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mercoledì 3 luglio 2013

"ELISA E ROMUALDO" - SECONDA PARTE: 1347 LA PESTE NERA

I due ragazzi lavorarono ancora diversi giorni fianco a fianco sorridendosi ogni tanto e facendo attenzione agli sguardi della nutrice e Gelsomina. Trascorse così una settimana ed Elisa riuscì a tessere una discreta quantità di morbido vello beige. Infine mastro Cappelletti ritornò con il figlio maggiore, il viaggio era stato lungo e problematico così l’uomo non si dilungò molto con la famiglia.
“ Sono Elisa, la Tessitrice”, si presentò educatamente lei con un inchino.
“ Io il tuo futuro sposo, mastro Guglielmo Cappelletti e lui è Aliberto, mio figlio maggiore”, introdusse lui.
La ragazza osservò il futuro marito e lo trovò più vecchio dell’aspettato, potrebbe avere cinquant’anni, è più anziano di mio padre, rimuginò lei notando la calvizie e pinguedine del commerciante di lana.
“ Padre, io ed Elisa abbiamo preparato un po’ di vello”, spezzò la tensione Romualdo.
Il vecchio s’avvicinò alle pezze tessute e le accarezzò.
“ Andrebbero ancora bollite con acqua e sapone, per eliminare le impurità e tinte”, spiegò Elisa.
“ Ce la farete prima dell’autunno? Io e Aliberto le potremmo vendere alla prossima fiera”, saggiò lui.
“ Non so padre, forse una parte, il lavoro è tantissimo e siamo solo in due”, si permise di commentare il giovane uomo.
“ Ora che siamo tornati Aliberto e Gelsomina vi potranno aiutare”, affermò lui stancamente.
Gelsomina sbuffò apertamente contrariata, evidentemente filare o tessere non le piaceva, tuttavia non poteva opporsi apertamente al volere del capo famiglia.
All’improvviso il vecchio uomo si appoggiò al telaio, tossendo convulsamente.
“ Padre, non vi sentite bene?”, domandò Aliberto preoccupato.
L’uomo era pallido e barcollò leggermente quando si staccò dalla macchina.
“ Sono solo stremato e ho preso freddo durante il viaggio”, affermò mastro Cappelletti, “ dove ti ha sistemata per la notte Romualdo?”, sondò infine.
“ Nella nostra futura camera”, replicò lei.
“ Non siamo fidanzati o maritati, non sarebbe conveniente per il vostro buon nome”, affermò questi, “ da oggi in poi riposerai nella camera di Romualdo, lui può trasferirsi nel magazzino della lana”, sputò Guglielmo.
Il giovane non si sognò di protestare, anche se nel piccolo magazzino l’odore di pecora era tremendo. Probabilmente sarà solo per poco tempo, immaginò Elisa.
La mattina successiva il futuro consorte non si alzò dal letto, respirava faticosamente, aveva occhi infiammati e la febbre alta. Nel pomeriggio il figlio maggiore sempre più angustiato andò in città a cercare un cerusico.
“ Potrebbe avere il vaiolo o il tifo”, commentò Romualdo preoccupato all’imbrunire.
“ Magari è solo vecchio e sfinito”, replicò Elisa mentre tesseva.
Avevano già mangiato, la cuoca si era ritirata da qualche minuto, la nutrice sparita con la piccola di casa, mentre Caterina era accanto a lei a filare divertendosi con il fratello maggiore. Gelsomina non si sentiva molto bene quel giorno e il marito, sospettando un’altra gravidanza, le aveva suggerito di riposare. La ragazza sospettava tuttavia che fosse tutta una finta per evitare di filare e tessere.
“ Il nonno starò bene”, commentò d’un tratto Bruno.
I due adolescenti si girarono a fissarlo, non era un bimbo sciocco, tutt’altro.
“ E’ ora per voi due di andare a dormire”, affermò ad un certo punto Romualdo.
“ Grazie per l’aiuto bambini, se non ci foste voi….”, si complimentò Elisa.
I bimbi sorrisero, soddisfatti di essere stati apprezzati. Sono deliziosi e hanno molta voglia di rendersi utili, proprio non comprendo la loro madre, rimuginò lei mentre si allontanavano.
“Aliberto non è ancora tornato dalla città, pensi sia normale tale condotta?”, sondò un po’ impensierita lei.
“ Potrebbe essere incappato in qualche guaio, meglio che resti qua a dormire stanotte. Mi sistemerò accanto alla finestra, così lo sentirò arrivare”, stabilì lui.
Elisa continuò a tessere mentre il ragazzo provò a filare, ma le sue grandi mani non erano adatte allo scopo, lei ghignò divertita vedendolo in difficoltà.
“ Romualdo, smetti e riposati”, propose lei.
In quel mentre Nina, la nutrice scese al piano inferiore allarmata.
“ Sono passata dal padrone per vedere come stava e l’ho trovato peggiorato. Sta vomitando, tossendo sangue e ha molta sete. Dov’è il cerusico?”, domandò nervosamente questa.
“ Non è ancora giunto dalla città e non credo si presenterà per stasera. Non è sicuro viaggiare di notte nel bosco”, replicò Romualdo..
“ In questo caso venite ad aiutarmi, mastro Cappelletti sta molto male”, propose la nutrice.
Elisa uscì a prendere dell’acqua mentre il giovane saliva con la donna. Quando lei entrò nella camera da letto del futuro sposo si spaventò, le lenzuola erano macchiate di sangue e il malato giaceva immobile con gli occhi chiusi, respirando a fatica.
“ Ho portato dell’acqua, dovremmo farlo bere e posare una pezzuola bagnata sulla fronte per far abbassare la febbre”, suggerì Elisa.
Elisa si avvicinò coraggiosamente al corpo del vecchio commerciante e notò una protuberanza sul collo, questo non la sbigottì particolarmente, non conosceva nessuna infermità con quel marchio. L’anziano promesso si riscosse, lo sguardo era molto infiammato.
“ Uscite e non rientrate, vi ammalerete anche voi se mi curerete”, sussurrò l’uomo dopo qualche tempo.
“ Padre!”, si scandalizzò Romualdo.
“ Figliolo, sto morendo. Non c’è nulla che possiate fare”, bisbigliò.
“ Io resterò, voi due giovani andate di sotto”, asserì arditamente Nina.
In quel momento Elisa comprese che uno speciale legame univa i due adulti, sono amanti, un ricco commerciante non può maritare una serva, non più in età da procreare, s’illuminò lei interrogandosi se il figlio più giovane lo sapesse.
“ Torniamo in cucina, attenderemo Aliberto insieme”, suggerì lui.
I due adolescenti si sedettero vicino al camino, il calare del sole portava sempre un abbassamento della temperatura interna, in quella stagione si stava meglio sotto le stelle. Pregarono, piansero e si confidarono man a mano che avanzava la notte, infine al sorgere del sole Elisa mosse il braccio destro disturbata da un raggio di sole che entrava dalla finestra. Avevano dimenticato di chiuderla con l’infisso. Alzò il capo e si stupì di trovarsi tra le braccia di Romualdo. Lei e il giovane giacevano sul nudo pavimento avvolti nel mantello di lui. Mio Dio, so che è peccato pensare a lui in codesto modo, tuttavia anche lui prova attrazione per me, se solo non fossi promessa al padre, soppesò lei mentre si stringeva al diciassettenne. Una mezz’ora più tardi riaprendo gli occhi scuri scoprì che quelli turchesi di lui la stavano fissando rapiti. Elisa ricambiò lo sguardo.
“ Celestina, la cuoca, Gelsomina e Nina non sono ancora sveglie”, sussurrò lui.
“ E’ ancora presto, c’è un gran silenzio”, disse lei a bassa voce.
Romualdo la baciò ancora, questa volta con più ardore. Elisa gli sollevò la tunica infilandovi sotto una mano, infine udendo un rumore di cavalli all’esterno si staccarono sentendosi in colpa.
“ Aprite! Sono Aliberto con il cerusico”, urlò una vota voce.
I due giovani si rassettarono velocemente gli abiti e il ragazzo aprì.
“ Buon giorno a voi!”, esclamò il medicus entrando.
“ Buon giorno, mio padre è peggiorato in poche ore. Nina, la nutrice, ha deciso di restare con lui stanotte”, borbottò lui.
Elisa nel frattempo si era avvicinata al camino accendendolo per la colazione, in attesa della cuoca.
“ Ho una sete tremenda, Celestina non è ancora arrivata?”, interrogò Aliberto.
“ No e ciò lo trovo un po’ strano”, replicò Romualdo mentre lei accompagnava il cerusico dall’infermo.
“ Vado a vedere cosa la trattiene”, udì Elisa affermare.
Un’ora più tardi il figlio minore rientrò e nella corte s’imbatté in lei diretta al pozzo.
“ Celestina sta molto male e così molti abitanti di Parona”, la informò lui,
“ penso sia scoppiata un’ epidemia di tifo”, asserì il giovane
“ Anche Gelsomina, Bruno, la piccola di casa e tuo fratello stanno male”,
“ Cosa ha affermato il cerusico?”, sondò Romualdo.
“ Il medicus ha parlato di una grave pestilenzia. Non c’è cura, si è fatto pagare ed è sparito non appena notato i bubboni di tuo padre”, lo ragguagliò lei.
I due rientrarono in casa agitati e si recarono subito nella camera di mastro Guglielmo Cappelletti. Il vecchio commerciante non si muoveva, giaceva pallido sul letto macchiato di sangue e pareva entrato in una sorta di stato d’incoscienza. Romualdo gli si avvicinò maggiormente e mise una piuma sotto le narici.
“ E’ morto”, sostenne tremante.
Elisa scoppiò in pianto, più per la punizione divina che si era abbattuta su tutti loro, che per dolore.
“ Non possiamo portarlo a Parona per la sepoltura, il parroco è morto”, riassunse lui prendendo le redini della situazione.
“ Andiamo a vedere come stanno Aliberto e Gelsomina?”, lo pregò lei.
“ Se Bruno e la piccola sono ammorbati, sarebbe meglio spostarli con i genitori, non possono dormire con Caterina e Nina”, osservò lui spingendola verso la camera della nutrice.
Entrarono e le due donne esaminarono attentamente il corpo del bambino e della piccola. Purtroppo notarono dei bubboni sul collo e sotto le ascelle dei bambini, li avvolsero nei loro teli da notte e Romualdo li trasportò con i genitori.
“ Bruno guarirà?”, piagnucolò Caterina.
Elisa non rispose non sapendo come comunicare alla bimba che la sua famiglia presto sarebbe stata decimata. Il ragazzo e la nutrice uscirono dalla camera con espressioni tristi e rassegnate, Caterina scoppiò in un pianto dirotto e la nutrice cercò di consolarla trasportandola in cucina. Elisa invece uscì all’aria aperta, desiderosa di tranquillità e di un posto isolato per pregare. Perché Dio ci hai inviato questa piaga?, continuava a ripersi.
Nel pomeriggio Romualdo venne a cercarla e la trovò concentrata in invocazione di perdono.
“ Dovrei ritornare dai miei parenti..”, cominciò lei interrompendosi.
Il futuro sposo era morto senza impegnarla in fidanzamento, secondo le consuetudini posso ritornare dai miei genitori, pensò.
“ No, ti prego, resta con noi”, propose lui, “ quando la pestilenzia finirà e se saremo ancora vivi, ti riaccompagnerò io stesso”.
Romualdo mi piace e mio padre mi mariterebbe con qualcun altro scampato, non desidero lasciarlo, anche se non fosse intenzionato a sposarmi, rimuginò lei fissandolo.
“ Per ora resterò. Ora rientriamo, dobbiamo seppellire tuo padre”, disse lei triste.
“ Anche Bruno, la bimba, Aliberto e Gelsomina”, gli comunicò lui scorato, “ nel pomeriggio, dopo la loro morte, mentre eri assorta in preghiera, sono ritornato a Parona per scoprire se avevano trovato una cura per tutto questo..”, iniziò lui.
Elisa pendeva dalle sue labbra.
“ Solo la preghiera guarirà questo peccato, e stanno anche bruciando delle erbe aromatiche. In paese i corpi sono ammonticchiati per le strade, i non appestati scaveranno delle fosse comuni, così mi ha raccontato uno degli artigiani”, narrò.
“ Immagino che il cimiero della chiesa sia pieno”, ipotizzò lei all’apice dell’angoscia, “ come stanno Caterina e la nutrice?”, sondò infine.
Nina e Caterina non si sono ammalate, come sta accadendo a noi”, specificò il giovane.
“ Perché?”, domandò arrossendo la quindicenne.
“ Le vie del Signore Dio sono imperscrutabili”, ripeté Romualdo da bravo cristiano.
Quella sera trasportarono faticosamente i cadaveri al piano terreno, e li avvolsero in teli per evitare che la bimba vedesse i genitori morti. Elisa provò molta pena per la piccola, in pochi giorni ha perduto tutti, a parte un giovanissimo zio e la nutrice, rimuginò.
Nel bosco, terra non consacrata, Romualdo scavò una profonda fossa. Elisa lo osservò sprofondata in cupi presentimenti.
“ Ci possiamo dividere l’amaro compito”, iniziò lei.
“ Quelli per Gelsomina, Bruno e la neonata le puoi fare tu”, replicò seccamente il giovane.
La ragazza sobbalzò comprendendo che il ragazzo considerava meno importanti la moglie del fratello maggiore, il figlioletto di otto anni e la neonata. Non contribuivano alla ricchezza della famiglia, erano solo dei costi per mastro Cappelletti, non poté evitare di pensare lei. La sera calò e i tre misero i cadaveri nelle fosse, Caterina pianse tutto il tempo distrutta stringendosi alla serva, che si era comportava come una madre sino a quel momento.
I giorni trascorsero lenti, i due adolescenti, la bambina e l’anziana nutrice non si ammalarono. Romualdo quasi ogni pomeriggio si recava nel villaggio per sondare la situazione.
“ Non ci sono nuovi casi in paese, la peste si è fermata. Un commerciante di Verona sostiene che abbia uccido un quarto dei cittadini”, la aggiornò lui.
Elisa inorridì, forse dovrei andare a casa, qualcuno della mia famiglia potrebbe essere scampato, soppesò.
“ Cosa faremo ora?”, sondò lei.
Il diciassettenne la guardò, gli occhi turchesi del ragazzo luccicarono.
“ Prenderemo in mano il commercio di mio padre, oltre alla produzione di pezze di lana”, propose, “ prima a Verona, poi nel resto della provincia”.
“ Siamo solo in due!”, asserì Elisa.
“ Caterina e Nina ci aiuteranno”, sorrise Romualdo.
Forse dopotutto non ci andrà male, sono spirati in molti e i nobili potrebbero necessitare i nostri articoli, pensò Elisa seguendolo in casa.

Racconto di Giovanna Barbieri. Tutti i diritti riservati.

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