Le Crociate

L'affascinante storia delle Crociate in Terra Santa

I Cavalieri Templari

Nati nel 1099 dopo l'assedio di Gerusalemme per difendere la Terra Santa, ancora oggi sono oggetti di studio e passione!

La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi più importanti del ciclo arturiano e della famosa Tavola Rotonda

Magia ed Alchimia

Il mondo alternativo nel Medioevo

Arte Medievale

I Più folgoranti esempi di arte durante il Medioevo

Storia dell'Araldica

Strumenti utili per capire questa affascinante materia

Personaggi

Alcuni dei più particolari personaggi dell'Età di Mezzo

Medioevo e Religioni

Curiosità sulle altre confessioni religiose

martedì 18 giugno 2013

GRUPPO FOLCLORISTICO BARTOLOMEO COLLEONI

Il Gruppo F. B. C. Nacque nel 1981, quando un gruppo di amici decise di rievocare quelli che furono i fasti vissuti da Martinengo all’epoca del condottiero. Queste persone capirono che era giusto dar risalto al fatto che la nostra Città, poteva vantare un passato di tutto rispetto grazie alla presenza del condottiero sul suo territorio; il Colleoni infatti, non solo qui vi prese in moglie Tisbe della famiglia dei Martinengo, ma, grazie alla sua influenza politico-economica, negli anni fece realizzare diverse opere che ancora oggi possiamo toccare con mano ( risalgono a quell’epoca la costruzione del chiostro delle clarisse, la casa del capitano, il rifacimento del vallo e altre ancora). Per tutti questi motivi il Gruppo Folcloristico B. Colleoni si impegna con le proprie manifestazioni a far conoscere Martinengo e la sua storia. 


In data 18 giugno 2013 Sguardo sul Medioevo ha segnalato il Gruppo Folcloristico Bartolomeo Colleoni come Eccellenza dell'Italia Medievale.




IL CASTELLO DI ZAVATTARELLO

Completamente costruito in pietra, con uno spessore murario fino a 4 metri, il Castello di Zavattarello è un edificio titanico che costituisce un formidabile complesso architettonico medievale, una fortezza inespugnabile che ha resistito a numerosi assedi. Dalla terrazza e dalla torre si gode un panorama mozzafiato del territorio circostante: le verdi campagne, i freschi boschi, le colline con gli altri castelli della zona - Montalto Pavese, Valverde, Torre degli Alberi, Pietragavina. Ben si capisce, da qui, la scelta strategica del luogo dove edificare questo maniero. L'imponente rocca sovrasta il borgo antico abbarbicato sulla collina, che una volta era completamente priva di vegetazione per consentire ai difensori del maniero di avvistare ogni malintenzionato. Oggi invece il verde che attornia il castello è un'area protetta, un Parco Locale di Interesse Sovracomunale di circa 79 ettari, di grande rilevanza paesaggistica, geografica, orografica, oltre che storica e ambientale. Vi invitiamo a venire a scoprire la bellezza e la storia, l'arte e l'architettura, il passato e il futuro di questo castello medievale interamente restaurato e visitabile. Eventi, cerimonie, mostre, feste, conferenze animano queste sale, dove antico e moderno si rincorrono e si compenetrano, creando un intreccio unico intriso di emozione.

Orari

Visite guidate ogni ora 

Da Aprile a Settembre 
Sabato, domenica e festivi 
Dalle 14.30 alle 19.30 (Ultimo giro alle ore 18.30) 

Mese di Ottobre 
Domenica 
Dalle 14.30 alle 17.30 (Ultimo giro alle ore 16.30) 

Il resto dell'anno 
Apertura su prenotazione per gruppi

Prezzi
Intero, da 15 a 64 anni: 5.50 € 
Bambini, fino a 8 anni: gratis 
Ragazzi, da 9 a 14 anni: 2.00 € 
Senior, oltre 65 anni: 4.00 € 
Universitari: 4.00 € 
Gruppi, oltre 15 persone: 3.00 € 
Scolaresche: 2,00 € 

Per i residenti del Comune di Zavattarello 
l'ingresso al castello è gratuito

Articolo ed immagini per gentile concessione del sito internet www.zavattarello.org.

lunedì 17 giugno 2013

LA PRIVAZIONE DEI TITOLI NOBILIARI

Un re o un principe pretendente può legittimamente privare un insignito dei titoli nobiliari e cavallereschi che gli aveva concesso. E lo Stato può persino privare una famiglia dei titoli più antichi di cui era in possesso.
Gli esempi non si contano. Mi limiterò a ricordare il caso degli Howard, appartenenti alla più importante Casata d’Inghilterra, nelle cui vene scorre sangue reale, il cui Capo porta il titolo di Duca di Norfolk e di Primo Pari del Regno. Tra l’altro, erano Howard anche Elizabeth, figlia del secondo duca, moglie di Thomas, visconte Rochford e madre della famosa Anna Bolena, la moglie di Enrico VIII per la cui bellezza il re volle divorziare e dare vita allo scisma anglicano; e sua nipote Catherine, nipote del secondo duca, che fu elle stessa moglie del re. .
Per motivi politici e in particolare per essere rimasti strenuamente fedeli alla Religione cattolica anche nel corso delle persecuzioni protestanti, gli Howard subirono infinite vessazioni. Per primo Thomas, 3° Duca, fu “attainted” nel 1542 e perse tutti i suoi onori, insieme al figlio Henry, Conte di Surrey, uno tra i più grandi uomini di cultura ed eroi del momento. Il figlio di questi, Thomas, riebbe i titoli familiari ma ne venne nuovamente privato nel 1572. Philip, figlio di Thomas, aveva conservato i titoli di Conte di Arundel (che gli derivava dal semplice possesso feudale di questo castello) e di Barone Fitz-Alan che aveva ereditato dalla madre; e tuttavia nel 1590 fu privato anche di questi onori. Al figlio Thomas, per concessione reale, venne poi lasciato l’unico titolo di cortesia di Lord Maltravers, e solo nel 1603 un Atto del Parlamento gli riconcedeva i titoli di Conte di Arundel e Barone Fitz-Alan. Finalmente al nipote di questo Thomas, altro Thomas, con nuovo Atto del Parlamento del 1664, veniva restituito il titolo di Duca di Norfolk con tutti gli altri che aveva avuto la famiglia, e con le precedenze già in possesso del 1° Duca ma senza che nella numerazione ducale fossero calcolati il padre, il nonno e il bisnonno che non avevano potuto portare il titolo di famiglia. 
Per disordini scoppiati in un luogo pubblico di Londra, nel 1541 venne privato dei suoi titoli Thomas Fienes, nono barone Dacre, e solo nel 1562 la baronia fu riconcessa al figlio Gregory, con lo stesso collegamento temporale al writ di Eduardo I (1274-1307) e a quello successivo del 1459. Si trattava di collegamento che all’epoca non erano di poco conto, poiché tra i Pari le rigide precedenze erano stabilite in base ai diplomi di concessione della nobiltà. Una nobiltà nuovamente concessa e non ricollegata a quella antica della prima concessione poteva quindi far retrocedere un nobile dietro a un personaggio di minore importanza a cerimonie di grande rilievo come le incoronazioni o le visite reali. 
Ovviamente, nel periodo in cui non portarono titoli, agli Howard e agli aristocratici che n venivano privati, erano sempre riconosciute la condizione di nobile non titolato e le armi familiari, in quanto onori personalissimi acquisiti con la nascita, come il cognome o il diritto all’integrità fisica.
Se una persona ha ricevuto da un sovrano o da un pretendente titoli (non quello di patrizio che esiste in Italia e non è attribuito da un sovrano), onorificenze e stemma, di questi può essere legittimamente privato.
Al concessionario rimane solo la possibilità di continuare ad usare uno stemma, semmai adottando una leggera modifica al disegno che gli fu rilasciato, e non ne avesse già precedentemente uno di famiglia. E questo perché l’uso dello stemma non costituisce pratica legata alla sola aristocrazia, specialmente nell’Europa settentrionale o in Italia dove bastava laurearsi o entrare nella cerchi dei benestanti “mastri” di provincia, per far innalzare al proprio figlio armi di recentissima invenzione. In questo caso, però, l’ex-concessionario privato degli onori non potrà più fare uso nelle armi di corona o di cimiero nobile corrispondenti al titolo di cui è stato privato.
Se poi si dovesse scoprire che il pretendente è uno fra i tanti falsari che circolano in Italia, allora il concessionario ne guadagna in dignità e le armi che userà saranno tutte sue, senza che alcuno possa muovergli commenti.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati

"CERTIFICATO DI ECCELLENZA" DI SGUARDO SUL MEDIOEVO ALLE VERE ECCELLENZE MEDIEVALI ITALIANE

Ciao a tutti...volevo illustrarvi una nuova iniziativa che parte da oggi e che riguarda tutti i siti di monumenti, gruppi di rievocazione storica, ristoranti a tema ecc...che vogliono fare uno scambio link, banner oppure aver inserita la propria anagrafica nel sito SGUARDO SUL MEDIOEVO. Mi trovo talvolta a visitare siti internet di qualità davvero pessima di persone che vogliono fare scambi di link...ora...non ho la presunzione ovviamente di avere il migliore sito sul medioevo, anche perché obiettivamente non è così, ma non sono presentabili siti fatti da una sola pagina in HTML o totalmente illeggibili. Detto questo ho deciso (fermo restando quelli ora inseriti che sono stati scelti da me vedendo anche i rispettivi siti) di selezionare accuratamente quanti facciano richiesta di entrare nella famiglia di Sguardo Sul Medioevo: che sia un ristorante, un hotel, un agriturismo, un gruppo storico se il sito e chi si propone è valido rilascerò un attestato con un voto da 1 a 5. Questo perché il mondo medievale deve risorgere dalle ceneri dell'ignoranza, della troppa ignoranza che ci hanno insegnato a scuola quindi ho deciso di attirare solamente le vere eccellenze l'unico modo per valorizzare adeguatamente l'immenso patrimonio medievale italiano.Tutti gli hotel, ristoranti ecc....attualmente inseriti lo hanno implicitamente, da oggi parte questa nuova iniziativa quindi...fatevi sotto! Proponete pure le vostre attività o quelle dei vostri amici!

Emiliano

Regole da rispettare:

- Un buon sito web (o quantomeno una bella pagina facebook)
- Leggibilità buona
- Passione

INAUGURAZIONE "ACCADEMIA MEDIOEVO" IL 22 E 23 GIUGNO 2013

Una grande Festa, immersi nel Medioevo... musica, danze, spettacoli per festeggiare con amici vecchi e nuovi l'inizio di una nuova ambiziosa avventura: Accademia Medioevo.
L'ingresso è gratuito e siete tutti benvenuti!
Sabato 22 giugno dalle ore 16.30 e domenica 23 giugno dalle 10.30 alle 12.30
Se siete artisti, artigiani, rievocatori, studiosi ed avete voglia di contribuire a questo progetto, contattateci, saremo ben felici di conoscervi!

PROGRAMMA

SABATO 22 GIUGNO

Ore 16.00 - APERTURA ED INGRESSO NELL’ACCAMPAMENTO STORICO MEDIEVALE e Mercatino Artigianale

ORE 17.00 - DIMOSTRAZIONI 
Tiro con l’Arco Storico, Scherma Medievale ed avvicinamento ai Rapaci

17.30 / 20,00 - RINGRAZIAMENTI ALLE RAPPRESENTANZE ISTITUZIONALI PRESENTI
PRESENTAZIONE di Accademia Medioevo e dei partners presenti
CONFERENZE :
Canto e Strumenti Antichi: quando la storia era narrazione.
Relatori: prof.ssa A.Maria di Lorenzo e 
Direttore Vladimiro Galiano

I Rapaci: un incontro sulle ali della libertà, dal medioevo ad oggi.
Relatore: Marco Tomaselli

L’Artigianato nobilita l’uomo: valore ed opportunità nel riscoprire l’Arte del Fare.
Relatore: prof. Dionisio Mariano Magni

Medioevo Interculturale: Valori e Conoscenze senza confini.
Relatore: prof.ssa Amalia Russo

L’Arte della Spada: disciplina ed autodisciplina dello spirito “guerriero”.
Relatore: dott.ssa Rosaria Cozzolino

Ore 20,00 - APERTURA DELLA SERATA
Musicisti e giullari, dame e cavalieri aprono la serata incorniciati dal volo di rapaci.

Ore 21.15 - SPETTACOLI
Performance dell’Arte della Spada Medievale secondo la scuola de LA VIA DELLA SPADA
Musica d’Amore e di Battaglia: voce e strumenti antichi dal vivo per uno spettacolo poetico e suggestivo.
Spettacolo di Teatro-Danza “Il Sorriso in un Cappello”

DOMENICA 23 GIUGNO

Ore 10.30 / 12.30 - VIVERE IL MEDIOEVO
Arte della Spada, arceria, scherma storica e Teatro attraverso Itinerari esperenziali per Adulti e Ragazzi nella cornice suggestiva di un Campo Storico

ingresso libero - iscrizione percorsi E. 6,00

La cucina sarà fornita dal ristorante LA LUCE DEI TEMPLARI di Genzano di Roma

Fonte: Accademia medioevo

domenica 16 giugno 2013

I BERROVIERI IMPERIALI

Filippo l’arciere si posizionò sul tetto della bassa casa in attesa che l’esercito nemico si avvicinasse agli armigeri di Cangrande I della Scala. Si trovava già da alcune settimane nei pressi di Montebello, infatti il Signore di Verona aveva deciso di abbandonare Vicenza e tornare a Verona. Per fortuna non ne posso più di combattere e uccidere popolani innocenti, pensò più di una volta. Lui e l’esercito avevano partecipato a molte scorrerie in territorio padovano, devastando le culture e trucidando i contadini che si opponevano. Il Cane nell’agosto 1313 aveva udito che i patavini avevano ripreso le scorrerie in territorio vicentino ed era preoccupato che il comandante dell’esercito guelfo potesse entrare a Verona devastandola. Padova si era illusa di poter sconfiggere facilmente i ghibellini dopo la morte improvvisa dell’Imperatore Enrico VII a Buonconvento, tuttavia secondo la sua opinione Cangrande sembrava animato da una missione superiore e loro continuavano a marciare con risolutezza e coraggio contro un nemico superiore. Filippo strizzò gli occhi grigi e nella lieve foschia che precedeva l’alba e notò il luccicare delle armi avversarie colpite dalla prima luce. Entro un’ora al massimo saranno al villaggio, pensò accigliandosi. Non aveva timore di morire, lo spaventava maggiormente la possibilità di finire mutilato durante la battaglia.

“ Filippo cosa vedi?”, gli domandò Luigi, un giovanissimo fante suo amico.

“ Solo il vago chiarore delle lame rivali”, replicò lui non volendo terrorizzare il giovane uomo. Se preso da panico il ragazzo si fosse dato alla fuga, il Signore della città o uno dei suoi cavalieri lo avrebbero inseguito e punito con la morte, vanificando l’eventualità per la sua famiglia d’ottenere i bottini guadagnati in razzie e spogliandola di ogni altro possedimento. Il tempo passò lento e Filippo preparò la freccia nella scocca.

“ Sono qui, preparati!”, urlò all’amico appena sedicenne.

Lui vide il giovane uomo acquattarsi dietro il muro di una casa e rimanere fermo in attesa che la lotta terminasse. Non gli diede torto, trovarsi di fronte uomini adulti, robusti il doppio e pesantemente armati avrebbe impaurito chiunque. Il fante era basso di statura per la sua età e non particolarmente robusto. Infine la lotta iniziò e l’arciere si concentrò sull’arco dimenticandosi di tutto il resto. Per fortuna pare solo un’avanguardia guelfa, pensò Filippo scendendo dal tetto, i nemici si stavano allontanando dalla sua linea di tiro e non poteva più centrarli. All’improvviso un gruppo lo circondò e lo avrebbero certamente ucciso se uno dei cavalieri ghibellini non si fosse precipitato in suo soccorso. Filippo lo ringraziò con un breve cenno e con agili movimenti salì su un altro riparo. Iniziò a scoccare ancora , i guelfi stanno per essere sconfitti, gioì lui da quell’altezza. Infatti gli armigeri Scaligeri erano riusciti a uccidere o mutilare tutti i patavini presenti nel piccolo abitato. Quando scese andò subito in cerca di Luigi, tuttavia non riuscì a scorgere il giovane fante da nessuna parte. E’ possibile che sia fuggito o morto?, s’interrogò lui. In quegli anni oscuri l’ineluttabilità della morte rendeva gli uomini più fatalisti e credenti nello stesso tempo. L’arciere scrutò il cielo e notò che la mattina stava invecchiando e il meriggio s’avvicinava velocemente.

“ Arciere Filippo, il capitano desidera vederti”, lo informò lo scudiero del superiore.

“ Hai per caso visto quel giovane fante tuo amico? Non ha risposto all’appello e non è tra i morti”, lo interrogò l’uomo all’interno della tenda da campo.

“ No capitano. Non lo vedo dall’inizio del conflitto”, affermò lui, “ è possibile che il cadavere non sia ancora stato trovato”, suggerì lui.

“ Va bene”, lo congedò il superiore.

Filippo uscì dalla tenda angustiato, non posso notificargli dei miei sospetti, lo farebbero subito inseguire. Se è furbo si è già messo in cammino e continuerà la marcia anche con le tenebre, soppesò lui toccandosi pensierosamente il pizzetto castano. Una mezz’ora più tardi osservò uno dei cavalieri montare il proprio destriero, Filippo che lo conosceva bene s’azzardò ad interrogarlo.

“ Dove state andando cavaliere?”, sondò lui.

“ A cercare un giovane fante assente all’appello. Il capitano sospetta sia un disertore”.

Filippo rabbrividì, se lo troverà sarà la fine per quello sconsiderato ragazzino, non poté far meno di pensare. L’arciere non rimuginò oltre sull’argomento e quando il nobile lasciò il campo fu attirato dal profumo del cibo che invitate proveniva dalla zona cottura e s’accaparrò un pezzo di pernice con una tazza di vino pesantemente speziato e addolcito con miele. Dopo il pasto, per celebrare la vittoria, i soldati andarono in cerca di donne disponibili. Nel minuscolo abitato non ce n’erano, la prostituzione fioriva solo nei grandi centri, non sicuramente in quel piccolo angolo di mondo. Filippo giunse giusto in tempo per salvare una ragazzina di circa 12 anni dalla violenza di molti uomini. Non posso lasciarla violentare senza fare nulla, lei potrebbe essere mia sorella minore, soppesò angosciato. La trascinò con sé mentre lei piangeva e si dibatteva.

“ Sta ferma, sto cercando di salvarti”, le disse in veronese.

La ragazzina strabuzzò gli occhi e cercò di scappare dalla sua presa ancora più disperatamente.

“ Ho bisogno di vedere il capitano”, asserì lui alla guardia che piantonava la tenda del nobile.

Il fante entrò un minuto uscendone dopo alcuni istanti.

“ Entrate”, affermò il piantone.

Filippo e la ragazzina avanzarono.

“ Capitano, gli armigeri ubriachi stanno abusando di tutte le donne presenti nel villaggio”, sostenne lui.

L’uomo, un cavaliere quarantenne di chiara fama non sollevò un sopracciglio.

“ Fa parte della loro ricompensa, molti guerrieri decidono di prendere le armi solo per questo”, ammiccò questi, “ dovresti divertirti anche tu”, lo rimproverò il capitano.

“ Le ammazzeranno e il popolo vicentino ci odierà. Ai villani non importa della causa ghibellina” vociò lui lasciando la giovane.

“ Questa si chiama insubordinazione arciere, cosa vuoi che c’importi di contadini cenciosi e affamati. Noi scaligeri combattiamo per il controllo del territorio”, sentenziò questo infine.

La ragazzina nel frattempo si era accovacciata in un angolo della tenda tenendo fermamente le ginocchia al petto. Povera ignorante creatura, cresciuta per lavorare la terra e generare figli al futuro marito, non poté evitare di pensare. In quel mentre il cavaliere spedito alla ricerca di Luigi ritornò con il fante prigioniero. Il ragazzo era stato picchiato dal nobile e a suo avviso non poteva vedere dove lo stavano conducendo.

“ Molto bene, cavaliere de Borghetti”, si congratulò il capitano.

“L’ho trovato poco lontano dall’accampamento”, sorrise il nobile guerriero ignorandolo.

“ Legalo bene e portalo fuori, domani sarà giustiziato all’alba!”, sentenziò il capitano.

Quella fu l’ultima goccia, Filippo afferrò il suo arco e scoccò la freccia in direzione del manesco cavaliere, centrandolo al petto mentre il capitano urlava per attirare gli altri armigeri. Fortunatamente erano tutti ubriachi e nessuno rispose al suo richiamo, tuttavia Filippo aveva appena ucciso un nobile, un reato gravissimo per un semplice arciere come lui. Corse fuori abbandonando Luigi e la fanciulla al loro destino, di slancio montò sul destriero del cavaliere morto e fuggì. Cosa farò adesso? Non posso ritornare da mia madre e sorella. Anche se non sono coinvolte nel crimine il Signore di Verona le spoglierà di ogni bene, soppesò pentito. Decise di dirigersi verso Trento e la valle Provininensis, là nessuno lo conosceva e forse aveva qualche possibilità in più di sopravvivere.

Il primo giorno cercò di allontanarsi il più possibile da Montebello, sostando solo qualche ora di notte. Nei periodi successivi accese fuochi, ma l’esperienza maturata sul campo gli rammentò di accertarsi che non emettessero fumo. Non potendo passare da Verona allungò la strada che lo avrebbe portato nella valle, vagabondò sempre all’erta in attesa che qualche cavaliere scaligero gli si presentasse di fronte. Ho ucciso uno di loro, sicuramente Cangrande avrà inviato un esploratore sulle mie tracce, soppesò lui. Non si fermò a parlare con nessuno e trascorse quasi tutto il mese d’Agosto da solo, mangiando quando poteva. Non posso continuare così a lungo, devo trovare un luogo dove fermarmi, pensò più di una volta.

Infine un giorno nei pressi della via che portava al Brennero incontrò tre berrovieri imperiali fuoriusciti dal loro esercito. I quattro guerrieri si fissarono, minacciandosi con l’arco e insultandosi a vicenda. Non sembra che i due armigeri più giovani conoscano il dialetto veneto, il loro capitano invece pare un po’ più sveglio, li analizzò Filippo, potrei ucciderne uno con un tiro, tuttavia gli altri due mi sarebbero addosso nel giro di un secondo, calcolò facendo indietreggiare il cavallo.

“ Io sono il capitano Robert von Berlin e loro sono Ugo e Sebastian”, si presentò inaspettatamente il più vecchio.
Filippo immaginò che il l’uomo l’avesse studiato attentamente prima di parlare e che in qualche modo lui avesse superato l’esame.

“ Io sono Filippo l’arciere”, comunicò lui in dialetto.

“ Abbassa l’arma, non abbiamo intenzione di colpirti, siamo tutti fuoriusciti”, lo stupì il capitano gesticolando ai due sottoposti armigeri di rilassarsi.

Filippo squadrò l’uomo biondo e giunse alla conclusione che forse al capitano imperiale mancava un secondo più sveglio di quei due idioti al suo seguito In fondo della compagnia è quello che mi ci vuole, non faccio che guardarmi alle spalle e domandarmi che ne sarà di mia madre e sorella.

“ Cosa offrite?”, sondò lui ancora teso.

“ Potresti unirti a noi? Mangerai tutti giorni e ci proteggeremo a vicenda”, propose il berroviere.

Filippo accettò, non aveva molta scelta, erano in tre contro uno, inoltre si sentiva solo.

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La ragazza di quindici anni procedeva lenta sul suo stanco giannetto1, da quattro giorni lei, l’anziana nutrice e tre dei più attempati armigeri del casato de Zane cavalcavano per raggiungere il castello di Malcesine. La fortezza, situata a nod-ovest del centro cittadino, in un punto strategico del Lago di Garda, era dominio di Alberto Della Scala, il feudatario di suo padre, il conte di San Pietro in Cariano. Il castellano lacustre aveva perduto la moglie qualche anno prima e ora desiderava risposarsi. Isabella aveva pianto quando l’avevano separata dalla madre, tuttavia sapeva che a lei e a tutti i suoi fratelli e sorelle non primogeniti erano riservati i medesimi destini. Almeno io sposerò un ricco nobile castellano, sarò rispettata e accudita, sospirò tristemente senza crederci veramente. Le ombre si stavano allungando nel bosco della Valle Provininensis, tuttavia Giovanni, il capitano del suo gruppo di armigeri, decise di continuare a muoversi, il giorno successivo sarebbero giunti in una località chiamata Pastrengo, un piccolo borgo di malandate case contadine dove potevano sostare un po’. Isabella avrebbe desiderato fare il campo subito, il padre l’aveva istruita riguardo i pericoli notturni nei boschi e lei non desiderava incappare nei lupi, orsi e briganti.

“ Potremmo alloggiare nella locanda del paese”, cercò di rallegrarla Tommasina, la nutrice.

“ Perché non prepariamo il campo in quella radura laggiù?”, insistette ancora lei.

La nutrice avvicinò il suo giannetto al destriero di Giovanni e iniziò a discutere con lui, l’armigero si grattò la testa quasi calva, soppesando le sensate parole di Tommasina, Isabella notò che l’uomo non era a suo agio sul palafreno, questi infatti giocherellava nervosamente con le briglie dell’animale. Non ci vuole un alchimista per intuire che il campo è più facilmente difendibile da attacchi di berrovieri e animali, s’irritò lei.

“ No, procediamo”, tagliò corto il guerriero.

Desidera un giaciglio caldo e asciutto, probabilmente anche una compiacente locandiera, rimuginò corrucciandosi. Isabella sospirò, non aveva molta voce in capitolo e gli serviva la collaborazione dei soldati per raggiungere Malcesine, ciò nondimeno era scontenta. La stella della sera era spuntata in cielo quando udì il primo sibilare di frecce, lei si chinò istintivamente sul suo cavallo urlando un avvertimento, troppo tardi i tre armigeri erano già stati colpiti mortalmente, uno alla gola, un altro al cuore e l’ultimo allo stomaco. Spronò il suo brocco per avvicinarsi alla nutrice rimasta in vita, con suo stupore un dardo le fuoriusciva dalla parte bassa della schiena, la quindicenne la toccò e vecchia balia aprì gli occhi.

“ Fuggi”, sussurrò lei.

Isabella sapeva cosa accadeva alle giovani donne in balia di spietati briganti e si angosciò mentre incitava il cavallo al galoppo. Dietro di sé udì dei rumori di zoccoli, presa dal panico esortò ancora il suo giannetto, era consapevole del pericolo per la cavalcatura, ma la paura fu più forte, infatti dopo un chilometro uno zoccolo dell’animale scivolò e Isabella si ritrovò a terra. Con timore alzò il viso infangato e vide due ombre armate di archi e spade tenerla sotto tiro.

“ Chi siete, cosa volete?”, non poté evitare di domandare lei.

Il primo uomo rise sguaiatamente e smontò da cavallo. Parlò brevemente con l’altro in una lingua sconosciuta, Isabella notò che ambedue indossavano i colori dell’esercito di Enrico VII , berrovieri, armigeri fuggiti dalle file dell’esercito imperiale, pensò subito terrorizzata. Il primo soggetto le rubò il borsello pieno di denari, poi l’afferrò girandola a pancia in giù e schiacciandola al suolo le sollevò il vestito. Vuole violentarmi!, pensò sconvolta.

“ No, lasciami!”, urlò con forza dimenandosi.

Il secondo brigante venne in aiuto del compagno e la tenne ferma mentre udiva i movimenti dell’altro che si liberava dei calzoni. Lei si mise a urlare e piangere ancora più forte. Mi uccideranno, pensò smarrita.

“ Fermi!, comandò una terza voce di uomo, “ legatela e portatela da Robert”.

Gli uomini compresero e ubbidirono controvoglia. Per tutto il tragitto nel bosco Isabella continuò a singhiozzare atterrita non sapendo cosa il destino avesse in serbo per lei. Cosa vorranno da me e Tommasina?Hanno già rubato la dote, rimuginò afflitta. La notte era inoltrata quando giunsero in un accampamento, Isabella era traumatizzata e la nutrice sobbalzò quando gli uomini la fecero smontare.

“ Tommasina è ferita, ha bisogno di riposare”, affermò infine lei più calma.

“ La perdita di sangue è stata fermata, non morirà”, asserì il terzo brigante.

Isabella dubitava, l’anziana balia non era robusta e aveva perduto molto sangue durante il tragitto.

“ Che bisogno c’era di colpirla? Non avrebbe fatto del male a nessuno”, esclamò arrabbiata.

“ E’ stato un errore, cavalcava vicino agli armigeri”, sputò questi.

“Posso provare a curarla domattina?”, propose inaspettatamente lei.

L’uomo annuì e le spinse dentro una capanna di legno e fango.

“ Dormite, all’alba Robert vorrà parlarvi”, annunciò questi.

La nascita del sole arrivò troppo presto, Isabella giaceva ancora semi addormentata quando un berroviere imperiale in cotta di maglia e colori di Enrico VII entrò nella casupola seguito dal terzo brigante della sera precedente. Isabella li studiò attentamente, il primo guerriero, il capitano di quella combriccola, era robusto, sulla trentina, biondo e puzzava come un maiale, l’altro invece era castano, più snello, giovane e con intensi occhi grigi.

“ Cosa volete da noi? Lasciateci andare”, li supplicò Isabella.

Tommasina riposava sul pagliericcio bruciante di febbre, se non la curo morirà, si angosciò lei.

“ Abbiamo noi la tua dote, il promesso sposo non ti mariterà”, sostenne Robert con forte accento del nord.

“ Sappiamo che sei la nobile figlia di qualche vassallo, ma anche che tuo padre probabilmente non pagherà per riaverti”, disse l’armigero castano.

Isabella rabbrividì sapendo che sosteneva il vero, il nobile padre non l’avrebbe aiutata a uscire da quella sventura. .

“ Sono Isabella de Zane, figlia di Aliostro de Zane, vassallo di Alberto Della Scala. Mio padre mi farà cercare”, cercò di spaventarli.

“ Siamo un gruppo di fuoriusciti con alcune donne, io sono Robert von Berlin e lui è il mio secondo Filippo l’arciere”, rise il capitano, “un’altra donna ci servirebbe”, ammiccò diretto a Filippo.

Il capitano uscì dalla baracca e Isabella tremò, sapeva cosa avrebbe comportato, violenze quotidiane e non un minuto di riposo. Non posso fuggire, mi perderei nei boschi, constatò sconfitta.

“ Per favore, lascia prima che aiuti Tommasina”, pregò lei.

Il giovane arciere era rimasto nella stanza e la stava fissando contrariato.

“ Cosa ti serve?”, capitolò lui.

Isabella aveva sempre pensato che i briganti fossero senza cuore e compassione, tuttavia quell’uomo l’aveva salvata dallo stupro e ora aveva intenzione d’aiutarla con la nutrice.

“ Dell’aceto per disinfettare la ferita e della Verbena per la febbre”, s’azzardò ad affermare.

“ Le donne del campo non conoscono le erbe”, replicò questi.

“ E’ estate e siamo in un bosco, le troverò io”, suggerì lei speranzosa.

L’arciere la squadrò in strano modo soppesando le sue parole, infine la liberò e spinse fuori. Il sole del mattino l’accecò un attimo e quando aprì gli occhi scorse attorno a sé un piccolo villaggio, non notificato la notte precedente.

“ Da questa parte”, la spinse lui.

Isabella e l’arciere uscirono dal borgo e s’inoltrarono nella boscaglia, l’uomo non voleva perderla di vista, Isabella setacciò il terreno, trovò le piante che le servivano poi ritornarono da Tommasina.

“ E’ possibile accendere un fuoco, devo far scaldare dell’acqua”, asserì la ragazza.

“ Chi ti ha insegnato a riconoscere le erbe medicinali?”, sondò lui conducendola verso la zona di cottura.

“ Tommasina durante le nostre passeggiate”, spiegò lei.

“ Non è un po’ inusuale che la figlia di un nobile conosca queste cose? Pensavo che l’attività delle dame girasse attorno al telaio e al focolare”, sondo lui sospettoso.

“ Mio padre non aveva nulla in contrario, purché non mi allontanassi troppo dal castello”, replicò lei.

Un paiolo era collocato sul fuoco e una donna ne girava il contenuto con un cucchiaio di legno.

“ Lucilla, c’è dell’acqua e dell’aceto?”, chiese lui.

“ Laggiù”, replicò quella osservando curiosa Isabella.

“ Lei è Isabella”, la presentò Filippo sorridendo sornione, “ l’abbiamo catturata ieri sera e la sua dote ci permetterà di sopravvivere quest’inverno”.

La ragazza prese una ciotola, la riempì di acqua e l’avvicinò al fuoco. Con attenzione staccò le sommità fiorite dalle foglie e le gettò nel contenitore. Quando la tisana fu pronta ritornò con l’uomo nella casetta dove giaceva Tommasina. La contessina disinfettò la ferita della nutrice con l’aceto, poi la fasciò strettamente.

“ Puoi aiutarmi a farle bere l’infuso?”, domandò gentilmente.

L’uomo annuì di controvoglia e sollevò il capo della vecchia balia, lei con pazienza la forzò a inghiottire il liquido.

“ Ora dobbiamo solo aspettare, quando si sveglierà le preparerò un’altra pozione”, disse soddisfatta la ragazza.

Un minuto più tardi era già all’aperto di fronte a Lucilla. La donna poteva avere sui trent’anni, ma la vita all’aperto e le fatiche quotidiane l’avevano invecchiata precocemente.

“ Fai quello che ti chiede”, le ordinò Filippo lasciandole sole.

Isabella si preoccupò consapevole che ora, se i due uomini del giorno precedente avessero voluto aggredirla, nulla gli avrebbe fermati. Atterrita si guardò intorno, per fortuna i berrovieri imperiali non c’erano.

“ Io sono la compagna del capitano Robert. Ora vieni con me, dobbiamo dar da mangiare ai cinghiali, cavalli, capre e quaglie”, la stupì lei in dialetto veneto.

I recinti si trovavano dietro una delle case più grandi, lei immaginò fosse quella del comandante, ovviamente al castello avevano animali, ma non allevavano quelli selvatici, tranne che i rapaci per la caccia. Isabella preparò un pastone d’avanzi per loro, poi strigliò e nutrì i destrieri. Infine passò ai volatili e capre.

“ Non mungete le capre?”, sondò lei.

“ Per quale motivo? Non sappiamo fare il formaggio”, confessò Lucilla.

“ Io lo so creare, si può stagionare o consumare subito”, rivelò lei.

“ Tieni un secchio, mungile e insegnami”, le ordinò la donna.

Isabella si diede subito da fare, spillò il latte, lo fece bollire a 38 gradi, infine lo versò in una fuscella di fortuna, in attesa che il siero spurgasse.

“ Domani aggiungeremo delle spezie per dargli sapore, come aglio selvatico ed erba cipollina. Per ora deve riposare in un luogo buio e asciutto”, la istruì lei.

La donna la portò in una minuscola costruzione adibita a magazzino.

“ Qui mettiamo la carne affumicata. Ora vieni con me, dobbiamo lavare gli abiti sporchi”, le comunicò asciutta la donna.

A loro si unirono altre due donne adulte, le mogli o compagne dei berrovieri di Enrico VII, indovinò lei, chissà se sono a conoscenza dei comportamenti dei loro compagni, si domandò Isabella. Le altre parlavano male il dialetto veneto e la giovane si chiese da dove provenissero e perché si fossero unite ai fuorilegge.

“ Se te lo stai domandando sono fuggite dall’Impero Germanico accusate di vari crimini, dal furto all’omicidio. Non volevano finire sulla forca, così si sono dirette a sud. Sulla via hanno incontrato i briganti e recentemente Filippo”, le raccontò Lucilla mentre strizzava i capi d’abbigliamento.

“ E tu?”, sondò curiosa lei.

“ Non sono affari tuoi”, esclamò la donna.

Al ritorno dal torrente lei udì dei rumori e s’inquietò, i due armigeri imperiali saranno ritornati? Filippo mi difenderà ancora?. Una volta nel centro del villaggio Isabella si nascose dietro a Lucilla, per fortuna i fuoriusciti non la degnarono di uno sguardo e lei trasse un sospiro di sollievo.

“ Abbiamo catturato due pernici, una quaglia e un piccolo cervo”, esclamò Filippo.

Isabella lavorò duramente quella mattina pulendo e cucinando le pernici. Il piccolo cervo invece fu affumicato e riposto dove era stato collocato a stagionare il formaggio. Nel tardo pomeriggio la ragazza timidamente s’avvicinò al brigante dagli occhi grigi.

“ Vorrei andare a prendere altra Verbena per Tommasina e anche delle spezie per insaporire il formaggio”, asserì lei.

Lei non aveva visto la nutrice tutto il giorno, ma sospettava che la balia bruciasse ancora di febbre.

“ Va bene ti accompagnerò io, le altre donne sono occupate”, ghignò lui facendole notare come gli armigeri spingessero le poverette all’interno delle rispettive casette.

Isabella inorridì e con desiderio s’allontanò nei boschi, dapprima si dedicò all’erba medica, poi passò all’aglio selvatico, erba cipollina, spighe di cerali selvatici, foglie di papavero, borragine e piccoli tuberi commestibili da aggiungere alla zuppa serale.

“ Perché stai prendendo tutta quella roba?”, le domandò l’uomo a un certo punto.

“ Sono per la zuppa di questa sera, aggiungeranno sapore”, replicò lei.

Ritornarono indietro al calar del sole e Isabella si diresse subito da Tommasina, ma questa era morta. Gemette forte e Filippo entrò, lei si voltò e iniziò a piangere sconsolata.

“Vieni, hai la cena da preparare”, commentò senza pietà il bandito.

Ora sono sola in questo luogo isolato con quattro uomini crudeli, si dolse lei piagnucolando piano mentre puliva la verdura e la gettava nel paiolo con i pezzi di pernice spennati.

“ Buona, la migliore che abbia assaggiato da quando viviamo qui”, constatò Robert, “ hai fatto bene a non ucciderla”, si complimentò con Filippo.

“ La vecchia è morta, domani dobbiamo seppellirla”, lo informò lui.

Il capitano ruttò di gusto.

“ Vedremo, per ora mettila al margine del bosco”, comandò questi.

“ Perché non può restare nella casetta fino a domani? I lupi la sbraneranno”, si sbigottì la giovane donna.

“ Nella casa ci dormiremo noi”, replicò Filippo asciutto.

Con l’aiuto di un altro spostò l’anziana balia che già puzzava, poi gli uomini si ritirarono con le donne e lei seguì l’arciere con gli occhi grigi. Filippo una volta dentro si spogliò e lei cercò di non guardarlo, timorosa che l’uomo volesse approfittare di lei.

“ Non ti preoccupare, i briganti imperiali non ti toccheranno più e io non prendo le bambine con la forza”, la stupì lui.

Lei si rilassò e si sdraiò per dormire in un giaciglio lontano dall’uomo.

Poco prima del sorgere del sole l’arciere la svegliò.

“ Vado a pescare, vieni come me, ritorneremo tra un paio d’ore”, le comunicò questi.

“ Devo seppellire Tommasina”, protestò lei.

“ Ugo e Sebastian scaveranno la fossa stamattina, prima di partire per la caccia, poi potrai seppellirla”, la informò.

Isabella non si oppose ulteriormente, forse i lupi non l’avranno toccata, sperò. Il torrente non era lontano, l’uomo si tolse la tunica pesante e le braghe di cuoio sotto le quali portava dei calzoni di tessuto leggero, poi entrò in acqua e s’apprestò a intrappolare le trote. Isabella notò che delle cicatrici di spade gli deturpavano il torace e si domandò quale fosse la sua storia.

“ Perché vi siete unito ai fuoriusciti?”, non poté fa a meno di chiedere la ragazza.

“ Facevo parte dell’esercito di Cangrande Della Scala e ho ucciso un nobile cavaliere”, confessò lui.

Quindi ha combattuto contro Padova, come mio fratello, congetturò lei.

“Robert ha rubato dell’oro al suo Signore e i due armigeri sono disertori imperiali”, sputò lui infine.

L’arciere agilmente riuscì a lanciare un pesce sulla riva, dopo alcuni istanti altri tre lo raggiunsero.

“ Prendili e legali con il filo”, ordinò lui uscendo.

Filippo s’infilò i calzoni senza asciugare il tessuto sottostante, indossò la tunica e insieme s’incamminarono verso il centro delle case. Il sole era appena spuntato quando Isabella pulì i pesci e li mise sul fuoco per la colazione, innaffiandoli con erbe raccolte sulla via.

“ Cucini molto bene per essere così giovane”, conversò lui svogliatamente.

“ Ho quindici anni!”, esclamò lei risentita

Filippo le lanciò uno sguardo di traverso, Isabella sapeva d’apparire più giovane dei suoi anni, mora come la madre e snella come un giunco. Crescerò anch’io, tra qualche anno somiglierò a Lucia, rimuginò contrariata ricordando l’aspetto della sorella maggiore. L’uomo non commentò e s’allontanò alla ricerca dei suoi compari. Dopo un’ora lei chiamò il gruppo per mangiare.

“ Abbiamo scavato la tomba per la vecchia”, annunciò sgrammaticamente uno degli imperiali.

“ Noi invece abbiamo pensato alle quaglie, cinghiali e cavallo”, affermò Lucilla per tutte.

“ Isabella penserà alle capre e al formaggio dopo che avremmo sepolto la nutrice”, proferì Filippo.

Lei s’intristì, Tommasina era stata la sua balia per tanti anni, con lei aveva esplorato i boschi vicino al castello, cucinato, creato arazzi e tessuti per la famiglia, insieme a madre e sorelle. Sarò sola da oggi in avanti, pensò demoralizzata. Quando gli uomini lasciarono per la caccia e le scorribande lei pensò a deporre il corpo nella tomba di fortuna, si fermò a pregare un poco poi ricordando i suoi doveri lasciò. Pensò prima agli animali e al latte, preparò altro formaggio da stagionare e una volto pronto lo portò nel magazzino dove giaceva l’altro. Tagliuzzò l’aglio selvatico e l’erba cipollina aggiungendoli alla forma del giorno precedente, poi si diede alla creazione del pane, ovviamente i cereali selvatici non erano buoni come quelli coltivati dai contadini, ma potevano andare.

“ Cosa stai facendo?”, l’aggredì Lucilla.

“ Spigolando i cereali per il pane, certo verrà scuro e di sapore un po’ strano, tuttavia credo che agli uomini potrebbe piacere”, replicò lei.

La donna la squadrò interdetta e dopo alcuni istanti fu raggiunta dalle amiche di sventura.

“ Dove hai preso le granaglie?”, sondò la donna più calma.

“Nei campi vicino al torrente, ne farò per tutte se mi aiuterete a mietere”, le tentò lei indicando l’impasto.

“ Non lo mangio da molti mesi”, sbavò Rosa, una delle altre donne, con un forte accento del nord.

Isabella si domandò come mai non conoscessero la natura, forse vengono dalla città, pensò lei. Le portò dove aveva raccolto le prime spighe e insegnò loro cosa raccogliere.

“ Toglietemi una curiosità, da quanto tempo siete isolate in questo bosco?”, chiese lei a Lucilla.

“ Da quasi quattro mesi, il prossimo sarà il nostro primo inverno con i briganti”, rispose lei continuando a lavorare. “ Abbiamo incontrato Robert, Ugo e Sebastian ad aprile e Filippo ad agosto”, specificò lei.

“ Ho notato che non conoscete le erbe”, la buttò lì lei cercando di spillare informazioni alla donna.

“ Rosa e Maria erano meretrici nell’Impero Germanico”, raccontò lei.

Questo spiega molte cose, pensò lei. Dopo un poco tornarono al campo, spigolarono e macinarono i grani infine aggiunsero l’acqua.

“ Vado a prendere degli altri tuberi per la zuppa serale e delle spezie per la carne”, le avvisò lei allontanandosi.

Non sono preoccupate che scappi, d’altronde dove potrei andare da sola e a piedi, nel bosco ci sono tanti pericoli e non conosco la strada, s’intristì un poco.

Verso il mezzogiorno gli uomini tornarono e lei presentò sia le piccole forme di pane che il burro di capra. Infine con le altre pulì la lepre e le due anatre catturate.

“ Ottimo pasto”, le lodò Robert ruttando.

“ Anche il pane non era male”, asserì Filippo.

“ Strano gusto però”, disse Ugo.

“ Le granaglie sono selvatiche”, specificò lei, “potrei provare a raccoglierle per quest’inverno”, propose Isabella.

Voglio rimanere in vita e in fondo non mi è andata male fino a questo momento, anzi ho evitato di sposare un grasso nobile castellano desideroso di ricchezze e di trascorrere la mia vita sempre incinta, meditò lei. Le altre donne non fecero in tempo a replicare e sparirono nelle rispettive case con i compagni, non le invidio per niente, pensò. S’avviò per il sentiero che portava al torrente. Filippo non era venuto con lei, così Isabella si dedicò alla raccolta delle spighe e altre erbe selvatiche. Quando alzò lo sguardo era già pomeriggio inoltrato, aveva lavorato sotto il sole per diverse ore e ora era sudata e sporca. Farò un bagno, è luglio ed è trascorso molto tempo dall’ultima volta, soppesò lei. Si guardò intorno con circospezione, per fortuna i briganti non erano in vista così si spogliò ed entrò nel torrente. Un prodotto fantastico chiamato sapone era stato scoperto in Medio Oriente, tuttavia lei non ne possedeva perciò utilizzò della saponaria, si stava risciacquando quando vide sulla riva Filippo.

“ Esci, il sole è quasi calato”, l’apostrofò lui seccato.

“ Va bene, girati!”, esclamò lei contrariata.

“ Neanche per sogno, voglio vedere che bel animaletto ho catturato”, ironizzò lui.

Isabella si mostrò in tutta la sua grazia, il corpo acerbo e sodo con il seno appena spuntato e i lunghi capelli neri. Filippo non proferì parola e la lasciò vestire, poi insieme ritornarono al villaggio. Le donne stavano preparando la cena con i pezzi di lepre e i tuberi, così Isabella nel frattempo si dedicò alla spigolatura, infine aggiunse alla minestra delle spezie selvatiche per dare sapore.

I mesi passarono e l’inverno infine giunse in tutta la sua crudeltà, tutto il gruppetto trascorse molte ore ad affumicare la carne di cinghiale, inoltre lei e le altre donne si erano occupate in agosto e settembre di raccogliere più cereali selvatici possibili lasciando gli scarti per i cavalli e capre. Era stanca quella sera e aveva freddo, la neve e il ghiaccio aveva coperto il suolo raggelando gli uomini e le donne.

“ Non riesco a dormire, i denti mi battono troppo forte, posso avvicinarmi a te?”, sondò lei diretta a Filippo.

L’uomo le fece spazio sotto la coperta di pelliccia e Isabella si raggomitolò contro il suo corpo. In quei pochi mesi si era sviluppata e alzata. Nel mezzo della notte la ragazza sedicenne fu improvvisamente svegliata dai movimenti di Filippo.

“ Cosa c’è?”, chiese lei semi addormentata.

“ I lupi”, replicò lui afferrando l’arco e correndo fuori.

Isabella rabbrividì, non aveva armi per difendersi, tuttavia desiderava salvare i cavalli e le capre. Senza di loro moriremo di fame, si spaventò. All’esterno c’erano anche i berrovieri, le meretrici e Lucilla con mezzi di difesa occasionali. Isabella notò il luccichio di vari occhi animaleschi sbirciarli dal margine del bosco. Il fuoco di campo si era consumato durante la notte, Isabella s’avvicinò alle braci, in quel mentre un grosso lupo l’aggredì. Il panico la sopraffece, ma riuscì ugualmente ad afferrare un legno che ancora bruciava e con quello respinse l’animale. Urlò e Filippo la soccorse con un dardo, le due meretrici più giovani invece non furono così fortunate e neppure Ugo e Sebastian. Quando l’attacco terminò e i lupi si ritirarono si accorsero che erano stati uccisi. Lei e Lucilla piansero per le donne, nei mesi aveva imparato ad amarle, non erano persone cattive e crudeli. La luna era al primo quarto e illuminava poco il bosco circostante. Mancavano molte ore all’alba e l’arciere l’apostrofò.

“ Moriremo di freddo qua fuori. Non possiamo fare più nulla per loro”, le comunicò depresso.

Rientrarono nella casetta e lei gli si accoccolò vicino in cerca di conforto e calore singhiozzando piano. Filippo le accarezzò dolcemente i capelli scuri per calmarla e Isabella si sentì sciogliere. In quei mesi si era comportato bene con lei, l’aveva protetta e rispettata, cosa non era da tutti.

“ Non ti preoccupare piccola, ce la caveremo, lo facciamo sempre”, sussurrò lui.

Isabella lo abbracciò riconoscente e l’uomo la baciò per la prima volta.

In mattinata si svegliarono, scavarono quattro buche nel terreno duro e vi depositarono i corpi dei morti.

“ Ora siamo rimasti in quattro, proporrei in primavera di dividerci la dote di Isabella e separarci. Ognuno per la sua strada”, suggerì Filippo sulle loro tombe.

Robert non poteva ritornare nell’Impero Germanico e Filippo doveva abbandonare la signoria scaligera.

“ Noi potremmo andare verso Milano, nessuno ci conosce laggiù”, asserì il capitano imperiale stringendo Lucilla che annuì.

“ Noi verso Bologna”, dichiarò Filippo l’arciere guardandola.

Isabella gli sorrise approvando, felice di poter iniziare una nuova vita.

1 Giannetto: cavallo per dama

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