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mercoledì 8 gennaio 2014

LE ERESIE DI MEISTER ECKHART

Di lui la storia non ci ha tramandato alcun ritratto autentico e un solo manoscritto originale. Eppure il domenicano Eckhart di Hochheim, guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche del suo tempo e perfino processato dall’Inquisizione, fu uno dei piú grandi teologi e filosofi del tardo Medioevo tedesco. Incredulo e indispettito, attendeva il giudizio dei magistrati ecclesiastici. Non si capacitava del fatto che proprio lui, dopo una vita dedicata alla Fede, dovesse subire l’onta dell’Inquisizione. A nulla era servito il tentativo di delegittimare i suoi accusatori, definendoli «invidiosi», «cattivi» e muniti solo di «grossolana ignoranza». Il verdetto sembrava ormai indirizzato al peggio, verso la condanna piú infamante: l’eresia. È il 1326. Il teologo Meister Eckhart si avvia a diventare un buco nero nella storia del pensiero cattolico. Di lui si parlerà davvero poco per secoli e il piú delle volte per denigrarlo. «Un uomo diabolico», lo definí l’eremita agostiniano Giovanni da Lovanio alla fine del Trecento. Mentre il francescano «nominalista» Guglielmo di Ockham bollò come «assurdità» le sue tesi mistiche, che profilavano una sostanziale identità tra spirito umano e divino. Ma gli scritti eckhartiani si diffusero ugualmente, in modo sotterraneo, attraverso il coraggioso sforzo divulgativo di due suoi discepoli, Giovanni Taulero ed Enrico Suso. Grazie a questo circuito «underground», le sue teorie «proibite» approdarono in ambienti filosofici, affascinando, per esempio, un pensatore del calibro di Niccolò Cusano.

Uno dei «padri» di Hegel

In seguito la fama di Eckhart crebbe notevolmente a partire dal XIX secolo. A lui riconobbero il ruolo di precursore dell’idealismo diverse illustri figure della cultura tedesca, primo fra tutti Georg Wilhelm Friedrich Hegel. «Qui abbiamo trovato davvero quello che vogliamo», esclamò un giorno a Berlino davanti al collega Franz von Baader, al quale doveva la scoperta degli scritti del teologo dimenticato. Ma l’influenza del discusso mistico medievale serpeggiò anche altrove. Ispirando il sociologo e psicologo francofortese Erich Fromm, che lo citò nel suo fortunato Avere o essere (1976). Eckhart nacque a Tambach (forse, o a Hocheim, presso Gotha), nella regione tedesca della Turingia, probabilmente nel 1260, in un periodo caldo per il Medioevo europeo. Da qualche anno era morto Federico II, lasciando il titolo imperiale vacante per un lungo periodo. Dopo poco sarebbero caduti anche Manfredi e Corradino di Svevia. L’era feudale e cavalleresca si avviava progressivamente e in modo inesorabile al tramonto, soppiantata dall’ascesa prepotente della borghesia e delle monarchie nazionali. Su questo mutato sfondo politico-sociale si inserisce la stagione turbolenta delle eresie, alla quale Eckhart assiste da vicino in età adulta. Sul rogo vede sfilare uno dietro l’altro i Cavalieri Templari, la beghina Margherita Porete e tanti suoi seguaci. Sull’infanzia e sull’adolescenza del teologo turingio il mistero è fittissimo, come del resto sul suo aspetto, mai raffigurato in un dipinto. Si presume sia stato di robusta costituzione, ma non esistono prove convincenti. Si sa con maggiore certezza che, intorno al 1275, entra giovanissimo nel convento domenicano di Erfurt, uno dei piú prestigiosi di tutta la Germania.

Il baccalaureato alla Sorbona

In seguito il procedere degli studi lo conduce in una città straniera destinata a incidere in modo determinante nella sua vita: Parigi, nella quale risiede per la prima volta nel 1285. Dopo un periodo di soggiorno a Colonia, dove si perfeziona in teologia, nel 1290, è di nuovo nella capitale francese, ormai lanciato verso una brillante carriera universitaria. Consegue il baccalaureato presso la facoltà teologica della Sorbona e, poco dopo, diviene lector sententiarum, un ruolo di prestigio che consisteva nella spiegazione dei Libri quattuor sententiarum di Pietro Lombardo, testo accademico di riferimento dell’epoca in materia teologica.
Nel 1294 torna a casa, a Erfurt. Diventa priore del suo vecchio convento e contemporaneamente vicario generale dell’intera Turingia per l’Ordine Domenicano. Ha ormai maturato in grandi linee la visione di un cristianesimo antidualista, in cui Dio non è un’entità lontana alla quale il fedele si rivolge con spirito utilitarista, «come un cane segue la donna che porta le salsicce». In questo periodo concepisce la sua prima opera significativa, le Istruzioni spirituali, che contengono qualche anticipazione delle tesi piú «forti» dal punto di vista metafisico. Lo pubblica in lingua tedesca per evidenti fini divulgativi, visto che si trattava di una raccolta di discorsi tenuti davanti ai «figli spirituali» del convento in occasione delle riunioni per la cena. La platea di giovani ascoltatori resta affascinata dalla forza rivoluzionaria di alcune sue argomentazioni. Sente parlare della dimensione del «distacco» come strada da percorrere per chi vuol abbracciare la Fede. Uno stato che però richiede il rigetto non solo della natura sensuale tipica dell’uomo comune, ma dell’intera personalità. In sostanza, un annientamento dell’«io» e di qualsiasi genere di volontà espressa nel vivere quotidiano, insieme al modo di percepire le cose. Le affermazioni dell’Eckhart giovane appaiono ardite rispetto all’ortodossia cattolica del Trecento. Come quella che, in buona sostanza, svaluta le opere meritevoli compiute da un credente. Per il teologo tedesco ha piú valore lo spirito con cui le buone azioni si esercitano, l’«essere» alla base di ogni fervore religioso. «Non sono le opere che santificano, siamo noi che dobbiamo santificare le opere». Rischiò di fare subito scandalo, poi, il suo giudizio positivo sulla tendenza al peccato, che «ha sempre grande profitto e utilità per l’uomo giusto», in quanto «questa inclinazione riempie l’uomo di uno zelo maggiore ad applicarsi sempre piú fortemente all’esercizio della virtú». Sorprese non poco, nei suoi discorsi, anche l’assenza di riferimenti all’inferno, al diavolo, alla castità e alle terribili punizioni divine.
L’inizio del Trecento conduce Eckhart di nuovo a Parigi, dove continua la sua scalata universitaria. Diventa professore ordinario e da quel momento assume il nome proprio di magister, quindi meister in tedesco. Ma il suo impegno si dirige anche verso l’amministrazione di vasti territori ecclesiastici. Un compito gravoso, che prevedeva viaggi pieni di rischi per le proibitive condizioni climatiche invernali e anche per la minaccia dei predoni. Eckhart visita le tante case dell’Ordine sparse nel territorio e ne fa costruire di nuove a Groninga, Braunschweig e Dortmund. Risale a questo periodo l’unico suo manoscritto originale: una breve lettera indirizzata al senato della città di Gottinga. Dopo una breve nomina, poi revocata, a Provinciale della Teutonia, il teologo parte di nuovo per Parigi nel 1311, chiamato all’attività didattica come magister per la seconda volta.

«Maestri dallo spirito rozzo»

Eckhart intanto sviluppa in modo piú compiuto la sua filosofia radicale. In alcuni sermoni tedeschi, riuniti sotto il titolo Paradisus anime intelligentis, teorizza il primato, nella religione, dell’intellectus (della razionalità) sulla voluntas (la volontà), perciò sull’amore. Un’asserzione in accordo con le tesi domenicane e pertanto in linea con la polemica antifrancescana che impazzava in quel periodo. Eckhart si unisce alla disputa, definendo nel famoso sermone numero 9 i predicatori dell’Ordine rivale come «maestri dallo spirito rozzo».
L’intellectus eckhartiano non è assimilabile al concetto di razionalità della filosofia moderna. Ma indica una facoltà piú alta, capace di percepire cosa si nasconde dietro le rappresentazioni sensibili. Smascherando tutte le false creazioni dell’io che portano fuori strada. Anche la definizione di Dio appare legata in qualche modo all’antinomia tra intellectus e voluntas. Dio è Unwesen («Non essere»), come nella teologia negativa neoplatonica, in quanto rappresenta qualcosa che sta sopra all’essere tradizionale. Parimenti le attribuzioni comunemente applicate a Dio sono un nulla, cioè false. L’uomo ritiene «buono» il Creatore per definizione, ma sbaglia. Dio, invece, andrebbe pensato nella sua «nudità», nel suo «non essere», senza supposizioni arbitrarie sull’aspetto e il carattere. In base alle affermazioni di Eckhart, pure la stessa Scrittura porta fuori strada, frapponendosi come una specie di schermo che non lascia intravedere il vero volto della dimensione divina.

L’essere analogico

Frutto diretto del suo secondo magistero parigino è la summa teologica dal titolo Opus tripartitum, scritta questa volta in latino, perché rivolta a una platea piú dotta, quella universitaria. Ispirata dal punto di vista strutturale alla tendenza enciclopedica dell’epoca, approfondisce alcuni temi già trattati, sempre secondo un’ottica speculativa. Con quest’opera Eckhart tenta di giustificare in modo piú articolato la dottrina cristiana attraverso le rationes naturales dei filosofi. La metafisica eckhartiana si basa sul principio dell’analogia. Chi trova Dio non possiede in sé l’essere supremo, ma lo prende in prestito. Nell’uomo, però, questa sostanza divina non attecchisce mai, figurando sempre come qualcosa di aggiunto. Ogni perfezione quindi dipende «completamente da un essere al di fuori» con il quale l’individuo è «in relazione analogica». Eckhart si serve di una metafora abbastanza curiosa per spiegare meglio il suo concetto: «La medesima salute che è nell’essere animato è nel cibo e nell’urina, e tuttavia in modo tale che della salute in quanto tale non v’è niente nel cibo e nell’urina, non piú di quanto vi sia nella pietra». Per il teologo, inoltre, l’unione di Dio con lo spirito umano non è frutto di eventi spettacolari dell’anima o di teofanie celesti improvvise. Ma una presenza duratura. Nel suo terzo periodo francese Eckhart soggiorna nello stesso convento domenicano dell’inquisitore che condannò Margherita Porete, Guglielmo da Parigi. Una strana coincidenza, viste le affinità tra il pensiero eckhartiano e quello della beghina di Parigi, morta sul rogo nel 1310. Le similitudini in alcuni casi sono davvero sorprendenti. Nella sua opera principale, Le Miroir des Simples, Margherita Porete esalta l’«anima che è diventata niente» e per questo «ha tutto». Invita allora i credenti ad annientare la propria volontà e l’egoismo per vivere «nella sostanza di Dio». La beghina, però, si spinge piú in là di Eckhart arrivando a postulare che l’uomo «è Dio per natura divina», composto della stessa sostanza, senza limitazioni. La rottura totale con l’ortodossia cattolica arriverà poi con la concezione estremamente libertaria della filosofia di vita di chi ha annientato la propria volontà. Per l’eretica francese, «l’anima annichilata congeda le virtú e non è piú al loro servizio, perché non ha piú bisogno di loro». Il teologo di Tambach difese le beghine perseguitate, come conferma uno dei suoi piú attendibili biografi, lo svizzero Kurt Ruh: «In sintonia con il suo Ordine e con la sua vocazione di predicatore di una vera vita spirituale in Dio, egli fu dalla parte di chi era colpito e perseguitato e inoltre ne fu certamente consolatore e difensore». Le stesse teorie di Eckhart sembra abbiano fornito una base per lo sviluppo del movimento delle beghine in Francia, Svizzera e Germania. Specie nei dieci anni in cui visse a Strasburgo, per assolvere al nuovo incarico di vicario generale del maestro dell’Ordine Domenicano. Un lavoro di grande responsabilità, che comprendeva la cura delle anime dei monasteri femminili. 

Mistico e consolatore

Eckhart aveva una particolare sensibilità per gli oppressi e i sofferenti. Come dimostrato anche dallo stretto rapporto che intrattenne con la figlia del re Alberto I d’Asburgo, Agnese di Ungheria. La donna, colpita da una serie di eventi traumatici, era entrata nel convento delle Clarisse di Königsfelden, nel Cantone svizzero dell’Argovia, ma non prese mai i voti. Eckhart le dedicò il Liber benedictus, un’opera incentrata sul tema della consolazione, come tecnica per metabolizzare i dolori della vita. L’opera rispecchia l’anima in parte «popolare» del cristianesimo medievale, rintracciabile anche in ambito non strettamente francescano. Eckhart, infatti, invita a «piangere con quelli che piangono», esortando tutti gli uomini che hanno un amico sofferente a stare accanto a lui e a consolarlo con la loro presenza. Il dolore del prossimo era assunto spesso in prima persona dai predicatori del Trecento, che frequentemente si trovavano a stretto contatto con i drammi della gente comune. Eppure non appariva lontano il periodo in cui le sofferenze mondane venivano invece considerate dai religiosi poco rilevanti, da sublimare in attesa dell’unico momento che contava, ossia quello della Resurrezione. Nel Liber benedictus Eckhart traccia una strada per il superamento del dolore, che prevede il distacco dalle cose terrene e dall’io. Ma invita anche a considerare il dolore come un segno della presenza di Dio: «C’è ancora un’altra consolazione. San Paolo dice che Dio castiga tutti quelli che accoglie come figli. Bisogna dunque soffrire se si vuole diventare figli». Dopo il decennio strasburghese torna a Colonia per svolgere l’incarico di lector primarius della cattedra teologica nello Studio generale dei Domenicani della città renana. Sono gli anni in cui affiorano i primi sospetti di eresia nei suoi confronti.

L’inizio del processo

Il 1326 segna uno dei momenti piú drammatici della vita di Eckhart. È l’anno in cui ha inizio il processo di inquisizione, istruito a Colonia, dall’arcivescovo Enrico II di Virneburg. Un procedimento non ex officio, ma un atto dovuto in seguito alle accuse di eresia mosse contro il teologo da parte di alcuni suoi confratelli. L’arcivescovo, rinomato per le sue dure requisitorie contro le beghine e i begardi (denominazione che, come quella di «beghine», deriva dal francese bégard, risalente al medio olandese beggaert, cioè «mendicante»; indica l’associazione sorta verso il 1220, che adottò una forma di vita mendicante e si diffuse prevalentemente in Francia e in Germania, n.d.r.), sembrava avere una particolare avversione per il nuovo imputato. Ma forse al teologo turingio erano ancora piú ostili i due commissari inquisitori: Reinerius Frisone e Pietro di Estate, entrambi appartenenti all’Ordine dei Francescani. Chi erano i suoi accusatori? Chi, in sostanza, mise in moto la micidiale macchina persecutoria dell’Inquisizione? Eckhart covava due serpi in seno nel convento di Colonia, in cui era lettore: Ermanno de Summo e Guglielmo di Nidecken. Due personaggi torbidi, piú volte accusati in precedenza di calunnia e di falsa testimonianza. Il mistico non subisce tortura. Riceve un trattamento di tutto riguardo, probabilmente grazie al prestigio che aveva guadagnato con la sua carriera universitaria. E anche perché non aveva nulla da confessare, visto che le tesi sospette erano già di pubblico dominio. Ma, fin dall’inizio, il processo sembra indirizzarsi verso la condanna. Non solo per le scarse simpatie che l’imputato riscuoteva in chi stava per giudicarlo. C’era qualcosa di strano, per esempio nella struttura stessa del procedimento: non ex officio, come anticipato, quanto per promoventem. Questa forma di giudizio, in cui il denunziante doveva presentare delle prove, consentiva all’accusato di preparare le sue repliche. Ma l’imputazione di eresia limitava enormemente le possibilità di controbattere alla difesa. Ad aggravare la posizione di Eckhart c’era, poi, la ricca produzione in volgare delle sue prediche, rivolte ai laici e al popolo. Questo materiale rappresentava per gli inquisitori una duplice minaccia, perché poteva diffondersi a macchia d’olio, uscendo dai conventi e dalle aule universitarie. Il processo comunque si svolse in modo conforme all’ordinamento giudiziario canonico. Eckhart ebbe da ridire soprattutto su questioni di contenuto, lamentandosi del fatto che i giudici non avevano compreso le sue frasi, la sua filosofia. In effetti l’accusa estrapolò brani da diverse opere, separandoli arbitrariamente dal loro contesto generale. Altre incongruenze contribuirono a rendere l’indagine sul pensiero eckhartiano non proprio accurata: la difficoltà di tradurre dal tedesco in latino alcune parole, per esempio, e anche l’aver pescato testi da sermoni che erano in realtà appunti di ascoltatori o di studenti del teologo.

L’appello al papa

Con il trascorrere delle udienze, Eckhart si sente sempre piú con le spalle al muro. Non lo salva nemmeno l’intervento di un confratello, Nicola di Strasburgo, che mette in discussione l’attendibilità di uno dei due testimoni, Guglielmo di Nidecken. La commissione d’indagine reagisce infatti violentemente, denunciando quello che considerava un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al lavoro dell’Inquisizione. Visto l’andamento del processo giudiziario, nel gennaio del 1327, il teologo decide di inoltrare un appello alla Sede Pontificia. Si sentiva vittima di calunniatori e impossibilitato a esplicare una difesa adeguata. Credeva di avere i giusti argomenti per ottenere una pronuncia favorevole da parte del pontefice, facendo leva sul fatto che le sue posizioni teologiche erano state esaminate un giorno da un Visitatore papale e considerate ortodosse. Ma l’ostracismo nei suoi riguardi non conosce tregua. La commissione concede il ricorso alla sede papale, non potendo fare altrimenti, con parere però negativo (apostoli refutatorii). Il processo quindi si sposta da Colonia ad Avignone, con una mezza condanna già praticamente emessa. Eckhart, dal canto suo, non si difese bene. Avrebbe potuto utilizzare in modo piú produttivo i pochi spazi di replica a lui concessi. Ma era purtroppo sprovvisto di doti da avvocato e detestava le astuzie dialettiche. Da studioso di teologia, spesso si perdeva nell’astrattezza delle sue argomentazioni e non era sufficientemente ferrato in materia di diritto canonico. A ogni modo non mancò di essere pungente nei riguardi dei suoi accusatori. Parlò di una loro «ristrettezza mentale». Del fatto che consideravano sbagliato tutto quello che non capivano. Li riteneva colpevoli di «manifesta bestemmia contro Dio ed eresia» perché la loro posizione contraddiceva «la dottrina di Cristo, dei Vangeli, dei Santi e dei Dottori». Pur consapevole di essere giudicato da un tribunale non proprio imparziale, Eckhart volle comunque sottoporsi alla sua autorità «per non sembrar fuggire» di fronte alle accuse. Alla fine ammise in modo molto onesto che la forma di alcune sue argomentazioni era di controversa interpretazione. E che qualcosa poteva apparire un po’ «inusuale e sottile». 

La pubblica autodifesa

Nel febbraio 1327 Eckhart tenta la carta della disperazione, avventurandosi in una dichiarazione pubblica presso la chiesa dei Domenicani a Colonia. Una sorta di ritrattazione di parte dei suoi scritti incriminati. «Se dunque si trovassero proposizioni erronee concernenti quel che ho detto, da me scritte, dette o predicate, in privato o in pubblico, in qualsiasi tempo e luogo, direttamente o indirettamente, secondo una dottrina sospetta e falsa, io le revoco qui espressamente e pubblicamente, di fronte a tutti e a ciascuno dei presenti; sia perché voglio che da questo momento in poi esse siano considerate come non dette e scritte, ma anche e soprattutto perché so di essere stato frainteso: come se (per esempio) avessi predicato che il mio dito mignolo ha creato tutte le cose – io questo non l’ho pensato né detto, per quel che le parole significano, ma l’ho detto delle dita del Bambino Gesú». La ritrattazione non giovò all’immagine dignitosa di Eckhart, che stoicamente aveva affrontato un processo in parte persecutorio. Uno dei suoi piú celebri biografi, Joseph Koch, bocciò questa strategia senza mezzi termini: «Questa dichiarazione è il documento piú penoso di tutto il processo. È una fuga nel pubblico che non poteva aver effetto in nessun senso». Sembra che sia stato spinto a questo gesto eclatante da numerosi amici, piú scaltri di lui nelle questioni giudiziarie, che gli consigliarono una parziale ritrattazione per evitare in extremis la condanna per eresia.

Una condanna postuma

La sentenza viene pronunciata il 27 marzo 1329 con la bolla In agro dominico. La firma Giovanni XXII, passato tristemente alla storia come il «papa-Mida» o «papa-banchiere», per la sua visione di una Chiesa sfarzosa, che doveva fornire un’immagine terrena degna dello splendore divino. Un pontefice ambizioso, nepotista, stroncato dalla maggior parte degli storici e collocato da Dante Alighieri all’Inferno, insieme ad altri colleghi avignonesi. Ma la pronuncia del tribunale giunge quando Eckhart è deceduto già da un anno, probabilmente ad Avignone, dove stava seguendo da vicino le ultime vicende del processo. Nella bolla papale tutte le frasi sospette al centro delle udienze di Colonia, sono definite non ortodosse: «Con grande dolore annunciamo, che, in questi tempi, un certo Eckhart, dei Paesi tedeschi e, secondo quanto si dice, Dottore e Professore di Sacra Scrittura dell’Ordine dei Predicatori, ha voluto saperne piú del necessario, in modo imprudente e non conforme alla misura della fede, allontanando l’orecchio dalla verità e rivolgendosi a delle invenzioni. Sedotto, infatti, da quel padre della menzogna che spesso assume le forme dell’angelo della luce per diffondere la tenebrosa e odiosa oscurità dei sensi al posto della luce e della verità, quest’uomo, condotto in errore contro la splendente verità della fede, ha fatto crescere nel campo della Chiesa spine e zizzania, sforzandosi di produrre cardi nocivi e velenosi rovi. Ha cosí insegnato numerose dottrine che oscurano la fede in molti cuori, esponendole specialmente nelle sue prediche di fronte al popolo incolto e anche ponendole per iscritto». C’è chi intravvide dietro la sentenza un intrigante retroscena politico. Il sacerdote svizzero Otto Karrer scrisse al riguardo che il teologo turingio fu dato in pasto ai Francescani per placarli del disappunto che avevano provato in seguito alla canonizzazione del domenicano Tommaso d’Aquino, sancita nel 1323. Accantonando le dietrologie, la condanna di Eckhart comportò l’uscita temporanea dalla storia di un grande pensatore. Una punizione esemplare nei riguardi dell’unico teologo processato per eresia nel Medioevo. Ma il tempo fu galantuomo. E alla riscoperta filosofica dei suoi scritti seguí lo sdoganamento parziale anche in ambito ecclesiastico. 

Articolo di Francesco Colotta per Gentile concessione della Rivista Medioevo (n. 158 marzo 2010)

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