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La Grande Storia dei Cavalieri Templari

Creati per difendere la Terrasanta a seguito della Prima Crociata i Cavalieri Templari destano ancora molto interesse: scopriamo insieme chi erano e come vivevano i Cavalieri del Tempio

La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda

Le Leggende Medioevali

Personaggi, luoghi e fatti che hanno contribuito a conferire al Medioevo un alone di mistero che lo rende ancora più affascinante ed amato. Dal Ponte del Diavolo ai Cavalieri della Tavola Rotonda passando per Durlindana, la leggendaria spada di Orlando e i misteriosi draghi...

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giovedì 11 febbraio 2016

I MISTERI DELLA DIVINA COMMEDIA


Ipotizziamo di essere professori liceali...entriamo per la prima volta nella nostra classe con volume dell'Inferno di Dante ancora incelofanato. Poniamo la prima domanda ai nostri studenti: "Chi è Dante?" La risposta che otterremo è "un folle fumato che inventava cose senza senso" (e ho deciso di edulcorare l'espressione che altrimenti sarebbe decisamente più volgare. Questa risposta, che otterremo probabilmente anche al termine del normale ciclo di studi, non è colpa tanto degli alunni, quanto degli insegnanti che non hanno saputo far comprende realmente l'importanza che ha rivestito il grande poeta fiorentino nella letteratura e nella cultura italiana.

Il Linguaggio della Divina Commedia

Dante Alighieri scrive la sua opera magna la "Commedia" utilizzando un linguaggio ricco di simbologie e allegorie di grande impatto e attualità. Sono molte le terzine che trovano un pronto riscontro nella crisi culturale, politica, sociale che stiamo vivendo ormai da anni; ed è ancora più incredibile se pensiamo che il testo è stato scritto nel Medioevo in un momento in cui la Chiesa usava un vero e proprio "macete" culturale per togliere dalla circolazione tutti quei testi che ne potevano minare il dominio sulle menti e sulla vita quotidiana. Non a caso, Dante così come altri compagni d'arte, apparteneva ai Fedeli d'Amore, una sorta di setta poetica i cui testi erano scritti con codici e metafore proprio per essere compresi da menti "eccelse", menti che avevano gl'intelletti sani.

I piani di lettura della Divina Commedia

Concentrarsi solo sul testo spiegando le singole figure retoriche, la vita dei personaggi non serve assolutamente a nulla. L'alunno liceale deve avere in Dante il proprio Virgilio, deve comprenderlo adeguatamente e deve immedesimarsi nello spirito del testo: perché ad esempio non assegnare un personaggio a un alunno? La Commedia si legge su tre piani diversi: lo so, molti accademici letterati e baroni universitari mi lanceranno strali, ma credo, dopo anni di ricerche, di essere sicuro sul fatto che il testo dantesco ha insito vari significati e punti di vista:
  • un piano allegorico
  • storico
  • esoterico-alchemico

Ebbene si...soffermiamoci un istante ad esempio sui colori dei tre gradini prima dell'ingresso al monte del Purgatorio: essi sono bianco, rosso e nero colori che, insieme all'oro e all'argento della serratura del grande portone rappresentano il percorso di Dante verso la Grande Ricerca Alchemica. Non a caso il viaggio di Dante segue il VITRIOL alchemico: la forma dell'inferno è quella di un ventre femminile dove ci si purifica e si rinasce salendo la "montagna" per arrivare alla candida Rosa che rappresenta l'incontro con Dio. Sarà forse un caso che il sigillo della Porta Alchemica abbia proprio in se il disegno dantesco?


Fonte immagine Wikipedia, Autore Sailko

Se poi vogliamo far scoppiare la mente ai baroni universitari, azzardo l'ipotesi che Dante fosse un templare...si...avete capito bene: la critica a Filippo il Bello
Veggio il novo Pilato sì crudele, 
che ciò nol sazia, ma sanza decreto 
portar nel Tempio le cupide vele.
è un palese appoggio al Tempio (che con la T maiuscola indica l'ordine del Tempio, i Templari) che unitamente il farsi accompagnare da San Bernardo in Paradiso diventa la prova lampante che il poeta fiorentino era legatissimo spiritualmente ai Cavalieri Templari. Non ci sono scuse, Dante non era un poeta come tutti gli altri, era una mente brillante e illuminata in grado di scardinare con le figure retoriche le più forti convinzioni e dogmi culturali del periodo. Se avete ancora dubbi ricordate le parole dell'Ulisse Dantesco "fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".

Per approfondimento e altri spunti rimando all'articolo: Dante, Templare e Alchimista?


martedì 8 settembre 2015

PROGETTO ARNA TEMPLARE

Chiesa Templare di Civitella d'Arna

In occasione della ricorrenza del settimo centenario della morte sul rogo di Jacques de Molay – l’ultimo gran maestro dell’Ordine del Tempio, giustiziato a Parigi il 18 marzo 1314 per volontà di Filippo il Bello – il Comune di Perugia ha avviato un progetto di valorizzazione del Territorio Arnate finanziato dal GAL Media Valle del Tevere. Tra le iniziative intraprese nel corso del 2014, è stato organizzato un ciclo di conferenze dal titolo Arna Templare, tramite il quale, grazie alla partecipazione di studiosi di vari ambiti disciplinari delle Università di Perugia e Siena, sono state ripercorse le più significative vicende insediative, socio-politiche e storico-artistiche che hanno segnato questa porzione del contado di Perugia compresa fra il Tevere e il Chiascio tra medioevo ed età moderna. Grazie alla collaborazione e al sostegno del Sovrano Militare Ordine di Malta, è stato inoltre possibile organizzare un itinerario storico-artistico, volto a promuovere la conoscenza delle più rilevanti emergenze architettoniche del Territorio Arnate. Il percorso ha toccato, in particolare, l’antica pieve di Santa Maria di Ripa e la Commenda gerosolimitana di San Giustino, in origine monastero benedettino e, dal 1237, importante precettorìa templare.

Per informazioni sulla visita alla Commenda di San Giustino: Comune di Perugia
U.O. Attività culturali, biblioteche e turismo
Via Podiani, 11 - Palazzo della Penna
06121 - Perugia

Lunedì e mercoledì
dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 17.30
Martedì, giovedì e venerdì
dalle ore 9.00 alle ore 1300
Tel. +39 075 5773840
Per informazioni sulla visita alla pieve di Santa Maria di Ripa: Giuliano Bastianelli
Tel. +39 075 6020020


venerdì 24 luglio 2015

CONFERENZA SUL GRAAL - 12 AGOSTO 2015 LIBRERIA L'UNICORNO DI TUSCANIA - ORE 21.30


Il Santo Graal...una coppa? Il ventre di Maria Maddalena? Un piatto? A questa domanda che attanaglia studiosi e semplici appassionati dalla notte dei tempi tenterà di rispondere Vincenzo Valentini presso la Libreria L'Unicorno di Tuscania mercoledì 12 agosto alle ore 21.30. Nell'incontro, Valentini editore di Penne e Papiri, illustrerà le fonti storiche del Santo Graal arrivando anche a quelle letterarie del Medioevo di Chretien de Troyes, Robert de Boron e Wolfram von Esenbach. Dopo l'approfondimento sulle fonti, verranno anche fatti collegamenti con il ciclo arturiano, i miti celtici e la simbologia cristiana.
Un appuntamento da non perdere in piena Tuscia che tenterà di far luce su uno dei più intriganti misteri della storia.

Clicca qui per la pagina facebook dell'evento

Libreria "L'Unicorno"
piazza Matteotti 9 (Centro Storico)

venerdì 22 maggio 2015

ALCUNE CONSIDERAZIONE SUL LIBRO "LE PAGINE STRAPPATE" DI ANTONIO RATTO


(Recensione tratta dal sito http://www.labottegadelbarbieri.org/)Un libro che, come capita alle storie più affascinanti, è pieno di scatole cinesi. E se magari qualcuna/o che ora sta leggendo pensa che oggi sono i link gli eredi di quelle vecchie “scatole cinesi” (o matrioske se preferite) chiarisco subito che il problema di base ottimamente affrontato da Pietro Ratto nel libro «Le pagine strappate» – edito, un anno fa, da Elmi’s World: 12 euri per 112 pagine – è proprio questo: i link (ma anche i documenti cartacei) spariscono dagli archivi o vengono modificati. Credevate di vivere nell’epoca dell’informazione libera, della ricerca senza paraocchi? Mmm, prendete un caffè e ricominciamo da capo. «I trucchi della Chiesa rinascimentale per rimuovere la vicenda storica della Papessa Giovanna»: così il sottotitolo (però non c’è in copertina) del libro di Ratto. Ma è anche interessante notare che la collana in cui esce «Le pagine strappate» è quella dei “saggi romanzati”. Infatti uno dei fili conduttori è la narrazione di un professore, appassionato di storia, a caccia di documenti scomparsi, in particolare di «un testo del Quattrocento sfuggito alla censura del Concilio di Trento». Quasi fossimo in un “giallo” – e l’etichetta neanche è troppo sbagliata – non dirò se l’investigatore Ratto troverà il testo originale, o i suoi brandelli, oppure abbastanza indizi per capire chi sono i “falsari” o invece…La papessa Giovanna dunque. Si tratta di «Giovanni VIII» sul trono, che fu di Pietro, quasi certamente dal 2 ottobre 855 al 6 novembre 857. Per cancellare lo scandalo di una donna papa si dovette, secoli dopo, rimuovere il suo nome, ri-numerare “i Giovanni”, correggere, censurare e distruggere un po’ di documenti storici. Con infinite bugie, furbizie (quando comincia un anno? Il 1 gennaio, come ora si usa, o il 25 marzo?) e complicazioni. Nel frattempo la Chiesa cambiava, in peggio. Il termine «rimozione» indica un gesto concreto ma, come ci ha insegnato Freud, è anche un meccanismo psichico, più o meno inconscio, per allontanare da sé desideri, memorie, pensieri considerati inaccettabili, scomodi, impuri. La vergogna di cui la Chiesa di Roma – maschiocentrica e misogina «in sæcula sæculorum» – si deve “mondare” è che una donna possa essere salita al “soglio” … ovviamente (?) senza che alcuno lo sapesse. Al punto che, per evitare il fattaccio si ripetesse, viene “inventata” la sedia «stercoraria»: la mezzaluna lì sotto servirebbe per capire se il neo eletto fosse maschio o femmina ovvero – così scrive Ratto – «per sondare la presenza dei genitali del futuro Pontefice». Sembra pazzesco ma è ben più folle che uno degli argomenti ufficialmente usati per negare l’esistenza della “papessa Giovanna” e ridurla a leggenda… è che la Chiesa non può essersi macchiata di un crimine così grave. Capite? Che la Chiesa di Roma abbia massacrato eretici e infedeli, bruciato streghe, messo libri all’Indice (non il «Mein Kampf» di Hitler però, sottolinea Pietro Ratto), promosso guerre e – per restare dalle parti del sesso – organizzato in Vaticano incesti e orge… è un insieme di fatti dolorosi ma storicamente inquadrabili, anche giustificabili; però una donna papa quella no, no, no perché sarebbe un’infamia, un’offesa a Dio. Il tempo passa anche in Vaticano ma se c’è un argomento che ancora indigna i cattointegralisti è “il ruolo” della donna nella Chiesa cattolica: non c’è ruolo e basta; a parte qualche chiacchiera consolatoria dei progressisti. Donne prete o vescovo figurarsi e dunque una papessa mai. Si può ragionare – e da serio storico Pietro Ratto lo fa – sulla verifica dei fatti, sulle interpretazioni, su chi ha falsificato cosa e quando… ma se il punto di partenza è che una papessa non può esserci stata allora come liquidare tutti gli aggiustamenti di date, i testi censurati e distrutti, le incongruenze nelle cronologie del papato?
Mi fermo. Se leggerete questo libro – e io vi consiglio di farlo – incontrerete, anche di scorcio, altre storie e protagonisti intriganti. In piena luce Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Onofrio Panvinio, ma anche i quattro scalpellini «coronati» e più avanti la «Taxa Camerae», un genio come Pierluigi da Palestrina o lo scomodissimo Giovanni XX. Vien voglia di saperne di più. Leggendo un saggio romanzato mi concedo un dubbio: il misterioso «erudito» dei nostri giorni è due terzi di fantasia e uno di verità o viceversa?
Ultimissima considerazione, quasi un PS. Da appassionato di storia credo di capire i tormenti del Pietro Ratto professore («17 anni di precariato» come spiega nell’Introduzione). Quando mio figlio è arrivato alle scuole superiori ho rivisto molte favolette dei miei tempi. Non tutti i libri di testo – è ovvio – sono eguali ma a ragazze/i di oggi si propina ancora la favoletta che Annibale sconfisse i Romani perché… aveva gli elefanti.

Ratto ha sentito la necessità di «fare controstoria» (www.incontrostoria.it). Intanto io qui – con altre/i – ho costruito ogni giorno «le scor-date». E ci siamo incontrati.

Recensione segnalata dal sito http://www.incontrostoria.it/

martedì 25 novembre 2014

"CRIMINE DI STATO" - IL NUOVO LIBRO DI BARBARA FRALE



"Crimine di Stato" è il nuovo libro di Barbara Frale edito da Giunti in cui la storica del Vaticano ripercorre il Processo ai Cavalieri Templari. La considerazioni da cui parte la Frale è molto attuale: tante volte sentiamo parlare di "macchina del fango" in tutti i campi, dallo sport alla politica ad esempio e sempre quando la vittima di quello che chiamerà "complotto" gode di potere e notorietà. Il Processo ai Cavalieri Templari altro non è stato che un'ingegnosa trappola ordita dal re di Francia Filippo il Bello atta a distruggere l'ordine più potente della cristianità, ma perchè? Essenzialmente per un mero motivo economico: i cavalieri templari erano diventati, grazie a benefici fiscali, lasciti e una serie di servizi che offrivano, estremamente ricchi e divennero una vera e propria banca che concedeva prestiti molto importanti ai sovrani europei tra cui proprio Filippo IV il quale era alle prese con una guerra molto dispendiosa contro l'Inghilterra. Quando il re capì che non avrebbe mai restituito il prestito, ottenuto di nascosto dal Gran Maestro Jacques De Molay, fece partire la macchina del fango puntando su un'accusa che poteva essere dilaniante per un ordine cristiano, quello di sodomia, un crimine particolarmente odiato da Filippo il Bello dato che organizzò il matrimonio "politico" di sua figlia Isabella con il principe di Carnarvon di Inghilterra che...era omosessuale intrattenendo una relazione neanche poco nascosta con un certo Pier Gaveston a cui assegnò addirittura la contea della Cornovaglia. L'idea di inserire la sodomia nelle accuse, venne proprio dal guardasigilli del re Nogaret dato che reputare i templari come un “un branco di perversi sodomiti, era una scelta che mirava senza dubbio a scatenare lo sdegno furente del re [...] Sicuramente – riferisce la studiosa - Nogaret avvelenò l’anima del sovrano con la terribile illazione che i Templari, pervertiti in massa, potessero aver fatto subire ai principini abusi di tipo sessuale. Il re non ebbe scrupoli a sottoscrivere quell’ordinanza che di fatto, nonostante fosse solo l’innesco di un processo destinato a durare ben cinque anni, distrusse l’ordine del Tempio sin dall’inizio”. Questo fatto increscioso turbò molto l'enigmatico re che non poteva fare altro che spostare questa accusa nei confronti dei Templari sulla base anche di alcune dichiarazioni di cavalieri reietti che gettarono ombre sul cerimoniale di ingresso e su alcune pratiche decisamente poco ortodosse. Sicuramente all'interno dell'Ordine vi erano anche spie reali perfettamente calate nella parte che annotavano pedissequamente tutto ciò che vedevano e sentivano. Sullo sfondo di questa faccenda, che era a dir poco clamorosa per l'epoca, si stagliano i turbolenti rapporti tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, una battaglia combattuta a colpi di scomuniche (in occasione dell'arresto del vescovo Saisset da parte di Filippo) e documenti falsi per confluire nello storico oltraggio di Anagni nell'anno 1303 ordito dal re con l'aiuto dei cardinali Colonna avversi al pontefice. Bonifacio morì dopo un mese di quello che passerà alla storia come "Schiaffo di Anagni" e Filippo instaurò un processo per eresia e stregoneria al defunto papa accusato di aver usurpato il trono di Pietro convincendo il debole Celestino V ad abdicare (sappiamo, in realtà, che Celestino si favorì dell'enorme pratica legale di Bonifacio il quale ammise la possibilità di un papa di dimettersi). Il processo non poteva essere condotto solo da re dato che i templari dipendevano esclusivamente dal papa, pertanto decise di mettere in mezzo anche l'Inquisizione al fine di rendere quello che era un processo politico, anche un processo religioso.

Il libro di Barbara Frale ripercorre egregiamente quei tragici anni con un ritmo incalzante e con un linguaggio estremamente chiaro adatto sia ai neofiti sia a chi conosce perfettamente questa vicenda che ancora a distanza di settecento anni fa discutere. Il testo risulta molto interessante anche perchè fa capire come i templari siano stati vittime di un complotto di stato ordito da aclune delle più brillanti menti dell'epoca usando la "macchina del fango" come forse meglio non si poteva utilizzare: i servi del re avevano capito che per distruggere definitivamente un ordine, che con la caduta di Acri perse sia di importanza sia di credibilità, si doveva agire sulla coscienza del popolo, proprio come oggi; quando parliamo di processi mediatici o quando sentiamo dire "condannato dall'opinione pubblica" intendiamo rifarci, involontariamente, al celebre processo ai Cavalieri Templari i quali, dopo l'arresto del 13 ottobre 1307, erano rimasti soli contro tutti. Ma che fine hanno fatto i templari? E' difficile dirlo. Tralasciando le leggende sappiamo che alcuni altissimi dignitari dell'ordine ricevettero una soffiata e riuscirono a fuggire poche ore prima della rappresaglia francese. E' possibile che il Gran Maestro non sapeva? Evidentemente si, anche perchè De Molay era un uomo non ben visto dal re di Francia sia perchè protestò molto per il famoso prestito concesso dal suo Visitatore di Francia a sua insaputa, sia perchè aveva più volte rifiutato la possibilità di fusione con l'Ordine degli Ospitalieri. L'obiettivo di Filippo era chiaro: distruggere l'ordine templare, acquisirne le ricchezze, riappianare i debiti di stato e fare in modo di avere a capo del nuovo ordine un uomo davvero pio...egli stesso...
Un libro che non può davvero mandare nella libreria di ogni studioso ed appassionato di templari, ricco di citazioni interessanti e arricchito dall'uso di fonti di straordinaria qualità. Cento ottantotto pagine da leggere in poche ore ma che offrono un quadro più che esaustivo della congiura politica e religiosa che ha portato l'Ordine dei Templari nel mito.


martedì 18 novembre 2014

L'ALTRA ILIADE L'ALTRA ODISSEA: TESTIMONIANZE TARDO-LATINE E MEDIEVALI SUL CONFLITTO PIU' FAMOSO DELL'ANTICHITA'



Su Troia si è scritto tanto e si continuerà a scriverne: la poesia omerica e il racconto virgiliano sono i pilastri della storia e del mito di questo conflitto. Ma chi abbia anche una semplice infarinatura di studi classici sa bene che ne hanno variamente parlato poeti e prosatori di ogni genere letterario, e ogni elenco ne risulterebbe inevitabilmente incompleto. Pochi saprebbero però, anche tra le persone di media cultura, rispondere magari  approssimativamente ad una domanda in apparenza erudita: chi sono Ditti e Darete, e cosa c’entrano con la letteratura di argomento troiano? Dietro questi pseudonimi (provo a rispondere sinteticamente e senza sfoggio di inutile erudizione) si celano due retori probabilmente greci del I secolo a.C., che si fingono partecipi e testimoni del conflitto come cronisti rispettivamente greco e troiano. Questa singolare intuizione non accresce lo scarso pregio letterario dei loro scritti, ma paradossalmente li presenta come più credibili di quelli di Omero e Virgilio (il grande poeta latino era probabilmente un loro contemporaneo!) agli occhi di un ignaro lettore. Di un espediente simile si avvarrà, come tanti altri, il Manzoni per I promessi sposi, presentati come fedele trascrizione di un inesistente manoscritto secentesco. Ma il grande romanziere non venne creduto da nessuno, mentre paradossalmente la finzione dei due sconosciuti retori venne data per vera e soltanto Giovambattista Vico nel Settecento li avrebbe smascherati. Fra il IV e il VI secolo i due testi originari furono tradotti in latino e così ci sono pervenuti. Dell’antica redazione greca dell’opera di Ditti rimangono solo alcuni frammenti papiracei, nulla invece di Darete. E quando, per circa un millennio, la lingua greca sarebbe divenuta pressoché ignota in Occidente e anche i testi omerici sarebbero stati celebrati ma sconosciuti, la storia della guerra di Troia fu in Europa legata a quanto ne dicono l’Eneide e questi due singolarissimi scritti, avidamente letti e studiati nonostante la loro indiscutibile mediocrità e soprattutto considerati testimonianze veritiere e affidabili di quel mitico evento. Perciò, a partire dall’XI secolo, li si tradusse, commentò e ampliò numerosissime volte nelle lingue della nascente Europa. Mi limito a ricordare qui, tra le tante, la versione che ne fece in Inghilterra Giuseppe Iscano (Joseph of Exeter) in eccellenti esametri latini e quella in ottonari del monaco normanno Benoît de Sainte-Maure, nota come Roman de Troie, tra le opere più antiche in lingua d’oïl. Una successiva redazione in prosa del Roman venne tradotta in latino medievale da Guido delle Colonne, poeta della scuola siciliana ed esponente di rilievo della corte di Federico II. Era il 1287, e il latino era ancora la lingua ufficiale della cultura europea, la res publica clericorum: ma la sua opera venne presto volgarizzata in tutte le nuove lingue germogliate dal latino, mentre continuava nel mondo anglosassone la grande attenzione per il Roman de Troie e l’Ylias di Joseph of Exeter, più volte tradotti. Fino a Dante, Petrarca e Boccaccio, ma anche per Chaucer fino a Shakespeare il racconto di Darete e Ditti sarebbe stato il resoconto storico della guerra di Troia. Solo con il Rinascimento sarebbe ricomparso nella cultura d’Europa Omero, ma si sarebbe continuato a giudicarlo solo un insuperabile poeta. 
*Consulta per la sinossi dei commenti danteschi il bellissimo sito
http://dante.dartmouth.edu/ 

La mattina dopo, Troia ardeva ancora e il fumo acre e denso non si disperdeva nonostante il vento, anzi pesava come una cappa, con il lezzo acre dei tanti cadaveri. Ma i Greci non sembravano curarsene troppo, i loro occhi erano puntati sull’enorme bottino ammucchiato al centro dell’accampamento, dinanzi alla grande tenda di Agamennone. Anche Enea ed Antenore erano là, con i loro familiari ed amici: erano tanti, tremanti e impauriti, ma cercavano di distrarre i piccoli che, ignari, avrebbero voluto scorrazzare tra le tende. Ormai, tutti sapevano: i Greci non avevano fatto prigionieri, alla strage erano scampati solo loro e le donne della famiglia reale, destinate a far da schiave ai superbi sovrani achei. I due traditori ostentavano sicurezza e scambiavano disinvolte battute con i capi greci, specialmente con Ulisse e Diomede, con i quali avevano concordato la consegna del Palladio e le condizioni di resa. in cambio della vita e dei beni loro e dei loro familiari: non c’era ragione di temere che i Greci si rifiutassero di rispettare i patti, il giuramento era stato fatto secondo i riti e romperlo poteva significare per i vincitori incorrere nell’ ira degli dèi. Ma Enea era in realtà teso e preoccupato, non tanto per l’imminente decisione di Agamennone e del suo esercito sulla loro sorte quanto per il futuro, che si presentava incerto e faticoso: dove avrebbe guidato quella moltitudine che solo in lui fidava per la propria salvezza? E i Greci avrebbero davvero lasciato loro le ricchezze senza le quali quella vita sarebbe stata una irrisoria finzione? Provava invidia per l’apparente indifferenza di Anchise e Antenore, quei due vecchi non avevano alcun rimorso per l’orribile tradimento della patria e dei loro concittadini? Agamennone aveva concluso i riti di ringraziamento agli dèi per la vittoria. I soldati e i prigionieri erano rimasti in religioso silenzio, rotto dai latrati dei cani e dal gracchiare dei corvi che cercavano preda anch’essi tra le macerie. Prima di procedere alla divisione del bottino secondo i meriti di ognuno, egli chiese solennemente all’esercito se, come segretamente pattuito, si voleva garantire vita e beni di quelli che avevano reso possibile la conquista di Troia. Il coro di sì fu talmente sonoro che cani e corvi tacquero per un istante, come sgomenti. La lunga fila dei Troiani scampati alla strage seguiva a capo chino Enea. Nel porto, accanto alle navi greche parate a festa e quasi ansiose di partire, c’erano anche quelle che dieci anni prima erano servite a Paride per rapire Elena. I vincitori le avevano conservate intatte, sperando in una sollecita conclusione della guerra, proprio per caricarle di bottino e prigionieri, ma ora le avevano concesse perché i superstiti potessero salpare senza indugio. Allora Enea e Deifobo avevano accompagnato Paride, e ne avevano sostenuto la decisione che avrebbe scatenato il conflitto. Priamo, pochi giorni prima, glielo aveva rinfacciato, quando con Antenore egli aveva proposto di restituire Elena e le sue ricchezze nell’illusione di evitare il disastro. Il re irato non ne aveva voluto sapere. Ma ora salire su quelle navi aveva il sapore di una pena: Enea pensava amaramente che quelle navi maledette li avrebbero riportati su altre rotte maledette.
Ma il figlio di Anchise era angosciato ancor più dal rimorso per il suo tradimento e dal terrore che se ne diffondesse la fama anche dopo la sua morte. Ne erano a conoscenza tutti i Greci e i Troiani superstiti, una vera moltitudine: come si poteva solo pensare che qualcuno tra essi non avrebbe rivelato l’orrendo segreto?
“Certo, disse tra sé Enea, nessuno dei miei compagni lo dirà mai, tutti quelli che si sono salvati lo devono a noi e sono anch’essi complici. Quindi taceranno, anche di fronte ai loro figli. E forse anche i Greci lo dimenticheranno presto. Che interesse avrebbero a far credere che Troia è caduta non per il loro valore, ma grazie al nostro tradimento? Basterà far finta di niente, anche se questo non mi toglierà nessun peso dal cuore”.  La versione mitica del tradimento di Troia da parte di Antenore ed Enea è pochissimo nota, ma attraversa quasi due millenni di testimonianze, a partire dal ciclo omerico fino e oltre la Commedia dantesca. Ne do un elenco che lascerà sbalorditi molti lettori e che rischia di essere tuttavia largamente incompleto, dichiarandomi pronto come faccio da un decennio a fornire via mail a chiunque me li richieda i testi originali. In calce riporto le testimonianze di Darete e Ditti e quella di Brunetto Latini, il maestro di Dante. Che il divino poeta fosse a conoscenza di questa storia è peraltro indiscutibilmente confermato dal nome di Antenòra che egli dà al girone infernale dei traditori della patria e da alcuni commenti contemporanei, che reagiscono sdegnati all’appellativo giusto che Virgilio dà al figliuol d’Anchise nel canto proemiale. Molto significative anche le parole del Boccaccio su Enea nelle Genealogiae deorum gentilium. Darete, La caduta di Troia. Lo stesso giorno si riuniscono di nascosto Antenore, Polidamante, Ucalegone, Anfidamante, Dolone. Dicono di meravigliarsi della pertinacia del re che, assediato, preferiva morire con la patria e i compagni piuttosto che fare la pace. Antenore dice di aver trovato una via d’uscita, utile ugualmente per sé e per loro, ma che bisognava vincolarsi con un giuramento. Tutti si vincolano con giuramento. Antenore, appena si vide vincolato dal giuramento, manda a dire ad Enea che si deve tradire la patria e badare ognuno a sé e ai suoi... Polidamante arriva nell’accampamento dei Greci, si incontra con Agamennone, e gli disse dell’accordo intervenuto. Mentre contendevano tra loro, si stabilì di farsi dire da Polidamante la parola d’ordine, e di servirsene per mezzo di Sinone in un colloquio con Enea, Anchise ed Antenore. Sinone parte per Troia. E poiché le chiavi della porta non ancora erano state date alle guardie di Anfimaco, data la parola d’ordine, Sinone si sentì fare i nomi di Enea, Anchise ed Antenore, e rassicurato lo riferisce ad Agamennone. Allora si decise all’unanimità di dar credito ai congiurati e di confermare con giuramento che si dava assicurazione ad Antenore, Enea, Ucalegone, Polidamante, Dolone e a tutti i loro genitori, figli, mogli e parenti consanguinei e amici che insieme con loro avessero giurato, che fosse loro lecito mantenere intatte tutte le loro cose e indenni i loro beni. Stretto e confermato con giuramento questo patto Polidamante propone che portino di notte l’esercito alla porta Scea, dove all’esterno è dipinta la testa di un cavallo. Dice che lì sono di presidio durante la notte Antenore con Anchise, che avrebbero aperto di notte la porta all’esercito e avrebbero fatto loro luce. Questo sarebbe stato il segnale dell’irruzione in città, perché sarebbero stati pronti lì quelli che li avrebbero condotti alla reggia. La proposta fu accettata e concordata, e Polidamante torna in città, riferisce i fatti, dice ad Antenore e ad Enea e agli altri con i quali era stato stretto l’accordo di portare tutti i loro familiari alla porta Scea, aprire di notte la porta Scea, mostrare il lume, far entrare l’esercito. Antenore ed Enea di notte furono lì alla porta, accolsero Neottolemo, aprirono la porta all’esercito, mostrarono la fiaccola, chiesero che ci fosse la garanzia della fuga per sé e per tutti i loro cari...Quando fece giorno, Agamennone ... chiede all’esercito se voglia che ad Antenore ed Enea, con quegli altri che insieme con loro avevano tradito la patria, venga mantenuto ciò che in segreto essi gli avevano promesso. L’esercito tutto grida che vuole così; e allora, chiamatili tutti, gli restituì tutte le loro cose…
Ditti, Efemeridi della guerra di Troia, passim 
IV 18… Crise fece segno di tacere: si appartò con Eleno e quando tornò riferì ai Greci tutto quel che aveva saputo, aggiungendo quando Troia sarebbe caduta, con l’intervento di Enea e di Antenore…22…I  nobili Troiani, visto l’insistente assalto dei nemici alle mura, e capito che erano ormai  incapaci di resistere,  fanno una sedizione contro Priamo e i principi. Chiamati Enea ed i figli di Antenore decidono di restituire a Menelao Elena con le ricchezze… Priamo se ne sentì cantare molte da Enea e alla fine, con sentenza unanime, ordinò ad Antenore di andare nel campo greco e trattare la fine della guerra...Nestore gli prometteva grandi cose alla distruzione di Troia, e lo esortava a qualche macchinazione con cui poter salvare gli amici e rovinare gli altri Troiani sleali… furono scelti Agamennone, Idomeneo, Ulisse e Diomede, che tenendosi lontani dagli altri concordano il tradimento. Si decide inoltre che ad Enea, sempre che volesse rimanere nell’accordo giurato, venisse concessa una parte del bottino e l’incolumità della sua casa; ad Antenore la metà dei beni di Priamo e il regno per uno dei suoi figli, quello che egli avesse scelto...V 5. Ulisse e Diomede vanno a casa di Antenore, dove vengono tenuti a banchetto e pernottano. E vengono a sapere da Antenore dell’antico oracolo, che sarebbe stata rovina totale di Troia se il Palladio, che era nel tempio di Minerva, fosse portato fuori delle mura... Ai  nostri (i Greci, cioè: è Ditti a parlare) che lo esortavano a fare tutto il possibile per aiutarli Antenore rispose che avrebbe fatto ciò che volevano… (8)…e quella stessa notte Antenore andò di nascosto al tempio di Minerva. Lì, mischiando alla forza molte preghiere, persuase Teano, che era sacerdotessa  di quel tempio, a consegnargli il Palladio, dicendole che ne avrebbe avuto grandi ricompense. Così concluso l’accordo torna dai nostri e consegna loro ciò che aveva promesso. I Greci, avvoltolo bene perché nessuno potesse capire di cosa si trattava, lo mandano su un carro al campo di Ulisse per tramite di  parenti  e fidi servi loro. 10. Diomede ed Ulisse cominciano a giurare che si atterranno a ciò che si era convenuto con Antenore e che ne sarebbero stati testimoni Giove sommo e la madre Terra, il Sole, la Luna e l’Oceano. Antenore conferma il giuramento con la stessa formula. 11… E  a Troia con grande zelo veniva portata nel tempio di Minerva, a cura di Antenore ed Enea, la quantità di oro e di argento stabilita…12… Né con più inerzia si provvide ad incendiare la città, ma solo dopo aver posto delle guardie a difesa delle case di Enea e di Antenore…16… E Antenore con i suoi si mette a pregare i Greci di lasciar perdere le reciproche ire e pensare per il bene comune di partire per mare, essendo ormai il momento propizio per la navigazione. Li invita tutti a banchetto e li colma dei più ricchi doni. Allora i Greci persuadono Enea a navigare con loro verso la Grecia, dicendo che lì gli avrebbero riconosciuto pari diritto di regno.
Brunetto Latini, Li livre dou Trésor, I 33  Come Enea arrivò in Italia
Quando Troia fu presa e messa a ferro e fuoco, e ci si uccideva gli uni gli altri, Enea il figlio di Anchise con il padre e Ascanio se ne uscirono dalla città portandosi un grandissimo tesoro e con una moltitudine di persone si salvarono.  E perciò raccontano gli autori (Ditti e Darete, ndt) che essi parteciparono al tradimento, e parecchi dicono che non ne seppero nulla se non alla fine, quando la cosa non potè esser evitata, ma comunque sia egli e tutta la sua gente se ne andarono per mare e per terra, un’ora prima o dopo, finché giunsero in Italia.
Boccaccio, Genealogiae deorum gentilium, VI 53 
De Enea Anchisis filio, qui genuit Iulium Ascanium et Siluium Postumum…. 
Egli, anche se ha compiuto molte imprese gloriose presso Troia, secondo taluni è segnato dalla macchia del tradimento della Patria, e se ne adduce a prova tra altre cose che gli fu permesso di andarsene incolume con il figlio, le navi e parte delle truppe, mentre contro gli altri si incrudelì. Altri tuttavia dicono che ciò gli fu concesso a titolo di dono, perché egli fu ospite assiduo dei messaggeri greci a Priamo e perché sempre nelle assemblee dei Troiani dichiarò dannoso che si trattenesse Elena e consigliò di restituirla…

Altre testimonianze classiche
  • Ellanico, Hist. Fragmenta 1a,4,F.31.10-71;  
  • Scolii a Licofrone, Alessandra, vv. 1232 e 1264; 
  • Gneo Nevio, Bellum Punicum, frg. 8,10,24,25; 
  • T. Livio, ab Urbe condita, I, 1; 
  • Orazio, Carmen saeculare, vv. 37-44 e commento di Porfirione ad locum; 
  • Dionigi d’Alicarnasso, Antichità romane, I 48; 
  • Dione di Prusa, Orazione XI 137,3-144, passim; 
  • Seneca, ad Helviam matrem 7 e de beneficiis VI 36;  
  • Tiberio Donato, ad Aen. II 200; 
  • Tertulliano, ad Nationes II 9; 
  • Servio, ad Aen. I 241 e 649...; 
  • Anonimo, Origo gentis Romanae, IX 1-4 
  • A queste vanno aggiunte le testimonianze relative ad Antenore:
  • Pausania, X 27, 1; Scholia in Iliadem, 3.205; Scholia in Pindarum, P 5.109; Scholia in Aristophanis aves, 933; Strabone, Geog., 13.1.52-3; Dione Crisostomo, Orationes, 11.137.7; Eliano, Natura animalium, 14.8; Quinto Smirneo, Posthomerica, XIII 300 sgg.; Trifiodoro, La presa di Troia, 651-9; Suda, sub voce Παλλάδιον; Servio, ad Aen., II 15.
  • Altre testimonianze medievali
  • Buoncompagno da Signa, Epistula mandativa ad comites palatinos, VI.
  • Anonimo, Storie de Troia e de Roma, passim
  • Anonimo, Istorietta troiana, passim
  • Dino Compagni, Cronica, I 14
  • Dante Alighieri, Inferno, XXXII 88 e Purgatorio, V 75
  • Giovanni Villani, Nuova Cronica, I 16
  • Andrea da Barberino, Huon d’Auvergne, II, 99
  • Benvenuto da Imola Inferno I 73-75 e XXXII 88-90
  • Chiose Vernon, Inferno,  XXXII 13-69
  • Anonimo Fiorentino, Inferno,  I 73-74 e XXXII  88

GLI ALTRI CAPITOLI DELL’ALTRA ILIADE, L’ALTRA ODISSEA
LE  MORTI  DI  POLIDORO—PENTESILEA--ACHILLE,  AMORE  E  MORTE--PARIDE:  NON SOLO  ELENA--IMPIUS  AENEAS--CALCANTE  TROIANO--GLI  ALTRI  APOLOGHI  DI ULISSE--TELEMACO  E  NAUSICAA--LA  MORTE  DI  ULISSE--DIONE  CRISOSTOMO, DISCORSO  TROIANO
Queste pagine hanno conseguito il premio speciale della giuria al concorso Letizia Isaia, sponsorizzato dal Consiglio dei Ministri e dalla Regione Campania, X edizione, ed il secondo posto per il settore Giornalismo e critica al Premio Mario Soldati 2012. Pur essendo riservati i diritti d’autore è consentito l’uso didattico di queste pagine. Molti approfondimenti dell’autore sull’argomento troiano nel M.E. sono ospitati sul sito www.culturaescuola.it e sugli altri siti web ivi indicati. Di particolare importanza è tra essi il sito in lingua francese  www.mediterranees.net/mythes/troie/chiappinelli, collegato al celebre dizionario Daremberg-Saglio. Chi voglia per qualsiasi motivo contattare l’autore può farlo scrivendogli all’indirizzo E-mail fchiappinelli@libero.it. Allo stesso indirizzo potete richiedere i volumetti IMPIUS  AENEAS e L’ALTRA ILIADE, L’ALTRA ODISSEA.

giovedì 15 maggio 2014

DANTE ERA NARCOLETTICO?


La metà dei miei compagni di scuola definivano Dante "Pazzo furioso, fumatore incallito di cannabinoide e folle visionario"; ovviamente non era questo il tono che spesso assumeva sentieri torbidi. In realtà, paradossalmente, la pletora di studenti forse non aveva tutti i torti...

Tutto parte dalle prime terzine...

«Io non so ben ridir com'i' v'intrai, / tant'era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai»

Da questo momento in poi si ripeteranno episodi di sonnolenza, debolezza muscolare, torpore, allucinazioni, piccoli sonnellini e improvvise cadute successive ad uno shock emotivo, tutti sintomi della narcolessia, termine usato da Jean-Baptiste-Édouard Gélineau nel 1880 che notò un giovane bottaio che soffriva di sonno costante, a cui faceva fronte con brevi riposi ristoratori, e cadute improvvise conseguenti ad una risata. Soffrono di questa particolare malattia 4/10000 abitanti ed è caratterizzata anche da paralisi del sonno, allucinazioni e sonno notturno costantemente interrotto. Questo dipende dal malfunzionamento della fase REM che rappresenta il momento in cui sogniamo. La narcolessia dipende dalla scomparsa di alcune cellule che producono la orexina fondamentale nelle funzioni metaboliche. La Divina Commedia ha diverse chiavi di lettura; allegoricamente parlando, ad esempio, il viaggio di Dante è una visione durante il sonno, un sonno iniziato dopo la selva oscura e terminato al termine del suo viaggio. All'inizio del viaggio, Dante è molto stanco, non ricorda come diavolo è entrato nella selva oscura pur riuscendo a collocare l'inizio del viaggio nella settimana santa nel 1300 quando il poeta aveva 35 anni (Nel mezzo del cammin di nostra vita.....). Ma perchè tanta sonnolenza? Dante non ce lo fa capire forse perchè per lui è una situazione conosciuta. Il suo stato di stanchezza continua è testimoniato anche da San Bernardo che si accorge che Dante si sta risvegliando e quindi decide di smetterla con le descrizioni degli angeli per far godere al poeta la visione di Dio. Il continuo riferimento a pochi sonnellini di brevissima durata e le varie cadute come nell'episodio di Paolo e Francesca (e caddi come corpo morto cade oppure E caddi come l'uom cui sonno piglia) in cataplessia. Le cadute derivano da veri e propri shock emotivi di intensa potata. L'episodio di Vanni Fucci ( citato nel XXIV e XXV dell'Inferno) dimostra come Dante fosse consapevole della sua malattia e di conoscerla molto bene sottolineando anche il carattere demoniaco della malattie (sappiamo che l'epilessia era considerato sintomo di possessione demoniaca). Alcuni elementi della sua malattia li troviamo anche ne la "Vita Nuova", opera giovanile, in cui racconta di alcuni frequenti episodi di sonno dopo emozioni forte, debolezze muscolari e soprattutto presenza onirica subito dopo essersi addormentato. 

Rimandiamo per completezza ed esaustività, all'articolo "Dante's description of narcolepsy pubblicato su Sleep Machine"

SI VIVEVA MEGLIO E PIU' A LUNGO DOPO LA PESTE NERA?


File:Trionfo della morte, già a palazzo sclafani, galleria regionale di Palazzo Abbatellis, palermo (1446) , affresco staccato.jpg


Uno studio molto interessante mostra come i sopravvissuti alla Peste Nera (causata dal batterio Yersinia pestis) del 1346 siano vissuti più a lungo rispetto a coloro i quali hanno vissuto prima dell'epidemia che falcidiò l'Europa intera (il 30% della popolazione e metà popolazione di londra nella prima fase 1347/1351).
Una epidemia di dimensioni simili si manifestò nel VI secolo passando alla storia come Peste di Giustiniano, chiaro riferimento all'Imperatore Romano. La Peste Nera fu causata dal batterio sopracitato il quale proveniva dall'Asia ed è giunto attraverso ratti, navi e quindi con frequenti scambi commerciali trovando terreno fertile nella scarsa condizione igienica dell'epoca. Più che epidemia, sarebbe corretto parlare di Pandemia dato che colpì tutto il mondo antico e non solo l'Europa. Sharon Dewitte, antropologa della University of South Carolina, ha esaminato in dieci anni mille scheletri di bimbi, uomini e donne (sepolti a Londra) vissute prima, durante e dopo l'epideamia arrivando a capire che:

a) La Peste colpì persone di ogni età e particolarmente fragili
b) I superstiti vissero fino a 70/80 anni, quindi di più di quelli vissuti in precedenza
c) i superstiti erano particolarmente robusti e quindi avrebbero potuto sopportare un'altra eventuale ondata di malattia

La ricerca, pubblicata su Plos ONE, ha evidenziato come le malattie possono modificare la demografia e la salute sia a breve che medio termine e quindi “sapendo quanto queste infezioni possono plasmare la biologia umana, si potranno avere più strumenti per capire la malattia e come ci potrebbe influenzare”.

Emiliano Amici

mercoledì 5 febbraio 2014

SI VIVEVA MEGLIO NEL MEDIOEVO



La definizione che si da spesso del Medioevo "Secoli Bui" è totalmente destituita di fondamento: nonostante sia entrata nel linguaggio comune accomunare al medioevo una pratica ritenuta vecchia e biasimevole, da Sergi in poi (L'Idea di medioevo) è chiaro che il pregiudizio la fa da padrona. Secondo uno studio americano, nel Medioevo la qualità di vita era nettamente migliore ai tempi moderni: il professor Richard Steckel dell'università dell'Ohio ha guidato uno studio sulle popolazione europee arrivando ad accertare che l'uomo medievale era alto tanto quelli del nord america, calando fino al minimo raggiunto nel XVIII secolo quando gli europei persero sei centimetri di altezza, per poi risalire solo nel XX secolo. La rivista Social Science History, ha pubblicato questo studio che acquisisce anche un forte valore sociologico, infatti ossatura ed altezza rientrano nei paramenti che indicano la qualità di vita di un popolo. Mille anni fa le persone avevano un livello medio di benessere totalmente paragonabile a quello delle moderne società e potevano mangiare carne con buona continuità e di buona qualità date le leggi ferree per la macellazione. Spinta a questo tentativo di denigrare il Medioevo venne proprio dall'Illuminismo che aveva in se connotati fortemente anticlericali.

mercoledì 29 gennaio 2014

LE GOFF: "MEDIOEVO E' PROGRESSO. NON C'E' STATO ALCUN RINASCIMENTO!"

Quante volte sentiamo dire in senso dispregiativo "Siamo rimasti nel Medioevo"? Tante volte...eppure questa frase denota molta ma molta ignoranza: secondo Règime Pernoud, medievista, «Quando si dice “in quel campo si è rimasti ancora al Medio Evo” si e detto tutto! Come è possibile che si sia ancora legati, nella nostra epoca scientifica, a nozioni così semplicistiche e infantili su tutto ciò che riguarda il Medio Evo? [...] dalle scuole elementari all’università — quasi senza eccezioni — si testimonia sempre lo stesso disprezzo per l’insieme del millennio che va dal V al XV secolo. È lo stesso disprezzo che manifestano i media in tutta tranquillità. Giornali, televisione e, appunto, il cinema, presentano invariabilmente gli stessi schemi: ignoranza, tirannia, oscurantismo [...] tutto ciò che ci resta dell’epoca, tutto è bello». Anche il noto storico francese Jacques Le Goff sembra essere d'accordo. In un'intervista per il suo ultimo libro, Le Goff ha affermato che «come dice il nome, il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio, di transito tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale. Ma non c’è nessuna rottura fondamentale tra Medioevo e Rinascimento, tra il 14esimo e il 17esimo secolo. Ci sono cambiamenti che non modificano in modo sostanziale la natura della vita dell’umanità. L’economia resta rurale, ciclicamente caratterizzata da carestie. Nonostante la rottura – importante – tra cristianesimo tradizionale e riformato, è sempre il cristianesimo a determinare una visione omogenea e religiosa di un’eternità definita da Dio». Le Goff rifiuta l'idea del Rinascimento, egli vede un lungo Medioevo che è iniziato si nel VI secolo ma è terminato nel XVII secolo negando quindi l'idea di un "uomo nuovo". Della stessa linea anche il prof Alessandro Barbero del Piemonte Orientale secondo cui «nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora»

giovedì 12 dicembre 2013

INTERVISTA AD ANDRE' VAUCHEZ

Parlare con il grande medievista francese André Vauchez, classe 1938, non significa solo risalire il fiume dei secoli, ma pure comprendere meglio il nostro. L’ex direttore dell’Ecole française a Roma (1995-2003), membro dell’Accademia dei Lincei e appassionato dell’Italia, dove ha trascorso quasi vent’anni, è adesso insignito del prestigioso Premio Balzan, che riceverà a Berna venerdì 15 novembre, insieme con gli altri premiati, Manuel Castells per la sociologia, Alain Aspects per l’informazione e la comunicazione quantistica, Pascale Cossart per la ricerca sulle malattie infettive. Nel suo appartamento parigino, rievoca alcuni temi cari, come la santità medievale, le grandi mistiche, il profetismo cristiano, il poverello di Assisi. «Non è un caso», dice sull’arrivo del nome Francesco al soglio di Pietro.

Professor Vauchez, lavorare in Francia sulla storia religiosa le ha valso incomprensioni, almeno all’inizio?

«Ho avuto alla Sorbona un eccellente maestro, Michel Mollat, che era pure un grande cristiano e dunque tutt’altro che ostile alla storia religiosa. Ma è vero che negli anni Sessanta e Settanta, quando cominciai a specializzarmi, non era facile fare della storia religiosa all’università, per via di una tradizione laica forte. La storia religiosa era rimasta indietro rispetto alla svolta storiografica degli Annales. Era un po’ una cenerentola, insegnata molto poco. Assieme ad altri, è stato necessario battersi per la legittimità della specialità. Se fin dagli anni Sessanta ho apprezzato così tanto lavorare in Italia, è anche perché la situazione era diversa. La storia religiosa era più valorizzata, con tanti studiosi rinomati».

La sua prima sintesi sulla spiritualità del Medioevo occidentale si chiudeva, umilmente, con un’«ammissione d’ignoranza» circa la religiosità popolare. Da allora, si sono fatti passi avanti?

«Oggi, non scriverei più la stessa conclusione. Dal 1974, le cose sono molto cambiate. Conosciamo meglio la religiosità popolare, i pellegrinaggi, le confraternite, così come il legame fra la religione vissuta e quella prescritta. Soprattutto a partire dal Duecento, vi è stato uno sforzo della Chiesa per inquadrare di più i fedeli a livello istituzionale e pastorale. Ma accanto a delle prescrizioni più precise, sopravvivevano pratiche molto più autonome, come i pellegrinaggi o le confraternite, create quasi sempre da laici».

Lei si è molto interessato alla religiosità femminile. Ancor oggi, l’audacia di Caterina da Siena o di Giovanna d’Arco ci stupisce. Che spiegazioni può dare uno storico?

«Dal Duecento al Quattrocento, si afferma e sviluppa il ruolo della donna nella vita religiosa, fino ad allora rimasto abbastanza minore. Quest’affermazione non avviene a scapito dell’uomo, ma rivendicando una specificità femminile che si esprime su un altro registro. Poche di queste donne sapevano leggere. Quasi nessuna scriveva. Ma questo deficit culturale è stato compensato sviluppando l’esperienza intima di Dio e la mistica. Penso a Chiara d’Assisi, Chiara da Montefalco, Angela da Foligno, fino a Caterina da Siena. Sono state in gran parte le donne a scoprire e promuovere la mistica, accanto alla dimensione profetica. In un periodo di grandi disordini politici e di crisi del potere maschile, le donne si sono espresse per il bene della Chiesa e della società. In proposito, il caso di Giovanna d’Arco è emblematico».

Si trattò di personalità capaci pure di un ruolo politico decisivo…

«Colpisce la loro ricerca del sostegno dei poteri per compiere il proprio messaggio. Caterina da Siena, ad esempio, scrive al re di Francia per difendere il Papa a Roma rispetto a quello avignonese. Non si può parlare d’ingenuità, dato che queste donne comprendono che la soluzione dei problemi resta politica. Occorre far pressione sulla politica per difendere gli interessi spirituali. Tali figure sono mistiche nella relazione con Dio e con Cristo, ma molto realiste nella condotta».

Lei ha curato una biografia di san Francesco. Come spiega l’eccezionale trasmissione del francescanesimo?

«Francesco d’Assisi non è una figura isolata del suo tempo, ma appare in una fase in cui molti laici si convertono a una vita migliore, servendo poveri e lebbrosi, fondando ospedali o curando le donne sole. C’è un contesto più largo, non solo in Italia, di laici al servizio dei miserabili. Ma evidentemente, la sua personalità è straordinaria. E con lui, l’aspirazione dei laici a condurre una vita pienamente cristiana trova compimento attraverso la predicazione itinerante, che non è teologica o dottrinale, ma è un appello alla conversione rivolto a tutti, uomini e donne, compresi i musulmani. Naturalmente, questo carisma conserva una parte di mistero».

Per lei, il francescanesimo è «il solo movimento religioso cristiano per il quale si possa parlare di una capitale, Assisi, e di un centro, l’Umbria». Quanto ha contato?

«È stato molto importante. L’ordine domenicano, per fare un paragone, non ha un simile radicamento o centro geografico. Ancor oggi, si può dunque ben parlare dello “spirito di Assisi”, rilanciato da Giovanni Paolo II con l’incontro storico del 1986. La Porziuncola, in particolare, resta un riferimento assoluto per l’ordine».

In che senso, com’è stato scritto, san Francesco fu un condensato del Medioevo?

«Francesco d’Assisi è rappresentativo di una nuova società urbana, in un mondo in espansione economica grazie agli scambi anche marittimi. Ma al contempo, è una figura capace di aprire prospettive nuove, ad esempio con la sua sensibilità per l’Oriente e l’evangelizzazione verso l’islam. Oggi, accanto alla povertà, stiamo riscoprendo meglio l’altra dimensione centrale del santo, l’umiltà, ovvero il rifiuto del potere, salvo quando è un servizio».

Daniele Zappalà

Articolo tratto dal quotidiano cattolico  AVVENIRE del 13 novembre 2013

"UN PRONTUARIO DEGLI STEREOTIPI SUL MEDIOEVO" DI ANTONIO BRUSA DELL'UNIVERSITA' DI BARI E PAVIA

"Ci siamo persi il XIII secolo", continua a ripetere dispiaciuto l'analista capo di Zero, il supercomputer che raccoglie e tramanda la memoria completa della storia umana. "Fortunatamente, si consola, è una perdita limitata. Pensate, se avessimo perduto il XX secolo, con tutte quelle guerre, personaggi eccetera. In fondo, che cosa c'era nel XIII secolo? Dante, qualche papa corrotto e, per il resto, solo una grande confusione".
In questa scena minore, e forse dimenticata dai più, di Rollerball, il crudo film di fantascienza di Norman Jewison, si rappresenta una situazione tipica della conoscenza diffusa del medioevo: un periodo lontano, dal quale emergono alcune figure eroiche e fondative (Dante, in questo caso, ma si potrebbero aggiungere Carlomagno, Barbarossa o Chaucer), alcuni errori tenaci quanto immotivati (i due Innocenzo - III e IV, papi esemplari di quel secolo - possono essere accusati di tutto, fuorché di corruzione), e, finalmente: il gran guazzabuglio di feudatari, castelli, congiure, guerre e matrimoni, crociate, monaci e santi. Una situazione disperante, per uno storico: ma anche un'occasione straordinaria per esaminare i rapporti fra storiografia e conoscenze diffuse. Fra scienza e "senso comune storico", come si disse in un dibattito su "Quaderni storici" del principio degli anni '80, più che fra scienza e "uso pubblico della storia", categoria importante, ma più limitata di quella ideata da Grendi, quasi un quarto di secolo fa. Infatti, le caratteristiche fondamentali degli stereotipi e delle false immagini medievali, attualmente circolanti, sono due: da una parte c'è la loro grandissima diffusione, la loro pervasività; dall'altra, il fatto che sono, per la maggior parte, di origine accademica. Non sono prodotti spontanei di una società ignorante. Al contrario, furono, in tempi passati, elaborati nel cuore stesso dell'accademia, e da quella fonte hanno penetrato gli aspetti più nascosti e insospettati della società. Si sono radicati a fondo: come, ad esempio, l'idea del "medioevo buio". Sono, dunque, testimonianza esaltante ed ambigua al tempo stesso: sia del successo della comunicazione storica, sia della sua disfatta. Proprio per questo, tali stereotipi dovrebbero essere studiati non tanto con il cipiglio severo del maestro che bacchetta giornali, documentari televisivi e film e manuali, e si scandalizza per l'ignoranza delle folle (maleducate, ma questo è un altro stereotipo, dalla televisione e dalla scuola che non funziona); quanto piuttosto con la serietà e la pazienza del ricercatore, che intuisce, sotto la pelle del fenomeno di massa, crisi o malfunzionamenti profondi del rapporto fra la comunità degli storici e la società, fra l'università e la scuola, quando non scorge problemi irrisolti all'interno dello stesso ambito accademico.
Una testimonianza della presa, anche su un pubblico più vasto, che queste problematiche hanno, è data dal successo di un convegno organizzato congiuntamente dal Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell'Università di Bologna e da Flavia Marostica, insegnante e ricercatrice di Didattica della storia dell'IRRE Emilia Romagna. Un successo tale, che il convegno è stato replicato, a causa dell'eccessivo numero di iscritti (ottobre 2001 e marzo 2002). Titolo del Convegno: Medioevo e luoghi comuni. Nella sua apertura, Massimo Montanari va direttamente al cuore del problema: gli stereotipi e le false immagini sono strettamente connesse all'idea stessa di Medioevo (che come si sa bene fu elaborata in ambito umanistico). Sono "veri" al punto tale che la coerenza storiografica dovrebbe imporre una soluzione paradossale. "Eliminare il Medioevo dal nostro vocabolario sarebbe una soluzione radicale e forse traumatica - conclude Montanari - ma personalmente la riterrei una conquista intellettuale". Lo storico sottolinea che è sbagliata l'idea stessa che esista "un periodo intermedio" e, conseguentemente, mobile, fluttuante, incerto, "confuso" (ma a questo punto dovremmo riconoscere a Jewison una capacità di sintesi mirabile). Infatti, nella storia non possiamo distinguere periodi di movimento e di trasformazione, da periodi di immobilità. Questa, lo sappiamo bene, è la prima conseguenza del carattere processuale della storia. Furono gli umanisti, che, pensandosi come "classici e perfetti", definirono per contrasto il periodo precedente come "di passaggio" e, per giunta, "gotico". Si produsse, dunque, cinque secoli fa, un trauma nella percezione del passato. E questo trauma è stato metabolizzato dalla cultura occidentale. Ne fa parte con tutti i suoi errori (siamo tutti debitori della lezione di Ovidio Capitani, su questo punto). E, dal punto di vista squisitamente didattico, questo "medioevo traumatico" crea una questione paradossale e difficilissima: come si può insegnare un periodo storico che convive con la sua falsa immagine, così inestricabilmente, che il falso si sovrappone al vero, e attiva un gioco di specchi e di rimandi, che forse è impossibile (o delittuoso) sciogliere? L'esempio più evidente, per quanto sicuramente paradossale, di questo intreccio, è dato dal fatto che, per quanto riguarda il medioevo, le stesse contromisure critiche si sono col tempo stereotipate. In altre parole, degli "stereotipi-vaccino" si frappongono, come un filtro potente, fra corpo docente e ricerca attuale. I principali sono due: il fatto che "il medioevo non è un periodo buio", e il fatto che "il medioevo non è il periodo dei papi e degli imperatori". Da tempo immemorabile gli insegnanti sanno che "i secoli bui" sono un vecchio stereotipo da evitare, quando si spiega il medioevo. E, da almeno trent'anni, sanno che il medioevo "di papi e imperatori" è un altro stereotipo, che magari ha afflitto il loro studio in gioventù, e che, perciò, è bene sostituire con un più vivace e realistico "medioevo dal basso", nel quale Bodo il contadino, le nuove tecniche agrarie, la vita quotidiana, le streghe, e le mentalità costituiscono una sorta di bazar delle meraviglie, luogo ideale di fascinazione per il giovane studente. A suo tempo, indubbiamente, queste idee sul medioevo rappresentarono un momento di dibattito e un desiderio di innovazione. Ma, ripetute e praticate per così tanti anni, si sono sclerotizzate. Sono diventate a loro volta degli stereotipi di un tipo particolare. Infatti, poiché si presentano incessantemente come "novità", questi speciali luoghi comuni conferiscono all'insegnante che li professa la sicurezza di essere al corrente della più recente produzione storica, e lo convincono dell'inutilità dell'aggiornamento. Sono "novità devitalizzate", che producono l'identico effetto di un vaccino, dal momento che proteggono accuratamente la scuola dalla rilevante quantità di nuove conoscenze, che, negli ultimi trenta-quaranta anni la medievistica ha elaborato. La massa di questi conoscenze "consegnate alla manualistica" è impressionante e giustifica la compilazione di un prontuario che metta sull'avviso il docente. Quello che segue tratto da un reading (Storia medievale, a cura di G. Sergi, Donzelli editore, Roma 1999), un'opera fondamentale per i nostri scopi, dal momento che la sua caratteristica principale consiste proprio nel tentativo di operare una revisione delle conoscenze diffuse: di far reagire, insomma, la storiografia non solo rispetto al suo dibattito interno, ma anche rispetto alle idee circolanti. Una straordinaria quantità di conoscenze da revisionare, che costringe il docente a muoversi con circospezione quasi ad ogni pagina, ad ogni paragrafo. Tuttavia, non si tratta dell'unico problema, nel campo della revisione cognitiva di questo periodo. E' la vulgata stessa, cioè la trama di fondo del racconto del medioevo, ad essere mutata. Proviamo a sintetizzare il copione-base della storia manualistica. Si parte con Carlo Magno, che fonda il suo impero e dà un volto preciso alla nuova realtà, l'Europa feudale: uno spazio ben organizzato, con un centro-vertice (l'imperatore e la sua capitale) ed una periferia controllata attraverso una catena di comando discendente (la piramide feudale). Questa struttura ha due nemici: un concorrente pericoloso (il papa, che lotta con l'imperatore per il dominio di questa piramide) e un avversario indomabile (i feudatari che ostinatamente vogliono distruggere la piramide). Questi tre protagonisti generano una storia, fatta di dinastie che si succedono (carolingi, ottoni, franconi, svevi), in un continuum intervallato da periodi di "anarchia feudale". Dopo ogni periodo di anarchia, l'impero si ricostituisce, su basi sempre più ristrette e asfittiche. Fino a che, i nuovi protagonisti (i comuni e la borghesia) mettono fine a questa lotta fra universalismo e particolarismo, definita "tipicamente medievale", e pongono le basi di una nuova società, che attraverso le fasi politiche della signoria e del principato, porta allo stato moderno. Ora, questo copione-base andrebbe sostituito con un altro, che invece parte con un territorio europeo punteggiato da miriadi di signorie (e principi di potere affini), che pian piano si ingrandiscono, si consolidano e si legittimano e trova una svolta fondamentale a metà del XII secolo, quando si instaurano le prime organizzazione efficaci, di governo centrale. E' da allora che imperatori, papi, re e città lottano fra di loro - in perfetta concorrenza - per affermare il loro dominio sul territorio. Lo stato moderno è figlio di questa concorrenza. Non nasce dunque sulle ceneri del feudalesimo, perché si forma insieme a questo: la piramide perfetta, infatti, è quella che è sotto gli occhi degli illuministi, in pieno Settecento. Sono dunque due processi generali completamente diversi: e obbligano, secondo me, non soltanto a rivedere questa o quella conoscenza, ma a riformulare interamente il racconto. A mutare gerarchie di fatti e problemi (sono ancora fondamentali i capitolari di Quierzy o la Constitutio de Feudis? O dobbiamo sostituirli con altri eventi?), a riformulare giudizi (su imperatori, papi, movimenti religiosi ecc.). E ciò non più in nome di una storia di fatti, da interpretare ideologicamente (a seconda della propria propensione politica), ma in nome di una storia che ha cambiato, letteralmente, volto. Ma tutto ciò, non può essere lasciato alla cura di insegnanti, per quanto preparati e attenti. Il disegno storico di base, di un medioevo finalmente aggiornato, non può che provenire dal confronto fra storici. 

Progetto di un prontuario degli stereotipi e dei
luoghi comuni sul medioevo


Argomenti a. Stereotipi della vulgata
attuale
b. Messa a punto della
storiografia
1. I barbari 1. Invadono l'impero e
lo distruggono.

2. Si caratterizzano per la loro alterità, rispetto al mondo
imperiale.

3. Vivono in comunità primitive e semplici, rispetto alla
società mediterranea complessa
Quando penetrano nell'impero
sono già abbondantemente latinizzati.

Sergi, pp. 8-9
2. I barbari L'organizzazione sociale
dei popoli germanici è fondata su sostanziale egualitarismo.
Le diverse popolazioni germaniche erano, infatti, abituate a spartirsi
il bottino, ma nel contatto con il mondo romano, hanno cominciato
a perdere questa loro caratteristica.

Si tratta di postulati
del tutto indimostrabili.

Sergi, p.9
3. Il feudalesimo Il feudalesimo è
stato abbattuto dalla rivoluzione francese che ha dissolto ogni
"residuo medievale".
Il feudalesimo abbattuto
dalla rivoluzione francese (la celebre "piramide feudale")
non era quello tipico del medioevo (caratterizzato piuttosto da
una struttura a "rete"), ma era un feudalesimo nato da
sviluppi ulteriori legati alla nuova Europa degli Stati nazionali.

Sergi, p.4

4. La curtis Azienda agricola autarchica.
Economia povera e stentata, non produce abbastanza per mettere in
modo il commercio

Questa è un'immagine
tipica dell'800. La curtis produce alimenti a sufficienza. La moneta
esiste e circola.

Sergi, pp. 22, 23, 27
5. Servi della gleba Sono l'emblema della condizione
servile del lavoro agricolo Vi sono rare attestazioni di adscripti
glebae. Si tratta di una cattiva lettura di Marc Bloch.

I contadini erano liberi,
servi o schiavi: ma non legati alla terra.

Sergi, p. 25
6. Papato Dopo Costantino, la chiesa
è un potere unico, esteso in tutta Europa. Le eresie rappresentano
una rottura di questa unità. Attentano all'unità ecclesiale
anche l'anarchia feudale e i processi di autonomia. I papi dell'XI
secolo, a partire da Gregorio, lottano per ripristinare l'unità
originaria

Solo dopo il XII secolo
il papato si presenta come un potere monarchico. Fino ad allora,
i vescovi erano sovrani nelle loro sedi.

Sergi, p. 29
7. Riforme Il matrimonio dei preti,
la vendita delle cariche, le chiese dei laici sono degenerazioni
che i papi riformatori tentano di combattere.
Costituivano aspetti normali
della vita religiosa e sociale del tempo. Vengono messi sotto accusa
da Gregorio VII, nel contesto della sua riforma accentratrice.

Sergi p. 29
8. Concordato di Worms Segna la vittoria del potere
papale (o di quello temporale) a seconda delle interpretazioni
Vi si stabiliscono forme
di gradimento reciproco.

Sergi, p. 30

9. Vescovi conti Ottone I li istituisce,
per impedire che nei feudi si affermi il principio ereditario.
Esistevano ovunque vescovi
con poteri civili.Gli Ottoni ottengono l'alleanza di quelli più
potenti.

Sergi, p. 31

10. Opulenza dei monasteri La ricchezza è un'aspetto
della degenerazione della vita monastica - originariamente costruita
intorno al precetto della preghiera e del lavoro - contro la quale
insorge la riforma.

Erano segno di superiore
disciplina spirituale. I benedettini non amavano il lavoro manuale.

Sergi, pp. 31-32
11. Comuni Sono gli antagonisti principali
dei poteri feudali. In essi si sviluppa la classe borghese. Impongono
a Federico I Barbarossa il rispetto delle libertà comunali;
rappresentano gli esordi di una italianità (o un'identità
lombarda), nei confronti del nemico straniero e centralizzatore.
L'età comunale non
rappresenta un superamento dell'età feudale. I comuni sono
immersi in una rete di rapporti feudali e signorili. La lotta contro
Federico I non ha nulla di nazionale, borghese o lombardo. La pace
di Costanza è un momento di tarda feudalizzazione.

Sergi, pp. 33-34

12. La libertà comunale L'aria della città
rende liberi.
Usano strumenti non nuovi
di assoggettamento delle campagne. Molto raramente i contadini accolgono
come "liberatori" i nuovi dominatori comunali

Sergi, p. 35

13. Podestà Erano un potere neutrale,
esterno alle rissose famiglie cittadine
Non si ricorreva al podestà
tanto per la sua neutralità, quanto per la sua esperienza
in diritto e nell'arte del governo.

Sergi, p. 36

14. Germani I "popoli germanici".
Il concetto di nazione è frutto dell'elemento germanico

Un popolo che si chiamava
"germani" forse non è mai esistito. I goti non
sono germani. Non avevano la sensazione di far parte di un popolo.

Pohl, p. 73
15. Alimentazione altomedievale La povera e disperata
agricoltura altomedievale.
Mangiavano più
carne che vegetali e, probabilmente, avevano più problemi
di colesterolo che di fame.

Wickham, p. 211

16. La rivoluzione dell'anno
mille
Nuovi strumenti, aumento
di produzione, aumento di popolazione ecc.

Non è vero che
le innovazioni abbiano avuto l'effetto di produrre una sorta di
rivoluzione medievale dei rendimenti agricoli.

Petralia, p-. 297
17. Regni medievali Al termine del periodo
di anarchia feudale, si riprendono gli antichi regni

Non di ricostruzione di
ordinamenti pubblici si trattò, ma di vera e propria costruzione
di quadri politici fondati su una concezione del potere monarchico
sostanzialmente diversa da quella dei cosiddetti regni romano-germanici
e da quella dell'impero carolingio.

Corrao, p. 321
18. Il sacro romano impero Così si chiama
il regno di Carlo Magno, per distinguerlo dall'impero romano.

A partire dal 1158 cominciò
ad essere adoperato il termine Sacrum Imperium. Dunque, il Sacro
Romano Impero fu opera di Federico I Barbarossa.

Miglio, p. 439
19 Modelli di organizzazione
famigliare
L'origine del modello
di famiglia allargata e patriarcale, opposta a quella nucleare odierna,
è individuabile nel medioevo.

Nel medioevo prevaleva
la famiglia nucleare, o coniugale, molto più simile a quella
di oggi.

Sergi, p.4
20. Frazionamento Nel frazionamento politico-territoriale
del medioevo è rintracciabile l'origine delle civiltà
nazionali.

Immagine elaborata nell'Ottocento.

Sergi, p.8
21. I franchi L'invasione "francese"
(non definita germanica) del suolo italico porta alla sconfitta
dei longobardi.

In realtà il suolo
italico è teatro di un grande conflitto intergermanico in
cui prevale il popolo più incline alle integrazioni etniche,
pur presentando molteplici aspetti di primitivismo,(lex Salica),
rispetto ai longobardi più evoluti.

Sergi, p.10
22. I vincoli feudali I vincoli feudali sono
l'esito dello smembramento del patrimonio statale e del potere pubblico
a favore di un'aristocrazia militare e fondiaria.



I poteri signorili si sono
formati più o meno spontaneamente dal basso e non delegati
feudalmente dall'alto.

Sergi, p.15
23. Medioevo "europeo"
o medioevo "nazionale"
Nel medioevo è
rintracciabile quel "mosaico etnico preesistente" rispetto
all'età moderna. L'origine etnica delle nazioni è
rintracciabile proprio nel medioevo. (Anthony Smith).

Non si può parlare
di medioevo "nazionale" sia perché era molto frazionato,
sia perché non c'è nulla di vocazionale nelle linee
di ricomposizione che affiorano nei secoli finali.

Sergi p.21
24. La fine del mondo antico Il 476 contrassegna l'inizio
del Medioevo caratterizzato dal tracollo imperiale di Roma e dal
conseguente decomporsi di un'intera civiltà: quella del mondo
antico.

Un'immagine così
drammatica appartiene soltanto al mondo occidentale. Vista da Oriente,
la caduta dell'Impero d'Occidente, appare piuttosto come una mutazione.
Per un altro millennio i sudditi dell'Impero Bizantino avrebbero
continuato a definirsi "romani".

A. Schiavone p.45
25. Il ruolo delle clientele
nei popoli germanici.
Il guerriero che giurava
fedeltà al capo doveva poi seguirlo per tutta la vita.

I guerrieri spesso cambiavano
signore secondo le opportunità che venivano loro offerte
e le prospettive di successo.

W. Pohl p.79
26. Il ruolo del re nei popoli
germanici.
A differenza dell'impero,
i popoli germanici erano governati da "re".

Ciò che le nostre
fonti definiscono "re" non è un'istituzione fissa
ma una designazione data dai romani a vari fenomeni: capi di gruppi
locali o di piccole tribù, comandanti di eserciti piccoli
o grandi, sovrani di grandi imperi di steppa come Attila, o reggenti
di regni potenti sul suolo romano come Teodorico o Clodoveo.

W. Pohl p. 79
27. Paganesimo, magie e superstizioni Ogni credenza, rito o
pratica delle religioni politeistiche. Religione connessa con pratiche
umane volte a controllare la natura: la magia, l'astrologia, l'uso
di amuleti e così via.

Nella recente letteratura
si tende a ridimensionare l'entità e la presenza del paganesimo
come coerente sistema religioso, e a ridiscutere di conseguenza
il carattere di radicale azzeramento delle credenze precedenti attribuito
di solito all'azione di evangelizzazione, e alle missioni monastiche
in particolare.

C. La Rocca p. 121
28. Cristianesimo Il cristianesimo si diffuse
in maniera sempre più decisa a partire dal IV secolo, quando
divenne religione ufficiale dello Stato. Tale processo portò
all'omogenizzazione della cultura e delle pratiche religiose dell'Europa
occidentale.

Risulta inadeguata l'idea
dell'avanzata del cristianesimo come un processo senza ostacoli
e contrasti.

C. La Rocca p. 138
29. La fine dell'età
carolingia
Segna il crollo dell'unità
imperiale e l'indebolimento dell'autorità politica e la fine
della concezione pubblica di quest'ultima.

Il frazionamento dell'unità
carolingia non determinò la fine della concezione pubblica
dell'autorità politica, ma l'avvio e l'accelerazione di processi
più complessi. Si ebbe la formazione di nuove realtà
politico territoriali come da una parte le "signorie",
e dall'altra l'individuazione di due aree geografiche e culturali:
quella francese e quella germanica.

P. Guglielmotti p. 201
30. La crisi economica al crollo
dell'Impero d'Occidente.
Questo periodo vide una
catastrofe economica generalizzata contrassegnata da una notevole
contrazione degli scambi e dell'attività produttiva.

Non possiamo parlare i
catastrofe economica generalizzata. La schiacciante maggioranza
della popolazione, fatta di contadini, non avvertì i cambiamenti
macro-economici e continuarono a vivere in un mondo tutto sommato
immutato.

Ch. Wickham p.225
31. La curtis Il modello curtense costituisce
il sistema agrario medievale per eccellenza.

R. Latouche e A. Verhulst
(tra 1950-70) hanno dimostrato che il modello curtense ebbe nei
fatti una diffusione assai limitata nello spazio e nel tempo, concentrata
sostanzialmente in Gallia, in Inghilterra e nell'Italia del Nord
solo dopo la metà dell'VIII secolo.

C. Wickham p.210
32. La schiavitù Con la caduta dell'Impero
d'Occidente, e la diffusione del Cristianesimo, ha fine il modo
di produzione basato sul lavoro degli schiavi.

Nel tardo impero e all'inizio
dell'età medievale c'erano ancora molti schiavi, nel senso
di uomini e donne senza diritti legali. Per quanto riguarda l'impero
romano, poi, bisogna tenre presente che il sistema di produzione
basato sul lavoro degli schiavi fu diffuso solo nell'Italia centrale.

C.Wickham pp. 208-9
33. Il commercio nel 700 Con l'espansione del mondo
arabo il commercio subisce una brusca interruzione.

Il commercio dei beni
di lusso continuò senza interruzione grazie alla vocazione
commerciale degli arabi. Il commercio dei generi di consumo di medio
livello era già in declino nel V e VI secolo.

C.Wickham p. 216
34. L'immagine degli arabi Le rapidissime e fortunate
campagne militari costituirono la ragione fondamentale dell'ampliamento
del mondo islamico.

Lo sviluppo era legato
all'esistenza di una complessa società stratificata al cui
interno funzionari civili e giuristi, mercanti e dotti avevano un
ruolo di rilievo. Il commercio rivestiva un ruolo di importanza
maggiore, per il consolidamento dell'Impero, dello stesso espansionismo
armato.

M. Gallina p. 239
35. La piramide feudale I rapporti sociali presenti
nel Medioevo possono essere rappresentati attraverso una "piramide"
di subordinazioni feudali che dal piccolo signore saliva, passando
per vassalli di livello crescente, fino al re.

I domini signorili non
scaturivano da concessioni "feudali" compiuti dal re e
dagli ufficiali pubblici, ma erano il prodotto di una evoluzione
spontanea. Per questo l'immagine della "piramide feudale"
si può applicare semmai ai secoli XII e XIII: ma non al periodo
carolingio o a quelli immediatamente successivi.

S. Carrocci p.257
36. Età signorile-feudale Nella prima parte del medioevo
si forma il sistema feudale; a questo succedono le signorie.

L'incontro tra signoria
e feudalesimo ha luogo solo a partire dall'XII secolo. Potremo parlare
quindi per il periodo compreso tra X-XII di "età signorile"perché
caratterizzato dalla signoria e non dal feudalesimo.

S. Carrocci p.266
37. Età buia Medioevo come periodo caratterizzato
da guerre, fame e carestie.

Ciò si può
dire solo dei secoli XIV e XV, i due secoli finali del medioevo,
che tuttavia hanno determinato l'immagine che del medioevo si è
successivamente consolidata. Le carestie fecero immaginare un medioevo
molto più affamato di quanto non fu in realtà.

Sergi p.37
38. Il monachesimo I monaci benedettini si
rifacevano al principio dell' "ora et labora". Ovvero
credevano nella funzione purificatrice dell'attività manuale.


Non amavano il lavoro se
non come condizione indispensabile per consentire la preghiera,
non credevano a una funzione purificatrice dell'attività
manuale.

Sergi p. 32
39. Il VII secolo Secolo di morte, in cui
un'Europa cristiana indebolita è soggetta agli attacchi di
nuovi nemici, gli Arabi.
40. Oscurantismo medievale Ignoranza, superstizione,
oscurantismo, arroganza del potere ecclesiastico appaiono i tratti
dominanti di una realtà medievale poi rinnovata dalla riforma
di Lutero.
I polemisti luterani tracciarono,
nel XVI secolo, un disegno della storia europea recente centrata
sulla questione religiosa, ossia sulla decadenza dell'originaria
spiritualità cristiana causata dal papato romano. In tal
modo si precisò un'immagine di Medioevo da condannare in
blocco e si affermò l'idea di una pressoché totale
coincidenza fra il concetto di Medioevo e la storia del cattolicesimo
romano.

Montanari p. 109


Bibliografia

Questo "prontuario" è stato pubblicato in una forma più ridotta in A. Brusa, Guida a Il nuovo racconto delle grandi trasformazioni, vol. I, PBM editori, Milano 2004, nel quale cerco di proporre un modello diverso di vulgata. E' stato, poi, ripreso da Valentina Sepe, nell'ambito del suo dottorato di ricerca, presso Didattica della Storia, con una ricerca che comprende non solo i manuali, ma anche la comunicazione attraverso il Web. Questa nuova versione del "prontuario" è debitrice di questi lavori, e va considerata, perciò come provvisoria. Nel volume Medioevo e luoghi comuni si trovano, oltre all'introduzione di Montanari, citata nel testo, saggi di M.G. Muzzarelli, G. Albertoni, B. Andreolli, G.M. Cantarella, T. Lazzari, A.L. Trombetti Budrieri, su diversi aspetti: la piramide feudale, la vita nei castelli, i barbari, l'anno mille, i servi della gleba e Federico II. Massimo Montanari, con Albertoni, Milani e Lazzari, ha pubblicato un manuale per i tipi Laterza (Bari 2002), Storia medievale, che raccoglie le nuove interpretazioni in capitoli succinti e precisi, con una bibliografia essenziale, di facile consultazione. L'autore al quale si deve l'impulso fondamentale verso questo genere di studi è sicuramente Giuseppe Sergi, la cui battaglia per un medioevo correttamente raccontato ha superato ormai il quarto di secolo. La prefazione al manuale Donzelli, da cui è ricavato il prontuario, è stata pubblicata anche a parte, in un volume intitolato L'idea di Medioevo. Fra luoghi comuni e pratica storica, Donzelli, Roma 1999. I saggi del manuale Donzelli, citati nel prontuario sono:

G. Sergi, L'idea di medioevo, pp. 3-42
A. Schiavone, Il mondo tardoantico, pp. 43-64
W. Pohl, L'universo barbarico, pp. 65-88
C. La Rocca, Cristianesimi, pp.113-139
P. Guglielmotti, I franchi e l'Europa carolingia, pp. 175-201
CH. Wickham, L'economia altomedievale, pp. 203-226
M. Gallina, La formazione del Mediterraneo medievale, pp.227-246
S. Carrocci, Signori, castelli, feudi, pp. 247-267
G. Petralia, Crescita e espansione, pp. 291-318
P. Corrao, Regni e principati feudali, pp. 319-362

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