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La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda

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sabato 20 gennaio 2018

"L'ACCUSA DEL SANGUE" IL NUOVO LIBRO DI GIOVANNA BARBIERI

Nel cuore della notte dell’anno domini 1483 qualcuno bussa al portone di Goffredo Fortespada, il Bargello di Urbino. La piccola Crezia Odasi è stata rapita e sarà compito suo ritrovarla. È l’inizio di un incubo e molte uccisioni flagelleranno la città dei Montefeltro. Omicidi così efferati che il Bargello si farà aiutare nelle indagini dal saggio amico speziale, Edmundo de la Turre, esperto non solo di droghe ma anche di ferite, esule a Urbino dopo la caduta di Costantinopoli


Biografia di Giovanna Barbieri

Giovanna Barbieri nasce a Verona il 15/01/1974 e risiede ad Arbizzano di Valpolicella, comune di Negrar, Verona. Per alcuni anni lavora come contabile e impiegata amministrativa. Dal 2014 lavora come editor freelance presso righe rosse https://righerosse.wordpress.com/.
Appassionata da anni di Medioevo, alto e basso, nel 2013 apre un blog a tema medievale, dove posta numerosi articoli riguardanti la vita del periodo; racconti; recensioni di libri e film e altro ancora.  http://ilmondodigiovanna.wordpress.com/

Nel 2014 pubblica come indipendente il suo primo romanzo time travel-storico La stratega, anno domini 1164.
Nel 2015 pubblica sempre come indipendente una racconta di racconti gratuiti a tema medievale Amor e Patimento e sempre nello stesso anno, a novembre, pubblica Cangrande paladino dei ghibellini.
Nel 2016 pubblica il vol 2 e 3 della trilogia della stratega, anno domini 1164: il sole di Gerusalemme e il Ritorno, ambientati nel XII secolo.
Nel 2017 pubblica sia Silfrida la schiava di Roma (V secolo dc) sia Dell’amore e della spada (XVI secolo).
 

mercoledì 2 luglio 2014

GARZAPANO, CUSTODE DEL CASTELLO DI RIVOLI (XII SECOLO)

Molti non sanno chi era Garzapano, della famiglia rurale degli Olderico. Nel XII secolo Bussolengo era sotto la loro signoria rurale e Garzapano, il più famoso rappresentante, un milite potente, simpatizzante imperiale e molto ambizioso. 

Il Barbarossa


Nel 1154 l’uomo riuscì a dare una svolta alla sua vita. Il re di Germania, Federico di Hohenstaufen, detto il Barbarossa, quell’anno scese in Italia diretto a Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore. Il seguito reale, percorrendo la Val d’Adige, dovette passare vicino alla Chiusa di Ceraino, luogo di imboscate, a causa della sua posizione geografica. La Chiusa era infatti un ostacolo naturale dove il fiume s’inseriva per poche leghe in una gola, da dove anticamente non era possibile il passaggio, se non sul fiume. Garzapano si presentò come un nobile esperto del posto e aiutò Barbarossa e i suoi a passare quella strettoia. Grazie a questa azione seguì l’esercito tedesco e combatté contro i Comuni padani che si ribellavano all’autorità imperiale: il nord Italia era parte integrante del Sacro Romano Impero. Nel 1155, sempre nei pressi della Chiusa di Ceraino, un manipolo armato di veronesi tenne un’ imboscata al corteo di Federico I, che stava ritornando in Germania dopo varie scorribande. Garzapano e un altro soldato, Isacco, in quel frangente suggerirono agli ufficiali imperiali un sentiero nascosto e riuscirono a prendere alle spalle gli assalitori. Gli anti-imperiali, i cui nomi non sono passati alla storia, furono tutti uccisi o torturati a morte. L’imperatore così premiò Garzapano affidandogli la custodia del Castello di Rivoli, concedendogli autonomia militare e amministrativa. Divenne così una sorta di prepotente feudatario, il quale minacciava e faceva pagare balzelli ai malcapitati commercianti che avevano l’ardire di passare nelle sue terre, diretti a Verona. Molto spesso questi mercanti non avevano denari a disposizione, così il signorotto si faceva pagare in natura (lana, cuoio, pancetta, vino ecc). Nel 1164 scoppiò violenta la rivolta anti-imperiale in tutto il nord Italia, capeggiata dalla Lega Lombarda. Numerosi furono i comuni ad essere assediati all’epoca. Milano, per esempio, rifiutò le direttive imperiali e la lotta infuriò su tutta la pianura lombarda, fino a che nel 1162 i milanesi non furono costretti ad arrendersi. Subito dopo iniziò la sua distruzione e gli abitanti furono divisi. Distrusse anche le mura di Brescia e Piacenza, che dovettero accettare i funzionari imperiali. Nel novembre 1164 la Lega Veronese, per assicurarsi il controllo della bassa Val d’Adige, assediò il castello di Rivoli, difeso da Garzapano. In tale modo i Veronesi, sulla destra dell’Adige, controllavano il percorso occidentale e i villaggi di Chiusa e Volargne, sulla sinistra, controllavano il tratto orientale, chiudendo proprio intorno alla strettoia della Chiusa i due percorsi, che costituivano il tratto finale della via del Brennero. Con il controllo del castello di Rivoli, s’impedì che le truppe imperiali si dirigessero verso Garda e il suo distretto. Inoltre Rivoli non poteva più avere rifornimenti di cibo, armi e combattenti. Infine il castello si dovette arrendere nel marzo 1165, dopo un duro assedio invernale. Tutti gli imperiali delmaniero furono giustiziati, ma il castellano fu risparmiato: forse riuscì a farla franca con qualche astuzia o semplicemente perché era un nobile.


Nel 1172, dopo alcuni anni d’isolamento, si trasferì in Germania e qui riuscì a guadagnarsi un certo rispetto. Nel 1177 era a Venezia con le autorità imperiali per giungere a una pacificazione tra loro e gli anti-imperiali.
Le sue tracce si perdettero nel 1178, data della sua probabile morte. Le figure battagliere più note del periodo medievale sono: il cavaliere (ricordiamo che solo i figli dei nobili all’età di dieci anni erano inviati presso altre casate per apprendere l’uso delle armi e come prendersi cura dei palafreni. Inoltre il robusto cavallo da guerra e l’armatura necessaria costavano molto); la fanteria la quale era reclutata ed addestrata in un’ampia varietà di modi nelle diverse regioni europee e nei vari periodi che assieme compongono il Medioevo (un arco di circa mille anni). Infatti i fanti hanno probabilmente sempre costituito il grosso di un esercito medievale da campagna. Era normale, nelle guerre che si protraevano a lungo, l’impiego di fanti mercenari (più verso il XIV secolo). Per lo più gli eserciti annoveravano rilevanti aliquote di picchieri, arcieri ed altri soldati appiedati, oltre ai gegneri per la costruziuone e riparazione di machinamenta e ai minatori che lavoravano nei plutei. Negli assedi, che forse erano la fase più comune della guerra medievale, le unità di fanteria trovavano impiego come componenti delle guarnigioni ed arcieri, oltre ad altre posizioni. L’addestramento a cui era sottoposto il ragazzo che intraprendeva carriera militare, sia per i cavalieri sia per gli arcieri e fanti , lo abituava a sopportare le durezze e le avversità delle guerre: peso delle armi, la sete, la fame, e il dolore per le ferite non mortali, in ogni periodo dell’anno. Il guerriero doveva quindi accettare l’idea di morire, subire mutilazioni (soprattutto al viso e alle braccia) e uccidere. La violenza infatti faceva parte della sua vita. Le dispute tra vicini e il diritto erano spesso risolte con la spada.
Per quanto riguarda le guerre che si combattevano in epoca medievale, c’è da dire che quasi tutte avevano le medesime caratteristiche. Si svolgevano soprattutto in primavera/estate, in quanto gli uomini e animali avevano bisogno di derrate alimentari reperibili solo in quel periodo dell’anno (una delle eccezioni è la rivolta ai danni del castello di Rivoli che iniziò nell’autunno 1164 e terminò nella primavera del 1165). Per un villaggio infatti era da considerarsi una disgrazia il passaggio dell’esercito nelle sue vicinanze perché gli armigeri spogliavano la zona di ogni risorsa. Inoltre si combatteva quasi sempre durante le ore di luce per due semplici motivi: il primo, in questo modo si distinguevano i nemici dagli amici. Il secondo, la religione cristiana insegnava che i peccati si commettevano soprattutto di notte. La conquista di una città o castello non era concepibile senza bottino: bestiame o villani da vendere, razzie di cibo immagazzinato per l’inverno, oggetti di valore (armi, arazzi, oggetti di rame) o la possibilità di ricavare riscatti (gli avversari nobili spesso venivano catturati e liberati solo dopo il pagamento del riscatto). La fortificazione presa con la forza aveva rilievo giuridico, da intendersi relativo al trattamento a cui erano sottoposti i nemici che lo difendevano. Gli uomini spesso erano impiccati senza misericordia, se non uccisi a fil di spada , le donne giovani violentate dagli armigeri e poi schiavizzate con i loro bambini. La guerra appariva quindi una sorta di grande razzia, alla quale partecipavano sia nobili cavalieri sia semplici armigeri (arcieri e fanti). Il problema principale, quando si assediava un castello, consisteva nel superamento delle mura, spesse e alte. L’esercito erigeva postazioni intorno al fortilizio e occupava i villaggi vicini per evitare la fuga dei soldati avversari. Le machinamenta d’assedio erano diverse: a) il trabucco, grande catapulta che funzionava con un braccio resistenza (la parte che terminava con la cima dell’albero) e uno potenza (l’estremità più robusta e pesante che si trovava a poca distanza dal perno).Un braccio, terminante in una frombola, veniva spinto verso il basso e caricato di macigni, al rilascio il proiettile compiva una traiettoria ad arco idonea a distruggere le cime delle torri, gli schieramenti ed orde. Spesso il materiale era incendiato con oli, oppure trabuccavano le teste degli avversari per far scoppiare epidemie all’interno delle mura. b) mangano: agiva grazie a corde attorcigliate su una ruota dentata che accumulava tensione. Una volta rilasciata le corde ruotavano, andando a colpire un braccio che cozzava a sua volta contro una sbarra frenante. I proiettili così venivano catapultati in avanti compiendo una traiettoria piatta, idonea a distruggere mura. c) Pluteo o topolino: carro con tetto spiovente dotato di ruote che poteva portare una decina di minatori nei pressi delle mura per scalzarle o creare una galleria con una sorta di ariete a punta azionato dall’interno del topolino. Il carro era protetto da frecce nemiche e olio bollente mediante l’utilizzo di pelli d’animali o panni che lo ricoprivano. d) Ariete da sfondamento: grosso palo con estremità di ferro che veniva fatto sbattere contro la porta o muro creando una breccia. e) Torri da assedio e scale per superare le mura.
Inoltre, al contrario di quello che si può pensare, raramente due eserciti arrivavano allo scontro frontale in campo aperto, spesso la visione di un esercito ben disciplinato, (dapprima i nemici avrebbero intravisto le punte ferrate delle lance e le aste di frassino comparire all’orizzonte, poi il luccichio degli elmi, scudi e toraci corazzati e la mole del trabucco trascinato dagli uomini e animali), induceva gli avversari meno organizzati alla fuga.

Articolo di Giovanna Barbieri del blog ilmondodigiovanna.wordpress.com
Il personaggio di Garzapano è presente nella sua opera "La Stratega, Anno Domini 1164".


mercoledì 15 gennaio 2014

LA PESTE NEL XIV SECOLO: QUALI FURONO LE CAUSE?

Dal 1300 al 1347 e anche qualche piccolo focolaio dopo quella data, cominciò a fare la sua comparsa la peste, chiamata all’epoca la grande pestilenzia. Prima di quella data la popolazione era periodicamente decimata da tifo, dissenteria, tubercolosi polmonare, malaria, vaiolo e lebbra. I cerusici non possedevano le capacità mediche per curare tali malattie: salassi, studio delle stelle e preghiere erano le loro uniche abilità. Salvo qualche piccolo monastero benedettino, dove si studiava l’uso delle erbe mediche, le persone affette dai diversi mali non erano curate. La peste venne vista come una punizione divina, la popolazione doveva espiare i propri peccati, così la Chiesa cominciò a organizzare processioni di flagellanti e preghiere nei centri religiosi, ma ovviamente i rimedi non funzionarono. I cristiani iniziarono a scagliarsi contro i miscredenti e gli ebrei che vivevano nelle città, accusandoli di eresie varie, aumentando il numero dei morti. Si credeva inoltre che il flagello fosse portato dall’aria insalubre, per cui si purificava l’aria con fuoco ed erbe aromatiche (come timo, assenzio e altre sostanze profumate), la situazione peggiorò fino a che la peste non uccise un terzo della popolazione. Nelle campagne, nella seconda metà del 1300, iniziarono a mancare contadini per mietere, trebbiare ed effettuare tutti i lavori legati alla terra. Quelli che sopravvissero ereditarono tutti i terreni dei parenti, diventando ricchissimi. Gli artigiani competenti scarseggiarono (c’era poca gente che sapesse riparare un tetto, costruire una casa, un mulino ecc) e il nobile dovette spesso pagarli quattro volte, rispetto alle somme precedenti. Una grande rivoluzione per l’epoca.

Quali erano le cause della peste?
  • Sovraffollamento: nel 1300 Milano, Venezia, Firenze e tante altre città commerciali avevano circa 10. 000 abitanti. Le città importanti come Parigi potevano raggiungere le 40,000.
  • Precaria igiene personale: in quegli anni era uso lavarsi solo mani, viso e braccia per tutto l’inverno e poco altro durante le stagioni calde. Mostrare il corpo nudo era estremamente sconveniente e ovviamente la maggior parte della popolazione non godeva di privacy.
  • Promiscuità dei rapporti: le meretrici furono accusate di aver diffuso il morbo, avendo più rapporti al giorno.
  • Basse difese immunitarie dovute alla scarsa alimentazione: una mutazione climatica nel XIV secolo, chiamata anche piccola glaciazione, comportò la diminuzione di produzione agricola in tutta L’Europa. Ci furono numerose carestie e la malnutrizione comportò un forte calo della forza immunitaria degli individui. In più, in Italia, in quel periodo vi erano forti battaglie guelfi-ghibellini. Le guerre distruggevano le coltivazioni faticosamente prodotte dai contadini, che non riuscivano a immagazzinarle nei granai. Gli abitanti poveri delle città potevano cibarsi di carne, spesso bianca, solo un giorno ogni venti. La vendita e quantità di cereali era molto limitata, spesso consumata dai nobili e ricchi commercianti. Lasciandone pochissimo a disposizione della popolazione.
  • Guerre: gli eserciti non seppellivano i morti e lasciavano i liquami a cielo aperto. Molto spesso si dovevano muovere velocemente e non avevano il tempo di creare delle fosse, anche se comuni. Questo stato di cose ha diffuso gravissime epidemie: tifo, dissenteria (le falde acquifere s’inquinavano e non si poteva più bere dai pozzi o fiumi), specialmente nei mesi caldi, come giugno, luglio e agosto.
  • Commercio: le strade verso la Cina, India e Medio-Oriente hanno diffuso morbi che prima in Europa non c’erano. Spesso numerose malattie erano portate dai mercanti e topi delle navi. Infatti si pensa che la peste sia entrata in Italia attraverso i porti di Venezia, Genova, Brindisi, Livorno e Napoli.

Quali erano i sintomi?
  • Bubboni
  • Barcollamento
  • Catarro
  • Convulsioni
  • Diarrea emorragica
  • Occhi infiammati
  • Paralisi
  • Respirazione difficoltosa
  • Sete intensa
  • Vomito
Articolo di Giovanna Barbieri del sito http://ilmondodigiovanna.wordpress.com


giovedì 10 ottobre 2013

"1164, L'ASSEDIO DI RIVOLI" - EBOK DI GIOVANNA BARBIERI

1164, L’ASSEDIO DI RIVOLI

Alice, una donna del XXI secolo, dopo un forte temporale si ritrova inaspettatamente nel 1162 in un bosco della Valpolicella. Qui ferita e confusa viene soccorsa da una famiglia di contadini semi-liberi che la conducono all’Abbazia del Sacro Cuore di Arbizzano, dove viene curata dalle gentile monache e apprende l’uso delle erbe medicinali. Una volta guarita soccorre per caso un armigero accompagnato da altri due guerrieri. Questi, credendola una spia di Federico I il Barbarossa, la imprigionano nel sotterraneo del castello di Fumane. La donna, dopo diversi giorni di prigionia, decide di ammettere la sua provenienza (meglio morire di fame o bruciata sul rogo?). Le crede solo il cavaliere Lorenzo Aligari, un monaco Ospitaliere che cela la sua identità. Su richiesta dell'uomo Alice gli insegna a leggere e scrivere. In quel periodo la donna si prodiga  anche nella progettazione di un mulino a vento per l’estrazione e canalizzazione dell’acqua, e su richiesta aiuta il falegname Antonio nella costruzione di un trabucco e pluteo. Nel 1163, accusata di stregoneria dal clero, decide di partire in guerra con il cavaliere Lorenzo, fingendosi uno scudiero. Durante la permanenza al castello di Fumane Alice fa amicizia con Luigi l’arciere, innamorato della contessina Chiara Aligari, costretta a sposare il ricco duca Borsetti di San Pietro in Cariano; Angelica, nutrice dei nipoti del conte Aligari; Matteo il costruttore; Aliberto, in minatore capo del pluteo, con il coraggioso maniscalco Stefano e Sofia sua sposa, con Francesca, la responsabile delle prostitute che seguono l’esercito. Nel marzo 1164 l’assedio si conclude. La protagonista vivrà, morirà oppure deciderà di ritornare nel suo tempo?

GENERE: Storico, con alcuni riferimenti fantasy

NUMERO DEI CARATTERI (SPAZI INCLUSI): 581.084
NR PAGINE: 154 pagine
ISBN: 9788891122407 

DISTRIBUZIONE: Amazon Kindle Store, Apple Ibook Store, Ultima Books, Ibs.it, Nokia Reading, LaFeltrinelli, Libreria Rizzoli, Net-ebook, Cubolibri, Book Republic, Ebookizzati, Libreria Universitaria, DeaStore, Webster, Unilibro Libreria Universitaria, MrEbook, Ebook.it, Librisalus.it, The First Club, Ebookvanilla, Omnia BUk, Il Giardino dei Libri, 9am, Excalibooks, Hoepli, Libreria Fai da Te, Libramente, Ebook Gratis 

Giovanna Barbieri nasce a Verona e risiede ad Arbizzano di Valpolicella, comune di Negrar, Verona. Nel 2001 consegue la laurea in Scienze Politiche, indirizzo economico-internazionale. Dal 2002 ai giorni nostri lavora come contabile e impiegata amministrativa.  Appassionata di Medioevo, alto e basso, nel 2009, leggendo un testo sugli insediamenti abitativi del basso medioevo in Valpolicella, La Valpolicella: dall’alto medioevo all’età comunale di A Castagnetti, decide di scrivere un romanzo ambientato nella sua valle. In particolare la colpisce un fatto storico non molto noto, l’assedio del castello di Rivoli del 1164 a opera della Marca Veronese che si ribella a Federico I il Barbarossa e Garzapano, castellano di Rivoli. Nel tempo trae informazioni da numerosi testi, Rapine, assedi, battaglie la guerra nel medioevo di A. Settia; Le grandi battaglie del medioevo di A. Frediani: miti leggende e superstizioni del medioevo di A. Graf; L’uomo medioevale di Le Goff; Nel 2011 inizia la difficile opera di revisione, togliendo e aggiungendo parti del romanzo. 


lunedì 5 agosto 2013

L'INCASTELLAMENTO

A causa della dissoluzione dell’Impero Romano e incursioni di cavalieri normanni, saraceni e austro-ungarici, la costruzione di fortezze e castelli si rese necessaria da parte dei principi feudali che desideravano dare riparo ai propri uomini. Questi borghi si componevano di un bastione di pietra circondato da un fossato, sul quale si apriva una porta (spesso dotata di ponte levatoio), un Mastio, dove risiedeva il signore locale, una chiesa per i bisogni di culto, la cucina (si cuocevano interi cinghiali, cervi, oche, paioli di minestroni e serviva molto spazio), le stalle e altri edifici dove alloggiavano i cavalieri, armigeri e la servitù, un granaio e magazzini per stivale le derrate alimentari (cereali e carne affumicata), che servivano per il sostentamento di chi abitava all’interno del borgo e di chi, in caso di pericolo, vi si rifugiava con famiglia e animali. Alcune volte i castelli e fortezze erano così grandi che gli armigeri potevano essere ospitati nei pressi dell’armeria. I prigionieri politici che venivano catturati durante le battaglie di un esercito contro un altro, erano gettati nelle segrete (nel piano inferiore del castello spesso erano costruite delle prigioni) e liberati solo tramite riscatto. Naturalmente i contadini locali venivano obbligati a sostenere la manutenzione e costruzione delle opere. Inoltre la maggior parte di loro divengono servi della gleba, cioè il signore locale li legava alla propria terra da coltivare, a lui dovevano pagare ovviamente un fitto (in derrate alimentari), in cambio il nobile aveva l’obbligo di tutelarli giuridicamente e militarmente. Inoltre la povera gente doveva offrire alla chiesa la decima. Pochissimo cibo rimaneva quindi per loro. Nasce così l’incastellamento dell’Europa Occidentale. Verso il X secolo il commercio cominciò a svilupparsi soprattutto verso il Medio-Oriente, Asia e grandi città, tuttavia in un’epoca in cui imperava la rapina come mezzo della piccola nobiltà di procurarsi ricchezza (merce da vendere e denari), i mercanti non videro altra soluzione se non rifugiarsi in tali borghi, comprensibilmente ben presto lo spazio divenne insufficiente e i venditori si videro costretti a creare dei sobborghi, vale a dire dei borghi esterni nei quali svernare o sostare con la merce (spesso nei pressi di fiumi navigabili o estuari).

Articolo di Giovanna Barbieri. Tutti i diritti riservati.

domenica 14 luglio 2013

LO SVILUPPO ECONOMICA DI VENEZIA NEL MEDIOEVO

Già nel X secolo lo sviluppo di Venezia era sorprendente, infatti la città lagunare si impegnò con tutti i mezzi nel commercio marittimo. Nel 1100 la città lagunare era riuscita a liberare l’Adriatico dai pirati dalmati e a imporre il monopolio commerciale su tutta la costa orientale, infatti nel 1002 cooperò con la flotta bizantina per la cacciata dei saraceni da Bari. Ogni cittadino veneziano era impegnato nell’attività marittima e ne dipendeva. La servitù, (es i servi della gleba legati alla terra del feudatario), qui non esistevano, solo il patrimonio monetario o di beni stabiliva la differenza sociale tra marinai, artigiani e mercanti. Il progresso economico è testimoniato dall’uso della scrittura, infatti ogni mercantile diretto in terre straniere aveva a bordo un monaco amanuense, tuttavia pare che gli armatori abbiamo imparato presto a tenere i propri conti e la corrispondenza commerciale. Ricordiamo che le prime forme di ragioneria sono di quel periodo. La chiesa per tutto il Medioevo non cessò mai di considerare peccaminoso per l’anima i profitti commerciali, il prestito a interesse, e le trasformazioni sociali che era impossibile impedire. A provarlo ci sono i testamenti di tanti banchieri e speculatori i quali ordinano in punto di morte di rimborsare i poveri che hanno imbrogliato in modo da ottenere l’assoluzione per il Giorno del Giudizio. Ciononostante le flotte italiane di Venezia, Genova e Pisa non mancarono di cooperare con i crociati nei periodi delle guerre contro i mussulmani, e non per motivi religiosi ma per puro lucro. I franchi aiutarono queste città ad ottenere degli scali sulle coste della Palestina, Asia minore e mar Egeo. Acri era all’epoca un porto multietnico dove tutte le nazioni commerciavano liberamente e da dove numerose navi partivano per Costantinopoli. Da questa città infatti i pellegrini ritornavano in Italia attraverso la via Egnatia che conduceva fino a Valona e da qui a Bari, oppure i mercantili trasportavano armi per la guerra. Gli storici sostengono apertamente che senza l’aiuto delle città marittime le crociate non sarebbero durate così a lungo. Dalla Terza Crociata in poi le navi invero si svilupperanno così tanto da poter trasportare per lunghe tratte uomini e armi pesanti (es Riccardo Cuor di Leone e Filippo Agusto (1)). Anche dopo la sconfitta cristiana i Turchi non crearono mai una flotta in concorrenza con l’Europa, troppo interessati a garantirsi il traffico delle spezie dalla Cina e dall’India. 

(1) Lo sapevate che R Cuor di Leone e Filippo Augusto in gioventù sono stati amanti? Furono costretti a maritarsi con nobili donne per motivi politici, le casate dovevano perdurare. Come esclamò Eleonora d’Aquitania a suo figlio Riccardo, quando questi le fece capire che non era interessato al matrimonio “ Quisquilie!”. 

Articolo di Giovanna Barbieri del sito ilmondodigiovanna.wordpress.com. Tutti i diritti riservati.

mercoledì 3 luglio 2013

"ELISA E ROMUALDO" - SECONDA PARTE: 1347 LA PESTE NERA

I due ragazzi lavorarono ancora diversi giorni fianco a fianco sorridendosi ogni tanto e facendo attenzione agli sguardi della nutrice e Gelsomina. Trascorse così una settimana ed Elisa riuscì a tessere una discreta quantità di morbido vello beige. Infine mastro Cappelletti ritornò con il figlio maggiore, il viaggio era stato lungo e problematico così l’uomo non si dilungò molto con la famiglia.
“ Sono Elisa, la Tessitrice”, si presentò educatamente lei con un inchino.
“ Io il tuo futuro sposo, mastro Guglielmo Cappelletti e lui è Aliberto, mio figlio maggiore”, introdusse lui.
La ragazza osservò il futuro marito e lo trovò più vecchio dell’aspettato, potrebbe avere cinquant’anni, è più anziano di mio padre, rimuginò lei notando la calvizie e pinguedine del commerciante di lana.
“ Padre, io ed Elisa abbiamo preparato un po’ di vello”, spezzò la tensione Romualdo.
Il vecchio s’avvicinò alle pezze tessute e le accarezzò.
“ Andrebbero ancora bollite con acqua e sapone, per eliminare le impurità e tinte”, spiegò Elisa.
“ Ce la farete prima dell’autunno? Io e Aliberto le potremmo vendere alla prossima fiera”, saggiò lui.
“ Non so padre, forse una parte, il lavoro è tantissimo e siamo solo in due”, si permise di commentare il giovane uomo.
“ Ora che siamo tornati Aliberto e Gelsomina vi potranno aiutare”, affermò lui stancamente.
Gelsomina sbuffò apertamente contrariata, evidentemente filare o tessere non le piaceva, tuttavia non poteva opporsi apertamente al volere del capo famiglia.
All’improvviso il vecchio uomo si appoggiò al telaio, tossendo convulsamente.
“ Padre, non vi sentite bene?”, domandò Aliberto preoccupato.
L’uomo era pallido e barcollò leggermente quando si staccò dalla macchina.
“ Sono solo stremato e ho preso freddo durante il viaggio”, affermò mastro Cappelletti, “ dove ti ha sistemata per la notte Romualdo?”, sondò infine.
“ Nella nostra futura camera”, replicò lei.
“ Non siamo fidanzati o maritati, non sarebbe conveniente per il vostro buon nome”, affermò questi, “ da oggi in poi riposerai nella camera di Romualdo, lui può trasferirsi nel magazzino della lana”, sputò Guglielmo.
Il giovane non si sognò di protestare, anche se nel piccolo magazzino l’odore di pecora era tremendo. Probabilmente sarà solo per poco tempo, immaginò Elisa.
La mattina successiva il futuro consorte non si alzò dal letto, respirava faticosamente, aveva occhi infiammati e la febbre alta. Nel pomeriggio il figlio maggiore sempre più angustiato andò in città a cercare un cerusico.
“ Potrebbe avere il vaiolo o il tifo”, commentò Romualdo preoccupato all’imbrunire.
“ Magari è solo vecchio e sfinito”, replicò Elisa mentre tesseva.
Avevano già mangiato, la cuoca si era ritirata da qualche minuto, la nutrice sparita con la piccola di casa, mentre Caterina era accanto a lei a filare divertendosi con il fratello maggiore. Gelsomina non si sentiva molto bene quel giorno e il marito, sospettando un’altra gravidanza, le aveva suggerito di riposare. La ragazza sospettava tuttavia che fosse tutta una finta per evitare di filare e tessere.
“ Il nonno starò bene”, commentò d’un tratto Bruno.
I due adolescenti si girarono a fissarlo, non era un bimbo sciocco, tutt’altro.
“ E’ ora per voi due di andare a dormire”, affermò ad un certo punto Romualdo.
“ Grazie per l’aiuto bambini, se non ci foste voi….”, si complimentò Elisa.
I bimbi sorrisero, soddisfatti di essere stati apprezzati. Sono deliziosi e hanno molta voglia di rendersi utili, proprio non comprendo la loro madre, rimuginò lei mentre si allontanavano.
“Aliberto non è ancora tornato dalla città, pensi sia normale tale condotta?”, sondò un po’ impensierita lei.
“ Potrebbe essere incappato in qualche guaio, meglio che resti qua a dormire stanotte. Mi sistemerò accanto alla finestra, così lo sentirò arrivare”, stabilì lui.
Elisa continuò a tessere mentre il ragazzo provò a filare, ma le sue grandi mani non erano adatte allo scopo, lei ghignò divertita vedendolo in difficoltà.
“ Romualdo, smetti e riposati”, propose lei.
In quel mentre Nina, la nutrice scese al piano inferiore allarmata.
“ Sono passata dal padrone per vedere come stava e l’ho trovato peggiorato. Sta vomitando, tossendo sangue e ha molta sete. Dov’è il cerusico?”, domandò nervosamente questa.
“ Non è ancora giunto dalla città e non credo si presenterà per stasera. Non è sicuro viaggiare di notte nel bosco”, replicò Romualdo..
“ In questo caso venite ad aiutarmi, mastro Cappelletti sta molto male”, propose la nutrice.
Elisa uscì a prendere dell’acqua mentre il giovane saliva con la donna. Quando lei entrò nella camera da letto del futuro sposo si spaventò, le lenzuola erano macchiate di sangue e il malato giaceva immobile con gli occhi chiusi, respirando a fatica.
“ Ho portato dell’acqua, dovremmo farlo bere e posare una pezzuola bagnata sulla fronte per far abbassare la febbre”, suggerì Elisa.
Elisa si avvicinò coraggiosamente al corpo del vecchio commerciante e notò una protuberanza sul collo, questo non la sbigottì particolarmente, non conosceva nessuna infermità con quel marchio. L’anziano promesso si riscosse, lo sguardo era molto infiammato.
“ Uscite e non rientrate, vi ammalerete anche voi se mi curerete”, sussurrò l’uomo dopo qualche tempo.
“ Padre!”, si scandalizzò Romualdo.
“ Figliolo, sto morendo. Non c’è nulla che possiate fare”, bisbigliò.
“ Io resterò, voi due giovani andate di sotto”, asserì arditamente Nina.
In quel momento Elisa comprese che uno speciale legame univa i due adulti, sono amanti, un ricco commerciante non può maritare una serva, non più in età da procreare, s’illuminò lei interrogandosi se il figlio più giovane lo sapesse.
“ Torniamo in cucina, attenderemo Aliberto insieme”, suggerì lui.
I due adolescenti si sedettero vicino al camino, il calare del sole portava sempre un abbassamento della temperatura interna, in quella stagione si stava meglio sotto le stelle. Pregarono, piansero e si confidarono man a mano che avanzava la notte, infine al sorgere del sole Elisa mosse il braccio destro disturbata da un raggio di sole che entrava dalla finestra. Avevano dimenticato di chiuderla con l’infisso. Alzò il capo e si stupì di trovarsi tra le braccia di Romualdo. Lei e il giovane giacevano sul nudo pavimento avvolti nel mantello di lui. Mio Dio, so che è peccato pensare a lui in codesto modo, tuttavia anche lui prova attrazione per me, se solo non fossi promessa al padre, soppesò lei mentre si stringeva al diciassettenne. Una mezz’ora più tardi riaprendo gli occhi scuri scoprì che quelli turchesi di lui la stavano fissando rapiti. Elisa ricambiò lo sguardo.
“ Celestina, la cuoca, Gelsomina e Nina non sono ancora sveglie”, sussurrò lui.
“ E’ ancora presto, c’è un gran silenzio”, disse lei a bassa voce.
Romualdo la baciò ancora, questa volta con più ardore. Elisa gli sollevò la tunica infilandovi sotto una mano, infine udendo un rumore di cavalli all’esterno si staccarono sentendosi in colpa.
“ Aprite! Sono Aliberto con il cerusico”, urlò una vota voce.
I due giovani si rassettarono velocemente gli abiti e il ragazzo aprì.
“ Buon giorno a voi!”, esclamò il medicus entrando.
“ Buon giorno, mio padre è peggiorato in poche ore. Nina, la nutrice, ha deciso di restare con lui stanotte”, borbottò lui.
Elisa nel frattempo si era avvicinata al camino accendendolo per la colazione, in attesa della cuoca.
“ Ho una sete tremenda, Celestina non è ancora arrivata?”, interrogò Aliberto.
“ No e ciò lo trovo un po’ strano”, replicò Romualdo mentre lei accompagnava il cerusico dall’infermo.
“ Vado a vedere cosa la trattiene”, udì Elisa affermare.
Un’ora più tardi il figlio minore rientrò e nella corte s’imbatté in lei diretta al pozzo.
“ Celestina sta molto male e così molti abitanti di Parona”, la informò lui,
“ penso sia scoppiata un’ epidemia di tifo”, asserì il giovane
“ Anche Gelsomina, Bruno, la piccola di casa e tuo fratello stanno male”,
“ Cosa ha affermato il cerusico?”, sondò Romualdo.
“ Il medicus ha parlato di una grave pestilenzia. Non c’è cura, si è fatto pagare ed è sparito non appena notato i bubboni di tuo padre”, lo ragguagliò lei.
I due rientrarono in casa agitati e si recarono subito nella camera di mastro Guglielmo Cappelletti. Il vecchio commerciante non si muoveva, giaceva pallido sul letto macchiato di sangue e pareva entrato in una sorta di stato d’incoscienza. Romualdo gli si avvicinò maggiormente e mise una piuma sotto le narici.
“ E’ morto”, sostenne tremante.
Elisa scoppiò in pianto, più per la punizione divina che si era abbattuta su tutti loro, che per dolore.
“ Non possiamo portarlo a Parona per la sepoltura, il parroco è morto”, riassunse lui prendendo le redini della situazione.
“ Andiamo a vedere come stanno Aliberto e Gelsomina?”, lo pregò lei.
“ Se Bruno e la piccola sono ammorbati, sarebbe meglio spostarli con i genitori, non possono dormire con Caterina e Nina”, osservò lui spingendola verso la camera della nutrice.
Entrarono e le due donne esaminarono attentamente il corpo del bambino e della piccola. Purtroppo notarono dei bubboni sul collo e sotto le ascelle dei bambini, li avvolsero nei loro teli da notte e Romualdo li trasportò con i genitori.
“ Bruno guarirà?”, piagnucolò Caterina.
Elisa non rispose non sapendo come comunicare alla bimba che la sua famiglia presto sarebbe stata decimata. Il ragazzo e la nutrice uscirono dalla camera con espressioni tristi e rassegnate, Caterina scoppiò in un pianto dirotto e la nutrice cercò di consolarla trasportandola in cucina. Elisa invece uscì all’aria aperta, desiderosa di tranquillità e di un posto isolato per pregare. Perché Dio ci hai inviato questa piaga?, continuava a ripersi.
Nel pomeriggio Romualdo venne a cercarla e la trovò concentrata in invocazione di perdono.
“ Dovrei ritornare dai miei parenti..”, cominciò lei interrompendosi.
Il futuro sposo era morto senza impegnarla in fidanzamento, secondo le consuetudini posso ritornare dai miei genitori, pensò.
“ No, ti prego, resta con noi”, propose lui, “ quando la pestilenzia finirà e se saremo ancora vivi, ti riaccompagnerò io stesso”.
Romualdo mi piace e mio padre mi mariterebbe con qualcun altro scampato, non desidero lasciarlo, anche se non fosse intenzionato a sposarmi, rimuginò lei fissandolo.
“ Per ora resterò. Ora rientriamo, dobbiamo seppellire tuo padre”, disse lei triste.
“ Anche Bruno, la bimba, Aliberto e Gelsomina”, gli comunicò lui scorato, “ nel pomeriggio, dopo la loro morte, mentre eri assorta in preghiera, sono ritornato a Parona per scoprire se avevano trovato una cura per tutto questo..”, iniziò lui.
Elisa pendeva dalle sue labbra.
“ Solo la preghiera guarirà questo peccato, e stanno anche bruciando delle erbe aromatiche. In paese i corpi sono ammonticchiati per le strade, i non appestati scaveranno delle fosse comuni, così mi ha raccontato uno degli artigiani”, narrò.
“ Immagino che il cimiero della chiesa sia pieno”, ipotizzò lei all’apice dell’angoscia, “ come stanno Caterina e la nutrice?”, sondò infine.
Nina e Caterina non si sono ammalate, come sta accadendo a noi”, specificò il giovane.
“ Perché?”, domandò arrossendo la quindicenne.
“ Le vie del Signore Dio sono imperscrutabili”, ripeté Romualdo da bravo cristiano.
Quella sera trasportarono faticosamente i cadaveri al piano terreno, e li avvolsero in teli per evitare che la bimba vedesse i genitori morti. Elisa provò molta pena per la piccola, in pochi giorni ha perduto tutti, a parte un giovanissimo zio e la nutrice, rimuginò.
Nel bosco, terra non consacrata, Romualdo scavò una profonda fossa. Elisa lo osservò sprofondata in cupi presentimenti.
“ Ci possiamo dividere l’amaro compito”, iniziò lei.
“ Quelli per Gelsomina, Bruno e la neonata le puoi fare tu”, replicò seccamente il giovane.
La ragazza sobbalzò comprendendo che il ragazzo considerava meno importanti la moglie del fratello maggiore, il figlioletto di otto anni e la neonata. Non contribuivano alla ricchezza della famiglia, erano solo dei costi per mastro Cappelletti, non poté evitare di pensare lei. La sera calò e i tre misero i cadaveri nelle fosse, Caterina pianse tutto il tempo distrutta stringendosi alla serva, che si era comportava come una madre sino a quel momento.
I giorni trascorsero lenti, i due adolescenti, la bambina e l’anziana nutrice non si ammalarono. Romualdo quasi ogni pomeriggio si recava nel villaggio per sondare la situazione.
“ Non ci sono nuovi casi in paese, la peste si è fermata. Un commerciante di Verona sostiene che abbia uccido un quarto dei cittadini”, la aggiornò lui.
Elisa inorridì, forse dovrei andare a casa, qualcuno della mia famiglia potrebbe essere scampato, soppesò.
“ Cosa faremo ora?”, sondò lei.
Il diciassettenne la guardò, gli occhi turchesi del ragazzo luccicarono.
“ Prenderemo in mano il commercio di mio padre, oltre alla produzione di pezze di lana”, propose, “ prima a Verona, poi nel resto della provincia”.
“ Siamo solo in due!”, asserì Elisa.
“ Caterina e Nina ci aiuteranno”, sorrise Romualdo.
Forse dopotutto non ci andrà male, sono spirati in molti e i nobili potrebbero necessitare i nostri articoli, pensò Elisa seguendolo in casa.

Racconto di Giovanna Barbieri. Tutti i diritti riservati.

"ELISA E ROMUALDO"- PRIMA PARTE: LA NUOVA CASA

Elisa fissò la madre che sedeva muta di fronte al telaio, lei e la sua numerosa famiglia appartenevano alla Fraglia dei tessitori e la ragazza si aspettava un po’ di comprensione da parte della genitrice. Anche lei ha dovuto subire lo stesso trattamento, perché non mi aiuta?, sospirò lei.
“ Mariterai mastro Cappelletti, non ho null’altro da aggiungere”, sentenziò il dispotico padre.
“ Padre vi prego, è un vecchio”, sostenne disperata Elisa.
“ E’ abbastanza ricco e la sua attività di commerciante di lana fiorente. Non ti farà mancare nulla!”, vociò seccato il genitore.
La giovane implorò la madre con lo sguardo, ma la donna stremata dalle gravidanze e duro lavoro abbassò lo sguardo. Non ho scelta, i miei fratelli sono ancora piccoli. Certamente non lo può sistemare con Antonia, ha solo 8 anni, soppesò lei.
“ Aiuta tua madre con la sacca, domani ti accompagnerò nella tua nuova casa, com’è uso in attesa del fidanzamento e matrimonio”, ordinò Fabrizio il tessitore uscendo in campagna.
“ Madre…”, implorò ancora la quindicenne una volta rimaste sole.
“ Non posso sostenerti Elisa, lo sai qual’è la nostra situazione economica”, se ne uscì Alessandra moglie del tessitore.
Elisa desistette, lei voleva bene al suo vecchio babbo e non desiderava deluderlo. Inoltre in quei anni oscuri la paura della morte per fame incombeva su tutti gli artigiani che popolavano i villaggi nei pressi di Verona. L’adolescente infine si chinò sul baule di famiglia per selezionare la dote da portare con sé. Domani mi fidanzerò con un uomo che non conosco e che potrebbe essere mio padre, si rattristò lei.
“ Prendi il vestito verde e quello marrone con maniche staccabili”, spiegò lei.
“ Anche il mantello?”, sondò la ragazza.
“ Certamente, siamo o no tessitori?”, si sorprese la madre.
Elisa piegò amorevolmente i capi e li infilò nella sacca da viaggio, probabilmente avrebbe indossato gli stessi per molti anni, aspettando che si consumassero prima di trasformarli in stracci.
“ Vieni cara, la sera s’avvicina e dobbiamo cucinare qualcosa”, affermò ad un certo punto la madre osservandola con nostalgia.
“ Chi ti aiuterà ora con i bambini?”, domandò come ultima speranza la ragazzina.
Alessandra ovviamente non rispose, non erano ricchi e i genitori non potevano permettersi una nutrice, i fratellini usualmente venivano accuditi da lei. Ora Antonia avrà i miei compiti, sospirò ricordando l’orto e la capretta. Lei, la madre, Antonia e Clara preparano il pane prodotto con cereali misti, miglio, panico, sorgo, che dava al prodotto un colore marrone scuro, tagliarono un pezzo di formaggio di pecora stagionato e misero a bollire nei paiolo una vasta gamma di verdure estive per la minestra. Nel tardo meriggio la famiglia rientrò, il capo famiglia e i giovani figli maschi avevano tosato le pecore, dalle quali ricavano i velli e la loro sussistenza. Elisa respinse il piatto e notò la famiglia gettarsi sul cibo come lupi affamati.
“ Abbiamo il vello di venti pecore, ci sarà molto lavoro da fare”, affermò Fabrizio il Tessitore parlando tra una cucchiaiata e l’altra.
Elisa vide la madre impallidire, lei sapeva che oltre alla cura dell’orto, dei figli e della casa, aveva anche una serie di compiti legati alla tessitura: cardatura, pettinatura, filatura utilizzando il fuso, tessitura su telaio. Antonia e la piccola Clara la aiutavano, ma il lavoro più pesante lo eseguiva lei. Se avessimo denari alcuni lavori li potrebbero eseguire altri artigiani, rimuginò lei pensando alla stanca madre. L’eliminazione d’impurità con acqua bollente e sapone, tintura, passaggio nella gualchiera per tirare e battere i tessuti in modo tale da renderli impermeabili spettavano al padre. Ultimamente sta vendendo le stoffe semi-finite al mio promesso sposo, mi domando perché ha smesso di recarsi a Verona, rimuginò lei. Il pasto giunse al termine e la famiglia si ritirò quasi subito per la notte, tuttavia Elisa non dormì bene, troppo angosciata per l’indomani e il futuro. Mastro Cappelletti acquista i prodotti dalla mia famiglia da qualche tempo, perché desidera maritarsi ora? Non credo il motivo sia solo la vedovanza, rifletté lei triste.
All’alba il padre la svegliò e con lei i fratellini, i quali comprendendo la situazione si misero a piangere sconsolatamente. La quindicenne per molti anni li aveva accuditi come una madre e loro l’amavano.
“ Addio”, li salutò lei dimessa abbracciandoli uno per uno.
“ Addio Elisa”, dissero in coro.
La ragazza prese la sacca e s’affrettò a seguire il padre, la casa di mastro Cappelletti distava vari chilometri dal suo villaggio natale, molto vicino al centro di Verona, e i due dovevano attraversare i pericolosi boschi della valle Provininensis, piena di briganti e disperati. Al tramonto finalmente giunsero nella grande abitazione del commerciante di lana ed Elisa si stupì della ricchezza esibita dal suo futuro marito. Il padre bussò all’uscio e con sua sorpresa aprì un giovane vestito rispettabilmente.
“ Mio padre non è in casa, tornerà nei prossimi giorni. Il viaggio verso Soave si sta prolungando oltre il solito”, affermò questi.
Elisa lo squadrò, poteva avere sedici o diciassette anni e si stupì che il genitore non l’avesse portato con sé. Sapevo che data l’età doveva avere dei figli grandi, ma perché desidera una moglie se ha già degli eredi?, s’interrogò lei.
“ Lui era consapevole del vostro arrivo e mi ha lasciato qui ad accogliervi”, sospirò il ragazzo.
“ Non posso lasciare tua madre e i ragazzi soli per un tempo indefinito, i berrovieri o i briganti potrebbero attaccarli”, riassunse il padre congedandosi e lasciandola con il giovane.
“ Non ti preoccupare, all’altare ti poterà Aliberto, mio fratello maggiore. Io sono Romualdo”, si presentò malvolentieri.
Elisa lo osservò meglio, il figlio minore snello e alto per la sua età la introdusse dentro l’abitazione a due piani illuminata da alcune candele e lanterne.
“ Vieni, ti accompagno nella tua nuova camera, così potrai sistemarti”, disse lui.
Nella stanza principale adibita ai pasti era stato collocato anche un grande telaio.
“ Pensavo che mastro Cappelletti fosse un commerciante, non un tessitore”, commentò lei stupita.
“ Vuole allargare l’attività, ma Gelsomina non sa utilizzare bene quel coso”, la istruì lui.
Vuole una tessitrice esperta, da non pagare , pensò cinicamente lei, ecco perché il babbo ha deciso di non recarsi più a Verona, non possiamo competere con i suoi mezzi, s’illuminò lei.
Il ragazzo la sospinse avanti snocciolando le funzioni delle varie stanze.
“ Al piano terreno ci sono la cucina, dispensa del cibo e magazzino della lana, mentre al primo piano le camere da letto, di mio padre, dei bambini con nutrice, di mio fratello maggiore e mia. Questo spiega perché mastro Cappelletti non mi ha maritato con il figlio maggiore, tuttavia non capisco il motivo dell’esclusione di Romualdo. Il diciassettenne aprì una porta ed entrarono in una grande camera da letto. Per la prima volta Elisa vide un letto di legno con materasso e lenzuola.
“ Pensavo che solo i nobili godessero di tali oggetti”, sussurrò lei stupita da tanta ricchezza.
“ A mio padre piace il lusso”, replicò lui.
“ Potrei avere dell’acqua per lavarmi il viso e piedi? Sono in viaggio da questa mattina”, domandò lei.
Il giovane arrossì, “ le mie buone maniere sono un po’ arrugginite, te la porto subito”, affermò questi, “ inoltre domani ti farò conoscere Gelsomina, la sposa di mio fratello, Nina la nutrice e i bambini”, disse infine chiudendo la porta dietro di sé e lasciandola sola.
Elisa osservò meglio la stanza e notò un baule, dove poteva stipare le sue cose, e un’alta finestra chiusa da infissi di legno. Cupamente poggiò a terra la sacca con i suoi vestiti e li tolse uno per uno distendendoli sul letto.
“ Mio padre te ne farà avere degli altri, Gelsomina è abbigliata sempre come una nobile dama”, sostenne lui portandole un bacino pieno d’acqua.
Il ragazzo non aveva bussato entrando, tuttavia lei non ci fece caso, nella piccola abitazione dei suoi genitori Elisa dormiva nello stesso letto con fratelli e sorelle.
“ Ti lascio riposare”, si congedò definitivamente lui.
La quindicenne si tolse l’abito impolverato e lo sbatté prima di appenderlo ad un gancio, sotto questo indossava un tessuto leggero simile al cotone, si lavò mani, viso e piedi, poi stanca dalla lunga giornata s’infilò a letto.
Il canto del gallo e del rumore proveniente dall’esterno la svegliò, si alzò di malavoglia e aprì gli infissi di legno lasciando entrare la luce dell’alba.
“ Vedo che sei già alzata”, udì una nota voce esclamare.
Elisa, con i capelli sciolti e indossando solo il tessuto leggero, si voltò a fronteggiarlo.
“ La prossima volta annunciati, potevo essere nuda”, lo redarguì lei.
“ Scusami, non siamo abituati ad avere molte donne in casa”, si difese Romualdo.
“ Scendo subito”, asserì lei.
Devo farmi rispettare, altrimenti per lui, il fratello e il padre non sarò mai più di una serva, rimuginò pensierosamente mentre s’infilava il vestito del giorno precedente. In cucina diverse paia di occhi si girarono a fissarla, Elisa avanzò a disagio osservando la famiglia riunita per la colazione. La moglie di Aliberto, una bella donna di circa vent’anni abbigliata riccamente, la squadrò sprezzante. Quattro bambini piccoli, accuditi da una nutrice di mezz’età, rumoreggiavano nella stanza impedendo agli adulti di udire qualsiasi cosa. Tra un anno avrò il mio primo figlio, rabbrividì lei.
“ Se i piccoli hanno terminato di mangiare portali fuori Nina”, ordinò la madre alla nutrice.
La donna li fece alzare e li condusse all’aperto.
“ Sono Elisa la Tessitrice, la futura sposa di mastro Cappelletti”, si presentò lei.
“ Io sono Gelsomina, sposa di Aliberto Cappelletti”, sostenne l’altra donna altera.
“ Perché sei abbigliata in codesto modo?”, sondò Romualdo intromettendosi per spezzare la tensione tra loro.
“ Devo recarmi in città per fare spese, abbiamo terminato le spezie e il filo dorato per il ricamo”, cinguettò questa risolta al giovane genero.
“ Non sei andata la settimana scorsa?”, domandò lui irritato.
“ Infatti, l’ordine di spezie dall’Oriente sarà giunto in città e devo ritirarlo”, replicò lei alzandosi, “ prenderò Brunello”, infine li informò uscendo.
Rimasti soli i due giovani si guardarono, Elisa notò particolari che le erano sfuggiti alla luce fioca del precedente tramonto, il viso del giovane era pieno di lentiggini e quelle gli donavano un aspetto da simpatico monello. Elisa sorrise e le fossette delle guance si approfondirono.
“ Mangia, questa mattina abbiamo del lavoro da fare”, ordinò lui non molto gentilmente.
Quindi sono qui per produrre, non poté far a meno di pensare.
Si sedette e la letizia le si spense in viso. Proprio non gli piaccio, forse mi trova troppo umile, meditò lei mentre la cuoca la serviva. Terminato il pasto uscì nella fresca mattina, la temperatura sarebbe rimasta accettabile solo per alcune ore, verso il mezzogiorno il caldo sole estivo li avrebbe costretti a rientrare nella frescura dell’abitazione. Romualdo scorgendola le venne incontro.
“ Dobbiamo cardare, pettinare, filare, eliminare le impurità, tingere la lana prima dell’autunno”, le riassunse lui.
Elisa tremò, mio padre mi ha venduta come serva, non come sposa.
“ Quanto materiale dobbiamo trattare?”, interrogò lei seguendo il giovane nel magazzino della lana.
“ Tutto questo”, replicò lui aprendo una porta.
Elisa spalancò gli occhi stupita, “ c’è il vello di cinquanta pecore qui!”, esclamò.
“ Puoi ben dirlo”, sorrise il giovane uomo.
“ Non riusciremo mai a maneggiarlo da soli prima dell’autunno, ci servirebbero altre braccia esperte”, sostenne lei.
“ Affinché il guadagno sia consistente la trasformazione dev’essere fatta in casa”, le rispose seccamente.
“Cosa conosci delle varie fasi?”, sondò lei.
“ Non molto, usualmente seguo mio padre nella vendita”, le spiegò lui.
“ Dov’è la cardatrice?”, si arrese la quindicenne.
Il diciassettenne la fissò stupito, forse si era aspettato della resistenza da parte mia, soppesò Elisa.
“ La macchina con le punte di metallo, nella quale la massa di fibre è mescolata e divisa in uno strato uniforme”, esplicitò.
“ L’ho posizionata sotto quella quercia, ci sarà fresco per molte ore sotto la sua ombra”.
“ Prendi un po’ di vello, iniziamo”, asserì lei raddrizzando le spalle.
Lavorarono tutta la mattina, Elisa aveva eseguito quella procedura quasi tutta la vita, era veloce e sicura di sé.
“ Andiamo a mangiare qualcosa, ho una fame terribile”, sorrise il giovane notando quanto materiale era stato trattato.
Elisa si alzò, le gambe le tremarono leggermente, era rimasta troppo a lungo nelle stessa posizione.
“ Te la senti di continuare da solo? Questo pomeriggio io potrei pensare alla pettinatura”, chiese lei.
“ Non credo di avere problemi”, disse lui un pò incerto.
“ Lavorerò vicino a te”, propose lei e il giovane non protestò.
Si nutrirono con appetito, dopo un’oretta ritornarono al lavoro, sebbene la temperatura fosse molto elevata all’ombra della quercia non si stava male, se solo potessi togliermi il vestito e restare con la veste da notte, come facevo a casa, agognò lei asciugandosi la fronte dal sudore.
“ Non hai caldo con quell’abito?”, sondò il giovane che si era tolto la tunica rimanendo a torso nudo.
“ Ho solo la tunica leggera che hai visto stamattina, non sarebbe conveniente quale tua futura matrigna”, sospirò.
“ Qui non ci vede nessuno, Gelsomina resterà in città qualche giorno e mio padre sarà ancora in viaggio”, ipotizzò Romualdo.
Non posso resistere oltre, pensò lei sfilandosi la veste e poggiandola sopra un ramo. Romualdo non emise suono ed Elisa si stupì, sapeva di essere una bella ragazza e la sua indifferenza la ferì. L’abito di tessuto leggero metteva in evidenza le curve del corpo, il seno prosperoso e il sedere ben modellato. Continuarono a lavorare fianco a fianco fino al tramonto, infine stremati entrarono per cenare con i bimbi e la nutrice. Le voci dei piccoli sormontarono qualsiasi altro suono impedendo ai commensali di parlare,i due giovani portarono pazienza per un’ora, infine il giovane sbottò.
“ Nina ti prego portali a dormire”, ordinò Romualdo stancamente.
“ Certamente mio signore”, rispose la serva sparendo con i quattro monelli.
“ Domani pomeriggio potrò filare una parte del vello che pettinerò domani mattina”, commentò Elisa, “ dov’è il fuso?”, chiese.
“ Vicino al telaio”, rispose lui sbadigliando, “ immagino che dovrò continuare a cardare”, indovinò lui.
“ Quando Gelsomina tornerà dalla città ti potrà dare una mano”, ipotizzò Elisa.
Romualdo sbuffò apertamente, “non credo proprio, quella donna non sa far nulla se non ricamare”, affermò.
“ Imparerà, anche tu non avevi mai cardato prima e oggi te la sei cavata bene”, disse lei sorridendogli.
“ Lei non si abbasserà a tanto, dovrà ordinarglielo il marito o mio padre”, sostenne il giovane.
Elisa si meravigliò che una donna potesse comportarsi come desiderava in presenza di un membro maschio della famiglia.
“ Faremo noi allora”, replicò.
“ Ora sono stanco, andiamo a dormire, domani ci dovremmo svegliare presto”, suggerì il ragazzo.
Elisa accettò con gioia, il caldo estivo l’aveva disturbata quel giorno.
Il giorno successivo l’attività continuò, cardarono e pettinarono il vello di pecora insieme tutta la mattina. Nel primo pomeriggio Gelsomina ritornò e trovò Elisa intenta a filare, la aiutò, tuttavia la donna viziata dal marito si stancò presto e la lasciò per iniziare un nuovo ricamo.
“ A Verona ho acquistato del lino proveniente dalla Terra Santa, ne farò abiti e tuniche per me e Aliberto. Li ricamerò con il filo dorato, saremo molto eleganti a messa la prossima settimana”, gioì questa.
Elisa si stupì che la nuova famiglia fosse così ricca da potersi permettere del lino egizio, usualmente importato per i nobili.
“ In ogni caso dov’è Romualdo?”, infine interrogò lei.
“ Fuori a cardare e pettinare il vello”, rispose lei non smettendo di muovere le mani sul fuso.
La ventenne alzò un curato sopracciglio e la fissò interdetta.
“ Devi averlo stregato, da quando abito in questa casa non l’ho mai visto interessato a nulla”, commentò la futura parente.
“ Carda e pettina da due giorni e non è male. Potresti provarci anche tu”, ipotizzò la ragazza.
“ Cosa? Non ci penso proprio! Mi verrebbe un mal di schiena tremendo”, cinguettò lasciandola sola.
Nel tardo pomeriggio Romualdo rientrò, era stanco, sudato, anche così il giovane l’attraeva molto, tuttavia questi non stava dimostrando alcun interesse personale nei suoi confronti, il padre gli aveva affibbiato un compito e lui non aveva scelta se non eseguirlo. Io sono la sua futura matrigna, dovrei ricordarmi di questo e pentirmi dei miei pensieri peccaminosi, arrossì lei. Il diciassettenne parve non notare il suo turbamento e l’avvicinò.
“ Ho preparato alcune spanne di vello”, commentò lui asciugandosi la fronte.
“ Domani mattina ti aiuterò ancora e nel pomeriggio potrei iniziare a tessere quello che ho filato oggi”, asserì lei.
Attorcigliati sul fuso c’erano molti fili di lana, di un colore beige, tipico del vello grezzo.
“ Romualdo, vai a lavarti al pozzo, hai un odore tremendo di pecora!”, esclamò Gelsomina che era apparsa per mangiare, seguita dai suoi bimbi e dalla nutrice.
Il ragazzo sbuffò contrariato e uscì ancora. Elisa era abitata a quell’odore, i suoi genitori si lavavano raramente, dovendo eseguire la procedura nel torrente. Quando il giovane rientrò lei si recò a sua volta al pozzo e si deterse le parti scoperte. In un’ora i bambini mangiarono e la nutrice li portò a dormire.
“ Stanno diventando sempre più rumorosi e indisciplinati”, postillò Romualdo guardando Gelsomina, “ potrei insegnare a Bruno come si carda, ormai ha otto anni”, ipotizzò lui, “deve contribuire all’attività, non è figlio di un nobile signore”.
La donna spalancò gli occhi verdi e lo fissò sconvolta, come se il giovane le avesse proposto di vendere il bimbo al primo offerente.
“ Ne discuterò con tuo padre e Aliberto, per ora non se ne parla”, squittì lei alzandosi da tavola e ritirandosi per la notte.
“ Non ti aiuterà a tessere o filare e tratta i suoi figli come se fossero di regale discendenza. Dovrebbero aiutarci invece, almeno Caterina e Bruno”, suggerì lui.
“ Proverò a coinvolgere la piccola, io alla sua età già aiutavo mia madre con il telaio, lei potrebbe agevolarmi con il fuso”, sussurrò la ragazza.
Elisa sbadigliò e Romualdo si stiracchiò la schiena sulla panca.
“ Sembriamo due vecchietti”, sorrise lei.
“ Già”, bisbigliò lui.
La stanza era illuminata solo da due candele e braci del camino. La cuoca si era già ritirata per la notte e i due giovani si guardarono per la prima volta negli occhi. Se il futuro marito li avesse sorpresi a fissarsi in quel modo le conseguenze sarebbero state tremende per lei e per Romualdo.
“ Meglio andare a dormire”, disse lui alzandosi.
Mi sembra così depresso, perché il padre non lo fidanza con una bella ragazza?, s’interrogò lei per l’ennesima volta.
Trascorse una notte agitata, infine prima del canto del gallo si alzò e aprì le persiane. La nuova famiglia ancora riposava ed Elisa scese silenziosamente le scale, in cucina il fuoco era già acceso e accanto ad esso era seduto Romualdo. Rimase a fissare la sua schiena per un po’, alla fine si riscosse , palesò la sua presenza e il giovane si girò. Elisa quella mattina non aveva indossato il vestito di lana, il caldo di agosto l’aveva costretta a rimanere nella tunica leggera da notte. In ogni caso Gelsomina indossa il trasparente lino egizio, pensò lei giustificandosi. Romualdo si alzò senza una parola e continuando a guardarla la prese tra le braccia e la baciò. Elisa ricambiò con trasporto, dopo una mezz’ora udendo un rumore si staccarono, entrambi coscienti del grosso rischio che correvano, se la cuoca e la ventenne li avessero sorpresi la loro fine sarebbe stata inevitabile. Non desidero maritare il vecchio mastro Cappelletti, rimuginò lei osservando Romualdo, tuttavia non posso tradire la sua fiducia. La serva arrivò e preparò il primo pasto della giornata, ogni tanto i due si sbirciavano continuando a masticare, terminarono velocemente e uscirono nel caldo mattino estivo.
“ Quello che è accaduto prima non si dovrà ripetere, io diventerò la tua matrigna”, asserì lei con voce roca.
“ Lo so, mi comporterò meglio. Mio padre ci ucciderebbe se sospettasse”, sussurrò il ragazzo abbassando lo sguardo.
Avevano prelevato altro vello da cardare e pettinare posizionandolo sotto la quercia.
“Perché tuo padre non ti accasa?”, s’arrischiò a domandargli lei, “ sei un bel e sano giovane”.
La tentazione di baciarlo ancora sarebbe stata troppo forte se Romualdo fosse rimasto libero.
“ Per motivi economici, ci sono già tante bocce in questa casa”, disse lui meravigliandola.
“ Non mi sembrate una famiglia bisognosa. Gelsomina ha appena acquistato diverse braccia di costosissimo tessuto egizio!”, vociò lei scaldandosi.
“ Forse tra qualche anno, quando questa attività darà i suoi frutti. Così mi ha assicurato mio padre”, la guardò significativamente lui.
“ Dovremmo solo cercare di non restare soli e alzare lo sguardo l’uno sull’altro”, specificò Elisa.
Nel pomeriggio lo lasciò e rimanendo in casa si posizionò accanto al telaio. La tessitura, con i suoi movimenti ritmici, la distraeva sempre dai suoi problemi. Come può una donna non sapere utilizzarlo?, s’interrogò lei, Gelsomina è solo pigra e viziata dal marito, immaginò giustamente la ragazza. La ventenne dopo pranzo si era ritirata in camera sua a ricamare ed Elisa non la vedeva da diverse ore.
Caterina, la bimba di sei anni rientrò sudata, aveva fame ma la cuoca non c’era e in ogni caso nulla era ancora stato predisposto per la cena.
“ Cosa stai facendo?”, sondò la piccola.
“ Sto tessendo”, rispose lei educatamente.
“ Ti posso aiutare?”, chiese la piccola.
Elisa sorrise e afferrando il fuso con un po’ di vello pettinato le spiegò dettagliatamente cosa fare. La bimba si mise all’opera, dapprima Elisa la osservò per correggerla, infine notando che se la stava cavando ritornò al telaio. Per distrarla la quindicenne le raccontò una storia, a lei piaceva narrarle alle sorelle minori durante i diversi compiti. Nel tardo pomeriggio la nutrice rientrò con i bimbi più piccoli e Bruno.
“ Ho suggerito io a Caterina di aiutarvi. E’ una bimba dolce e simpatica”, sorrise nervosamente la vecchia serva.
“ Grazie, non riferirò nulla a Gelsomina”, promise la ragazza.
La cuoca li chiamò per il pasto servale e anche Romualdo e Gelsomina vennero a mangiare, come concordato lei rivolse poche volte la parola al diciassettenne. Per fortuna non venne allo scoperto l’attività pomeridiana della seconda figlia di Aliberto, la madre era troppo intenta ad esporre cosa aveva ricamato per interessarsi alle chiacchiere dei suoi figli. Quando finalmente i piccoli, la nutrice e la capricciosa genitrice furono andati a dormire, il giovane s’arrischiò a guardarla negli occhi.
“ Caterina mi ha aiutata a filare oggi pomeriggio, io così ho potuto tessere più vello. Lo vuoi vedere?”, sondò lei.
“ Ne sarei curioso”, replicò lui sorridendole.
La tessitrice gli mostrò le pezze di tessuto liscio e regolare, Romualdo le afferrò e accarezzò.
“ Morbide come la tua pelle”, sussurrò lui.
“ Romualdo ti prego”, bisbigliò lei a sua volta.
Il giovane la baciò ancora e lei non si oppose, gli occhi turchesi del ragazzo scintillarono nella penombra della stanza mentre la stringeva. Infine i due rinsavirono e si staccarono.
“ Va a dormire, io rimarrò alzata ancora un po’ a filare”, suggerì Elisa turbata.
Romualdo arrossì e abbassò lo sguardo.
“ Non volevo farti vergognare di fronte a mio padre”, sussurrò lasciandola sola.

Racconto di Giovanna Barbieri. Tutti i diritti riservati.

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