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sabato 11 ottobre 2014

DULCIS IN FUNDO: TRE RICETTE PER VERI GOURMAND

Dulcis in fundo: tre ricette medievali per gourmand contemporanei
Volete provare a mangiare come mangiavano nel Medioevo? Ecco tre semplici ricette, che possono essere riprodotte facilmente, la prima consiste in una pietanza a base di legumi, la seconda in una delle tante salse che arricchivano le mense e la terza in un dolce. I legumi nell’alimentazione medievale erano molto importanti nella dieta quotidiana. Inoltre la Regola templare prescriveva che non si mangiasse carne per più di tre volte alla settimana, ed era vietato andare a caccia di uccelli utilizzando il falcone, pratica assai comune. 
Dunque le leguminose conosciute fave, ceci, cicerchie, piselli, fagioli dall’occhio (i Phaseolussono tutti americani e non c'erano), dovevano costituire un piatto assai comune, nutriente e calorico, adatto a guerrieri come i Templari. La ricetta che segue è stata estrapolata dal celebre ricettario di Maestro Martino da Como (XV sec.), cuoco personale di un alto prelato.
“Brodo de ciceri rosci.
Per farne octo menestre: togli una libra et meza di ciceri et lavali con acqua calda et poneli in quella pignatta dove gli vorrai cocere et che siano sciutti et mettevi meza oncia di farina, cioè del fiore, e mettevi pocho olio et bono, et un pocho di sale, et circha vinti granelli di pepe rotto, et un pocha di canella pista, et mena molto bene tutte queste cose inseme con le mani. Dapoi ponivi tre bocali d’acqua et un pocha de salvia, et rosmarino, et radici di petrosillo, et fagli bollire tanto che siano consumati a la quantitade de octo menestre.
Et quando sonno quasi cotti mitivi un pocho d’oglio. Et se lo brodo si facesse per ammalati non gli porre né olio né spetie”.

Ecco la mia traduzione: 
Brodo di ceci rossi.
Per farne otto porzioni: prendi una libbra e mezza di ceci e lavali con acqua calda e mettili in una pentola insieme a mezza oncia di farina, olio quanto basta, sale e circa 20 granelli di pepe, un po’ di cannella pestata, e rimescolate tutte queste cose insieme con le mani. Aggiungi poi tre boccali d’acqua e un po’ di salvia, rosmarino e radici di prezzemolo, e fai bollire il composto sino a che si sia ridotto alla quantità di otto porzioni. E quando i ceci sono quasi cotti aggiungi un po’ d’olio. Se il brodo si preparasse per ammalati non mettere né olio né spezie.
La seconda ricetta a mio parere è molto interessante, si tratta della celebre salsa verde, ancora oggi presente nella cultura gastronomica di diverse regioni, Piemonte in primis, in versione medievale. Le salse avevano una loro importanza sulle tavole medievali e sicuramente questo condimento non doveva essere sconosciuto ai Templari. La ricetta appartiene al ricettario dell’Anonimo meridionale del primo Quattrocento. La presenza del mortaio, attrezzo per eccellenza nelle cucine medievali, la rende particolarmente scenografica nella presentazione visiva.


“Salsa verde.
Affare salsa verde tolli petrosimuli, menta, cardamomi, nuci moscate, pepe, garofani, cenzabro e pista forte in mortale, et giungnice poca de molglica de pane, e poi micti algli, se tu n’ay, et de stempera con bono acito”.
La mia traduzione: 
Salsa verde.
Per fare la salsa verde prendi prezzemolo, menta, cardamomo, noci moscate, pepe, garofano, zenzero e pesta forte nel mortaio, aggiungi un po’ di mollica di pane, poi mettici aglio, se ne hai, e stempera con buon aceto. 
Infine il pregio della terza e ultima ricetta è molteplice. Utilizza uno dei frutti più amati e disponibili nel Medioevo, la mela, insiste sulla Quaresima, momento penitenziale e di astensione dai grassi di origine animale, precetto sicuramente seguito dai Templari; inoltre vede la presenza di alcuni elementi tipici delle cucine medievali elitarie, le spezie (rappresentato dallo zafferano) e lo zucchero, e infine pur essendo una ricetta di oltre 700 anni fa è molto semplice da realizzare ed attuale nei sapori. Il linguaggio con cui l’Anonimo Veneziano del Trecento la descrive è efficace nella sua semplicità.

“Frittelle de pome per Quaresima.
Toy le pome e mondalle, po’ taia a modo de hostie e fa sugolo de farina con sufran, e mitige uva passa, e miti queste pome in questo sugolo; po’ le frige con olio zascuna per si, polverizali zucharo quando eno cocto etc.”.
Ecco la mia traduzione: 
Frittelle di mele per la Quaresima.
Prendi le mele e sbucciale, poi tagliale a guisa di ostie e prepara un condimento composto di farina con zafferano, aggiungi uva passa e metti le fettine di mela in questo composto; poi friggile una per una, polverizzale di zucchero quando sono cotte ecc. 
Buon appetito! 
Articolo di Alessandra Guigoni. Tutti i diritti riservati.

martedì 7 ottobre 2014

A TAVOLA CON I TEMPLARI: LA REGOLA E IL CIBO


Numerose norme contenute nella Regola dell’Ordine del Tempio sono ispirate al cibo e alle buone maniere, ossia al cosiddetto galateo. La numero XIII che esorta di mangiare in silenzio: “In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessario con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l'apostolo: Mangia il tuo pane in silenzio”. 
La numero X, sull'uso moderato della carne: “Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo”.

La numero XV che prescrive l'elemosina: “Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane”.

La XVI che prescrive un uso molto parco del vino a tavola, e non tutti i giorni, e per di più annacquato: “Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compieta, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale. Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito”.

La regola XLVI che proibisce la caccia col falcone, assai in voga ai tempi: 

“Noi giudichiamo con sentenza comune che nessuno osi catturare un uccello con un uccello. Non conviene infatti aderire alla religione conservando i piaceri mondani, ma ascoltare volentieri i comandamenti del Signore, frequentemente applicarsi alle preghiere, confessare a Dio i propri peccati con lacrime e gemito quotidianamente nella preghiera. Nessun fratello professo per questa causa principale presuma di accompagnarsi con un uomo che opera con il falco o con qualche altro uccello”.

XLVII che proibisce di andare a caccia: “Specialmente imponiamo e comandiamo ad ogni fratello professo di non osare entrare in un bosco con arco o balestra o lanciare dardi: non vada con colui che fece tali cose se non per poterlo salvare da uno sciagurato pagano: né osi gridare con un cane né garrire; né spinga il suo cavallo per la bramosia di catturare la fiera”.

Disposizioni inoltre su come alimentare e prendersi cura degli ammalati a cui poteva venir somministrata carne anche di volatili e riferimenti ai legumi, altamente considerati nella dieta dei Templari.

Nella regola LXV si prescrive che: “A tutti sia distribuito in modo uguale il vitto. Riteniamo anche che questo in modo congruo e ragionevole sia rispettato, che a tutti i fratelli professi sia dato cibo in eguale misura secondo la possibilità del luogo: non è infatti utile l'accezione delle persone, ma è necessario considerare le indisposizioni”.

In merito alle colpe la regola LXVII prescrive che il colpevole mangiasse da solo, separato dal refettorio e dai fratelli templari diciamo: “Se la colpa sarà grave, si allontani dalla familiarità dei fratelli, né mangi con loro alla stessa mensa, ma da solo assuma il pasto. Il tutto dipenda dalla decisione e dall'indicazione del maestro, affinché sia salvo nel giorno del giudizio”.

Articolo di Alessandra Guigoni. Tutti i diritti riservati.

martedì 23 settembre 2014

LA CUCINA SARDA NEL MEDIOEVO: DUE RICETTE!


Ci sono ricette sarde contemporanee che assomigliano terribilmente a pietanze medievali, e non a caso, vi sono molti legami. In particolare penso a due fantastici dolci sardi contemporanei, tipici e tradizionali, che cui radici mi pare sino ben piantate nel Medioevo: mi riferisco a s'aranzada nugoresa e su papai biancu. Che cos'è s'aranzada in uso nel nuorese? Un dolce delicato e raffinato, composto da scorza di arancia candita, scagliette o mandorle intere, secondo il paese e la ricetta, mompariglia colorata, in sardo traggea (dal francese dragée). La ranciata era una ricetta che faceva parte delle epices de chambre, dei bonbon che si mangiavano fuori pasto o a fine pasto. Ecco la ricetta dell'anonimo veneziano del Trecento:

A fare ranciata bona e delicata

Toy la scorza del ranzo e fane quelli pezi che tu vole e curali ben dentro, miti a mole per 15 zorni poy le lessa in aqua tanto che sia tenere, lasale sugare per tri zorni, poy lo miti in lo mele che tu la voi bolire per trizorni, poi la fa bolire un pocho e chambia, poy quello mele e miti l’ altro chon le spezie; ma prima le specie siano messe dentro sia spumato lo mele, bolla tanto che ‘l mele sia ben cocto, poy la lassa alquanti zorni a l’ aiere senza sole.

La traduzione:

Per fare aranciata buona e delicata.

Togli la scorza dell'arancia, falla a pezzi a piacere e mettila a mollo per 15 giorni, lessala sino a che sia tenera, lasciala asciugare per tre giorni, poi mettila nel miele, falla sobbollire per tre giorni, ogni tanto cambia il liquido di cottura, e infine con altro miele aggiungi le spezie; ma prima assicurati che anche il miele sia ben cotto, e infine lasciala alcuni giorni ad asciugare all'aria ma non al sole diretto.

Ovviamente si possono ridurre i tempi, 15 giorni sono un'eternità al giorno d'oggi.

Il bianco mangiare, di origine medievale e catalana, cucina influenzata dal mondo arabo, è rimasto sull’Isola come dolce, su papai biancu. In origine blanc manger significava in realtà una serie di pietanze in cui comparivano le mandorle, il pollo o la gallina, il riso come addensante grazie all’amido, lo zucchero, il latte. Prodotti raffinati chiari che conferivano a questi cibi anche un supposto potere purificante,  mondante ed erano uno status symbol.  La seguente ricetta è presa dal ricettario di Maestro Martino da Como, il Libro de Arte Coquinaria, del XV secolo. Le quantità sono pensate per 12 persone.

Per far XII menestre de bianco mangiare a la catelana.

Piglia doi bocchali di lacte de capra, et octo oncie di farina de  iso ben fina, et ponila a boglire nel dicto lacte. Dapoi piglia il petto di un cappone morto quello medesimo dì, et che sia mezo cotto,  et deffila tutto questo pecto sottilmente come capegli, et dapoi mittilo nel mortale et non gli dare se no doi tracti del pistone. Dapoi  quando lo lacte ha bollito meza hora, gectavi dentro lo dicto pecto  così sfilato con una libra de zuccharo, et lassalo bollire per spatio  de quattro hore vel circha; et questa cosa vole essere menata continuamente col cocchiaro dal principio infine a la fine Et per  quando ella è cotta, tira el cocchiaro et parerà che sia vischio. Et dapoi ponegli dell'acqua rosata como è ditto di sopra; et fa' le  menestre, sopra le quali metterai un pocho di zuccharo, et dapoi  mandale ad tavola.

Traduzione: Piglia due boccali di latte di capra, otto once di farina di riso fine, e ponila a bollire nel latte. Poi prendi un petto di cappone fresco già mezzo cotto e sminuzza il petto, mettendolo anche nel mortaio e dando un paio di colpi di pestello. Poi quando il latte ha bollito mezz'ora gettaci dentro il petto di cappone con una libbra di zucchero e lascialo bollire per 4 ore, girando continuamente il composto. Una volta cotto il composto ha una consistenza viscosa. Poi metti dell'acqua di rose, poi impiatta le minestre, sopra le quali si metterà un po' di zucchero e si serviranno a tavola.

Articolo di Alessandra Guigoni per il sito http://www.sandalyon.it/ . Tutti i diritti riservati

domenica 14 settembre 2014

LA CUCINA SARDA NEL MEDIOEVO: QUESTIONE DI GUSTO


Nel Medioevo predominano i gusti speziati, che verranno abbandonati solo dopo il Cinquecento, e sostituiti nelle cucine popolari con aromi locali, facilmente a disposizione prezzemolo, basilico, rosmarino, salvia, timo, alloro, finocchietto, mirto. Sino ad allora prevalgono la noce moscata, il pepe, la cannella, chiodi di garofano, lo zenzero, in piatti che sono agrodolci e che oggi ci sembrerebbero strani e poco appetitosi. Nel Medioevo gli Arabi brevettano l'essiccazione della pasta, che diventa così trasportabile e conservabile a lungo. Sicilia e Sardegna sono le prime regioni a dotarsi di un patrimonio pastaio di rilievo, e la storica Laura Galoppini ha ricostruito le dinamiche della produzione locale ed esportazione della pasta sarda oltremare consultando i Libri di Dogana di Cagliari. Dalla voce araba fidews derivano numerosi termini anche in sardo: findearzu è il pastaio, findeos, italiano fidelini è un tipo di pasta, e su filindeu ha la stessa radice, non l'etimo popolare “fili di Dio” ma quella storica dall'arabo fidews appunto. Nel Medioevo viene codificata la preparazione delle torte dolci e salate, in cui dentro un involucro di pasta di pane si celano pasticci con vari ingredienti: sa panada, spagnolo empanada, nasce probabilmente in questo contesto, e permane in alcune cittadine da Elmas ad Assemini da Oschiri a nella sola versione salata e con prodotti locali a mo' di riempimento, dalle anguille all'agnello dalla carne di maiale alle verdure di stagione. Anche sa burrida, dal provenzale antico bouride (italiano bollito) assume significati diversi secondo la località: a Genova è una zuppa di pesce o una zuppa a base di piselli e seppie, mentre in Sardegna, a Cagliari, è una pietanza a base di gattuccio di mare (Scyliorhinus canicula) bollito, condito con aceto con prezzemolo, aglio e noci da servire freddo. Tra i formaggi con nomi antichi va citata almeno sa merka dalla melca romana secondo il linguista Max Leopold Wagner, un cagliato di latte di pecora salato e sottoposto a breve stagionatura. Ugualmente antico lo zimino, forse dall’arabo samin (cotto nel burro), mediato dagli spagnoli, tra Liguria e Toscana è una zuppa tradizionale a base di bietole o spinaci, prezzemolo, aglio, con ceci o pesci, mentre a Sassari lo zimino è un piatto tipico della cucina popolare, rigorosamente a base di carne, di frattaglie di vitello o agnello per la precisione. Alcune preparazioni marcatamente sarde come su scabecciu, italiano scapece, con cui si conservano le derrate grazie all'aceto, derivano dal catalano, e le ritroviamo anche nel napoletano e altrove, dovunque Catalani, Aragonesi e Genovesi abbiano viaggiato. Tra i formaggi con nomi antichi va citata almeno sa merka dalla melca romana secondo il linguista Max Leopold Wagner, un cagliato di latte di pecora salato e sottoposto a breve stagionatura. Ugualmente antico lo zimino, forse dall’arabo samin (cotto nel burro), mediato dagli spagnoli, tra Liguria e Toscana è una zuppa tradizionale a base di bietole o spinaci, prezzemolo, aglio, con ceci o pesci, mentre a Sassari lo zimino è un piatto tipico della cucina popolare, rigorosamente a base di carne, di frattaglie di vitello o agnello per la precisione. Alcune preparazioni marcatamente sarde come su scabecciu, italiano scapece, con cui si conservano le derrate grazie all'aceto, derivano dal catalano, e le ritroviamo anche nel napoletano e altrove, dovunque Catalani, Aragonesi e Genovesi abbiano viaggiato. Possiamo ipotizzare che la coltivazione dell'uva, di lunga durata sull'Isola, abbia condotto in tempi antichi a utilizzare parte del mosto per produrre sapa, utilizzata in cucina in svariati modi. Sale, di cui l'Isola con le sue saline abbondava sin dai tempi antichi, aceto, essiccazione al sole o nel forno, sono materie prime e/o sistemi di conservazione delle derrate alimentari che probabilmente sono antichi e si sono consolidati nei millenni. Molti dolci si possono ascrivere al periodo tardo medievale, dal torrone, derivato dallo spagnolo turron con la solita mediazione araba ai pirichittus, dallo spagnolo periquillo, sino agli huevos de faltriquera che hanno dato origine ai gueffus, a base di pasta di mandorle, antico ingrediente dei dolci mediterranei. Importante su pappai biancu, italiano bianco mangiare, ancora una volta un cibo di origine catalana, dolce o salato, che si impone in tutta Europa nel Medioevo e rimane come un residuo nella pasticceria sarda.

Articolo di Alessandra Guigoni del sito http://www.sandalyon.it/. Tutti i diritti riservati

domenica 7 settembre 2014

LA CUCINA MEDIEVALE IN SARDEGNA - 2


Che cosa mangiavano i Sardi nel Medioevo? Si fa prima a dire che cosa non mangiavano, parecchie cose a dire la verità ossia tutti quei prodotti che provenendo dalle Americhe ancora non erano stati “scoperti” e dunque portati in Europa dai Conquistadores spagnoli. Ecco un rapido elenco dei principali prodotti frutto dello scambio colombiano, arrivati in Europa a partire dal Cinquecento ma incorporati pienamente nelle gastronomie europee e in quella sarda solo a fine Settecento: pomodori, patate, fichidindia, mais, peperoni peperoncini, zucche e zucchini, gran parte dei fagioli (Phaseolus, dunque i fagioli tipo borlotti, cannellini, bianchi di Spagna ecc.) e poi avocado, ananas, papaia e il prezioso cacao, solo per citare i principali. A parte tutti i prodotti americani, anche altri prodotti, portati dagli Arabi in Occidente durante il corso del Medioevo erano davvero poco diffusi e per lo più appannaggio della nobiltà. Qualche esempio? Il riso, gli agrumi come arance, mandarini, limoni, lo zucchero... gli spinaci, arrivati dal Nepal. La Sardegna non era affatto isolata ma al centro di una complessa rete di scambi commerciali; del resto sin dall'epoca giudicale vi erano matrimoni tra sardi e la nobiltà europea, e ciò proiettava l'isola in un contesto culinario internazionale. Due esempi, riportati dall'enogastronomo Giovanni Fancello in tale senso citano i matrimoni rispettivamente tra Adelasia di Torres col re Enzo Hohenstaufen, figlio di Federico II di Svevia e quello di Eleonora D’Arborea, di madre catalana, che sposa un genovese, Brancaleone Doria. Possiamo quindi immaginare, in assenza di sostanziose fonti storiche e soprattutto ricettari sardi, che mangiassero come nel resto d'Italia, con un gusto agrodolce e speziatissimo che oggi non ci piacerebbe più. Al tempo tutte le pietanze, dolci e salate, venivano portate a tavola contemporaneamente, e si usava mescolare cibi sapidi con cibi dolci, cibi piccanti e cibi dolci. Un esempio di tale gusto tipicamente medievale potrebbe essere incarnato nella seada o sebada, celeberrimo dolce a base di un raviolo gigante di formaggio fritto e poi condito con miele. Il connubio formaggio e miele, oggi in disuso nella maggior parte delle cucine europee, è rimasto come un residuo medievale, insieme all'uso del miele come dolcificante, soppiantato dallo zucchero in Età moderna, sino quasi a scomparire tra gli ingredienti di pasticceria contemporanea europea. Un altro prodotto, sempre di pasticceria, che sembra essere di possibile ascendenza medievale sono le pardulas o formaggelle, focaccette dolci con base di pasta con strutto, ripiene di formaggio o ricotta, aromatizzate con lo zafferano, che si coltivava già sull'Isola, e con una lieve cappatura di miele, secondo la zona. La prossima settimana scopriremo altri piatti della tradizione sarda che potrebbero essere stati originati nel Medioevo. 

Articolo di Alessandra Guigoni, del blog http://www.sandalyon.it/

sabato 30 agosto 2014

LA CUCINA MEDIEVALE IN SARDEGNA - 1

Casizolu

Iniziamo con questo articolo un percorso insieme nella cucina medievale sarda e italiana, attraverso una serie di articoli a cadenza settimanale; il Medioevo è un periodo lontano da noi che però esercita un fascino profondo, basti pensare a tutti i film e libri di argomento medievale. Il Medioevo è anche un periodo poco conosciuto dal punto di vista culinario, su cui fare il punto, specie per la Sardegna. L'Isola infatti nel proprio patrimonio agroalimentare ha alcuni piatti che potrebbero risalire a quel periodo e allora quale migliore occasione per abbinare la storia e la cultura del cibo alla Sardegna raccontando cosa e perché si mangiavano determinate pietanze? Inizieremo col raccontare alcune ipotesi sulla cucina sarda nel Medioevo, daremo anche alcune ricette nel proseguo per terminare con congetture e certezze su ciò che mangiavano a tavola i Templari, ivi compresi i donnos paperos della Sardegna, che altri non sarebbero stati che i Templari sardi appunto, secondo l'autorevole opinione della storica Barbara Fois. 

Ecco l'elenco degli appuntamenti:

La cucina sarda nel Medioevo: una introduzione  (prima parte) 
La cucina sarda nel Medioevo: questione di gusto (seconda parte) 
La cucina sarda nel Medioevo: due ricette (terza parte)  
A tavola con i Templari: una introduzione (prima parte) 
A tavola con i Templari: la dieta (seconda parte)
A tavola con i templari: la Regola e il cibo (terza parte) 
Dulcis in fundo: tre ricette medievali per gourmand contemporanei 

Tornando alla cucina sarda nel Medioevo sappiamo grazie ad alcune fonti che la Sardegna esportava cuoio, pelli, sale e naturalmente formaggi! Già nel Medioevo sappiamo dalle fonti storiche ma anche dai libri di cucina e di dispensa che il formaggio sardo, spesso citato come cacio sardesco, era famoso e rinomato. L’esportazione del formaggio costituiva una voce importante dell’economia isolana. Numerosi documenti medievali e moderni attestano la conoscenza e l’uso del cacio sardesco nelle corti nobiliari e nell’alta borghesia. I tipi principali prodotti erano tre: vaccini, le classiche perette, ancora prodotte, come i casizolu, e due tipologie principali di formaggi ovini, quelli bianchi, salati e quelli rossi, affumicati, quest'ultimo tipo corrispondente all'attuale Fiore sardo, che troviamo citati nelle fonti d'archivio. Sicuramente si faceva la ricotta e quasi certamente si conosceva su casu marzu il piccante formaggio così caratteristico che tanto piace ai palati forti. I formaggi, espressione del territorio, da sempre oggetto di pastoralismo transumante, e allevamento caprino, ovino e bovino, entravano in una serie di pietanze che sono ancor oggi il fiore all'occhiello dei ricettari isolani, dall'anguidda incasada alla mazza frissa, dalla suppa cuata gallurese ai culurgiones de casu, dalle pardulas alle seadas e molte altre ancora. Possiamo immaginare l'alimentazione sarda allineata con quella del resto d'Italia e basata sulla cosiddetta triade braudeliana: pane, vino, olio, anche se l'olio d'oliva non era usato tanto quanto lo strutto suino, voce importante dei ricettari sardi sino ai giorni nostri. Dunque pane, tanto pane sulla tavola, condito con ciò che c'era a disposizione, secondo lo stato socio-economico e la stagione. Tra i legumi erano principi le fave, usate anche per l'alimentazione del bestiame. Oltre ai formaggi si consumavano naturalmente le uova e il pollame, mentre la caccia, con i suoi prodotti, sicuramente integrava il vitto della popolazione. Possiamo immaginare orti coltivati a prezzemolo, aglio, cipolle, porri, cavoli, cardi, insomma tutto ciò che era abbondante e conosciuto in quell'epoca. La raccolta di erbe e frutta spontanei, prodotti del bosco, nocciole, castagna ma anche lumache, ha sempre costituito un'attività importante per arricchire e variare la dieta. Il miele era il principale dolcificante, insieme alla sapa. Negli empori vicino ai principali porti dell'isola arrivavano spezie, zucchero, e altri coloniali, desiderati ma costosi e dunque riservati solo a una piccola fetta di popolazione. 

Articolo di Alessandra Guigoni del sito web http://www.sandalyon.it/

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