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martedì 14 gennaio 2014

IL FINE INTELLETTO DI ALBERTO MAGNO

Uomo dall’intelletto finissimo, Alberto Magno assunse ruoli di primo piano nell’ambito dell’ordine domenicano e, piú in generale, nella gestione di importanti questioni ecclesiastiche. Accanto all’impegno in campo religioso, però, coltivò sempre una passione fortissima per la speculazione scientifica, meritandosi, non a caso, l’appellativo di doctor universalis. Alberto Magno è l’incarnazione ideale del filosofo rivoluzionario. Egli, infatti, riuscí nell’impresa di avvicinare due universi che apparivano distanti, se non ostili tra loro: l’aristotelismo e il pensiero cristiano, vale a dire  la ragione e la fede. Fino all’inizio del Duecento la tradizione scolastica latina aveva monopolizzato l’ambito della teologia, non preoccupandosi di fornire un supporto razionale alle verità rivelate della religione. Ma i tempi per un’inversione di rotta erano maturi.
Già nel XII secolo, attraverso le crociate, i popoli dell’Occidente erano entrati in contatto con il Vicino Oriente, subendo l’influenza di culture imbevute di saperi scientifici. Nel mondo arabo, per esempio, il medico Avicenna, nell’XI secolo, aveva saputo conciliare la scienza con i dogmi dell’islamismo servendosi proprio delle argomentazioni di Aristotele. Alberto Magno lo fece nell’Europa cattolica sentendo il bisogno insopprimibile – come sottolinea il suo biografo italiano, Angiolo Puccetti – «di accorrere sui campi sterminati della vita pratica, dove gli uomini gemono, si agitano, furoreggiano, cadono, nel quotidiano, estenuante combattimento». L’anno di nascita di Alberto Magno viene fissato comunemente tra il 1193 e il 1206. Era originario di una piccola città dell’odierna Baviera, Lauingen, e discendeva da una famiglia facoltosa, i Bollstäd, appartenente alla nobiltà militare. Nell’età dell’adolescenza si distinse come promettente cavaliere e non per le doti dell’intelletto, che fiorirono solo in seguito grazie a un’istruzione di livello consono al suo rango sociale. Probabilmente i genitori desideravano avviarlo a un brillante futuro da soldato, ma compresero presto che il suo carattere docile e riflessivo era poco adatto alle rudezze del mestiere delle armi.
La formazione lo portò lontano dalla terra d’origine: in compagnia dello zio, si trasferí a Padova dove si era formato il primo nucleo di quello che, nel 1222, divenne un ateneo vero e proprio, specializzato in materie come la filosofia e le scienze naturali, le cosiddette «arti liberali». In questo clima culturale Alberto sviluppò la sua inclinazione per la ricerca empirica, approfondendo le opere di Aristotele.
Di pari passo cresceva in lui la vocazione religiosa che, all’età di 16 anni, si era radicata nei suoi sentimenti piú profondi dopo un’apparizione mariana. La Vergine, in quella circostanza, gli aveva indicato la strada da percorrere in futuro: l’ingresso in convento nelle fila dei Domenicani. Si trattò comunque di una scelta sofferta su cui incise il magnetico influsso del gran maestro dell’Ordine dei Frati Predicatori, Giordano di Sassonia, del quale si diceva che possedesse un eloquio capace di folgorare gli ascoltatori. 

La passione per la scienza

Alberto visse con un certo disagio il suo primo periodo di militanza tra i Domenicani, a causa della distanza culturale con i maestri. Si sentiva in parte frustrato per non poter coltivare in modo compiuto la sua inclinazione verso le scienze positive in un ambiente nel quale dominavano le dispute teologico-esegetiche. I libri dei filosofi, dei naturalisti non erano oggetto di discussione e potevano essere consultati solo su dispensa delle massime autorità dell’Ordine. Di norma venivano considerati testi pericolosi ed erano letti solo di sfuggita, per alcune, rare esigenze di documentazione. Il demonizzare i saperi profani rispondeva a una logica eccessivamente «monastica», secondo la quale il raggio d’azione di un frate doveva esplicarsi soprattutto nella sfera mistica.
Tuttavia, lo studio dei testi sacri non mancò di affascinare Alberto, contribuendo a fargli superare il difficile impatto iniziale. Poté comunque studiare a fondo le scienze naturali e, in poco tempo, sbalordí i suoi maestri per il livello complessivo del suo sapere. Per questo motivo, nel 1228, l’Ordine lo promosse al ruolo di lettore nel convento di Colonia. La città renana stava per vivere un periodo di straordinaria rinascita culturale che culminò nel XIV secolo, con la fondazione di una grande università. Alberto si fece valere nell’attività didattica tanto da meritarsi l’assegnazione di altri importanti incarichi come lettore, nei conventi di Hildesheim, Friburgo, Ratisbona e Strasburgo.
Nel 1245 si uní alla cerchia dei suoi studenti un giovane italiano, Tommaso dei conti d’Aquino, anch’egli destinato a rivoluzionare la filosofia medievale. Presto il maestro si accorse delle prodigiose qualità intellettuali del nuovo arrivato e lo difese piú volte dalla goliardia dei compagni che ironizzavano sulla sua indole taciturna: «Ah, voi lo chiamate bue muto! – li rimproverò un giorno Alberto – Io vi dico, quando questo bue muggirà, i suoi muggiti si udranno da un’estremità all’altra della terra». 

Il rogo dei Talmud

Il 1245 segnò anche la consacrazione accademica con il conseguimento del magistero in teologia presso l’Università di Parigi. La capitale francese era il piú importante centro di studi sacri e molte grandi personalità della cultura cattolica l’avevano frequentata: i papi Celestino II, Adriano IV, Innocenzo III, Gregorio IX, Martino IV e filosofi come San Bonaventura, solo per citare alcuni dei nomi piú noti. Alberto si fermò per tre anni nella capitale francese e, poco prima di lasciarla, insieme ad altre personalità del mondo cristiano francese, sottoscrisse un documento che condannava il Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo: quel libro, secondo gli accusatori, conteneva «innumerevoli errori, abusi, bestemmie, cose nefande che offendono il pudore di chi riferisce e ascolta».
Un giudizio pesante, in seguito al quale molte copie del testo rabbinico furono bruciate in piazza a Parigi nel 1248. Tornato in Germania, Alberto ricevette l’incarico di dirigere lo Studium Generale di Colonia, che poi divenne uno dei centri universitari piú importanti d’Europa. Accanto a sé, come principale collaboratore, volle il suo allievo prediletto, Tommaso d’Aquino.
Nel frattempo proseguiva instancabilmente la sua esplorazione dell’universo scientifico, e non solo nel campo della pura teoria. Talvolta Alberto si chiudeva nel suo laboratorio di fisica e chimica per compiere esperimenti con alambicchi e altri strumenti da lui inventati per l’occorrenza. L’Inquisizione guardava con sospetto queste pratiche, sebbene volte a fini empirici, e le assimilava ad atti di stregoneria.

L’elezione a provinciale

Il filosofo renano aveva un’indole modesta, come del resto prescriveva l’etica domenicana, e dovette accettare malvolentieri la decisione dei superiori dei conventi tedeschi che lo elessero provinciale di Germania nel 1254. Si trattava di una carica prestigiosa che lo dotava del potere di amministrare un vastissimo territorio comprendente l’Austria, la Baviera, la Svevia, la Sassonia, l’Olanda, i Paesi Renani, il Brabante, la Slesia, la Westfalia, la Frisia e l’intera Prussia.
Alberto rinunciò ad agi e onori, attraversando quelle regioni a piedi, munito solo di un bastone e della bisaccia da pellegrino. Seppur umile e incline soprattutto allo studio, il pensatore domenicano aveva in precedenza dato prova di possedere un indubbio talento nella gestione di eventi politici anche esplosivi, come la guerra che opponeva le autorità ecclesiastiche al governo locale di Colonia. La città, che faceva parte dell’Hansa (la potente alleanza commerciale del Nord Europa), aspirava a una maggiore autonomia municipale e non intendeva riconoscere alcuna autorità al principe-arcivescovo. Alberto Magno, insieme a un altro esponente dei Frati Predicatori, ricevette l’incarico di dirimere la questione con un giudizio arbitrale che sancí una tregua tra i litiganti nel 1252. 
La sua fama di grande saggio e di abile diplomatico varcò anche le porte della Santa Sede, giungendo alle orecchie del papa, che era alle prese proprio con un caso riguardante i Frati Predicatori. Alessandro IV chiese un parere ad Alberto sul feroce libello De novissimis temporum periculis, scritto dal teologo Guglielmo di Saint-Amour, che metteva in cattiva luce l’operato dei Domenicani all’Università di Parigi. Il provinciale di Germania difese il suo Ordine e convinse il pontefice a non dar credito alle terribili accuse contenute nel libro.
Il volume venne infine giudicato eretico, anche a causa degli attacchi infamanti che lanciava contro l’istituzione-Chiesa e fu bruciato nel 1256 all’interno della cattedrale di Anagni. Gli impegni politici per Alberto non erano finiti. Nel 1260 Alessandro IV pensò di affidargli la diocesi di Ratisbona, diventata vescovato, che stava vivendo un momento di gravissima tensione interna. Era una carica di enorme importanza strategica e dotava il titolare di rilevanti poteri civili: la diocesi, infatti, possedeva il profilo giuridico di stato temporale del Sacro Romano Impero. 

L’appello del maestro

La nomina del pensatore di Lauingen fu osteggiata in modo violento dal maestro generale dei Domenicani, Umberto di Romans, che non intendeva perdere una delle sue menti piú brillanti. Piú volte Umberto tentò di indurre il suo sottoposto a rifiutare l’incarico, inviandogli lettere disperate e ammonitrici: «Chi, io dico – scrisse in una di queste missive –, potrebbe credere che voi sull’ultimo della vostra vita, vogliate cosí macchiare la vostra gloria e l’Ordine, che avete reso cosí glorioso?». L’appello del maestro generale intendeva richiamare il destinatario ai suoi doveri di frate avverso agli sfarzi del potere.
Alberto, però, non se la sentí di contraddire la volontà del papa. Era lui l’uomo giusto per quell’incarico. Dopo il suo insediamento, infatti, le lotte politiche interne cessarono e la situazione finanziaria della diocesi migliorò sensibilmente, grazie a un’efficace azione di risanamento. Ligio ai costumi domenicani, si tenne lontano, anche da presule, da ogni lusso e per la sua abitudine di indossare sempre abiti modesti venne ribattezzato «vescovo scarpone». Al vertice della diocesi non intendeva restare a lungo e, nel momento in cui capí di avere nemici interni, decise di rassegnare le dimissioni.

Uomini per la crociata

Altre importanti missioni politiche lo impegnarono in seguito, in particolare nel 1263, quando ricevette la convocazione del neopontefice Urbano IV a Roma. Il papa gli chiese di reclutare in Germania il maggior numero possibile di fedeli per una crociata in Terra Santa che stava pianificando, ma il progetto naufragò quasi subito per la scomparsa prematura del pontefice. Nel 1274 morí Tommaso d’Aquino, e la notizia lo turbò a tal punto da fargli affermare che la luce della Chiesa ormai si era «estinta». In omaggio al geniale alunno, Alberto compí nel 1277 il suo ultimo faticoso viaggio, a Parigi, per difendere Tommaso dalle accuse di eresia che in quella sede gli aveva mosso l’arcivescovo Étienne Tempier.
Gli anni finali dell’esistenza di Alberto segnarono un ritorno al passato, con la predicazione nei conventi dell’Ordine e una nuova, profonda immersione nello studio delle scienze naturali. Morí nel 1280 e fu sepolto nella chiesa di S. Andrea a Colonia, la città che sentiva piú sua. Nel 1622 venne beatificato, ma la sua canonizzazione si ebbe, invece, solo nel 1931, sotto il pontificato di Pio XI.

Il «Varrone germanico»

L’azione intellettuale esercitata da Alberto Magno sul Medioevo «è stata probabilmente la piú potente di tutte, senza eccettuare san Tommaso d’Aquino, la cui opera si estende a un dominio meno vasto, ma fu piú profonda e durevole». Quest’opinione, espressa dal medievista belga Pierre Mandonnet, fu condivisa da molti storici e filosofi in età contemporanea. Alcuni definirono Alberto il «Varrone germanico» perché, come lo scrittore dell’antica Roma, vantava un sapere enciclopedico. Gran parte dello scibile umano aveva trovato spazio negli studi del pensatore domenicano, che si documentava su testi greci, arabi, ebrei ed egiziani, vista l’assenza di una tradizione scientifica nel mondo latino e germanico.
Questo amore sconfinato per lo studio della natura perseguiva un obiettivo ben preciso: dotare la cultura cattolica di un sistema filosofico razionale che potesse giustificare e spiegare meglio le verità rivelate. Si trattava non soltanto di un’esigenza dottrinale, ma di una necessità storica imposta dalle grandi trasformazioni in atto nella società medievale che avevano reso accessibile il potere alle forze produttive. I dogmi imposti dall’alto, recepiti solo con un atto di fede, non potevano garantire una predicazione efficace di fronte al diffondersi delle logiche mercantili e del sapere scientifico.
Le nuove élite borghesi, ma anche altri ceti sociali, si appassionavano intorno alle dispute sulla fisica, l’astronomia, il diritto, l’arte, l’etica, la medicina, l’economia, la letteratura. E la cultura cristiana non poteva rischiare di perdere il contatto con i sentimenti popolari piú diffusi. Anche la rigida tradizione scolastica, pertanto, sebbene ancorata alle ferree tesi volontaristiche di sant’Agostino, seguí il corso della storia.

Una rinascita pagana?

Alberto Magno e in seguito Tommaso d’Aquino individuarono nella logica aristotelica il sistema ideale per costruire una teoria razionalista dell’universo, culminante con la figura di un motore immobile divino. Questa intuizione, osserva lo storico della filosofia Cesare Vasoli, «operò all’interno dello stesso aristotelismo, e nell’ambito di una pura discussione filosofica, una delle piú geniali “conquiste” che sia mai stata compiuta dal pensiero cattolico ortodosso». La rivoluzione introdotta dai due domenicani incise in modo indelebile sul destino del pensiero cristiano che molti secoli dopo adottò il tomismo di derivazione albertina come filosofia «ufficiale».
Non mancarono, comunque, resistenze da parte dei teologi tradizionalisti che vedevano con sospetto il diffondersi di una dottrina scientifica arricchita da influssi arabo-islamici. In fondo la diffidenza della cultura cattolica occidentale era comprensibile considerato che per la prima volta nella storia della Chiesa una sapienza «pagana» si affiancava alla teologia con la pretesa di spiegare il mistero della vita. Alberto Magno, però, non aveva compiuto un’operazione spregiudicata di fusione tra le tesi di Aristotele e le verità della fede. Nei suoi scritti tenne sempre a precisare che l’ambito della filosofia e della teologia dovevano restare separati: per le questioni religiose il punto di riferimento restavano sempre i padri della Chiesa, mentre per le discipline scientifiche occorreva prestare fede agli studiosi della realtà fisica.

Ambiti separati

La ragione filosofica poteva, quindi, procedere in modo autonomo nel suo campo specifico senza alcuna interferenza? In realtà la separazione tra i due ambiti non appariva assoluta in quanto le conoscenze razionali e l’ordine delle cose contenevano sempre riflessi di origine trascendente.
Sebbene ispirato dalla logica aristotelica, Alberto non cancellò la tradizione neoplatonica, che è ben individuabile nella sua teoria degli universali ante rem (idee del creatore) e in re (forme rintracciabili nelle cose): attraverso la conoscenza, le forme in re potevano essere riportate in una dimensione simile allo stato originario, cioè alla loro pura essenza contenuta nella mente di Dio. Un altro tributo a Platone è contenuto nell’analisi della controversa tesi sull’eternità del mondo, sostenuta da Aristotele. Alberto, pur restando nel dubbio, dichiarò piú verosimile l’ipotesi che la creazione fosse avvenuta in un determinato momento della storia. Le informazioni storiche riportate dal domenicano tedesco sulla filosofia greca non furono esenti da critiche. Pur riconoscendo la sua originalità speculativa, piú di un commentatore sottolineò i refusi che Alberto aveva compiuto nella sua analisi sulla sapienza ellenica: definí Pitagora e Platone stoici, Socrate un macedone, Anassagora ed Empedocle epicurei. Ad Alberto Magno si contestò, inoltre, la timidezza nel tentare un’organica riforma del pensiero aristotelico in modo da renderlo perfettamente conciliabile con i dogmi cristiani. Ma di quest’operazione aveva solo gettato i semi: le piante germogliarono in seguito, grazie alle intuizioni del suo discepolo Tommaso d’Aquino.  

Fonte: Articolo di Francesco Colotta della Rivista Medievo numero 197 del giugno 2013

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