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Vuoi creare un evento medievale e hai bisogno di un partner affidabile? Ci occupiamo dell'organizzazione, della ricerca degli artisti, location e comunicazione con attività di Social Management e Ufficio Stampa. Sguardo Sul Medioevo è anche Media Partner!

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Vuoi organizzare un matrimonio in stile medievale? Vieni a scoprire come Sguardo Sul Medioevo può aiutarti a rendere meraviglioso il giorno più bello della tua vita! Falconieri, sbandieratori, costumi e giocolieri al tuo servizio!

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Collaborazione con ACCADEMIA MEDIOEVO

Sguardo Sul Medioevo collabora con l'ACCADEMIA MEDIOEVO di Lanuvio per la creazione, promozione e diffusioni di eventi medievali. Una realtà eccezionale che vale la pena conoscere!

La Grande Storia dei Cavalieri Templari

Creati per difendere la Terrasanta a seguito della Prima Crociata i Cavalieri Templari destano ancora molto interesse: scopriamo insieme chi erano e come vivevano i Cavalieri del Tempio

La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda

Le Leggende Medioevali

Personaggi, luoghi e fatti che hanno contribuito a conferire al Medioevo un alone di mistero che lo rende ancora più affascinante ed amato. Dal Ponte del Diavolo ai Cavalieri della Tavola Rotonda passando per Durlindana, la leggendaria spada di Orlando e i misteriosi draghi...

Erbe Mediche Medievali

Come ci si curava nel Medioevo? E' possibile utilizzare metodi antichi ancora oggi? Le ricette di Ildegarda sono ancora attuali? Troverete cure molto interessanti e ancora molto utilizzate tutti i giorni.

giovedì 30 gennaio 2014

NUMERO 1 - FEBBRAIO 2014: ESORDISCE LA RIVISTA DI SGUARDO SUL MEDIOEVO

E' con viva e vibrante soddisfazione che vi comunico l'uscita del primo numero del giornalino Medievale Sguardo Sul Medioevo. Abbiamo già detto più volte le modalità di acquisto ma "repetita iuvant". 

Per gli iscritti all'Associazione Sguardo Sul Medioevo la rivista è GRATUITA e contestualmente all'invio dell'iscrizione verrà inviata copia del giornalino e una password per accedere all'area privata dove è possibile scaricare tutti i numeri che usciranno mano a mano.


Per i non iscritti ci sarà un'offerta di almeno €0,50 centesimi.


La copertina del Numero 1 - Febbraio 2014




CARNEVALANDIA 2014 A TODI

Carnevalandia 2014, a Todi dal 1 Febbraio all’8 Marzo, è il primo e unico carnevale caratterizzato nel Medioevo dell’ Umbria. Per l’occasione le strade di Todi saranno invase da oltre 300 figuranti in costume che daranno vita a inedite e spettacolari scene medioevali con battaglie combattute da esperti maestri dell’arme, giostre di cavalli, sbandieratori, giochi, arcieri con frecce di fuoco. Oltre 200 stendardi tappezzeranno il percorso della sfilata creando una suggestione di tempi remoti, di oltre mille anni orsono, quando la vallata bagnata dal Tevere era importante per le vie di comunicazione che la attraversavano passando per ville coloniche e piccoli insediamenti. Uomini in armi, saltimbanchi e venditori vocianti animeranno le vie del paese dando luogo a giostre di cavalli e giochi medioevali nella splendida coreografia creata dal gruppo storico degli sbandieratori di Amelia, i Cavalieri dell’Aquila. E inoltre mangiafuoco sui trampoli, cantastorie, falconieri. La piazza delle scuole assumerà i contorni di un accampamento militare con la giostra dei cavalli e i combattimenti dei cavalieri. Il tutto contornato dalla festa del maialino arrosto e del vin brulè. I carri allegorici che sfileranno per le vie di Todi sono costruiti coniugando la tecnica antica della creta e della cartapesta con le moderne tecnologie e i materiali di ultima generazione, non ultimi quelli riciclabili. Da diversi mesi prima si parte con i lavori: ingegneri, saldatori, pittori e maghi della cartapesta si impegnano nella costruzione di quelli che poi saranno i protagonisti della sfilata.

Il Programma di Carnevalandia 2014:

01 febbraio 2014 Deliri di Carnevale festa mascherata c/o Pian Porto di Todi
03 febbraio 2014 Sfilata dei Carri allegorici c/o Ponterio di Todi
09 febbraio 2014 Esposizione Costumi armi medievali c/o Todi Portici Comunali
09 febbraio 2014 Mercato Medievale c/o Todi – Centro Storico
09 febbraio 2014 Rogo della Strega Matteuccia c/o Piazza del Montarone
10 febbraio 2014 Il Carnevale Medievale c/o Todi – Piazza del Popolo
08 marzo 2014 Sfilata dei Carri allegorici c/o Ponterio di Todi

"LA CROCE E LA SPADA 1117-1140" - ITALO MARTINELLI PRESENTA INSIEME ALL'ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE


















Una «cattedrale letteraria». Parliamo del progetto “Gli Scaligeri di Verona”, nato su internet e sbocciato anche sulla carta stampata in un’entusiasmante avventura editoriale dedicata a una delle più belle città d’Italia. E’ quindi con grande piacere che l'Associazione Culturale Italia Medievale e Jaca Book vi invitano, per il nuovo ciclo Medioevo Quante Storie, alla presentazione di "LA CROCE E LA SPADA. 1117-1140" il romanzo storico di Italo Martinelli – primo capitolo della saga scaligera – che si terrà presso lo Spazio Eventi della Libreria Feltrinelli di Via Manzoni 12 a Milano. Eccezionalmente, rispetto ai consueti appuntamenti del sabato pomeriggio, questo incontro con l’autore è programmato per DOMENICA 2 febbraio 2014 con inizio alle ore 11,00. Non poteva mancare, nel calendario della rassegna MEDIOEVO QUANTE STORIE, questo affascinate romanzo che apre il grandioso affresco di due secoli tra il terremoto del 1117 e la morte di Cangrande della Scala nel 1329, ricchi di eventi e di personaggi: la lotta tra Comune e Impero, il passaggio alla Signoria, le splendide chiese romaniche e gotiche e l’esilio di Dante. Vi aspettiamo numerosi, come sempre: avrete tante storie da ascoltare e curiosità da soddisfare con le vostre domande all’Autore, che contribuiranno ad animare e ad arricchire questo momento della nostra comune passione per il Medioevo! 

Fonte: Medioevo.it

mercoledì 29 gennaio 2014

VIVERE COME NEL MEDIOEVO? IN RUSSIA LO STANNO FACENDO

Una casa rudimentale, un fienile, un forno e un affumicatoio....queste sono i principali oggetti a disposizione del ventiquattrenne russo Pavel Sapozhnikov che, nell'ambito di un esperimento denominato Hero ideato dall'agenzia Ratobor, dovrà vivere per otto mesi nel Medioevo utilizzando tutti gli oggetti dell'epoca, vivendo di proprio senza comodità e in completo isolamento in stretto contatto con la natura. Con l'ausilio dell'archeologo Alexander Fetisov è stata ricostruita una fattoria seguendo i criteri di costruzioni degli antichi. Non c'è energia elettrica e la luce è data da lampade con olio di lino, letti in legno, pellicce. Solo nel maggio del 2014 potrà dirsi conclusa l'esperienza medievale di Pavel dopo aver combattuto con temperature che possono scendere fino ai -30°. Quando il progetto ha preso il via al ragazzo fu consentito documentare la sua vita con appunti e fotografie: la mattina si preoccupava della mungitura, raccolta delle uova, legna per il fuoco e acqua. Il resto della giornata caccia gli animali, cura la terra. E' tassativamente proibito comunicare con l'estero eccetto con il medio che una volta al mese lo va a visitare. Ovviamente la preparazione di Pavel è stata lunga e complicata: prima di salire a bordo della "macchina del tempo" ha passato molto tempo a studiare i metodi di conservazione dei cibi, a compiere esercizi che gli rendessero agevole l'uso degli utensili, ad imparare le tecniche dell'accensione del fuoco e il riscaldamento dell'acqua con le pietre.

ELEMENTI STORICI DEL MARTIRIO DI SANT' EULALIA

Una serie di elementi apparentemente diversi giustificano la grande diffusione nella Cristianità antica nei confronti di S.Eulalia, martire iberica. Anche in questo caso, le motivazioni spirituali assorbono il loro humus in particolari condizioni sociali e politiche che dovettero colpire la mentalità e l’emotività dell’opinione pubblica cui furono rivolti il racconto della sua morte e la diffusione del suo messaggio. La passio della Santa costituiva una trama avvincente, a causa della gioventù e per il particolare coraggio dimostrato dalla giovane nel cercare il martirio, anche senza essere stata sottoposta a ricerche e interrogatori, e presenta un episodio eroico, caratterizzante, quale l’autodenuncia. Episodio che a prima vista potrebbe sembrare un luogo comune, proprio come sarebbe potuto essere un passaggio tratto da quelle passio alto e medio-medievali, spesso così somiglianti fra loro perché elaborate su pochi elementi, su frammenti storie, su relitti onomastici: supporti talvolta deboli ma sempre suggestivi e in grado di alimentare la devozione dei fedeli e di mantenere vivo il culto per un santo di cui non si conoscono sufficienti notizie. Il “parlare bene” potrebbe sembrare da solo un onomastico ideale per l’edificazione di una storia devota facile, dal momento che per un cristiano vissuto ai tempi delle persecuzioni, parlare e operare sono azioni che non si allontanano molto l’una dall’altra, e che anzi si integrano in pieno accordo con la volontà. Si crede, si parla, si agisce, ci si denuncia come cristiani, si affronta con coraggio il martirio.  Per quanto riguarda la giovane Martire iberica, invece, possiamo credere che l’autodenuncia e la professione di fede al cospetto dei giudici, non rappresentino una semplice aggiunta posteriore e che anzi l’episodio saliente, certo non isolato, sia stato tramandato nella sua comunità di origine in maniera poco differente da come deve essersi svolto nella realtà. A giustificare come vero il meraviglioso gesto di eroismo di Eulalia è innanzitutto l’antichità della fonte che per prima ne riporta la notizia. Mi riferisco al notissimo Peristephanon Liber di Prudenzio, il Poeta iberico che lo scrisse per esaltare martiri della sua terra e altri santi romani. Le indicazioni cronologiche basterebbero da sole a confermare la notizia: l’opera, infatti, è composta verso il 404-405 quando l’Autore aveva circa 56-57 anni. Dal momento che Eulalia venne suppliziata nel corso della persecuzione dioclezianea, solo una cinquantina di anni devono essere intercorsi fra la morte della Santa e la nascita di Prudenzio il quale può aver appreso notizie relativamente recenti, senza che il tempo avesse già potuto ricoprire con sovrastrutture leggendarie un episodio di cui nel corso della giovinezza del Poeta potevano rimanere testimoni o figli di testimoni. Tanto più importante è questa considerazione, se si pensa che Prudenzio aveva personalmente compiuto visite nei luoghi dei martìri e quindi appreso di prima mano le informazioni che lo avevano maggiormente colpito. Non è poi l’unico gesto conosciuto di autodenuncia, quello di Eulalia. Fin dai primi tempi del Cristianesimo, uomini pieno di entusiasmo e attratti dalla volontà di testimoniare pubblicamente la propria Fede, sceglievano di abbracciare il martirio coronando una vita di abbandono a Dio. Non senza esagerazioni e rischi, come si sa, tanto è vero che nella lettera della Chiesa di Smirne che racconta le opere e il martirio di S.Policarpo, viene riportato il caso di un fervente cristiano, Quinto Frigio il quale “con imprudenza e arroganza” -come commenta Marta Sordi-  si era autodenunciato come cristiano “e poi, davanti alle minacce e ai tormenti, era arrivato all'apostasia”, "dimostrando a tutti che non ci si deve esporre ai tormenti e alla morte per amore del pericolo" (1) . “L'arroganza provocatoria dell'autodenuncia -continua Marta Sordi- sarà il comportamento preferito dal Montanismo, insieme al rifiuto dell'autorità statale e alla pretesa di una nuova rivelazione profetica. Opponendosi a questa mentalità, Policarpo ribadisce, davanti al proconsole d'Asia, il rispetto che i Cristiani sono abituati a mostrare alle autorità stabilite da Dio e gli autori della lettera lo esaltano come . La lettera diventa così una dimostrazione, attraverso il comportamento del martire e gli avvenimenti stessi, di quello che, secondo la coscienza ecclesiale, deve essere il martirio e del significato che la venerazione dei martiri ha per i Cristiani: non culto idolatrico che soppianta il culto di Cristo, ma manifestazione dell'amore per quelli che di Cristo sono stati " (2). Il caso di Eulalia non va ascritto certamente a questi sentimenti, pur umanissimi, di entusiasmo, o di pretesa superiorità spirituale. Nella giovane, piuttosto, la fiducia in Cristo vivifica la fiducia nelle proprie forze, secondo la promessa evangelica che Cristo avrebbe sostenuto quanti sarebbero stati perseguitati in Suo Nome. La Santa è troppo giovane per discutere e controbattere su politica e su controversie teologiche. Quanto le accade, a cominciare dal comportamento stesso dei genitori che cercano di frenare il suo fervore per salvarle la vita, ricorda invece lo stesso entusiasmo di un altro giovane, altrettanto conosciuto e famoso nella storia del Cristianesimo. Mi riferisco al celebre Origene, le cui vicende storicamente ricalcano lo stesso desiderio per il martirio. Figlio, come si sa, del martire Leonida di cui si ricordano le altissime virtù cristiane e familiari, nel periodo di detenzione del padre, il giovanissimo Origene gli indirizzò nobili parole di incoraggiamento. Una volta compiuto il martirio, il futuro filosofo voleva ad ogni costo imitare il genitore, e solo a fatica fu trattenuto dalla madre. Costei, alla fine, temendo che il figlio fuggisse di casa per autodenunciarsi, gli nascose i vestiti con la speranza -come fu- che la pudicizia di Origene gli impedisse di uscire nudo di casa per consegnarsi alle autorità (3). Eppure, si potrebbe pensare, già si era nel pieno periodo di decadenza sociale ed economica all’interno dell’Impero. Un periodo già lungo che anzi da decenni si aggravava sempre di più. Ancora una volta devo ricordare come, molto più delle motivazioni politiche, delle incapacità amministrative e dei pericoli militari, a spingere la situazione generale verso un lento ma avvertibilissimo collasso, fu in primo luogo il cambiamento del clima. Un cambiamento che causò una crisi agricola ed alimentare molto grave in alcune regioni mediterranee sotto il dominio di Roma, accompagnata o seguita da malattie genericamente classificate come “pestilenze” che causarono un diffuso impoverimento demografico, e quindi lo spopolamento di vaste aree, presto riempite dall’afflusso di quelle popolazioni che furono poi definite “barbare” ma che in realtà in molti casi erano già federate con lo stesso Impero. Sentimenti di paura per il futuro, di insicurezza, il timore per un intervento sovrannaturale deciso contro il popolo irreverente, erano ancora ben presenti all’epoca di S.Eulalia. E ancor più lo erano stati mezzo secolo prima quando la convinzione delle masse pagane di una punizione delle divinità per la diffusione della nuova Religione cristiana, ne alimentava la ricerca e la denuncia di coloro che venivano giudicati responsabili di tanti castighi. “L’ Ad Demetrianum di Cipriano, e la lettera ad Ermammone di Dionigi sono testimonianze vive  di quest’epoca di crisi, in cui l’idea di una crisi imminente, dell’impero e del mondo, è presente in modo diverso ma con la stessa intensità nei pagani e nei Cristiani (…). Mentre i Cristiani credevano giunte le ore predette dall’Apocalisse, i Romani tornavano ad essere atterriti da vecchie profezie che preannunciavano il trionfo dell’Oriente sull’Occidente” (4). Nella vicenda di Eulalia questi aspetti si indovinano solo su uno scenario che appare lontano. Come nel caso di S.Policarpo e di moltissimi altri Martiri, in un primo tempo i Cristiani si allontanano dal pericolo delle persecuzioni rifugiandosi nella campagna. I futuri Santi trovano rifugio in luoghi boscosi, isolati, impenetrabili alla vista della gente, spopolati. Non c’è lavorio, non agricoltori, non pastori, intorno alle case disperse in una solitudine che non ricorda neppure lontanamente la fertile campagna che circonda le grandi ville romane, dimora dei proprietari terrieri dove si accumulavano il grano e i prodotti della terra. Eppure, proprio in queste solitudini rapidamente riconquistate dalle foreste, Eulalia prende piena coscienza di sé, della grandezza cristiana, ed è disposta a correre il rischio della morte: un rischio accettato dagli Evangelizzatori di tutti i tempi, come S.Francesco d’Assisi che brama di diffondere la Parola divina fino ai musulmani. Del resto, dai tempi della persecuzione di Valeriano, molti aspetti socio-politici erano mutati, e solo le intemperanze climatiche erano probabilmente rimaste a preoccupare i più, dopo un alleggerimento che i Cristiani attribuiscono alla pace ristabilita da Gallieno il quale concedeva anche una larga tolleranza verso i Cristiani. Questi, infatti, con la vittoria conseguita nel 262, secondo la testimonianza di S.Dionigi di Alessandria, era divenuto così gradito a Dio da poter apportare alla società una autentica età dell’oro, cui corrispondevano la sconfitta degli Alemanni e dei Persiani, e dei Macriani rivoltosi (5). Eulalia, dunque, non teme la morte per mano dei carnefici perché ritiene che la sua vita debba comunque finire entro un breve periodo travolta da generali avvenimenti apocalittici. Non crede affatto che il mondo debba finire, come avevano pensato i fedeli esasperati dalle suggestioni escatologiche. La sua vita potrà anche finire ma non prima che ella stessa abbia messo in opera un estremo tentativo di conversione del prossimo, e quindi messo in moto in vista della conduzione degli altri ad una santa vita terrena. Si può affermare a pieno titolo che non la sfiora nessun’ombra delle paure che solo fino a poco tempo prima avevano alimentato le ansie delle masse pagane e di non pochi Cristiani.  Dovranno passare pochi anni, del resto, e la stessa Penisola iberica sarà rivitalizzata da nuove speranze, dall’essere patria dell’imperatore Teodosio e della sua dinastia che sembra perpetuarsi con splendore mai pari nel mondo. E questa volta la nuova età dell’oro sembra confermata e rafforzata proprio da un recente passato di gloria che ammanta una terra ormai conquistata al Cattolicesimo, le cui gesta Prudenzio si affretta a diffondere e tramandare al pubblico colto dei suoi lettori, quello stesso che potrà poi permeare le convinzioni e la spiritualità dell’opinione pubblica di ogni classe all’interno delle proprie comunità. 

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati.

Note

1 Cf. M. SORDI, I caratteri dei Martiri cristiani dei primi secoli , in Antiquitas (http://www.italyday.net/antiquitas/biblica)

2 Ibidem.

3 Cf. EUSEBIO DI CESAREA, Storia ecclesiastica, VI, 2.  

4 Cf. M. SORDI, I Cristiani e l’Impero romano, Como 2006, pp. 147-148. 

5 Id.,  p. 15  Cf. M. SORDI, I caratteri dei Martiri cristiani dei primi secoli , in Antiquitas (http://www.italyday.net/antiquitas/biblica)

LE GOFF: "MEDIOEVO E' PROGRESSO. NON C'E' STATO ALCUN RINASCIMENTO!"

Quante volte sentiamo dire in senso dispregiativo "Siamo rimasti nel Medioevo"? Tante volte...eppure questa frase denota molta ma molta ignoranza: secondo Règime Pernoud, medievista, «Quando si dice “in quel campo si è rimasti ancora al Medio Evo” si e detto tutto! Come è possibile che si sia ancora legati, nella nostra epoca scientifica, a nozioni così semplicistiche e infantili su tutto ciò che riguarda il Medio Evo? [...] dalle scuole elementari all’università — quasi senza eccezioni — si testimonia sempre lo stesso disprezzo per l’insieme del millennio che va dal V al XV secolo. È lo stesso disprezzo che manifestano i media in tutta tranquillità. Giornali, televisione e, appunto, il cinema, presentano invariabilmente gli stessi schemi: ignoranza, tirannia, oscurantismo [...] tutto ciò che ci resta dell’epoca, tutto è bello». Anche il noto storico francese Jacques Le Goff sembra essere d'accordo. In un'intervista per il suo ultimo libro, Le Goff ha affermato che «come dice il nome, il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio, di transito tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale. Ma non c’è nessuna rottura fondamentale tra Medioevo e Rinascimento, tra il 14esimo e il 17esimo secolo. Ci sono cambiamenti che non modificano in modo sostanziale la natura della vita dell’umanità. L’economia resta rurale, ciclicamente caratterizzata da carestie. Nonostante la rottura – importante – tra cristianesimo tradizionale e riformato, è sempre il cristianesimo a determinare una visione omogenea e religiosa di un’eternità definita da Dio». Le Goff rifiuta l'idea del Rinascimento, egli vede un lungo Medioevo che è iniziato si nel VI secolo ma è terminato nel XVII secolo negando quindi l'idea di un "uomo nuovo". Della stessa linea anche il prof Alessandro Barbero del Piemonte Orientale secondo cui «nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora»

LA LEGGENDARIA FIGURA DI NAMO DI BAVIERA

Namo di Baviera è un personaggio medievale probabilmente immaginario e lo si trova in alcuni brani del ciclo carolingio ed è intimamente legato all'origine del Tesoro delle Sante Croci del Duomo Vecchio di Brescia. Poco prima della morte di Carlo Magno che lo aveva nominato duca di Baviera ricevette proprio dalle mani dell'imperatore una croce di legno formata dai frammenti della Vera Croce ricevuta a sua volta in dono da Costantino IV. All'inizio del IX secolo Namo diventa governatore di Brescia e proprio in questo periodo avvengono le traslazioni delle salme di San Faustino  E Giovita  dalla basilica di San Faustino ad Sanguinem alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita (Chiesa di San Faustino in Riposo) che trasudarono sangue provocando la conversione dello scettico duca al cattolicesimo. Non ci sono testi né che smentiscano né che confermino l'esistenza di Namo ma risulta ben documentata la traslazione avvenuta il 9 maggio 806. In parte documentato sarebbe il miracolo.Il racconto, supportato e ritenuto vero per secoli, è ormai da ritenersi privo di fondamento ed è assumibile come leggenda già probabilmente fissata nel Duecento, in seguito radicata da una grande fortuna letteraria. Di conseguenza, la figura di Namo, che a questo e solo a questo evento pseudo storico è legata, verrebbe a sua volta trascinata nella fantasia della religiosità medievale.

LA CHIESA DI SAN FAUSTINO IN RIPOSO

La Chiesa di San Faustino in Riposo si trova a Brescia situata in vicolo della Torre accanto a Porta Bruciata di piazza della Loggia. Durante il XII secolo la chiesa fu distrutta da un incendio e si procedette successivamente alla costruzione del santuario che ancora oggi si può vedere. Secondo la leggenda in questo luogo avrebbero "riposato" Faustino e Giovita durante la traslazione dal cimitero della chiesa di San Faustino ad Sanguinem (luogo del martirio) alla chiesa di San Faustino Maggiore. Secondo la tradizione qui i due corpi avrebbero trasudato sangue convincendo Namo di Baviera (personaggio probabilmente immaginario) a convertirsi. A seguito di questo fatto, Namo concesse all'abate di San Faustino la reliquia della Vera Croce che tuttora viene conservata nel duomo Vecchi all'interno del Tesoro delle Sante Croci. Il santuario ha forma cilindrica in pietra con tetto a tronco di cono e celletta campanaria.



Ringraziamo il Direttore Provinciale Matteo Braga per la segnalazione di questo incantevole luogo. Per visualizzare la sua pagina cliccare su Sguardo Sul Medioevo Brescia.


APPROFONDIMENTO DI MATTEO BRAGA

Nel mio lavoro di tesi di laurea specialistica sul romanico bresciano mi sono imbattuto nello studio di questa chiesetta che, non si sa bene il perché, dato che per la città è molto importante, è poco studiata. 
La chiesa deve la sua denominazione ad un evento miracoloso. Nel IX secolo, durante la traslazione dei corpi dei santi patroni della città di Brescia, Faustino e Giovita,  dalla primitiva sepoltura in San Faustino ad Sanguinem (identificata con l’odierna Chiesa di Sant’Angela Merici) alla chiesa di Santa Maria in Silva (identificata con l’odierna San Faustino Maggiore), il solenne corteo che li accompagnava dovette sostare all’altezza di Porta Bruciata (così chiamata per un incendio del 1184) dove trasudarono sangue. La tradizione tramandataci vuole che tale chiesa fosse stata eretta a spese del conte Namo di Baviera, personaggio ritenuto immaginario, del quale non si è trovata traccia nella documentazione storica in grado da dimostrarne l’esistenza. Lo troviamo nominato in alcuni brani del ciclo carolingio, ma la sua figura è principalmente legata al ruolo che ebbe, sempre secondo la leggenda, all’origine del Tesoro delle Sante Croci conservato nel Duomo Vecchio di Brescia. La leggenda ci racconta che proprio grazie a questo evento miracoloso il conte si convertì al cristianesimo  e donò alla città di Brescia anche la reliquia della Santa Croce (di cui ci rimane un quadro in Duomo Vecchio). In realtà, già nell’VIII secolo, presso la porta Milanese (prima che adottasse il nome di Porta Bruciata per l’incendio citato) esisteva un antico sacello (che era stato costruito sopra un antico tempio romano dedicato a Diana) che assunse nel secolo successivo l’intitolazione a San Faustino in Riposo, proprio in memoria di questa leggendaria sosta. Tuttavia l’edificio attuale non sarebbe precedente al XII secolo e quindi forse costruito in epoca successiva al gravissimo incendio del 1184. Lo studio è reso difficile perché ci sono poche fonti documentarie del periodo. Nell’Ottocento lo studioso bresciano Odorici cita una pergamena del 1144 conservata presso la Biblioteca Queriniana di Brescia dove si parlava di una “chiesucciola” chiamata San Faustino “quod dicitur de castro”, ma purtroppo anche da studi recenti (Guerrini e Panazza) non è chiaro se si tratti della stessa piccola rotonda di Porta Bruciata. Come detto, i maggiori due studiosi del secolo scorso Guerrini e Panazza sono gli unici ad aver in qualche modo cercato di studiare e descrivere questa chiesetta. 
Paolo Guerrini, in un articolo pubblicato sulla rivista “Brixia Sacra” (che ancora oggi è edita) del 1923 intitolato “I Santi Faustino e Giovita nella storia, nella leggenda e nell’arte”, descrive l’evento miracoloso e della chiesa dà una semplice e scarna descrizione. 
Gaetano Panazza, nel suo grandissimo lavoro intitolato “L’arte medievale nel territorio bresciano”, pubblicato a Bergamo nel 1938, analizza la disposizione dei conci e la loro lavorazione, descrive la lesena su cui era addossata una semicolonnetta e grazie a questi elementi data la chiesa al XII secolo. Bisogna però ricordare, che questo insigne studioso bresciano, prende in considerazione l’unica monofora superstite, oggi tamponata, che si apriva a sud-est insieme alla lanterna che con anelli lapidei si dispiega su un paramento laterizio con quattro bifore rincassate entro un arco bardellonato sorrette da capitelli e colonne. 
L’accesso alla chiesetta era a mattina, nella piccola piazzetta di Casolte, fu poi murato, aprendovi sopra una finestra. Di qui si lascia vedere la struttura anteriore della chiesetta, pur soffocata da costruzioni che al tempo odierno le si addossano contro. 
La rotonda, in pietra da taglio lavorata, termina all’altezza di quattro metri con una semplice modanatura. Una soprastruttura in cotto sostiene un tronco di cono in formelle tonde di laterizio, disposte a dentellato, che termina con un cordone in pietra e porta la cella campanaria cilindrica illuminata da quattro piccole bifore. Dalla cella campanaria si slancia un pinnacolo, pure in formelle tonde e dentellato, simile a quella dei campanili in stile romanico lombardo. Come erano nel 1923, la svelta cupola e l’elegante pinnacolo sembravano al Guerrini di costruzione trecentesca, se non forse anteriore. 
L’esempio più importante che si può citare osservando la copertura del campanile, è la chiesa di Sant’Andrea ad Iseo, che era di pertinenza del vescovo di Brescia, e sorgeva come a Brescia in asse al battistero. L’ottimo taglio della pietra, che ritroviamo anche a San Faustino in Riposo, induce gli studiosi a datare questa chiesa fra il XII e il XII secolo. L’archeologo della Soprintendenza di Brescia, Andrea Breda, studiando la muratura di questa chiesa e mettendola in confronto con quella di San Faustino in Riposo la data al primo XII secolo. Per cui, se fosse vera questa ipotesi anche San Faustino in Riposo risalirebbe a tale secolo.  Secondo l’Odorici la rotonda di Brescia avrebbe tutti i caratteri dell’XI-XII secolo, datazione confermata, come abbiamo visto poco fa, da Gaetano Panazza. Lo storico bresciano Ugoletti, rilevando l’incongruenza di una costruzione destinata per la forma e la lavorazione ad essere veduta da ogni parte, così incastrata fra la porta e le antiche mura (che scendevano dal castello, molto vicino a questa chiesetta), argomenta che la rotonda nella sua base di pietra lavorata sia anteriore alle mura, e che trasformata in sacello fosse rispettata dalle opere di difesa della città che la nascosero in parte: forse un sacello pagano (come detto probabilmente un tempio dedicato dai romani a Diana, siccome, sorgeva in riva al fiume Mella, oggi sotterrato, dalla via in cui si trova, ma ancora presente al di sotto di questa come testimoniano le ultime ricerca dell’Associazione Speleologica Bresciana) convertito poi in chiesa cristiana. Per questo motivo ebbe forse origine l’idea della sovrastruttura della svelta cupola e dello slanciato pinnacolo. Il cilindro di base con diametro inferiore a 7.30 metri, ritenuto in passato anteriore all’XI secolo, dai più recenti rilievi condotti dai dottorandi del Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Brescia, guidati dall’Ingegnere Valentino Volta, ha rivelato l’esistenza di otto paraste lobate poste sulla superficie extradorsale a una distanza costante di circa 2.8 metri, facendo pensare a quest’ultimi all’intenzione di porre il monumento in vista sulla completa muratura laterale, con una struttura perfettamente tagliata nella pietra. La presenza fino a qualche anno fa occultata in un negozio sotto la torre di una monofora trilobata, intagliata nella muratura di pietrame a conci squadrati, permette di datare approssimativamente al XII-XIII secolo la base del monumento, prima di accogliere la caratteristica copertura in materiale misto a prevalenza laterizia. 
Uno scorcio esterno si offre a est, dove una finestra ha preso il posto di un portale che all’interno mostra una lunetta rincassata. Sul lato opposto, dal passaggio che ha ridotto il portale ovest (oggi si conservano gli stipiti modanati, con luce di 165 cm), si accede alla sacrestia, da cui è visibile un tratto di paramento esterno. Questo paramento esterno ha permesso di ricostruire, come detto, un elevato a grandi conci squadrati (50x70 cm), articolato da sei (in origine non si esclude potessero essere otto) semicolonne su lesene architravate da cornice modanata, sopra la quale s’imposta il tamburo della cupola emisferica laterizia, in fase con la copertura tronconica. La scarsella pare aperta in rottura, anche perché nel 1503 un documento prescrive: “ecclesia seu capelle Santi Faustini et Jovitae quae iuxta  portam tarem versus sero”.
Come detto, Panazza riprendendo l’unica monofora superstite, tamponata, che si apriva a sud-est, con arco a pieno centro e profilo interno trilobato, può essere datata a cavallo dei secoli XI-XIII. La medesima cronologia è valida per la lanterna, che come già fatto notare, fra anelli lapidei dispiega un pur manomesso paramento laterizio con quattro bifore rincassate entro un arco bardellonato e sorrette da capitelli scantonati e colonnine. In laterizi sagomati sono i rivestimenti dei tetti, riallettati nel 1936 in occasione del loro isolamento da quelli circostanti. Nessuna traccia sussiste di un’eventuale fase altomedievale, che non troviamo citata nemmeno nel diploma regio di re Desiderio datato al 767 dove si attesta che la “porta beattissinorum martirum Faustini et Jovitte”, poteva prendere il nome dalla non lontana chiesa di San Faustino Maggiore o da un’edicola con altare. Nella diocesi di Brescia si segnalano altre piccole chiese a pianta circolare, tutte databili, come San Faustino in Riposo al XII-XIII secolo, sulle cui origini, come nel caso che stiamo analizzando, non si sa praticamente nulla e che non sono ancora state indagate pienamente dal punto di vista archeologico. È assai dubbio se la semplice geometria di queste costruzioni derivi dal più complesso modello della Rotonda (odierno Duomo Vecchio) romanica di Brescia, ma con prossimi studi si cercherà di capire se non derivi da una pianta centrale, anziché rotonda. La chiesa più importante da ricordare nella diocesi bresciana che presenta questa tematica è la rotonda di Santa Maria Valverde a Rezzato. Gli studiosi, comunque, sono quasi concordi che la più antica chiesa bresciana, che potrebbe caratterizzare il primo modello seguito (cioè una pianta rotonda), anche in base alle caratteristiche del paramento murario e delle monofore (con molta probabilità risalenti all’XI secolo), parrebbe essere San Lino di Binzago, nel comune montano di Agnosine dove nel 1176 sono attestate proprietà e una curia Lini del monastero vescovile di San Pietro in Monte di Serle fondato nel 1039. Queste similitudini, che ho appena citato riguardano la pianta. Una similitudine, trovata da poco, la possiamo trovare anche per il tetto. Infatti, dopo un incendio per un fulmine caduto la notte del 22 ottobre 2009 sul campanile del Duomo di Parma, gli archeologi e gli storici dell’arte della Soprintendenza della città emiliana hanno trovato una struttura molto simile a quella della chiesa di San Faustino in Riposo (strato di mattoni in cotto decorati a petali). Anche se l’ipotesi pare molto probabile, mancano ancora degli studi specifici di questo confronto.
In conclusione posso confermare, anche per l’assenza di ulteriori elementi la datazione all’XI-XII secolo che ne ha dato il Panazza. Però rimane un ultimo problema da analizzare. Come ho spiegato poco fa, se dopo ulteriori ricerche sulla copertura del campanile del Duomo di Parma, si arrivasse alla conferma che la struttura del tetto sia simile  a quella di San Faustino in Riposo , la datazione si sposterebbe verso il 1200, e quindi non più all’epoca romanica ma piuttosto all’epoca gotica.
Oltre a questi fatti, puramente archeologici, mi pare di poter confermare la datazione  all’XI-XII secolo anche per il fatto miracolo a cui assistette il duca Namo di Baviera citato all’inizio (dando per vera la leggenda bresciana). Tutto questo potrebbe essere confermato da un altro documento. I corpi dei santi, durante la traslazione, possono essere transitati effettivamente lungo il percorso che è a noi giunto da un rogito notarile stipulato il 13 maggio del 1400, perché una processione extra-moenia, in mezzo a vigne e prati, come dice tale documento, non avrebbe avuto alcun senso al tempo della cinta occidentale di mura  tardo antiche. Altra conferma di questa datazione potrebbe arrivare dal vescovo di Brescia di quel momento, Ramperto (824-844) che informa di quanto fosse plausibile che i santi patroni sostassero sotto Porta Bruciata, anche per l’importanza di una così imponente processione, e quindi un sacello in cui le reliquie avrebbero potuto sostare doveva già essere disponibile. 

Approfondimento di Matteo Braga. Tutti i diritti riservati.

lunedì 27 gennaio 2014

CONCORSO FOTOGRAFICO “OBIETTIVO: MEDIOEVO”

Il Comitato Antica Fiera di S. Lucia di Piave, in occasione della 17° rievocazione storica con figuranti in costume del XIV secolo, bandisce il concorso fotografico dal titolo “Obiettivo: Medioevo”. L'iscrizione è gratuita, senza limiti di età e riservato a fotografi non professionisti. Ogni concorrente potrà partecipare con uno scatto o una serie di scatti (massimo 3) che rappresenti l’epoca medievale, rispettando i seguenti requisiti: 
• dal punto di vista artistico le immagini devono trasmettere emozioni, essere coinvolgenti e allo stesso tempo rispettare i canoni storici. 
• Le foto non devono necessariamente raffigurare particolari momenti della nostra manifestazione, ma viene lasciato ampio spazio alla creatività dell’autore. 
• Sono accettate solo stampe lucide o opache in formato 20x30 in bianco e nero o colore. 
• Le immagini non devono essere ritoccate o avere effetti grafici particolari. 
• Le stampe non dovranno presentare nessuna cornice, riportare alcun credito o descrizione dello scatto 
• Solo sul retro dovrà essere riportato il titolo dell’opera e il nome dell'autore.

Per il bando completo clicca qui


X CONCORSO EUROPEO "SCRIVERE IL MEDIOEVO" ORGANIZZATO DAL COMITATO ANTICA FIERA DI SANTA LUCIA DI PIAVE


Gli amici del Comitato Antica Fiera di Santa Lucia di Piave, vincitori del Premio Italia Medievale 2013 per la sezione Gruppi Storici ed "Eccellenza Medievale" organizzano il 10° CONCORSO EUROPEO “SCRIVERE IL MEDIOEVO”. La partecipazione è riservata agli alunni di tutte le scuole d’Europa di ogni ordine e grado, fatta eccezione dei corsi universitari. Il concorso verte sulla presentazione di uno studio di carattere storico sul Basso Medioevo, legato al territorio di provenienza (paese, regione o nazione). Riportiamo la locandina con tutte le informazioni per partecipare a questa innovativa iniziativa.

giovedì 23 gennaio 2014

LE CROCIATE DOPO LE CROCIATE

 Lunedì 27 gennaio 2014 presso l'Istituto storico italiano per il Medioevo, in Piazza dell’Orologio 4, a Roma, alle ore 16.30, presentazione del volume Le crociate dopo le crociate. Da Nicopoli a Belgrado (1396-1456) (Il Mulino, 2013) di Marco Pellegrini. Ne parleranno con l’autore Franco Cardini, Silvia Ronchey e Elena Valeri. Le crociate sono abitualmente associate all’idea di Medioevo: l’elenco ufficiale ne conta otto fra il 1098 e il 1270. Ma anche dopo questa data per lungo tempo la crociata restò un obiettivo capace di mobilitare emozioni e risorse dell’Europa cristiana. Queste «crociate tardive» non ebbero più come oggetto la lotta per la Terrasanta ma la difesa dello spazio europeo dall’avanzata dell’Impero ottomano. Furono molte: se ne annoverano più di dieci fino alla battaglia di Lepanto (1571) e altre ne seguirono in età moderna. Durante questo periodo gli eserciti della cristianità colsero più insuccessi che vittorie. Il volume racconta i diversi progetti di offensiva antiottomana promossi dal papato e i loro esiti, a cominciare dal disastro di Nicopoli nel 1396, la più sanguinosa sconfitta mai toccata a una spedizione crociata, per terminare con la fortunosa vittoria di Belgrado del 1456, per la quale si parlò addirittura di miracolo. Marco Pellegrini insegna Storia moderna all’Università di Bergamo. È autore di saggi e monografie tra cui, da ultimo: «Religione e umanesimo nel primo Rinascimento» (Le lettere, 2012). Con il Mulino ha pubblicato «Le guerre d’Italia» (2009) e «Il papato nel Rinascimento» (2010).

Fonte: Medioevo.it

PRESENTAZIONE DEL VOLUME "DONNE, MADONNE, MERCANTI E CAVALIERI"


“La vita, per lo più ricostruita attraverso scritti autografi, di sei personaggi che hanno scritto pagine importanti della storia del Medioevo”. Questo, in sintesi, il contenuto di ‘Donne, madonne, mercanti e cavalieri. Sei storie medievali’, il saggio pubblicato nel settembre 2013, per Laterza, da Alessandro Barbero, il prestigioso storico torinese che sarà a Foggia, venerdì 24 gennaio 2014, alle ore 17.30, nella Sala ‘Rosa del Vento’ della sede della Fondazione Banca del Monte, per presentare l´opera.

Barbero - uno dei più autorevoli medievisti italiani, nonché docente di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell´Università del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’ di Vercelli - ha raccontato nel suo libro storie di uomini e donne tra le più significative dell´Europa medievale. Tra le pagine, anche riferimenti alla realtà sociale, economica e politica delle diverse aree del Vecchio Continente, attraverso l´analisi delle vicende del frate francescano Salimbene da Parma, del mercante fiorentino trecentesco Dino Compagni, del nobile crociato francese Jean de Joinville, di Santa Caterina da Siena, della prima donna scrittrice di professione del Medioevo, Christine de Pizan - che si chiamava, in realtà, Cristina da Pizzano - e di Giovanna d´Arco.

Fonte: Medioevo.it

mercoledì 22 gennaio 2014

SANT'ANASTASIO DETTO IL PERSIANO

Sant'Anastasio, detto il Persiano (Razech, ... – Resafa, 22 gennaio 628), è stato un monaco persiano. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. Anastasio nacque in Persia con il nome di Magundat. Suo padre Han l'aveva educato ai riti della religione mazdea. Da adulto, Magundat faceva parte dell'esercito persiano. Nel 614 il re dei re di Persia, Cosroe II, si impadronì di Gerusalemme. Dalla città santa trasportò la Vera Croce di Gesù Cristo in Persia. Anastasio, incuriosito dalla reliquia, volle conoscere i fondamenti della religione cristiana. Ne rimase affascinato e volle abbracciare la fede cristiana. Si recò quindi a Gerusalemme per confermare la propria scelta religiosa e qui ricevette il battesimo assumendo il nome di Anastasio («Il risorto»). Trascorse sette anni di vita monastica, al termine dei quali si recò a Cesarea in Palestina. I persiani, che a quel tempo dominavano la zona, lo imprigionarono in quanto cristiano e lo portarono a Sergiopoli, dove subì il martirio per decapitazione. I resti del corpo di Anastasio vennero trasportati a Roma sotto l'imperatore Eraclio intorno al 640 e si pensa che furono traslati nel monastero detto delle Acque Salviae (intitolato poi ai santi Vincenzo e Anastasio). Sant'Anastasio divenne subito popolare e assunse anche proprietà taumaturgiche, riconosciute definitivamente dal concilio di Nicea del 787. Il culto si diffuse in tutta Italia, grazie a un accordo che re dei Longobardi Liutprando conseguì con il papa Gregorio II, dopo aver restituito la città di Sutri. Liutprando si spogliò dell'armatura e delle proprie armi e le depositò sulla tomba di Pietro, poi, indossati gli abiti del pellegrino, visitò i santuari della città. Paolo Diacono, nella sua Historia, afferma che il re, probabilmente colpito dal culto del santo, al suo ritorno a Pavia fondò alcuni monasteri intitolati al martire persiano. Sant'Anastasio viene festeggiato nel martirologio romano insieme a san Vincenzo diacono.

Fonte: Wikipedia

martedì 21 gennaio 2014

"I TEMPLARI. I LUOGHI DEL TEMPIO IN ITALIA"

La guida vuole illustrare le chiese ed i castelli d'Italia che furono occupati dai Templari. Un viaggio in cui i lettori, studiosi o turisti o semplici curiosi, potranno toccare con mano le pietre con cui vennero edificate le costruzioni di questi particolari cavalieri medievali. Seguendo le indicazioni di questa guida, invece dei misteri tanto sbandierati su questo Ordine monastico, potranno visitare quanto resta delle vestigia templari, con la sorpresa di percepire quel fascino particolare di cui sono permeati tutti coloro entrati a far parte della leggenda e del mito. Completano la guida le informazioni utili per organizzare il viaggio, dove dormire, dove mangiare e dove informarsi. I Templari, come noto, hanno chiuso la loro vicenda storica il 18 marzo 1314, con il rogo del maestro generale Jacques de Molay e dei suoi dignitari. Nonostante ciò, a distanza di quasi settecento anni, questi eroici cavalieri e monaci, uomini d’arme e uomini di Chiesa, sono ancora di forte attualità e parlare di loro suscita spesso comportamenti completamente opposti. C’è chi rifiuta a priori l’argomento, bollandolo come “una serie di stupidaggini o un mucchio di fantasie”, ma c’è anche chi si getta a capofitto a discutere di misteri, esoterismo, magia, Santo Graal, filosofie eretiche, tesi complottistiche, ossia di tutto quel corredo che arricchisce la produzione televisiva e libraria attuale, seguita ad un famoso successo editoriale mondiale. Naturalmente, sono molto più numerosi i seguaci di questo secondo filone che non del primo: ma si sa, non si può rinunciare al fascino del mistero e dell’occulto. Noi, nella grande confusione, preferiamo una terza via, navigando controcorrente: andremo quindi sul concreto e riporteremo la vicenda dei cavalieri templari, pur senza sminuirla, sui binari della quotidianità, dentro quella storia medievale che ha segnato la vita di molte delle nostre città, piccole o grandi, importanti o meno. Illustreremo per grandi linee le origini dell’Ordine, il suo sviluppo, la sua struttura organizzativa militare ed economica, la sua importanza in campo politico e sociale; ma racconteremo, soprattutto, delle chiese, dei castelli e delle costruzioni di questo prestigioso Ordine monastico cavalleresco, che hanno resistito alla damnatio memoriae degli inquisitori ed alle ingiurie degli uomini e dei secoli. Scrivere un libro che accompagni le persone, studiosi, turisti o semplici curiosi, sulle tracce di questi particolari cavalieri medievali, a toccare le pietre con cui sono state edificate le loro chiese ed i loro castelli, potrebbe sembrare un controsenso: opporre la realtà al mistero, la materia alla spiritualità (quale che sia il significato che si attribuisca a questa parola). Seguendo le indicazioni di questa guida, senza inutili e facili sensazionalismi, visiteremo quanto delle vestigia templari esiste ancora nei nostri centri storici, nelle nostre campagne, sulle nostre colline, e ci accorgeremo che esse non hanno nulla di fantastico o misterioso rispetto ad altre costruzioni medievali italiane. Possiamo piuttosto parlare di fascino, di quel fascino di cui sono permeate tutte le persone che, per un verso o per l’altro, sono entrate a far parte della leggenda e del mito. E i Templari, proprio grazie ad un processo ingiusto, voluto da un papa insicuro e da un re francese affamato di soldi e di potere, e grazie alle crudeli torture ed ai bagliori delle fiamme dei roghi, sono ancora qui a far parlare di loro ed a mostrarci quello che hanno saputo tramandarci, di immateriale o di materiale, di simbologie o di edifici in pietra. Noi, abbiamo deciso di raccontare questi ultimi e le strade per raggiungerli.

Fonte: Edizioni Penne & Papiri

PAPA INNOCENZO V

Innocenzo V, nato Pierre de Tarentaise, italianizzato in Pietro di Tarantasia (Champagny-en-Vanoise o La Salle, 1224 o 1225 – Roma, 22 giugno 1276), fu il 185º papa della Chiesa cattolica dal 21 gennaio 1276 alla morte. Primo papa appartenente all'Ordine domenicano, è stato beatificato da Leone XIII nel 1898. Nacque tra il 1224 ed il 1225, probabilmente nella piccola cittadina di Champagny-en-Vanoise, presso Moûtiers, nella valle della Tarantasia, in Savoia; peraltro, secondo una suggestiva ipotesi segnalata anche da storici francesi, potrebbe essere nato sul versante italiano delle Alpi, nel villaggio di Écours, appartenente al comune valdostano di La Salle. Entrò nell'Ordine domenicano intorno al 1240 nel convento di Lione, che era frequentato dai più noti religiosi del tempo. Nel 1255 fu mandato presso lo Studium del Convento di S. Giacomo a Parigi, dove conseguì il titolo di magister in teologia nel 1259, anno in cui, insieme a confratelli del calibro di Tommaso d'Aquino ed Alberto Magno, curò la riorganizzazione degli studi dell'Ordine domenicano. Sempre nel 1259 gli fu affidata, presso l'Università di Parigi, la celebre cattedra dei francesi che gli diede grande notorietà, tanto da fargli guadagnare il titolo di Doctor famosissimus. Nel 1268, dietro espressa richiesta di Clemente IV, predicò la crociata con grande passione. Due volte provinciale dei domenicani di Francia nel 1264-1267 e 1269-1272, proprio nel 1272 papa Gregorio X, che lo aveva conosciuto molti anni prima nell'ateneo parigino e che aveva con lui rapporti di stima e di amicizia, lo fece eleggere arcivescovo di Lione e l'anno successivo lo creò cardinale vescovo con titolo di Ostia e Velletri. Ebbe un importante ruolo nel corso del secondo Concilio di Lione, convocato da Gregorio X nel 1274, anche in ragione del suo incarico di arcivescovo della città lionese; proprio in funzione di questa carica fu lui a tenere l'elogio funebre di Bonaventura da Bagnoregio, morto improvvisamente durante il Concilio. Terminato il concilio nel luglio 1274, Pietro fu molto vicino a papa Gregorio nei mesi successivi, quando il papa incontrò a Beaucaire Alfonso X di Castiglia (maggio 1275), e a Losanna Rodolfo I d'Asburgo (ottobre 1275); così, alla morte di Gregorio X ad Arezzo nel gennaio 1276, i cardinali riuniti in quella città per eleggere il nuovo pontefice secondo le regole innovative della costituzione apostolica Ubi Periculum, elessero papa al primo scrutinio il teologo domenicano, che scelse il nome pontificale di Innocenzo V (21 gennaio 1276). Mentre si recava a Roma, il nuovo pontefice ebbe un lungo incontro a Viterbo tra il 7 ed il 12 febbraio con Carlo d'Angiò, che nei giorni successivi confermò nelle cariche di senatore di Roma e vicario di Toscana, mentre, su consiglio del sovrano angioino, rinviò l'incoronazione di Rodolfo d'Asburgo, in attesa della restituzione delle Romagne. Uomo di notevole sapienza e religiosità, modesto e buono, non aveva grande esperienza di politica e diplomazia e si lasciò consigliare dall'Angiò, anche se si impegnò per tentare di pacificare l'Italia dai molti conflitti che la soffocavano. L'idea che comunque dominò il suo breve pontificato fu, sulla scia del suo predecessore, quella della crociata per liberare la Terrasanta, come indica chiaramente il suo documento programmatico Fundamentum aliud; in questa ottica va vista la sua attività finalizzata all'unità con la Chiesa di Bisanzio ed i contatti con Michele VIII Paleologo, in prosecuzione di quanto fatto da Gregorio X durante il secondo Concilio di Lione. Mentre però si faceva sempre più serrata la pressione angioina sul pio pontefice, questi morì, abbastanza all'improvviso, a Roma il 22 giugno 1276, dopo soli cinque mesi di regno; qualche tempo più tardi, durante il pontificato di Giovanni XXI, i suoi resti mortali furono sepolti nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Purtroppo il sepolcro venne distrutto ed i resti furono dispersi in occasione di un grave terremoto che colpì la Basilica nel XVIII secolo. Innocenzo V è stato beatificato da Leone XIII il 14 marzo 1898, per conferma del culto ab immemorabili; la sua memoria religiosa cade il 22 giugno.

Fonte: Wikipedia

lunedì 20 gennaio 2014

LALLI UCCIDE IL VESCOVO

Lalli (anche Laurentius, Lauri o Lalloi) era un contadino finlandese, probabilmente leggendario, considerato l'assassino del vescovo Enrico di Uppsala sul ghiaccio del lago Köyliönjärvi nei pressi di Köyliö in Finlandia, il 20 gennaio 1156. Secondo la leggenda, Lalli tornò a casa e la moglie Kerttu gli disse che il vescovo aveva fatto loro visita ma se ne era andato senza pagare per il cibo, le bevande e il foraggio consumati. Questo fece arrabbiare Lalli che lo inseguì e gli tagliò la testa con un'ascia. Gli uomini che scortavano Enrico fuggirono nei boschi. Lalli tolse il cappello del vescovo dalla testa mozzata e tagliò una delle dita per impossessarsi di un anello. La leggenda narra che il cappello si attaccò alla testa di Lalli e gli fece perdere i capelli quando tentò di toglierlo. Anche il dito si staccò quando tentò di togliere l'anello. I resti del corpo del vescovo vennero raccolti e trasportati con dei buoi. Nel luogo dove i buoi si fermarono venne costruita la prima chiesa della Finlandia. Quasi niente si sa di Lalli ad eccezione della sua azione raccontata dalle leggende cristiane, in base alla quale è stato considerato come un simbolo del tradimento. Secondo i pagani invece è da considerarsi un eroe in quanto riflette la battaglia fra le antiche credenze finniche e il Cristianesimo. Oggigiorno è anche visto come simbolo positivo di ribellione contro un'autorità opprimente.

Fonte: Wikipedia

LA TOMBA DEI MAGI IN ITALIA?

Marco Polo afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: "In Persia è la città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente." (Il Milione, cap. 30). Quella di Marco Polo non è tuttavia l'unica testimonianza sul luogo di sepoltura dei Magi. Nel transetto della basilica romanica di Sant’Eustorgio a Milano si trova la “cappella dei Magi”, in cui è conservato un colossale sarcofago di pietra (vuoto), risalente al tardo Impero Romano: la tomba dei Magi. Secondo le tradizioni milanesi, la basilica sarebbe stata fatta costruire dal vescovo Eustorgio intorno all’anno 344: la volontà del vescovo era quella di esservi sepolto, dopo la sua morte, vicino ai corpi dei Magi stessi. Per questo motivo, con l’approvazione dell’imperatore Costante avrebbe fatto giungere i loro resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli (dove erano stati portati alcuni decenni prima da sant'Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa). Nel 1162 l’imperatore Federico Barbarossa fece distruggere la chiesa di Sant'Eustorgio (come pure gran parte delle mura e degli edifici pubblici di Milano) e si impossessò delle reliquie dei Magi. Nel 1164 l'arcicancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia ne sottrasse i corpi e li trasferì, attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino al duomo della città tedesca, dove ancora oggi sono conservate in un prezioso reliquiario. Ai milanesi rimase solo la medaglia fatta, sembra, con parte dell'oro donato dai Magi al Signore, che da allora venne esposta il giorno dell'Epifania in Sant'Eustorgio accanto al sarcofago vuoto. Negli anni successivi Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie, invano. Né Ludovico il Moro nel 1494, né Papa Alessandro VI, né Filippo II di Spagna, né Papa Pio IV, né Gregorio XIII, né Federico Borromeo riuscirono a far tornare le spoglie in Italia. Solo nel ventesimo secolo Milano riuscì ad ottenere una parte di quello che le era stato tolto: il 3 gennaio del 1904,infatti, il cardinal Ferrari, Arcivescovo di Milano, fece solennemente ricollocare alcuni frammenti ossei delle spoglie dei Magi (due fibule, una tibia e una vertebra), offerti dall'Arcivescovo di Colonia Fischer, in Sant'Eustorgio. Furono posti in un'urna di bronzo accanto all'antico sacello vuoto con la scritta “Sepulcrum Trium Magorum” (tomba dei tre Magi). Ancora oggi molti luoghi in Italia, Francia, Svizzera e Germania si fregiano dell'onore di avere ospitato le reliquie durante il tragitto delle spoglie dei Magi da Milano a Colonia e in molte chiese si trovano ancora frammenti lasciati in dono. La testimonianza di questo passaggio si trova anche nelle insegne di alberghi e osterie tuttora esistenti, come «Ai tre Re», «Le tre corone» e «Alla stella».

Fonte: Wikipedia

domenica 19 gennaio 2014

VUOI COLLABORARE NEL NUOVO GIORNALINO MEDIEVALE?

Sguardo Sul Medioevo vuole creare anche una rivista dall'uscita non periodica che raccoglie il medioevo in tutte le sue forme (le uscite saranno almeno 6 fino al dicembre 2014). Sarà disponibile in pdf e verrà fornito un link per leggerlo on line senza bisogno di scaricarlo necessariamente. Se vuoi collaborare (a titolo gratuito) con un tuo articolo su uno degli argomenti proposti, non devi fare altro che contattare l'Associazione alle mail che leggi anche tramite il blog www.sguardosulmedioevo.org. Grazie a chi vorrà contribuire alla riuscita di quest'iniziativa. 

Le categorie di base saranno:

- Luoghi
- Rievocazioni del mese
- Vocabolo del Mese
- Appuntamenti del Mese
- Letture Consigliate
- Misteri
- Notizie

Regolamento

a) Per tutti gli iscritti all'associazione la rivista è GRATUITA e verrà inviata via mail in formato pdf. 
b) Le riviste saranno disponibili sul sito dell'associazione in una area protetta da password.
c) Gratuitamente, si potranno vedere la copertina, l'indice e il primo articolo.
d) Per chi non si iscrive e vuole la rivista dovrà versare una offerta libera di minimo €0,50 (cinquanta centesimi).

Finanziamenti

a) Inserimento banner azienda piccolo in copertina €15,00 annui
b) Inserimento banner azienda piccolo sul retro €10,00 annui
c) Inserimento azienda su una pagina (dalla numero 1 al numero 10) €30,00 annui
d) Inserimento azienda su una pagina (dalla numero 10 in poi) €20,00 annui

Pagamenti accettati: assegno, bonifico, paypal, postepay, vaglia postale

Chi vorrà inserire la propria attività, riceverà un accordo che attesta l'effettiva ricezione del pagamento e un fac-simile che mostrerà la posizione dell'attività sulla rivista. I prezzi sono dimezzati dal numero 6 in poi.

Se sei interessato a finanziare il progetto, scrivimi quando vuoi. Verrai ricontattato il prima possibile.

giovedì 16 gennaio 2014

"JACQUES DE MOLAY, L'ULTIMO GRAN MAESTRO TEMPLARE" - 16/01/2014

La tragica fine dei Templari, il più importante ordine cavalleresco che sia mai esistito, è ben nota: il processo intentato contro di loro da Filippo il Bello nel 1307 non ha mai smesso di alimentare polemiche e leggende. Meno conosciuto è il nome dell'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay, che preferì affrontare la morte piuttosto che rinnegare l'Ordine. “Vi prego di lasciarmi unire le mani per un’ultima preghiera. Morirò presto e Dio sa che è ingiusto. Ma io vi dico che la disgrazia cadrà su coloro che ci condannano ingiustamente.
E poi rivolgendosi al papa Clemente V e al re Filippo il Bello aggiunse: “Vi affido entrambi al tribunale di Dio….”.Sono le parole di commiato dalla vita terrena, prima di salire sul rogo, di Jacques de Molay ultimo Gran Maestro dell'ordine dei Cavalieri Templari. Era il 18 Marzo 1314. Eletto alla suprema carica nel 1292 dovette confrontarsi con la perdita di Acri conquistata dai musulmani. Rifugiatosi a Cipro, fu convocato in Francia da papa Clemente V con il pretesto di discutere della crociata e della fusione tra Templari e Ospitalieri. Ma si trattava di un tranello ordito dal re di Francia e dal papa. Con la conferenza che si terrà preso la sede dell'Associazione Archeosofica di La Spezia in via Crispi 99, giovedì 16 gennaio alle ore 21, ripercorrerete l’affascinante e avventurosa storia dell’ultimo Gran Maestro dei Cavalieri Templari. 

L'ingresso è libero

Fonte: Medioevo.it

CONVEGNO "AMOR PUÒ TROPPO PIÙ CHE NÉ VOI NÉ IO POSSIAMO" - 19/01/2014


Domenica 19 gennaio 2014, a partire dalla ore 10.00, presso la sede dell'Accademia Jaufré Rudel in Via Battisti a Gradisca d'Isonzo (GO) si svolgerà "Amor può troppo più che né voi né io possiamo", importante giornata di studio su Giovanni Boccaccio.

IL CASTRUM CAPRIARUM E CONDOVE: FORTIFICAZIONI E POTERI NEL MEDIOEVO VALSUSINO - 18 GENNAIO 2014

Il Comune di Condove, da diversi anni ha intrapreso un’estesa opera di sistemazione e rivalutazione artistica e culturale del Castello del Conte Verde, anticamente conosciuto come Castrum Capriarum, costruito sulla rocca simbolo di ingresso nel territorio condovese per chi arriva dalla pianura e segno forte del paesaggio di fondovalle. Fin dagli anni '60 del sec. XX furono condotti studi, monitoraggi e parallele ricerche di fondi che consentissero un intervento di restauro di ampio respiro e non limitato asistemazioni urgenti e di emergenza.
Dal 2000 l'Amministrazione comunale di Condove iniziò l'intervento di restauro del Castello tra le sue priorità di intervento ricercando ogni possibile forma di co-finanziamento.
Affidò l'incarico ad un gruppo di professionisti che realizzò il progetto Preliminare e Generale che prevedeva un impegno di spesa complessivo di 465.000 euro venne inserito all'interno del primo Programma Integrato presentato in bassa valle di Susa e finanziato al 70% con fondi della Regione Piemonte. Le campagne di scavo delle strutture del castello, iniziate nel 2006 e proseguite per appalti successivi fino al 2011, hanno permesso di accertare più fasi edilizie di sviluppo della fortezza. Tratti di cinta lungo il perimetro dell’altura richiamano tecniche costruttive dell’altomedioevo e propongono, pur con tutte le riserve date dalla lacunosità dei dati archeologici, il tema della realtà materiale delle chiuse valsusine.
Dal 2009 si è dato mandato al CRISM, Centro di Ricerca sulle Istituzioni e le Società Medievali di Torino, di effettuare una ricerca d’archivio che mettesse in evidenza il ruolo storico e politico del Castello, rivolgendosi particolare attenzione alle attività che coinvolgevano direttamente il territorio di sua pertinenza.
Il progetto si è quindi sviluppato adattandosi ai risultati delle indagini archeologiche, anche in parte sorprendenti ed inattesi. Nel tempo si sono effettuati i seguenti interventi: consolidare la rovina, per consentire la trasmissione al futuro dell’opera; recuperare l'immagine del castrum, esterna ed interna, avendo cura di riproporre materiali e tecnologie tradizionali, ricucire le lesioni e le sbrecciature che disturbano la lettura, aggiungendo pochi e leggeri segni che testimonino i nuovi interventi; guidare la lettura delle funzioni antiche, sottolineando con nuovi allestimenti antiche funzioni; mettere in sicurezza d’uso l’intera area con adeguate opere di protezione; renderla fruibile al pubblico ed organizzatori dotandola di infrastrutture minime e porzioni coperte. Le risultanze delle ricerche condotte e delle opere effettuate sono riassunte dagli archeologi, dagli storici e dagli architetti coinvolti nella giornata di studi prevista per i 18 gennaio 2014. Il simposio è realizzato con la collaborazione del CRISM e della Sovrintendenza ai beni archeologici. La partecipazione al convegno è gratuita e patrocinata dal Comune di Condove, Piano di valorizzazione culturale della Val di Susa “ Arte e tesori di cultura alpina”, Università degli studi di Torino, Provincia di Torino e Regione Piemonte. L'iscrizione al convegno è obbligatoria (verrà consegnata una cartellina con la sintesi degli interventi, il voucher per il coffe break e dà la possibilità di prenotare la pubblicazione degli atti) e si può effettuare presso la segreteria del convegno: al 3477675500 o via mail a: segreteria_castrum@virgilio.it.

Fonte: Medioevo.it

mercoledì 15 gennaio 2014

MEDIOEVO: MITI, LEGGENDE, REALTA'

Età di mezzo, periodo di preparazione al Rinascimento, età buia. Il Medioevo è stato definito in mille modi ma continua sempre ad affascinare. Lo testimoniano i libri fantasy-storici su draghi, fate e maghi così come i migliaia di film o serie-TV prodotti sull'argomento. E se il Medioevo è in realtà un'invenzione? Non si tratta di una provocazione! Il Medioevo è un concetto, una categoria, come per tanti altri periodi storici e per esigenze di classificazione di secoli e secoli di storia, si è sentito il bisogno di ordinare e creare tipologie storiche per orientarsi nel mare magnum storico. Quindi si parla di Medioevo, di Rinascimento, di Umanesimo; ma chi ci dice quando finisce un periodo e ne inizia un altro? Sicuramente con il Medioevo termina l'Antichità ma è davvero così se si continua ancora a parlare e scrivere latino anche se si tratta di un latino meno classico e più "corrotto"? Troppe domande e dubbi ma quel che possiamo affermare con certezza è che ogni storico interpreta dal suo punto di vista, consulta le fonti che a lui sembrano importanti (magari senza saperlo ne trascura altre), valuta le cronologie. Non entrando nel merito di problematiche storiche e perché no, di pregiudizi che ancora oggi ruotano attorno al Medioevo, siamo tutti d'accordo nel dire che questa epoca ancora più di altre ha il suo fascino grazie alle sue leggende e i ai miti che oscillano tra reale e il meraviglioso. Pensando a questo periodo, ci sentiamo catapultati in un'altra atmosfera fatta di castelli, folletti, enigmi e cavalieri erranti. Non può non esserci quindi un mago Merlino, un re Artù con la sua Excalibur, una tavola rotonda ma quando la leggenda tocca alcuni aspetti della realtà, allora non rimane che stupirsi. Esiste veramente una "Spada nella roccia" e per poterla ammirare basta visitare l'abbazia di S. Galgano, presso il comune di Chiusdino a circa 30 km da Siena. Si tratta dell'arma appartenuta al cavaliere Galgano, un condottiero che secondo la leggenda, decide di seguire la vita eremitica abbandonando una vita di lussi e guerre al punto di conficcare sulla roccia la sua spada con un gesto quasi simbolico di "addio alle armi". La spada è ancora in loco, in un ambiente affascinante e misterioso e dopo aperte problematiche sulla sua veridicità e sulla effettiva presenza della lama sotto il manto roccioso, nel 2001 è stata condotta una campagna esplorativa e in effetti la lama al di sotto è stata ritrovata. Si dice che proprio questo mito abbia poi ispirato il ciclo bretone di Artù. Fornire risposte è spesso complicato soprattutto quando le domande aumentano (per esempio su come è stata inserita la spada), ma accendere il mistero e visitare questi luoghi carichi di storia, arricchisce ulteriormente. Procedendo alla ricerca di medievali segreti, è possibile imbattersi in uno stranissimo ponte per gli inferi, sempre in Toscana e più precisamente a Borgo a Mozzano sulla strada che da Lucca procede verso la Garfagnana. Si tratta del medievale "Ponte della Maddalena", più famoso come "Ponte del Diavolo" per la costruzione così surreale e al limite dell'equilibrio al punto che solo un demone poteva esserne il costruttore. Secondo la leggenda infatti, il capo muratore dell'opera non riuscendo a finire i lavori per il giorno stabilito, decide di farsi aiutare dal diavolo in persona. Per completare l'opera in una sola notte, il diavolo chiede in cambio l'anima del primo passante sul ponte la mattina seguente ma l'uomo, beffando il diavolo, fa in modo che ad attraversare il ponte sia un cane (o un maiale, secondo altre versioni della vicenda). Leggenda a parte, ciò che appare certo è la suggestione del luogo e quel fascino surreale che incuriosisce molto i turisti, soprattutto in occasione della "notte del diavolo" per eccellenza, ovvero Halloween. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il simbolismo del Medioevo ma conduce verso quella "tendenza esterofila" che spesso contraddistingue la nostra società. È però possibile testimoniare come spesso sia facile creare una mescolanza di tradizioni differenti. Restando in ambito mistico curiosa è infine la leggenda del martirio di San Torpè, martire perseguitato da Nerone in quanto cristiano. Dopo avergli fatto subire tortura e decapitazione, l'imperatore lo fa gettare nell'Arno deponendolo su un'imbarcazione assieme ad un gallo ed un cane. La piccola barca con il santo morto, si sarebbe arenata presso una cittadina della Provenza, ribattezzata poi in suo onore Saint-Tropez storpiando il nome del santo Torpè. Ancora oggi a Pisa c'è una chiesa/convento dedicata al santo e costruita nel '200 e inoltre leggenda nella leggenda, nei pressi della stessa chiesa è possibile riscontrare la presenza dei cosiddetti "Bagni di Nerone", (in realtà edifici termali romani impropriamente attribuiti a Nerone). Ricordare miti e leggende è quindi un po' come tornare bambini e sognare. Molte leggende medievali sono state molto romanzate ed esaltate grazie ai romanzi dell'800, alle tradizioni e ai film dando un tocco di noir a volte poco storico a certe vicende. Tutto sta nel nostro essere. Se vogliamo una ricostruzione storica occorre documentarsi e cercare opportune fonti ma se vogliamo solo sognare allora basta chiudere gli occhi e immergerci in un'atmosfera diversa, fatta di cavalieri, spade e diavoli sputanti fuoco, cercando però di non perdere troppo il contatto con la realtà.

Articolo di Sandra Allegro per la rivista online OggiMedia.it

LA PESTE NEL XIV SECOLO: QUALI FURONO LE CAUSE?

Dal 1300 al 1347 e anche qualche piccolo focolaio dopo quella data, cominciò a fare la sua comparsa la peste, chiamata all’epoca la grande pestilenzia. Prima di quella data la popolazione era periodicamente decimata da tifo, dissenteria, tubercolosi polmonare, malaria, vaiolo e lebbra. I cerusici non possedevano le capacità mediche per curare tali malattie: salassi, studio delle stelle e preghiere erano le loro uniche abilità. Salvo qualche piccolo monastero benedettino, dove si studiava l’uso delle erbe mediche, le persone affette dai diversi mali non erano curate. La peste venne vista come una punizione divina, la popolazione doveva espiare i propri peccati, così la Chiesa cominciò a organizzare processioni di flagellanti e preghiere nei centri religiosi, ma ovviamente i rimedi non funzionarono. I cristiani iniziarono a scagliarsi contro i miscredenti e gli ebrei che vivevano nelle città, accusandoli di eresie varie, aumentando il numero dei morti. Si credeva inoltre che il flagello fosse portato dall’aria insalubre, per cui si purificava l’aria con fuoco ed erbe aromatiche (come timo, assenzio e altre sostanze profumate), la situazione peggiorò fino a che la peste non uccise un terzo della popolazione. Nelle campagne, nella seconda metà del 1300, iniziarono a mancare contadini per mietere, trebbiare ed effettuare tutti i lavori legati alla terra. Quelli che sopravvissero ereditarono tutti i terreni dei parenti, diventando ricchissimi. Gli artigiani competenti scarseggiarono (c’era poca gente che sapesse riparare un tetto, costruire una casa, un mulino ecc) e il nobile dovette spesso pagarli quattro volte, rispetto alle somme precedenti. Una grande rivoluzione per l’epoca.

Quali erano le cause della peste?
  • Sovraffollamento: nel 1300 Milano, Venezia, Firenze e tante altre città commerciali avevano circa 10. 000 abitanti. Le città importanti come Parigi potevano raggiungere le 40,000.
  • Precaria igiene personale: in quegli anni era uso lavarsi solo mani, viso e braccia per tutto l’inverno e poco altro durante le stagioni calde. Mostrare il corpo nudo era estremamente sconveniente e ovviamente la maggior parte della popolazione non godeva di privacy.
  • Promiscuità dei rapporti: le meretrici furono accusate di aver diffuso il morbo, avendo più rapporti al giorno.
  • Basse difese immunitarie dovute alla scarsa alimentazione: una mutazione climatica nel XIV secolo, chiamata anche piccola glaciazione, comportò la diminuzione di produzione agricola in tutta L’Europa. Ci furono numerose carestie e la malnutrizione comportò un forte calo della forza immunitaria degli individui. In più, in Italia, in quel periodo vi erano forti battaglie guelfi-ghibellini. Le guerre distruggevano le coltivazioni faticosamente prodotte dai contadini, che non riuscivano a immagazzinarle nei granai. Gli abitanti poveri delle città potevano cibarsi di carne, spesso bianca, solo un giorno ogni venti. La vendita e quantità di cereali era molto limitata, spesso consumata dai nobili e ricchi commercianti. Lasciandone pochissimo a disposizione della popolazione.
  • Guerre: gli eserciti non seppellivano i morti e lasciavano i liquami a cielo aperto. Molto spesso si dovevano muovere velocemente e non avevano il tempo di creare delle fosse, anche se comuni. Questo stato di cose ha diffuso gravissime epidemie: tifo, dissenteria (le falde acquifere s’inquinavano e non si poteva più bere dai pozzi o fiumi), specialmente nei mesi caldi, come giugno, luglio e agosto.
  • Commercio: le strade verso la Cina, India e Medio-Oriente hanno diffuso morbi che prima in Europa non c’erano. Spesso numerose malattie erano portate dai mercanti e topi delle navi. Infatti si pensa che la peste sia entrata in Italia attraverso i porti di Venezia, Genova, Brindisi, Livorno e Napoli.

Quali erano i sintomi?
  • Bubboni
  • Barcollamento
  • Catarro
  • Convulsioni
  • Diarrea emorragica
  • Occhi infiammati
  • Paralisi
  • Respirazione difficoltosa
  • Sete intensa
  • Vomito
Articolo di Giovanna Barbieri del sito http://ilmondodigiovanna.wordpress.com


martedì 14 gennaio 2014

IL FINE INTELLETTO DI ALBERTO MAGNO

Uomo dall’intelletto finissimo, Alberto Magno assunse ruoli di primo piano nell’ambito dell’ordine domenicano e, piú in generale, nella gestione di importanti questioni ecclesiastiche. Accanto all’impegno in campo religioso, però, coltivò sempre una passione fortissima per la speculazione scientifica, meritandosi, non a caso, l’appellativo di doctor universalis. Alberto Magno è l’incarnazione ideale del filosofo rivoluzionario. Egli, infatti, riuscí nell’impresa di avvicinare due universi che apparivano distanti, se non ostili tra loro: l’aristotelismo e il pensiero cristiano, vale a dire  la ragione e la fede. Fino all’inizio del Duecento la tradizione scolastica latina aveva monopolizzato l’ambito della teologia, non preoccupandosi di fornire un supporto razionale alle verità rivelate della religione. Ma i tempi per un’inversione di rotta erano maturi.
Già nel XII secolo, attraverso le crociate, i popoli dell’Occidente erano entrati in contatto con il Vicino Oriente, subendo l’influenza di culture imbevute di saperi scientifici. Nel mondo arabo, per esempio, il medico Avicenna, nell’XI secolo, aveva saputo conciliare la scienza con i dogmi dell’islamismo servendosi proprio delle argomentazioni di Aristotele. Alberto Magno lo fece nell’Europa cattolica sentendo il bisogno insopprimibile – come sottolinea il suo biografo italiano, Angiolo Puccetti – «di accorrere sui campi sterminati della vita pratica, dove gli uomini gemono, si agitano, furoreggiano, cadono, nel quotidiano, estenuante combattimento». L’anno di nascita di Alberto Magno viene fissato comunemente tra il 1193 e il 1206. Era originario di una piccola città dell’odierna Baviera, Lauingen, e discendeva da una famiglia facoltosa, i Bollstäd, appartenente alla nobiltà militare. Nell’età dell’adolescenza si distinse come promettente cavaliere e non per le doti dell’intelletto, che fiorirono solo in seguito grazie a un’istruzione di livello consono al suo rango sociale. Probabilmente i genitori desideravano avviarlo a un brillante futuro da soldato, ma compresero presto che il suo carattere docile e riflessivo era poco adatto alle rudezze del mestiere delle armi.
La formazione lo portò lontano dalla terra d’origine: in compagnia dello zio, si trasferí a Padova dove si era formato il primo nucleo di quello che, nel 1222, divenne un ateneo vero e proprio, specializzato in materie come la filosofia e le scienze naturali, le cosiddette «arti liberali». In questo clima culturale Alberto sviluppò la sua inclinazione per la ricerca empirica, approfondendo le opere di Aristotele.
Di pari passo cresceva in lui la vocazione religiosa che, all’età di 16 anni, si era radicata nei suoi sentimenti piú profondi dopo un’apparizione mariana. La Vergine, in quella circostanza, gli aveva indicato la strada da percorrere in futuro: l’ingresso in convento nelle fila dei Domenicani. Si trattò comunque di una scelta sofferta su cui incise il magnetico influsso del gran maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, Giordano di Sassonia, del quale si diceva che possedesse un eloquio capace di folgorare gli ascoltatori. 

La passione per la scienza

Alberto visse con un certo disagio il suo primo periodo di militanza tra i Domenicani, a causa della distanza culturale con i maestri. Si sentiva in parte frustrato per non poter coltivare in modo compiuto la sua inclinazione verso le scienze positive in un ambiente nel quale dominavano le dispute teologico-esegetiche. I libri dei filosofi, dei naturalisti non erano oggetto di discussione e potevano essere consultati solo su dispensa delle massime autorità dell’Ordine. Di norma venivano considerati testi pericolosi ed erano letti solo di sfuggita, per alcune, rare esigenze di documentazione. Il demonizzare i saperi profani rispondeva a una logica eccessivamente «monastica», secondo la quale il raggio d’azione di un frate doveva esplicarsi soprattutto nella sfera mistica.
Tuttavia, lo studio dei testi sacri non mancò di affascinare Alberto, contribuendo a fargli superare il difficile impatto iniziale. Poté comunque studiare a fondo le scienze naturali e, in poco tempo, sbalordí i suoi maestri per il livello complessivo del suo sapere. Per questo motivo, nel 1228, l’Ordine lo promosse al ruolo di lettore nel convento di Colonia. La città renana stava per vivere un periodo di straordinaria rinascita culturale che culminò nel XIV secolo, con la fondazione di una grande università. Alberto si fece valere nell’attività didattica tanto da meritarsi l’assegnazione di altri importanti incarichi come lettore, nei conventi di Hildesheim, Friburgo, Ratisbona e Strasburgo.
Nel 1245 si uní alla cerchia dei suoi studenti un giovane italiano, Tommaso dei conti d’Aquino, anch’egli destinato a rivoluzionare la filosofia medievale. Presto il maestro si accorse delle prodigiose qualità intellettuali del nuovo arrivato e lo difese piú volte dalla goliardia dei compagni che ironizzavano sulla sua indole taciturna: «Ah, voi lo chiamate bue muto! – li rimproverò un giorno Alberto – Io vi dico, quando questo bue muggirà, i suoi muggiti si udranno da un’estremità all’altra della terra». 

Il rogo dei Talmud

Il 1245 segnò anche la consacrazione accademica con il conseguimento del magistero in teologia presso l’Università di Parigi. La capitale francese era il piú importante centro di studi sacri e molte grandi personalità della cultura cattolica l’avevano frequentata: i papi Celestino II, Adriano IV, Innocenzo III, Gregorio IX, Martino IV e filosofi come San Bonaventura, solo per citare alcuni dei nomi piú noti. Alberto si fermò per tre anni nella capitale francese e, poco prima di lasciarla, insieme ad altre personalità del mondo cristiano francese, sottoscrisse un documento che condannava il Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo: quel libro, secondo gli accusatori, conteneva «innumerevoli errori, abusi, bestemmie, cose nefande che offendono il pudore di chi riferisce e ascolta».
Un giudizio pesante, in seguito al quale molte copie del testo rabbinico furono bruciate in piazza a Parigi nel 1248. Tornato in Germania, Alberto ricevette l’incarico di dirigere lo Studium Generale di Colonia, che poi divenne uno dei centri universitari piú importanti d’Europa. Accanto a sé, come principale collaboratore, volle il suo allievo prediletto, Tommaso d’Aquino.
Nel frattempo proseguiva instancabilmente la sua esplorazione dell’universo scientifico, e non solo nel campo della pura teoria. Talvolta Alberto si chiudeva nel suo laboratorio di fisica e chimica per compiere esperimenti con alambicchi e altri strumenti da lui inventati per l’occorrenza. L’Inquisizione guardava con sospetto queste pratiche, sebbene volte a fini empirici, e le assimilava ad atti di stregoneria.

L’elezione a provinciale

Il filosofo renano aveva un’indole modesta, come del resto prescriveva l’etica domenicana, e dovette accettare malvolentieri la decisione dei superiori dei conventi tedeschi che lo elessero provinciale di Germania nel 1254. Si trattava di una carica prestigiosa che lo dotava del potere di amministrare un vastissimo territorio comprendente l’Austria, la Baviera, la Svevia, la Sassonia, l’Olanda, i Paesi Renani, il Brabante, la Slesia, la Westfalia, la Frisia e l’intera Prussia.
Alberto rinunciò ad agi e onori, attraversando quelle regioni a piedi, munito solo di un bastone e della bisaccia da pellegrino. Seppur umile e incline soprattutto allo studio, il pensatore domenicano aveva in precedenza dato prova di possedere un indubbio talento nella gestione di eventi politici anche esplosivi, come la guerra che opponeva le autorità ecclesiastiche al governo locale di Colonia. La città, che faceva parte dell’Hansa (la potente alleanza commerciale del Nord Europa), aspirava a una maggiore autonomia municipale e non intendeva riconoscere alcuna autorità al principe-arcivescovo. Alberto Magno, insieme a un altro esponente dei Frati Predicatori, ricevette l’incarico di dirimere la questione con un giudizio arbitrale che sancí una tregua tra i litiganti nel 1252. 
La sua fama di grande saggio e di abile diplomatico varcò anche le porte della Santa Sede, giungendo alle orecchie del papa, che era alle prese proprio con un caso riguardante i Frati Predicatori. Alessandro IV chiese un parere ad Alberto sul feroce libello De novissimis temporum periculis, scritto dal teologo Guglielmo di Saint-Amour, che metteva in cattiva luce l’operato dei Domenicani all’Università di Parigi. Il provinciale di Germania difese il suo Ordine e convinse il pontefice a non dar credito alle terribili accuse contenute nel libro.
Il volume venne infine giudicato eretico, anche a causa degli attacchi infamanti che lanciava contro l’istituzione-Chiesa e fu bruciato nel 1256 all’interno della cattedrale di Anagni. Gli impegni politici per Alberto non erano finiti. Nel 1260 Alessandro IV pensò di affidargli la diocesi di Ratisbona, diventata vescovato, che stava vivendo un momento di gravissima tensione interna. Era una carica di enorme importanza strategica e dotava il titolare di rilevanti poteri civili: la diocesi, infatti, possedeva il profilo giuridico di stato temporale del Sacro Romano Impero. 

L’appello del maestro

La nomina del pensatore di Lauingen fu osteggiata in modo violento dal maestro generale dei Domenicani, Umberto di Romans, che non intendeva perdere una delle sue menti piú brillanti. Piú volte Umberto tentò di indurre il suo sottoposto a rifiutare l’incarico, inviandogli lettere disperate e ammonitrici: «Chi, io dico – scrisse in una di queste missive –, potrebbe credere che voi sull’ultimo della vostra vita, vogliate cosí macchiare la vostra gloria e l’Ordine, che avete reso cosí glorioso?». L’appello del maestro generale intendeva richiamare il destinatario ai suoi doveri di frate avverso agli sfarzi del potere.
Alberto, però, non se la sentí di contraddire la volontà del papa. Era lui l’uomo giusto per quell’incarico. Dopo il suo insediamento, infatti, le lotte politiche interne cessarono e la situazione finanziaria della diocesi migliorò sensibilmente, grazie a un’efficace azione di risanamento. Ligio ai costumi domenicani, si tenne lontano, anche da presule, da ogni lusso e per la sua abitudine di indossare sempre abiti modesti venne ribattezzato «vescovo scarpone». Al vertice della diocesi non intendeva restare a lungo e, nel momento in cui capí di avere nemici interni, decise di rassegnare le dimissioni.

Uomini per la crociata

Altre importanti missioni politiche lo impegnarono in seguito, in particolare nel 1263, quando ricevette la convocazione del neopontefice Urbano IV a Roma. Il papa gli chiese di reclutare in Germania il maggior numero possibile di fedeli per una crociata in Terra Santa che stava pianificando, ma il progetto naufragò quasi subito per la scomparsa prematura del pontefice. Nel 1274 morí Tommaso d’Aquino, e la notizia lo turbò a tal punto da fargli affermare che la luce della Chiesa ormai si era «estinta». In omaggio al geniale alunno, Alberto compí nel 1277 il suo ultimo faticoso viaggio, a Parigi, per difendere Tommaso dalle accuse di eresia che in quella sede gli aveva mosso l’arcivescovo Étienne Tempier.
Gli anni finali dell’esistenza di Alberto segnarono un ritorno al passato, con la predicazione nei conventi dell’Ordine e una nuova, profonda immersione nello studio delle scienze naturali. Morí nel 1280 e fu sepolto nella chiesa di S. Andrea a Colonia, la città che sentiva piú sua. Nel 1622 venne beatificato, ma la sua canonizzazione si ebbe, invece, solo nel 1931, sotto il pontificato di Pio XI.

Il «Varrone germanico»

L’azione intellettuale esercitata da Alberto Magno sul Medioevo «è stata probabilmente la piú potente di tutte, senza eccettuare san Tommaso d’Aquino, la cui opera si estende a un dominio meno vasto, ma fu piú profonda e durevole». Quest’opinione, espressa dal medievista belga Pierre Mandonnet, fu condivisa da molti storici e filosofi in età contemporanea. Alcuni definirono Alberto il «Varrone germanico» perché, come lo scrittore dell’antica Roma, vantava un sapere enciclopedico. Gran parte dello scibile umano aveva trovato spazio negli studi del pensatore domenicano, che si documentava su testi greci, arabi, ebrei ed egiziani, vista l’assenza di una tradizione scientifica nel mondo latino e germanico.
Questo amore sconfinato per lo studio della natura perseguiva un obiettivo ben preciso: dotare la cultura cattolica di un sistema filosofico razionale che potesse giustificare e spiegare meglio le verità rivelate. Si trattava non soltanto di un’esigenza dottrinale, ma di una necessità storica imposta dalle grandi trasformazioni in atto nella società medievale che avevano reso accessibile il potere alle forze produttive. I dogmi imposti dall’alto, recepiti solo con un atto di fede, non potevano garantire una predicazione efficace di fronte al diffondersi delle logiche mercantili e del sapere scientifico.
Le nuove élite borghesi, ma anche altri ceti sociali, si appassionavano intorno alle dispute sulla fisica, l’astronomia, il diritto, l’arte, l’etica, la medicina, l’economia, la letteratura. E la cultura cristiana non poteva rischiare di perdere il contatto con i sentimenti popolari piú diffusi. Anche la rigida tradizione scolastica, pertanto, sebbene ancorata alle ferree tesi volontaristiche di sant’Agostino, seguí il corso della storia.

Una rinascita pagana?

Alberto Magno e in seguito Tommaso d’Aquino individuarono nella logica aristotelica il sistema ideale per costruire una teoria razionalista dell’universo, culminante con la figura di un motore immobile divino. Questa intuizione, osserva lo storico della filosofia Cesare Vasoli, «operò all’interno dello stesso aristotelismo, e nell’ambito di una pura discussione filosofica, una delle piú geniali “conquiste” che sia mai stata compiuta dal pensiero cattolico ortodosso». La rivoluzione introdotta dai due domenicani incise in modo indelebile sul destino del pensiero cristiano che molti secoli dopo adottò il tomismo di derivazione albertina come filosofia «ufficiale».
Non mancarono, comunque, resistenze da parte dei teologi tradizionalisti che vedevano con sospetto il diffondersi di una dottrina scientifica arricchita da influssi arabo-islamici. In fondo la diffidenza della cultura cattolica occidentale era comprensibile considerato che per la prima volta nella storia della Chiesa una sapienza «pagana» si affiancava alla teologia con la pretesa di spiegare il mistero della vita. Alberto Magno, però, non aveva compiuto un’operazione spregiudicata di fusione tra le tesi di Aristotele e le verità della fede. Nei suoi scritti tenne sempre a precisare che l’ambito della filosofia e della teologia dovevano restare separati: per le questioni religiose il punto di riferimento restavano sempre i padri della Chiesa, mentre per le discipline scientifiche occorreva prestare fede agli studiosi della realtà fisica.

Ambiti separati

La ragione filosofica poteva, quindi, procedere in modo autonomo nel suo campo specifico senza alcuna interferenza? In realtà la separazione tra i due ambiti non appariva assoluta in quanto le conoscenze razionali e l’ordine delle cose contenevano sempre riflessi di origine trascendente.
Sebbene ispirato dalla logica aristotelica, Alberto non cancellò la tradizione neoplatonica, che è ben individuabile nella sua teoria degli universali ante rem (idee del creatore) e in re (forme rintracciabili nelle cose): attraverso la conoscenza, le forme in re potevano essere riportate in una dimensione simile allo stato originario, cioè alla loro pura essenza contenuta nella mente di Dio. Un altro tributo a Platone è contenuto nell’analisi della controversa tesi sull’eternità del mondo, sostenuta da Aristotele. Alberto, pur restando nel dubbio, dichiarò piú verosimile l’ipotesi che la creazione fosse avvenuta in un determinato momento della storia. Le informazioni storiche riportate dal domenicano tedesco sulla filosofia greca non furono esenti da critiche. Pur riconoscendo la sua originalità speculativa, piú di un commentatore sottolineò i refusi che Alberto aveva compiuto nella sua analisi sulla sapienza ellenica: definí Pitagora e Platone stoici, Socrate un macedone, Anassagora ed Empedocle epicurei. Ad Alberto Magno si contestò, inoltre, la timidezza nel tentare un’organica riforma del pensiero aristotelico in modo da renderlo perfettamente conciliabile con i dogmi cristiani. Ma di quest’operazione aveva solo gettato i semi: le piante germogliarono in seguito, grazie alle intuizioni del suo discepolo Tommaso d’Aquino.  

Fonte: Articolo di Francesco Colotta della Rivista Medievo numero 197 del giugno 2013

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