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lunedì 1 luglio 2013

LA MANOMORTA: UN'ALTRA LEGGENDA DI OPPRESSIONE

Oppressione, ingiustizia, delitto: fra gli innumerevoli pesi e le insopportabili sciagure che si immagina fossero sopportati e patite dai sudditi dei feudatari, probabilmente la manomorta condivide il triste primato insieme alla favola dello jus primae noctis. Un povero contadino, dopo una magra esistenza di schiavitù, è costretto a lasciare i suoi miseri beni al nobile-padrone, destinando ai suoi stessi figli solo quella condizione servile cui il destino lo ha condannato già prima della nascita, con l’accondiscendenza della Chiesa che da parte sua detiene già gli stessi innumerevoli diritti di manomorta posseduti dai signori feudali. Sussidiari, romanzi, enciclopedie hanno trasmesso e amplificato queste storie, trasformando e fantasticando in maniera anche togata la realtà dei fatti. La stessa enciclopedia Treccani, riassumendo in forma confusa e quasi incomprensibile il fenomeno, scriveva che “la manomorta feudale nacque con la concessione in  feudo di diritti e beni dello Stato, col frazionamento della autorità pubblica e con la imposizione più o meno abusiva di tributi e oneri alle popolazioni soggette” (vol. VII, 1957). Dirò, tanto per iniziare, che alla manomorta non erano soggette le popolazioni ma i singoli. Concedendo un terreno a un contadino, anche non povero, il signore feudale assicurava a sé stesso e alla comunità una serie di entrate che nel Medioevo e nell’Età moderna non erano quasi mai quantificate in danaro. Quantità di grano, orzo, fave, avena, polli, uova, paglia, cera, giornate di lavoro, erano descritte dettagliatamente nei documenti e riportate nei registri delle entrate. Né le giornate di lavoro devono essere considerate forma di schiavitù, se si considera che uno, due o dieci giorni l’anno di aratura o raccolta, sottratti al normale lavoro in proprio dei campi costituivano un risparmio su un diverso fitto in derrate, e che gli stessi agricoltori erano soliti fornire queste attività fra di loro, persino nel caso di regali nuziali allorchè non era raro leggere nei contratti matrimoniali le descrizioni di giornate di lavoro che, come dono, parenti e amici avrebbero prestato agli sposi. D’altronde, continui affrancamenti, liberazioni di intere comunità che in passato avevano ricevuto boschi e paludi da trasformare in campi, erano spesso andati assottigliando questo diffuso diritto del signore. Ma in che cosa esso consisteva precisamente?
Il tema è ritornato recentemente alle cronache quando qualche mese fa si è scoperto che in Inghilterra, Stato che conserva ancora caratteristiche e usi feudali, il principe Carlo mantiene il diritto di ereditare i beni dei suoi sudditi in Cornovaglia nel caso in cui questi muoiano senza altri eredi. In questo, in ultima analisi, consisteva la manomorta. Accanto ai censi liberi, esistevano quelli dati in manomorta, i cui titolari non potevano alienarli senza il consenso del signore, pena la confisca. Quasi del tutto identici ai primi, i diritti di manomorta concedevano però ai discendenti e concessionari del defunto i suoi beni mobili e immobili solo ove gli eredi si trovassero all’interno della stessa comunità, altrimenti passavano al feudatario. Ecco quella che è stata considerata l’odiosa oppressione. E che in definitiva tendeva anche a salvaguardare l’economia stessa delle comunità, sempre gelose del trasferimento di qualsiasi bene ad estranei. Al signore, nel caso in cui il villano non avesse parenti in paese, restavano case, terre, animali, arnesi di lavori, oggetti. E questi stessi venivano riconcessi a compaesani altrettanto ansiosi di occupare terre, case, pascoli, stalle del compianto, insieme ai suoi armadi e alle sue provviste. Né i contadini soggetti a manomorta erano miseri schiavi. Sovente i canoni irrisori consentivano l’accumulo di beni che altri agricoltori avrebbero invidiato. Lucien Fèbvre elenca esempi significativi, fra cui quello di Pierre Garnier, morto di peste a Ormoy nel 1582, che lasciava innumerevoli provviste (minuziosamente elencate da chi sapeva bene il valore degli alimenti in epoca di freddi ripetuti): grano, avena, orzo, piselli, fave, lardo. E poi 3 cavalli, 12 animali cornuti, 6 maiali, 5 pecore, 2 agnelli, un carro, una carretta ferrata, ottimi aratri, mobilio buono, lenzuola, stoviglie, utensili, attrezzi, casse, denaro, obbligazioni e lettere di credito (Filippo II e la Franca Contea, Torino 1979, pp. 120-121). Insomma, una piccola fortuna accumulata all’ombra di un feudatario lontano che la riceve solo perché il defunto non ha figli e che sarà presto redistribuita con un reciproco vantaggio. Ma tutto questo stenta a crescere nelle nostre conoscenze più diffuse, a scapito delle solite stantie leggende risorgimentali.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati

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