine di san Benedetto, o Regola benedettina,in latino denominata Regula monachorum o Sancta Regula, dettata da San Benedetto da Norcia nel 534, consta di un "Prologo" e di settantatré "capitoli".Nella "Regola" San Benedetto fa tesoro anche di una breve esperienza personale di vita eremitica che gli fece capire quanto le debolezze umane allontanino i più dalla contemplazione di Dio. Per questa ragione propone di vincere l'accidia (una certa "noia" spirituale), con il cenobitismo, cioè una vita comunitaria che prevede un tempo per la preghiera ed uno per il lavoro e lo studio (Ora et Labora), lontana dalle privazioni e mortificazioni estreme imposta dalla vita in solitudine scelta dagli asceti e, quindi, attuabile anche da persone comuni. L'attività primaria divenne in diversi monasteri la copiatura di testi antichi, specie di quelli biblici.

1054: IL GRANDE SCISMA

Il Grande Scisma, comunemente definito dai libri di storia come Scisma d'Oriente (anche se gli orientali preferiscono il termine "scisma dei latini"), fu l'evento che, rompendo l'unità cattolica (cioè "universale") fino ad allora patrimonio comune dei cristiani d'Occidente e d'Oriente, divise la Cristianità Calcedoniana fra la Chiesa Cattolica propriamente detta (in seguito definita anche "Romana"), fedele al primato del Vescovo di Roma (in quanto considerato successore dell'Apostolo Pietro), e la Chiesa Ortodossa orientale. Sebbene normalmente si indichi il 1054 come anno dello scisma, ossia quando il Papa Leone IX, attraverso i suoi legati, lanciò la scomunica al patriarca Michele I Cerulario e quest'ultimo, a sua volta, rispose con un proprio anatema, lo Scisma fu effettivamente il risultato di un lungo periodo di progressivo distanziamento fra le due Chiese. Le dispute alla base dello scisma erano sostanzialmente due.

INCASTELLAMENTO

L'incastellamento medievale è il fenomeno riconducibile al processo della cosiddetta mutazione feudale avvenuta tra il X e il XII secolo e collocabile tra la fine del IX e il X secolo, a seguito della rinata insicurezza per la nuova ondata di invasioni e la progressiva dissoluzione dell’impero carolingio con la conseguente degenerazione del sistema feudale fondato da Carlo Magno. Il termine incastellamento venne coniato dallo storico Pierre Toubert durante i suoi studi sul Lazio medievale. Egli capì che questo processo fu il risultato di una lenta trasformazione dagli insediamenti sparsi dei secoli antecedenti al X sino a concepire una nuova forma di habitat più compatta e organizzata attraverso i castra o villaggi fortificati. È il concetto stesso di incastellamento che ha raggiunto il rilievo di tipo ideale, in gergo idealtypus, grazie a Toubert. Nello specifico, il processo avvenuto nel Lazio, è mutato gradualmente fra il 920 e 1150: prima come insediamento sparso, poi in villaggio fortificato per opera dei signori locali. Sono questi ultimi che promuovono i castra (villaggi fortificati) concentrando gli insediamenti (amassamentum hominum) ed i prodotti (congregatio fundorum).

ACTUS SILVESTRI: IL PAPA DI COSTANTINO

Gli Actus Silvestri sono un documento che riporta episodi leggendari della vita di papa Silvestro I, tramandati in diverse versioni da numerosi manoscritti, in latino, in greco e in siriaco. Le sezioni del documento trattano delle opere e delle riforme liturgiche del papa, del battesimo di Costantino I (Conversio Constantini) e di una discussione tra il papa e dodici rabbini. Le sezioni furono assemblate tra la fine del IV e la metà del V secolo. Gli Actus Silvestri sono menzionati la prima volta nel Decretum Gelasianum, documento attribuito a papa Gelasio I (492-496). Nella seconda sezione si narra di come Costantino, divenuto imperatore dopo la morte di Licinio ancora pagano e promotore di persecuzioni contro i cristiani, si sarebbe ammalato di lebbra.

I sacerdoti pagani gli avrebbero suggerito una cura consistente nel bagnarsi nel sangue di tremila bambini. Costantino, tuttavia, impressionato dal pianto delle madri si sarebbe rifiutato di sottoporsi a tale pratica e nella notte successiva gli sarebbero apparsi in sogno i santi Pietro e Paolo che gli avrebbero consigliato di sottoporsi al battesimo, richiamando il vescovo Silvestro, fuggito sul monte Soratte per timore delle persecuzioni. Guarito dal battesimo nel palazzo del Laterano, Costantino avrebbe concesso al vescovo di Roma doni e privilegi, riconoscendogli lo status di capo di tutti i cristiani. Otto giorni dopo il suo battesimo, Costantino avrebbe inoltre iniziato i lavori di costruzione della basilica di San Giovanni in Laterano all'interno del suo palazzo.

La leggenda è in contrasto con la versione storicamente più sicura del battesimo dell'imperatore, effettuato in punto di morte a Nicomedia dal vescovo ariano Eusebio di Cesarea e fu probabilmente redatta allo scopo di eliminare la scomoda professione ariana del primo imperatore cristiano e di legittimare il primato della Chiesa di Roma. Inoltre, come altre fonti agiografiche si preoccupa di dimostrare l'inferiorità del paganesimo. Anche la basilica lateranense venne fondata non sopra un palazzo di proprietà imperiale, ma sui Castra nova equitum singularium. Nella terza parte, corrispondente a circa i due terzi del testo complessivo, si presentava la madre di Costantino, Elena come simpatizzante dell'ebraismo.

Papa Silvestro si sarebbe dunque impegnato in una disputa davanti a giudici pagani contro 12 rabbini per decidere quale fosse la vera religione. Sono riportate dodici altercationes o dispute, che trattano di diversi argomenti. All'ultima sarebbe stato portato un toro al quale uno dei rabbini avrebbe soffiato nell'orecchio il nome di YHWH, facendolo immediatamente morire, mentre papa Silvestro, pronunciandogli all'orecchio il nome di Cristo, l'avrebbe subito resuscitato. A seguito di tale dimostrazione il cristianesimo sarebbe stato riconosciuto come la vera religione. Elena si sarebbe dunque convertita al cristianesimo e sarebbe in seguito partita per il suo viaggio a Gerusalemme.

Gli Actus Constantini furono utilizzati dalla biografia di papa Silvestro nel Liber Pontificalis e la leggenda così creatasi fu alla base del falso della Constitutum Constantini. Le vicende narrate sono riportate in diversi cicli pittorici (affreschi duecenteschi della cappella di San Silvestro nella basilica dei Santi Quattro Coronati di Roma e altri della stessa epoca nell'abside della chiesa di San Silvestro a Tivoli). La leggenda della disputa di papa Silvestro con i dodici rabbini fu acclusa nella duecentesca Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze.

Si racconta anche del famoso episodio del drago: alla base del Colle Palatino, sotto i resti del tempio dedicato a Castore e Polluce, si racconta avesse la tana un drago crudelissimo e dal respiro mefitico. Un giorno Silvestro I, assai preoccupato per questa calamità che faceva strage di innocenti, decise di intervenire personalmente, recandosi presso la tana del mostro armato del solo crocifisso. Tenendo dinanzi a sé la croce ed invocando il nome della Vergine, il papa riuscì miracolosamente ad ammansire il drago: lo legò con un fragile filo tolto alla sua veste e lo portò a guinzaglio come un docile cagnolino dai suoi fedeli, che pensarono ad eliminarlo. Nella stessa area il pontefice fece quindi costruire, a ricordo dell'episodio, la chiesa di Santa Maria Liberatrice.

Fonte: Wikipedia

lunedì 29 agosto 2011

LE CROCIATE...IN PILLOLE

Prima crociata - La prima crociata fu lanciata il 27 novembre 1095 dal Papa Urbano II il giorno prima della fine dei lavori del Concilio di Clermont (18-28 novembre 1095), in Francia, con l'obiettivo di portare aiuto alla Cristianità orientale preoccupata dall'insediamento dei Turchi selgiuchidi.

Crociata del 1101 - La cosiddetta crociata del 1101 fu in realtà l'insieme di tre diverse imprese, organizzate in seguito al successo della prima crociata, alla fine della quale si era levata la richiesta di rafforzare il neonatoregno di Gerusalemme, cosicché papa Urbano II lanciò l'appello per una nuova crociata.

L'APPELLO DI CLERMONT: "DIO LO VUOLE"

Papa Urbano II tenne il 27 novembre del 1095 un discorso al Concilio di Clermont-Ferrand, per rispondere alla lettera che Alessio Comneno, imperatore di Bisanzio, aveva inviato, chiedendo di mandare truppe per aiutare i bizantini a respingere l'attacco dei turchi selgiuchidi, che si trovavano ormai a 100 chilometri da Costantinopoli, mentre i pellegrini cristiani in Terrasanta erano sistematicamente sterminati dopo essere stati sottoposti a raccapriccianti torture. "Nel nome di Dio, diceva la lettera, vi imploro di portare tutti i soldati fedeli a Cristo [...] Se verrete, riceverete il giusto guiderdone nell'alto dei cieli; se non verrete, ricadrà su di voi il castigo di Dio". La folla enorme che ascoltava il Papa si mise a gridare "Dieu li volt!" (Dio lo vuole) e cominciò immediatamente ad armarsi e a cucire sui mantelli il simbolo della croce e in pochi mesi furono tutti pronti a partire. Il discorso di Urbano II al Concilio di Clermont viene indicato dalla storiografia tradizionale come la causa scatenante della spedizione armata verso la Terrasanta chiamata in seguito "Prima crociata". 

Fonte: Wikipedia

LA PRIMA CROCIATA

La prima crociata fu indetta il 27 novembre 1095 dal papa Urbano II, il giorno prima della fine dei lavori del Concilio di Clermont (18-28 novembre 1095). L'avanzata di Giovanni I, imperatore di Bisanzio (969-976), in quei territori musulmani definiti come Terra Santa, sembrò per un momento dare all'Europa la speranza che potessero tornare in seno alla cristianità; illusione che durò appunto solo un momento. Rivolte in Libano non permisero a Giovanni I di conquistare anche Gerusalemme e col passar del tempo i musulmani, spinti dai Turchi, nuova forza motrice dell'Islam, si presero la rivincita. L'imperatore Romano IV di Bisanzio venne sconfitto dal sultano Selgiuchide Alp Arslan (il forte leone) a Manzicerta. Dopo un periodo di avvenimenti torbidi, prese a Bisanzio il potere Alessio I, della dinastia Comnena, il quale, per proprio tornaconto, ritenne opportuno schierarsi con il Papa e con l'occidente. Mettendo da parte i dissidi religiosi fra la chiesa orientale e quella occidentale, cercò di sollecitare il papa Urbano II perché chiamasse quanti più cristiani possibili affinché liberassero Gerusalemme.

giovedì 25 agosto 2011

LO SVILUPPO DELLE CONFRATERNITE

Un'altra relazione di parentela spirituale riguarda tutti i battezzati: essendo figli di Dio e della Chiesa, i cristiani sono fratelli l'uno con l'altro. Questa fratellanza generalizzata è istituita attraverso il battesimo in modo da caratterizzare i membri della cristianità e da tracciare una linea di separazione che esclude gli altri uomini. Questa relazione è invocata dagli ecclesiastici allorchè è necessario sedare i conflitti e predicare la riconciliazione. L'appartamento al clero rende più attivo questo legame soprattutto all'interno della comunità monastica: questo può estendersi ai laici che attraverso le loro donazioni, specialmente a Cluny, sono integrati nella familia monastica o per lo meno sono associati nelle preghiere. Le confraternite, a seconda dei luoghi e delle epoche, possono prendere forme differenti, privilegiando prima l'aspetto religioso, poi l'organizzazione di un mestiere o di un gruppo professionale.

LA PATERNITA' DEGLI ECCLESIASTICI

Come gli altri cristiani, gli ecclesiastici sono figli di Dio e della Chiesa ma sono anche padri: è attraverso il battesimo che lo stato del prete si manifesta più chiaramente. Ricopre il ruolo di rappresentante di Dio sulla terra  e permette il compimento del parto per Dio e la Chiesa in virtù del suo status di membro della Chiesa in quanto istituzione. Unici a poter conferire i sacramenti, i preti sono i mediatori obbligati della parentela divina; attraverso loro si instaura per i cristiani la paternità di Dio e la maternità della Chiesa. Il rapporto di paternità non esprime solo la dualità tra chierici e laici ma anche gerarchie in seno al clero e analogamente i legami di dipendenza tra le fondazioni ecclesiastiche sono anche legami di parentela spirituale unitamente agli alberi monastici che si innalzano al fondatore di un ordine mostrando in questo non la parentela carnale del santo ma l'ampiezza della sua fecondità.

LA SOCIETA' CRISTIANA COME PARENTELA SPIRITUALE

Oltre alla sua funzione purificatrice, il battesimo è indispensabile per accedere alla salvezza personale segnando la vera nascita sociale dell'individuo: senza di esso non c'è nessuna identità, nessuna esistenza nel mondo terreno e nessuna salvezza dopo la morte. E' allora che si istituiscono i più attivi legami di parentela spirituale costituiti dal padrinaggio e dal comparaggio. I genitori sono esclusi dal rito battesimale in quanto trasmettono al figlio la colpa del peccato originale cedendo il posto ai padrini e alle madrine che pronunciano le parole rituali, gli danno il nome e si fanno garanti dell'educazione cristiana: in questo modo si da valore alla parentela spirituale svalutando la parentela carnale. Il ruolo del padrino nell'educazione del bambino è teorica prescrivendone l'intervento solo in mancanza dei genitori. In alcuni ambienti si cercano compari più per i genitori stessi che non per i bambini per stabilire una relazione pensata in termini di amicizia e di fraternità.

LA PARENTELA CARNALE E IL SUO CONTROLLO DA PARTE DELLA CHIESA

Due fasi testimoniano l'interesse della Chiesa per le istituzioni familiari. Nel IV e V secolo molti elementi chiave delle antiche strutture della parentela si disgregano (adozione, concubinaggio, divorzio, levirato); di contro si sviluppano anche pratiche nuove come il padrinaggio. Anche la concezione del matrimonio si trasforma; bisogna ricordare che nei primi secoli del cristianesimo, la rottura con la morale giudaica della fecondità e soprattutto con il dovere del cittadino di dare figli all'Urbe conduce a svalutare il matrimonio legato all'atto sessuale e quindi al peccato. Solamente la continenza e la verginità dovevano essere esaltati.

RIPRODUZIONE FISICA E SIMBOLICA DELLA CRISTIANITA'

Nel cristianesimo medievale, le relazioni tra gli uomini e tra uomini e figure divine sono definite come legami di parentela. Il fondamento di questo sistema è l'istituzione evangelica di una paternità in Dio. E' Cristo che afferma la presenza di un Padre nei cieli di cui egli stesso è il figlio che, attraverso di lui, diviene padre di coloro che lo seguono. Questo è il senso del Pater Noster che ricorda il legame filiale tra l'uomo e Dio. L'affermazione di una paternità celeste trova due corollari nel Vangelo: dapprima la parentela si svaluta. L'atto di fede è messo in concorrenza con i legami di sangue e deve avere la meglio su di essi (Gesù stesso rifiuta di riconoscere la madre e i fratelli); successivamente essendo tutti figli di Dio, i discepoli di Cristo sono uniti tra loro da un legame di fraternità chiamato "fratellanza"- Questi punti si esprimono violentemente al punto che la Chiesa medievale non li accetterà mai totalmente forse anche perchè il rifiuto di un figlio per una madre (la Vergine) non è indicato in una società in cui il culto della stessa ha un posto centrale.

lunedì 22 agosto 2011

I LUOGHI INTERMEDI: PURGATORIO E LIMBI

Il purgatorio è un terzo luogo intermedio tra inferno e paradiso. L'idea di un tempo di prova e di purgazione dopo la morte che permette la salvezza dell'anima ed è agevolato dal suffragio dei vivi non è nuova poichè è espressa da Agostino. Il purgatorio è il luogo nel quale le anime si purificano dai peccati veniali o dai peccati confessati ma per i quali la penitenza prescritta o non è stata compiuta. Il purgatorio è ammesso come dogma al secondo Concilio di Lione (1274) conoscendo così un grande sviluppo ed uso nella predicazione. Il purgatorio da forma alla speranza di salvezza per quei fedeli che sanno di essere imperfetti; per gli usurai ad esempio il purgatorio costituisce proprio la speranza, quella di un castigo temporale che permetta di conservare la borsa qui sulla terra e allo stesso tempo di ottenere la vita eterna nell'altro mondo. Il purgatorio è il soggiorno transitorio delle anime, p provvisorio e cesserà di esistere al momento del Giudizio Universale.

IL PARADISO COME PERFETTA COMUNITA' ECCLESIALE

Se esiste l'inferno, non può non esistere il paradiso: se la pena principale dell'inferno è la privazione di Dio, la ricompensa degli eletti consiste nella soddisfazione di vedere i tormenti dei dannati. Il paradiso consente di pensare ad una società perfetta dove gli eletti partecipano alla comunità della Chiesa celeste compagna degli angeli ed assemblea dei santi e di tutti i giusti. La ricompensa del paradiso consiste in una riunione dei fedeli al Creatore che viene chiamata "visione di Dio" sulla scia di Agostino sebbene non abbia niente in comune con la visione attraverso gli occhi: "la visione beatifica" permette di concepire la salvezza cristiana come un accesso a Dio, una piena partecipazione alla sua presenza. Il paradiso viene designato come luogo pieno di alberi e si manifesta quindi come una relazione essenziale tra paradiso celeste e paradiso terrestre: la storia dell'umanità si richiude ad anello in modo che la speranza del paradiso che anima gli uomini è anche il desiderio di un ritorno alla felicità perduta delle origini.

La ricompensa dei giusti è associata spesso alla Gerusalemme Celeste, città quadrangolare le cui mura sono forate da dodici porte secondo la descrizione dell'Apocalisse di Giovanni. Nei secoli XII e XIII l'evocazione principale della felicità paradisiaca mostra gli eletti nel seno di Abramo: queta rappresentazione beneficia di una grande efficacia figurativa e fa vedere il paradiso come una ricongiunzione ad una figura paterne che riunisce e protegge la sua progenie.

Gli eletti riuniti nel seno di Abramo sono rappresentati come bambini per manifestare al meglio il loro status di figli del patriarca e per sottolineare il ritorno all'infanzia spirituale di cui la Chiesa fa una condizione d'accesso al regno dei cieli. Il desiderio di esprimere la riunione degli eletti a Dio comporta lo sviluppo di un'altra rappresentazione, la corte celeste, che diviene dominante nel XIV secolo e soprattutto nel XV: questo dimostra l'assemblea dei santi, angeli ed eletti disposti attorno alla divinità nell'estasi della sua contemplazione.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

IL SISTEMA PENALE INFERNALE

Gli ecclesiastici ne ammettono la localizzazione sotterranea e sottolineano che i dannai soffrono qui due specie di pene una spirituale e l'altra corporea. La più terribile è il dam cio la privazione di Dio alla quale si aggiungono diversi tormenti psicologici (disperazione, rimorso, rabbia...). Il fuoco che brucia senza illuminare è la principale pena corporea. L'iconografia indica che la minaccia infernale si fa insistente durante i secoli medievali: il suo vero e proprio sviluppo è situato nell'XI secolo nel momento in cui l'iconografia del Giudizio Universale inizia ad affermarsi. L'inferno diventa oggetto di una strutturazione interna che manifesta la costituzione di un vero e proprio sistema penale dell'aldilà. Esiste una logica del castigo poiché ciascuno dei luoghi così isolati è destinato alla punizione di un vizio particolare, generalmente uno dei sette peccati capitali. La funzione dell'inferno è quello di far vedere il crimine che giustifica la pena convertendolo in lezione morale (vedasi contrappasso in Dante).

La paura dell'inferno è un incitamento alla confessione tanto importante dal IV concilio lateranense in poi. Sul cammino del peccato dall'inferno un crocevia permette di cambiare destinazione: la confessione che come un nuovo battesimo lava dal peccato o addirittura lo cancella. L'utilizzazione dei sette peccati capitali è l'unico modo per guidare l'esame di coscienza indispensabile alla confessione. L'immagine dell'inferno non è solo da stimolo alla confessione ma indica al fedele come deve procedere. Ma quali sono i limiti della minaccia infernale? Giordano da Pisa all'inizio del XIV secolo, indica che numerosi fedeli credono alla terribile ferocia dei tormenti infernali ma pensano di potervi sfuggire. L'inferno quindi può essere l'oggetto di una credenza non efficace il che costituisce un limite al funzionamento del sistema ecclesiastico. La rappresentazione dell'inferno mira a far confessare più che ad impaurire...

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

DOTTRINA, RACCONTI DELL' ALDILA' E PRATICHE PER L'ALTRO MONDO

Solo il cristianesimo prevede una visione dualistica dell'aldilà: annunciato da Matteo e dall'Apocalisse il Giudizio Universale delinea la prospettiva alla fine dei tempi della venuta di Cristo che spedirà i cattivi nella dannazione e i giusti nel regno dei cieli. Il messaggio evangelico fonda la credenza quindi sulla gloria celeste del paradiso e il castigo eterno dell'inferno basato su una logica dell'inversione: la sorte nell'aldilà è la conseguenza del comportamento sulla terra producendone l'esatto compenso. Questa visione è disegnata da Sant'Agostino nella sua monumentale Città di Dio per difendere l'idea dell'eternità delle pene infernali. Infatti anche se risulta impossibile pensare ad un Dio misericordioso che condanna tutti i non battezzati, Agostino risulta irremovibile e combatte sentimenti troppo umani: il perdono ha i suoi limiti e le sue regole e lo splendore della giustizia divina impone che il castigo dei peccati capitali sia eterno.


Le concezioni dell'aldilà conoscono durante il Medioevo vari adattamenti: durante i primi anni del cristianesimo domina l'attesa del Giudizio Universale. Sebbene le preghiere per i morti indicano preoccupazione per la salvezza delle anime una grande incertezza avvolge il destino che esse conosceranno durante l'attesa della fine dei tempi. Agostino deve ammettere che le anime ricevono al momento della morte ricompense o castighi. A partire dal VII secolo la preoccupazione dell'aldilà e della sorte delle anime inizia ad avere impulso nell'ambito di un'affermazione delle esigenze del "governo delle anime" caro a Gregorio Magno. L'idea di un giudizio dell'anima prende forma in special modo con Beda il Veneravile sviluppandosi poi a partire dal XII quando alcuni teologi come Abelardo  integrano l'esame dell'anima tra le preoccupazione del pensiero erudito, e l'attenzione dei vivi si rivolge verso il destino dell'anima.

L'attesa del Giudizio Universale è una prospettiva fondamentale quindi se il giudizio dell'anima acquisisce durante il Medioevo una importanza crescente esso non eclissa il Giudizio Universale; per San Vittore e Tommaso d'Aquino il primo è nascosto ed individuale e solo il secondo ingloba i corpi. Il mondo dei vivi e il mondo dei morti, quindi, coesistono simultaneamente. I morti possono tornare sulla Terra e apparire ai vivi infatti si moltiplicano tra l'XI e il XII secolo racconti su spettri. Esiste tra la vita terrena e l'altro mondo una frontiera irriducibile e proprio su questo punto la Chiesa di distingue dalle rappresentazioni folcloriche degli abitanti di Montaillout del XIV secolo secondo i quali i morti non si dividono tra inferno e paradiso ma conoscono un destino omogeneo subendo la prova di girovagare la cui durata è variabile. Anche i pochi peccatori incalliti subiscono il proprio castigo sulle montagne circostanti e familiari: in simili rappresentazioni vivi e morti condividono gli stessi spazi.

Se nelle visioni dell'alto medioevo la descrizione dell'aldilà rimane confusa le visioni del XII secolo come quella del monaco Alberico di Montecassino descrivono i soggiorni nell'aldilà differenziando i luoghi in cui vengono inflitti i molteplici castighi. Numerose espressioni permettono di identificare i diversi luoghi di soggiorno dei morti, ma spesso i testi ricorrono alla dicitura "nel secolo futuro" o "nella vita futura" sia perché dal punto di vista cristiano non ha senso riunire il mondo glorioso del paradiso e tenebroso dell'inferno, sia perché manca una concezione del termine "spazio": in conseguenza di ciò può esistere solamente una serie di luoghi che la loro diversità impedisce di inglobare in una visione spaziale omogenea. Le trasformazioni del XII secolo non sono una creazione dal nulla ma sono il risultato di un processo lento e una vera innovazione. Un elemento determinante è la possibilità teologica di una rappresentazione localizzata del destino delle anime.

Questa teoria detta della "dilazione" riposa sulla necessità di rimettersi alle sentenze al momento del Giudizio Universale: infatti secondo Agostino le anime dopo la morte riposano in "depositi segreti" che non sono nè l'inferno nè il paradiso in quanto l'anima stessa è sprovvista di dimensione locale e quindi non può essere situata in nessun posto. L'anima separata non può essere situata nel paradiso o nell'inferno materiale ma unicamente in un luogo che avvia la sua stessa natura. Sebbene Gregorio Magno voglia abbandonare la dilazione, la tradizione di Agostino rimane forte fino all'inizio del XII secolo. Verso il 1100 l'Elucidarium di Augustodunensis afferma che i semplici eletti si trovano in un paradiso spirituale poiché le anime non possono essere contenute in un luogo materiale. Nella metà del XII con San Vittore l'anima è considerata localizzabile: priva di ogni dimensione locale essa non può creare nessuna estensione nel proprio luogo ma è delimitata da un luogo.

Nel secolo successivo la Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino sintetizza e approfondisce questa trasformazione: lo spirito può essere considerato come unito ad un luogo corporeo nella misura in cui esiste in questo luogo e in nessun altro precisando che se le anime non possono ricevere nulla dal luogo in cui si trovano, è attraverso la conoscenza della natura dello stesso che le turba provando gioia o sofferenza. A partire dagli anni 1170-1180 si afferma che le anime accedono sin dalla morte a luoghi definitivi che sono l'inferno e il paradiso a meno che un periodo di purificazione non imponga un soggiorno nel purgatorio. I luoghi smettono quindi di essere dualistici. Si afferma allora il sistema dei 5 luoghi dell'aldilà (inferno, purgatorio, paradiso, limbo dei bambini e limbo dei padri).

Dal XII secolo è possibile parlare di una geografia dell'aldilà che si costituisce come un insieme di luoghi distinti e funzionali. Nel momento in cui la parte morta dei defunti si mischia ai vivi la parte vivente dei defunti deve essere soggetto ad una divisione ancora più rigorosa  al fine di evitare confusione. Mentre il culto dei morti si concentra nel cristianesimo, ora sono i vivi a dover rendere servizio ai morti. Secondo Agostino vi erano tre forme utili di suffragio: elemosina, eucaristia, preghiera. Nei secoli XI e XII una delle missioni delle comunità monastiche era assicurare la memoria dei defunti e questa è la ragione del loro successo come nel caso della chiesa cluniacense.

I necrologi manoscritti nei quali vi sono iscritti i nomi di coloro che godono del suffragio sono gli strumenti privilegiati che rafforzano il legame tra aristocrazia e clero. La festa dei morti il 2 novembre che Odilone di Cluny istituisce verso il 1030 è un importante segno dell'importanza che la Chiesa accorda al culto dei morti. Lo sviluppo della pratica testamentaria è un altro strumento sviluppando una sorta di "contabilità dell'aldilà" che ricorre alle elemosina ai poveri ma che si focalizza sulla riduzione del tempo di sofferenza nel purgatorio. La conseguenza era una aumento di messe sollecitate dai fedeli preoccupati di stabilire loro stessi il prezzo della loro salvezza. Altro mezzo era quello delle indulgenze che danno luogo ad una medesima contabilità il cui legame troppo evidente con gli interessi materiali della Chiesa sarà fonte di attacco da parte di martin Lutero.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

SATANA COME STRUMENTO DI VALORIZZAZIONE DELLE POTENZE CELESTI E DELLA CHIESA

A contrastare la forza di Satana ci sono i santi che riescono sempre a superare le tentazioni. Si dimostra quindi che quella dei santi è la risorsa più efficace per gli uomini che si pongono sotto la loro protezione e, ancora più dei santi, la Vergine diviene protettrice suprema in quanto è lei che libera Teofilo dal patto diabolico. L'uomo del Medioevo non è quindi solo dinanzi ai demoni, tutte le forze ritrovano contro di lui la loro unità e coesione in modo che l'equilibrio prodotto spinge a considerare il cristianesimo medievale come un monoteismo complesso. Il fedele dispone di pratiche, gesti e riti per difendersi dal Nemico e la Chiesa costituisce un baluardo contro il diavolo attraverso i sacramenti, i riti , le preghiere, le benedizioni e gli oggetti sacri che tengono il demonio alla larga. Il gesto più importante è il segno della croce.

IL DIAVOLO

Durante la battaglia tra vizi e virtù si profila la battaglia tra Diavolo e Dio che ha per teatro il mondo. Ignorato nell'Antico Testamento il ruolo del Diavolo è valorizzato dal Vangelo di Giovanni che lo definisce come il dio di questo secolo che raggruppa tutti gli spiriti demoniaci. E allora che viene precisato il mito della caduta degli angeli che costituiscono l'atto di nascita del diavolo e segna l'ingresso del male nell'Universo. Se nel racconto iniziale la caduta è la conseguenza del desiderio dei demoni sedotti dalla bellezza delle donne, a partire dal IV secolo è spiegata in base alla superbia del primo degli angeli Lucifero desideroso di essere uguale a Dio e per questo cacciato dal cielo insieme a tutti gli angeli con la medesima pretesa. L'importanza della figura del maligno si rafforza durante il Medioevo e solo verso l'anno mille si inizia a rappresentarne la sua mostruosità.

Il cristianesimo cerca di liberarsi del dualismo: la dottrina cristiana considera Dio come signore e creatore di tutte le cose e il racconto della caduta degli angeli mostra che Satana e i demoni sono creature, angeli decaduti che non possono agire con il permesso di Dio. San Tommaso insiste che i demoni sono stati creati buoni e sono cattivi per loro volontà. La tentazione di Abramo ed Eva è la prima rivincita di Lucifero e si afferma grazie a Agostino secondo il quale il Diavolo grazie al peccato originale possiede un diritto di proprietà sull'uomo. Ma Cristo, col suo sacrificio, riacquista questo diritto del diavolo e può liberare Adamo ed Eva e tutti i giusti dell'Antico Testamento che Satana fino ad allora teneva prigionieri nell'inferno.

La lotta è pari perchè se le forze del male hanno a proprio vantaggio il peccato originale, quelle del bene trovano nella Incarnazione un argomento potente ricordando che l'uomo ha i mezzi per ritrovare l'armonia con Dio. Il Diavolo è considerato il responsabile di tutte le disgrazie e con le sue armi favorite ossia tentazione ed inganno, cerca di insinuare nel cuore degli uomini desideri colpevoli suscitando cattivi pensieri attraverso il sogno o l'apparizione. Può impossessarsi di un'apparenza umana, soprattutto quella di donna attraente o di un giovanotto o addirittura di un santo divenendo un campione della metamorfosi arrivando anche a trasformarsi nell'arcangelo Gabriele, la vergine o Cristo. le tentazioni della carne e del denaro per non parlare del potere sono le più forti e una leggenda vuole che Teofilo per diventare vescovo strinse un patto col diavolo.

Il diavolo può possedere il corpo degli uomini, e proprio per questo esiste l'esorcismo un rituale che permette alla chiesa di liberare i posseduti. Dopo l'anno mille la possessione arretra a vantaggio dell'ossessione diabolica che assilla le coscienze soprattutto dei monaci. In molti racconti si mettono in scena i tormenti delle anime e il diavolo esprime proprio quello che la coscienza giudica negativo e non può considerare come emanante da se stessa o da Dio. Come dice Freud, i demoni sono le forme personificate e proiettate fuori di sè dei desideri repressi. Le pulsioni sono spesso di natura sessuale (vedasi le polluzioni notturne) che possono rivestire anche un tono morboso come quando il diavolo, avendo preso le sembianze di San Giacomo, ordina ad un pellegrino di castrarsi e di darsi la morte. Si precipita presso i morenti per far provare l'ultime tentazione per evitare che possano all'ultimo salvarsi iniziando una guerra con gli angeli al capezzale del morente stesso.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

I PECCATI CAPITALI

Trattare dei peccati capitali significa tenere un discorso sul buon ordine della società: la superbia è il peccato dei dominanti, ecclesiastici o nobili che finiscono per violare l'obbedienza e la sottomissione che è necessario manifestare nei confronti di Dio. L' invidia  è il vizio delle classi inferiori insofferenti nei confronti della loro posizione di dominati e guardano con astio i vertici della società. L' ira stigmatizza al violenza e l'aggressività. Questi tre peccati rompono l'armonia gerarchica della società cristiana. L' accidia si tratta all'inizio di un vizio monastico riferendosi al disgusto per la solitudine e la malinconia che lo assale distogliendolo da Dio e facendogli revocare la propria vocazione. Il contrario è l'ozio considerato come il padre di tutti i vizi. L'accidia è associata soprattutto ai laici che non adempiono la propria funzione di lavoratori o che trascurano i loro doveri verso Dio. L' avarizia rivaleggia con la superbia. La superbia appare come un peccato feudale e clericale: la condanna dell'avarizia diviene un attacco all'usura peccato professionale dei mercanti e dei banchieri. E' una manifestazione dell'amore eccessivo per i beni materiali che la Chiesa contrappone al desiderio dei beni spirituali. Infine la lussuria che si rafforza quando il celibato è definito come un obbligo degli ecclesiastici e in cui la dottrina del matrimonio impone ai laici regole più costrittive. Attraverso i vizi la Chiesa diffonde i suoi valori rivendicando il monopolio dei mezzi che permettono di cancellare il peccato: solo la Chiesa col battesimo conferisce la possibilità di lavarsi dal peccato originale. Solo lei accorda il perdono attraverso la penitenza e la confessione (valida dal IV concilio lateranense) o anche attraverso le indulgenze. La confessione serve a supervisionare la vita dei fedeli fino ad arrivare nella parte più intima della loro coscienza.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

LA LOGICA DELLA SALVEZZA

Nel Medioevo , la vita terrena non può essere concepita senza l'aldilà: la paura dell'inferno e la speranza del paradiso devono guidare il comportamento di ognuno è l'organizzazione stessa della società che si fonda sull'importanza dell'altro mondo poiché la posizione dominante degli ecclesiastici si giustifica con la missione che spetta loro di condurre i fedeli alla salvezza.  Il Medioevo concepisce la vita terrena come un universo figurale, non sono i morti ad essere le ombre dei vivi ma viceversa. Secondo Agostino il mondo si divide in due insieme opposti: la città di Dio e la città del Diavolo. L'opposizione tra il bene e il male prevale su quella tra l'aldiqua e l'aldilà, poichè ogni città ingloba una parte di questo mondo e dell'altro. L'aldilà è la prospettiva che obbliga a leggere ogni azione umana attraverso una griglia morale dualistica, come peccato passibile di dannazione o virtù che merita la beatitudine. L'opposizione tra il bene e il male è essenziale nel cristianesimo medievale: i peccati e le virtù costituiscono categorie fondamentali per ordinare la lettura del mondo, tanto della sua storia quanto del suo presente e futuro. Questo viaggio è vagliato dalla Chiesa che si impegna ad assicurarne i fondamenti teologici analizzando ogni peccato ed ogni virtù. Secondo Pelagio il peccato originale non ha viziato interamente la volontà dell'individuo e ciascuno può trovare in se la forza per innalzarsi a dio: Agostino rompe questa visione ottimistica asserendo che il peccato è trasmesso ad ogni uomo che nasce peccatore ancora prima di aver fatto qualcosa rafforzando così l'importanza del battesimo. Se il sacramento non restituisce completamente l'uomo alla purezza, per lo meno gli cancella il peso della colpa originale: l'uomo quindi non può salvarsi da solo ed ha bisogno dell'aiuto delle istituzioni, come la Chiesa, la cui sola mediazione può attirare su di se la grazia divina. Tra le virtù e i vizi non può esistere che una lotta senza pietà descritta nella Psycomachia del poeta Prudenzio. Una delle principali tipologie è quella delle sette virtù: quattro cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e tre virtù teologali (fede, speranza, carità). Le prime vengono da Platone e Cicerone, le seconde sono create dal mondo cristiano nonostante il settenario stesso non includano valori cristiani fondamentali come l'umiltà definita come madre delle virtù rivestendo una grande importanza perchè simboleggia l'amore per il prossimo e verso Dio. Quanto alle altre virtù quelle più importanti sono giustizia e fede. I peccati invece sono catalogati dal V secolo nei Moralia di Gregorio Magno: questi peccati sono detti capitali perchè si generano gli uni con gli altri e soprattutto perchè ognuno di essi è il punto di partenza di ramificazione che danno vita a numerosi peccati derivati. Il settenario non include i peccati della lingua che raggruppano dal XII secolo tutte le colpe commesse parlando, dalla bestemmia all'ingiuria fino alla maldicenza e alla menzogna o al silenzio ingiustificato.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

sabato 20 agosto 2011

LA CHIESA, ARTICOLAZIONE DEL LOCALE E DELL'UNIVERSALE

Con il termine universale si indica la cristianità romana- Durante i secoli V e VI la Chiesa appare come una collezioni di diocesi autonome in cui ogni vescovo è padrone e quello di Roma dispone solo di una preminenza simbolica. In epoca carolingia si riafferma l'unità cristiana e su istigazione dell'imperatore e del papa, Benedetto di Aniane unifica il monachesimo occidentale sulla base della regola benedettina mentre l'uniformazione liturgica diffonde le usanze romane ed eclissa piano piano le altre tradizioni. La centralizzazione pontificia divenne la forma  concreta presa dall'unità della cristianità. Il papa ne è l'incarnazione e la proietta al di la di se stessa, facendo appello alla crociata o accordando ai regni iberici un diritto di conquista garantendo il monopolio indispensabile allo sfruttamento del Nuovo Mondo (bolla Inter caetera di Alessandro VI del 1493 e Trattato di Tordesillas nel 1494).

LA CRISTIANITA' E I PELLEGRINAGGI NEL MEDIOEVO

Il pellegrinaggio è una avventura a rischio: se la destinazione è lontana si redige un verbale o comunque si mette ordine ai propri affari. Esso può essere deciso individualmente in seguito ad un voto o ad una speraznza di guarigione, ma può anche essere imposto dal clero a titolo di penitenza a partire tra l'XI e XII secolo essere imposto dal clero o dal XIII secolo da un tribunale come sanzione penale. Comunque è un viaggio penitenziale che rappresenta una rottura con il mondo quotidiano, e la vita normale. Il pellegrino sceglie di divenire uno straniero ed è così che viene percepito nei luoghi (peregrinus significa straniero, esiliato). Il pellegrinaggio è una partenza verso l'altrove e nei primi secoli del Medioevo la partenza penitenziale è più importante delle destinazione del viaggio ed è in epoca carolingia che il girare penitenziale si eclissa a vantaggio del pellegrinaggio verso un luogo fissato in anticipo. I pellegrini locali ricoprono una grande importanza perchè permettono di strutturare una contrada o di sviluppare le solidarietà tra villaggi vicini.

SCAMBI SENZA MERCATO

Gli scambi commerciali mettono in relazione le entità locali in seno alle quali si organizza la vita sociale: lo sviluppo del commercio e la crescita della città non sono processi estranei al feudalesimo ma sono stimolati dallo sviluppo delle campagne e dal rafforzamento delle dominazione signorile mentre i signori stessi ne traggono profitto percependo diritti di pedaggio. Il commercio feudale si sviluppa a differenti livelli: da una parte i mercati locali animati dagli stessi produttori e dagli ufficiali signorili, dall'altra parte le grandi ferie annuali o semestrali alcune dotate di franchigie e di una particolare protezione come quelle di Champagne che nel XII e XIII secolo mettono in rapporto l'Italia con le Fiandre. Il mercato presuppone uno spazio omogeneo cosicché la dimensione spaziale è un parametro che deve essere eliminato.

LA RETE PARROCCHIALE E IL RAGGRUPPAMENTO INTORNO AI MORTI

Tra il X e l'XI secolo si verifica il fenomeno del raggruppamento di uomini presso la torre o il castello signorile. Questo processo si chiama incellulamento che ingloba gli uomini nelle strutture nuove della signoria, dà vita ai villaggi la cui rete ricopre le campagne occidentali. Ma bisogna far posto anche alla Chiesa e alla rete di parrocchie che accompagnano la formazione delle signorie. Durante l'Alto Medioevo la parola parrocchia indicava edifici di culto e non estensioni territoriali anche se esistevano suddivisioni delle diocesi ma si trattava di un debole inquadramento delle popolazioni rurali. La rete parrocchiale si forma insieme al raggruppamento delle popolazioni in villaggio: il processo fu più rapido in Italia già divisa a causa della presenza secolare del cristianesimo.

giovedì 4 agosto 2011

CHIESA DEI SANTI QUATTRO CORONATI

Luogo di iniziazione massonica?


Quello dei Santi Quattro Coronati è un complesso di edilizia cristiana situato nel rione romano del Celio, sull'omonimo colle. I nomi dei quattro santi titolari, secondo la Pontificia Academia Cultorum Martyrum, che vi pone una stazione al Lunedì della IV settimana di Quaresima, sono: Castorio, Sinfroniano, Claudio e Nicostrato, commemorati l'8 novembre e divenuti simbolo della massoneria. Nascosta tra i palazzi in zona San Giovanni in Laterano, sorge una basilica di epoca paleocristiana dedicata ai Quattro Coronati. Chi erano? Castorio, Sinfroniano, Claudio e Nicostrato che, commemorati l'8 novembre, divennero simbolo della massoneria. Ecco come ci descrive la leggenda Jacopo da Varagine nella "Leggenda aurea":
"I Quattro Coronati furono Severo, Severino, Carpoforo, Vittoriano; per ordine di Diocleziano furono battuti sino a che non furono morti, con flagelli terminanti in pallottole di piombo. Per molto tempo i loro nomi restarono sconosciuti, ma furono poi rivelati dal Signore e la loro festa fu fissata insieme a quella di cinque altri martiri: Claudio, Castore, Nicostrato, Sinforiano e Simplicio che subirono il martirio due anni dopo i quattro Coronati. Questi cinque erano scultori e perché rifiutarono di scolpire la statua di un idolo, come Diocleziano aveva comandato, e di sacrificare agli dei, furono condannati ad essere chiusi vivi in una cassa di piombo e gettati in mare nell’anno 287 del Signore. Furono venerati insieme agli altri quattro di cui si ignorava il nome e che il papa Melchiade volle fossero chiamati i Quattro Coronati; quando più tardi i loro nomi furono conosciuti, l’uso continuo a chiamarli così".
I nove martiri vennero sepolti insieme. Nel 310 papa Melchiade diede loro l'appellativo di Quatuor Coronati e nel VII papa Onorio eresse suna basilica in memoria dei Quatuor Coronati. Nell’ 848 i resti dei nove martiri furono portati nella chiesa dei Quatuor Coronati e da qui nacque la confusione: mentre i cinque scalpellini (marmorarii) furono dimenticati, i Quatuor Coronati divennero i protettori dell’arte del costruire in sostituzione degli altri cinque la cui professione venne unita al nome dei quattro. I Quatuor Coronati divennero uno dei miti (come quello di Hiram) delle varie gilde, corporazioni e fraternite che precedettero lo stabilirsi della Massoneria propriamente detta. Il culto dei Quattro Santi Coronati scomparve con l'avvento della Riforma Protestante onorando san Giovanni Battista e san Giovanni l'Evangelista che occuparono un posto importante, sia per la posizione nel calendario si dal punto di vista massonico. Probabilmente la Corporazione dei Muratori aveva la sua sede all'interno della Chiesa dei Santi Quattro Coronati che è luogo ricchissimo di simboli suggestivi. I più importanti si trovano all'interno del chiostro e sono la "triplice cinta druidica" che simboleggia il percorso che porta al Sé, e i segni X, I, D, incisi nel pavimento in cui la X nasce dall'incontro di due triangoli e si rifà alla nota stella a sei punte. Probabile membro della Corporazione era Francesco Borromini che disseminò Roma di simboli esoterici e massonici. Questa corporazione era una massoneria ante litteram, il cui motto recitava «esporre segretamente e dimostrare silenziosamente».  Molto importante è l'oratorio di San Silvestro (cliccare per l'approfondimento): decorato da notevoli affreschi duecenteschi in stile bizantineggiante con "Storie di papa Silvestro e dell'imperatore Costantino I", tratte dalla leggenda narrata negli Actus Silvestri, testimonia anche nel programma iconografico la rilevanza politica del complesso nel contesto del potere temporale del papato.

Altre immagini

(c) Simbolo del Crismon
(c) Centro Sacro
(c) Misterioso gioco su un muro all'interno del Chiostro

(c) Misteriosa Triplice Cinta
(c) Croce Patente all'ingresso della Basilica


Come raggiungere la Basilica


Visualizzazione ingrandita della mappa

Le immagini sono di proprietà di Emiliano Amici

L'ORATORIO DI SAN SILVESTRO A ROMA

L’oratorio di San Silvestro è una chiesa di Roma, nel rione Celio, nei pressi dell’entrata della basilica dei Santi Quattro Coronati (clicca per la mappa). Vi si accede dal portico del primo cortile esterno della basilica. Secondo il Rendina, esso « è un ambiente straordinario, un angolo di medioevo, meglio conservato della chiesa stessa » .L’oratorio fu edificato nel 1246 per volere del cardinale Stefano Normandis, titolare di Santa Maria in Trastevere, e fu consacrato lo stesso anno, come ricorda ancora la lapide commemorativa, dal vescovo di Ostia Rinaldo dei Conti di Segni. Decorato successivamente (1248) da maestri bizantini, nel XVI secolo divenne l’oratorio della università degli scultori e scalpellini (detti marmorari). Nella lunetta sopra la porta d’ingresso è un affresco con la raffigurazione di Cristo giudice, Maria, san Giovanni e gli Apostoli. L’interno dell’oratorio è a pianta rettangolare con volta a botte. Il pavimento è in stile cosmatesco, mentre la volta è decorata con motivi di stelle e croci: al suo centro sono poste cinque maioliche originali, a formare una croce greca. La base della volta è decorata con un fregio a foglie. La parete d’ingresso ospita un Giudizio universale, con Cristo in trono, la vergine Maria, san Giovanni Battista, gli apostoli e due angeli: uno di questi è dipinto nell’atto di ripiegare il firmamento. Sotto questo affresco, nella parete di sinistra, in quella di ingresso ed in quella di destra, è un ciclo di affreschi, composto da 11 scene o pannelli, dipinto nel 1248. L’Armellini riporta una iscrizione che un tempo si leggeva ad indicare la data del ciclo: A.D. MCCXLVIII hoc opus divitia fieri fecit. Questo ciclo pittorico è desunto dagli Acta Silvestri e si riferisce alla vita leggendaria dell’imperatore Costantino I.
I soggetti delle 11 scene sono:

PARETE D'INGRESSO



  • Costantino colpito dalla lebbra;
  • Pietro e Paolo appaiono in sogno a Costantino malato e lo esortano ad affidarsi a papa Silvestro;
  • I messi imperiali si dirigono al monte Soratte per incontrare Silvestro.
PARETE SINISTRA
  • I messi di Costantino salgono sul monte Soratte;

  • Silvestro rientra a Roma e mostra a Costantino le effigi di Pietro e Paolo;

  • Costantino riceve da Silvestro il battesimo;

  • Costantino, curato dalla lebbra, siede in trono di fronte a Silvestro;

  • Silvestro a cavallo, in corteo, è accompagnato da Costantino.


PARETE DESTRA
  • Silvestro risuscita il toro ucciso dal sacerdote ebreo;
Autore: Sibeaster
  • Elena, madre di Costantino, ritrova la vera Croce;

  • Silvestro libera il popolo romano da un drago.

Nel XVI secolo venne aggiunto il piccolo presbiterio sopraelevato di tre gradini. Gli affreschi che lo decorano si riferiscono al martirio dei santi Quattro Coronati e sono attribuiti a Raffaellino da Reggio.

La chiesa è aperta ore 6.30 - 12.45 / 15.00 - 19.45
L'oratorio di S. Silvestro è visitabile ore 8.30 - 11.45 / 16.00 - 17.45
Il chiostro è aperto ore 10.00 - 11.45 / 16.00 - 17.45
Orario Messe:
Festivi: ore 11.00
Feriali: ore 18.30 - sabato anche ore 8.45 e 18.30
La Cappella non è visitabile durante le Sante Messe.
Gli orari possono subire cambiamenti. Si suggerisce di verificare contattando la chiesa

Ingresso: Offerta libera (generalmente ti viene chiesto 1€/pax)

Telefono: 0039 06 70475427
Fax: 0039 06 77262545
Email: monacheosasantiquattro@tin.it

IL CONCLAVE PIU' LUNGO DELLA STORIA

Dopo la morte di Clemente IV il 29 novembre 1268, ebbe inizio nel Palazzo papale di Viterbo quello che passerà alla storia come il conclave più lungo. Il capitano del popolo, Ranieri Gatti, stanco di aspettare e stanco di mantenere i cardinali riuniti, a spese della comunità viterbese, avesse, dapprima razionato i viveri ai cardinali e poi fece scoperchiare il tetto del grande salone dove erano riuniti chiusi a chiave. Il conclave durò quasi tre anni e terminò il 1 settembre del 1271. Venne eletto un uomo che non faceva parte del conclave, era appena chierico. Si trovava in Terrasanta. per la crociata al seguito di Edoardo I d'Inghilterra. Al suo ritorno prima fu ordinato sacerdote, poi vescovo e infine papa col nome di Gregorio XIl suo pontificato durò 5 anni, 4 mesi e 10 giorni. Morì ad Arezzo il 10 gennaio 1276. Da questa data inizia una serie consecutiva di brevi e brevissimi pontificati.






LO SCHIAFFO DI ANAGNI

Lo schiaffo di Anagni - talvolta citato anche come oltraggio di Anagni - è un episodio occorso nella cittadina laziale il 7 settembre 1303. Si tratta in vero non tanto di uno schiaffo materialmente dato, quanto piuttosto di uno schiaffo morale, anche se la leggenda attribuisce a Sciarra Colonna l'atto di schiaffeggiare il pontefice Bonifacio VIII. Il re di Francia Filippo IV il Bello inviò i suoi emissari Guglielmo di Nogaret,il consigliere del re di Francia, e Giacomo Colonna (detto Sciarra) dal Papa, a capo di alcuni soldati, per intimargli di ritirare la bolla pontificia Super Petri Solio, che conteneva la scomunica per il re francese. Durante la notte, probabilmente con l'aiuto del Podestà dell'epoca, i soldati entrarono ad Anagni, passando tranquillamente per una delle porte della città, e la occuparono. Il pontefice fu rinchiuso nel palazzo di famiglia (oggi Palazzo Bonifacio VIII). Qui Guglielmo di Nogaret e il Colonna cercarono di costringere il pontefice, oltreché a ritirare la bolla, ad abdicare. L'episodio, sembra, fu risolto da una sollevazione popolare dei cittadini di Anagni che liberò Bonifacio VIII.

IL SIGILLO DEI TEMPLARI

                                                      
Il sigillo ufficiale ritraeva due cavalieri sullo stesso cavallo. L'emblema, che venne interpretato durante il processo come un chiaro riferimento alla sodomia, serviva ad evidenziare la fratellanza e la povertà che erano caratteristiche principali dell'Ordine: simboleggia inoltre la doppia natura dell'Ordine: monastico-guerriero e divina-umana.






Per Sguardo Sul Medioevo, Emiliano Amici




LA PERGAMENA DI CHINON


IL TESTO DELLA PERGAMENA DI CHINON


Chinon, 1308 agosto 17-20

In nome di Dio amen. Noi per misericordia divina cardinali preti Berengario del titolo dei Santi Nereo e Achilleo, e Stefano del titolo di San Ciriaco in Termis, e Landolfo, cardinale diacono del titolo di Sant’Angelo, rendiamo noto a chiunque visionerà il presente e pubblico documento quanto segue: dopo che, recentemente, il santissimo padre e nostro signore Clemente, per divina provvidenza sommo pontefice della sacrosanta e universale Chiesa di Roma, a causa di quanto riportato dalla pubblica voce e dalla accesa denuncia dell’illustre re dei Franchi, e di prelati, duchi, conti, baroni e altri nobili e non nobili del medesimo regno di Francia fece istruire un’indagine contro alcuni frati, preti, cavalieri, precettori e sergenti dell’ordine della Milizia del Tempio relativa a quei fatti che riguardano tanto i frati dell’ordine quanto la fede cattolica e lo stato dell’ordine medesimo, e per i quali fatti essi sono stati pubblicamente diffamati, lo stesso pontefice, volendo e intendendo conoscere la pura, piena e integra verità sugli alti dignitari del detto ordine, cioè il frate Jacques de Molay, gran maestro di tutto l’ordine dei Templari, e i frati Raymbaud de Caron, precettore d’Oltremare, e i precettori delle magioni templari Hugues de Pérraud in Francia, Geoffroy de Gonneville in Aquitania e Poitou, Goeffroy de Charny in Normandia, ordinò e incaricò noi, con mandato speciale ed impartito espressamente dall’oracolo della sua viva voce, affinchè, accompagnati da notai pubblici e testimoni degni di fede, ricercassimo con attenzione la verità nei confronti del gran maestro e degli altri precettori sopra nominati interrogandoli rigorosamente uno ad uno.

IL GIURAMENTO TEMPLARE

Io, Cavaliere dell’Ordine del Tempio, prometto al mio Signore Gesù Cristo e al suo Vicario Pontefice Romano ed ai suoi successori legittimamente eletti, eterna obbedienza e fedeltà perpetua, e giuro che con le parole, con le armi, con la forza e con la vita difenderò i misteri della fede, i sette sacramenti, i quattordici articoli della fede, il simbolo della fede sia degli Apostoli che di Sant’Atanasio, il libro del Vecchio e del Nuovo Testamento, con i commentari dei Padri della Chiesa, l’unità divina e la pluralità delle persone nell’unica Trinità; l’eterna verginità prima, durante e dopo il parto della Vergine Maria, figlia di Gioacchino e Anna, della tribù di Giuda, della stirpe del Re Davide; inoltre, prometto la sottomissione al Maestro Generale dell’Ordine e obbedienza secondo gli statuti di N. Padre San Bernardo. Partirò per le guerre oltre il mare ogni qual volta sarà necessario; contro i re ed i principi infedeli presterò ogni aiuto; non sarò mai senza armi e senza cavallo; anche se mi trovassi di fronte a tre nemici, se sono infedeli, non fuggirò; non venderò i beni dell’Ordine, né li alienerò, né permetterò che siano alienati o venduti da alcuno; conserverò una castità perpetua; non consegnerò le città e le fortezze dell’Ordine ai suoi nemici. Non negherò il mio aiuto con le parole, le armi e le buone opere alle persone devote, soprattutto ai monaci Cistercensi e ai loro Abati, nostri fratelli e compagni. In fede, secondo la mia volontà, giuro di mantenere tutte queste promesse. Che Dio ed i suoi Santi Evangeli mi aiutino.

Per Sguardo Sul Medioevo, Emiliano Amici

Immagine presa da: 


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IL PALAZZO DEI PAPI DI VITERBO

Il Palazzo dei Papi di Viterbo è, insieme al Duomo di Viterbo, il più importante monumento storico della città. Esso fu eretto nella forma attuale ampliando il palazzo sede della Curia vescovile della città allorché papa Alessandro IV (1254 – 1261, papa dal 1254), a causa dell'ostilità del popolo e della borghesia, capitanata dal senatore Brancaleone degli Andalò, trasferì la sede della Curia pontificia nel 1257 a Viterbo. L'ampliamento fu disposto e curato dal Capitano del Popolo Raniero Gatti, appartenente ad un'influente famiglia cittadina. Egli fece costruire tra l'altro una grande sala per le udienze nota con il nome di Aula del Conclave per il fatto di aver ospitato il primo e più lungo conclave della storia. Notevole anche la Loggio delle benedizioni (più nota come Loggia dei Papi) eretta nel 1267 per volontà del Capitano del Popolo Andrea Gatti. La visita del Palazzo è possibile rivolgendosi presso il Museo del colle del duomo di Viterbo. Il Palazzo è una costruzione massiccia che, dal lato opposto alla piazza, strapiomba con possenti contrafforti sulla valle di Faul. Esso termina alla destra con la imponente Sala del Conclave, che si affaccia sulla piazza con sei finestre bifore sormontate da altrettante a feritoia (la stessa struttura si presenta dal lato opposto, sulla valle Faul). L'accesso alla sala avviene dalla piazza tramite un'ampia scalinata, terminata nel 1267, che conduce ad un portale con volta a tutto sesto, sormontata dallo stemma di San Bernardino e da una mensola reggente la statua di un piccolo leone.
Fra il colmo dell'arco del portale e la mensola è posta, incorniciata, una lapide quadra in memoria di Raniero Gatti. La facciata del Palazzo è ornata di merlature rettangolari, poste esattamente al fondo della falda del tetto. Accanto al portale è sita un'apertura più modesta, anch'essa con volta a tutto sesto, cui si accede da un ballatoio e che tramite una cancellata dà accesso diretto al balcone della loggia, proprio accanto all'uscita della Sala del Conclave sulla loggia. La scalinata è retta da un arco a sesto acuto al di sotto del quale si accede ad una sala che è sita esattamente sotto quella del Conclave. La loggia, detta delle Benedizioni (ad essa si affacciava il Papa uscendo dalla Sala del Conclave), si apre sul lato della piazza con un gioco di archi sorretti da slanciate colonnine. Al centro si contano tre archi a tutto sesto ed ai lati due mezzi archi, terminanti al colmo con i muri rispettivamente del Palazzo (sinistra) e della curia (destra). A questi se ne intrecciano altri tre, per cui l'effetto è quello di sette aperture a sesto acuto poggianti su sei colonnine, con archi trilobati. Lungo tutta la parte superiore degli archi corre una trabeazione la cui fascia inferiore è arricchita da formelle quadrate recanti simboli cittadini, imperiali e papali. La parte piana della loggia è costituita da un ballatoio al centro del quale è posta una fontana del XV secolo, ornata al bordo del catino con simboli della famiglia Gatti. Sul catino insiste una vasca superiore coronata di getti a forma di testa di leone e sormontata al centro da un pinnacolo. La loggia è sostenuta da due archi a sesto ribassato e da un enorme pilastro a sezione ottagonale. Anche la parte della loggia opposta alla piazza era originariamente dotata di identica fuga di archi e colonnine, struttura che sorreggeva insieme alla facciata che prospetta sulla piazza, un tetto. Nel 1325 tetto e struttura ad archi lato Valle Faul crollarono e da allora il ballatoio della loggia è a cielo aperto. 

LA MALEDIZIONE DI JACQUES DE MOLAY

Fu davanti a Notre Dame a Parigi che Filippo IV il Bello, nella volontà di distruggere l’Ordine dei Templari, fece bruciare al rogo il grande maestro dell’Ordine Jacques de Molay e i 37 cavalieri dell’Ordine accusati di eresia. Quando il grande Maestro vide il rogo chiese ai suoi giustizieri di essere rivolto verso la cattedrale: “Vi prego di lasciarmi unire le mani per un’ultima preghiera. Morirò presto e Dio sa che e’ ingiusto. Ma io vi dico che la disgrazia cadrà su coloro che ci condannano ingiustamente.” E poi rivolgendosi al papa Clemente V e al re Filippo il Bello aggiunse “Vi affido entrambi al tribunale di Dio, tu Clemente nei prossimi 40 giorni e tu Filippo prima della fine dell’anno”.
La predizione di Jacques de Molay si realizzò poiché il papa Clemente V morì un mese dopo e il re Filippo il Bello fu vittima, nello stesso anno, di un incidente di caccia a Fontainebleau. La maledizione sembra essersi protratta nel corso dei secoli come una vendetta implacabile fino alla tredicesima generazione che guarda caso, concide con la decapitazione di Luigi XVI il cui boia disse "De Molay è vendicato"proprio a dimostrazione del fatto di come la stessa Rivoluzione Francese abbia una matrice non solo esoterico-massonica ma anche templare!

Tratto da:  http://italianiaparigi.wordpress.com

mercoledì 3 agosto 2011

VIAGGIO NELLA CAPITALE DELL'ESOTERISMO: "SONO QUI I TESORI PERDUTI: TROVEREMO ANCHE L'ARCA"

Al bar-ristorante «Le jardin de Marie» la birretta ristoratrice viene interrotta da un’americana pazza che, ricoperta di collane e amuleti, chiede a tutti dov’è la tomba di Cristo e di Maria Maddalena. Cosa si può risponderle, di domandare a Giuseppe d’Arimatea? Cose che capitano a Rennes-le-Château, dipartimento dell’Aude, guardando una carta della Francia, in basso a destra. Rennes-le-Château: 23 abitanti nel villaggio, 65 nel comune, 120 mila turisti ogni anno, aumentati dopo il boom del Codice da Vinci e dei suoi derivati. Perché il piccolo paese è una delle grandi capitali dell’esoterismo. Al supermarket del mistero non manca nulla: Templari, Catari, priori di Sion, il Graal e naturalmente i tesori nascosti, non si sa se spirituali o più concreti. Per cercarli, arrivano qui gli svitati di tutto il mondo, ma anche pochi studiosi seri e molti curiosi. E sembra di vivere dentro un programma di Roberto Giacobbo. 

UNA SUGGESTIVA GITA A VISITARE LA SPADA NELLA ROCCIA!


Autore Vignaccia 86 www.wikipedia.it

L'abbazia di San Galgano è un'abbazia cistercense, sita ad una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino. Il sito è costituito dall'eremo (detto "Rotonda di Montesiepi") e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico. La mancanza del tetto - che evidenzia l'articolazione della struttura architettonica - accomuna in questo l'abbazia a quelle di Melrose e di Kelso in Scozia, di Tintern in Inghilterra, di Cashel in Irlanda e di Eldena in Germania. Di san Galgano, titolare del luogo che si festeggia il 3 dicembre, si sa che morì nel 1181 e che, convertitosi dopo una giovinezza disordinata, si ritirò a vita eremitica per darsi alla penitenza, con la stessa intensità con cui si era prima dato alla dissolutezza. Il momento culminante della conversione, avvenne nel giorno di Natale del 1180, quando Galgano, giunto sul colle di Montesiepi, infisse nel terreno la sua spada, allo scopo di trasformare l'arma in una croce; in effetti nella Rotonda c'è un masso dalle cui fessure spuntano un'elsa e un segmento di una spada corrosa dagli anni e dalla ruggine, ora protetto da una teca di plexiglas. L'evidente eco del mito arturiano non ha mancato di sollevare curiosità e, ovviamente, qualche ipotesi ardita su possibili relazioni fra la mitologia della Tavola Rotonda e la storia del santo chiusdinese.

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