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La Grande Storia dei Cavalieri Templari

Creati per difendere la Terrasanta a seguito della Prima Crociata i Cavalieri Templari destano ancora molto interesse: scopriamo insieme chi erano e come vivevano i Cavalieri del Tempio

La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda

Le Leggende Medioevali

Personaggi, luoghi e fatti che hanno contribuito a conferire al Medioevo un alone di mistero che lo rende ancora più affascinante ed amato. Dal Ponte del Diavolo ai Cavalieri della Tavola Rotonda passando per Durlindana, la leggendaria spada di Orlando e i misteriosi draghi...

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giovedì 7 febbraio 2019

SCOPERTI NUOVI FRAMMENTI SULLA LEGGENDA DI MERLINO E DEI CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA


Da alcuni frammenti di pergamena risalenti al XIII è riemersa una nuova versione della leggenda di Mago Merlino, Re Artù, del Santo Graal e della celeberrima spada Excalibur. 
La scoperta è avvenuta nella Biblioteca Centrale di Bristol dove riposava un incunabolo risalente al XV secolo stampato a Strasburgo tra il 1494 e il 1502. Nei pochi frammenti scoperti, si parla della battaglia di Trebes e del discorso di Merlino ai cavalieri di Artù prima dell'inizio della battaglia. Dopo aver informato il quotidiano "The Guardian" la direzione della Biblioteca ha contattato Leah Tether a capo di una associazione specializzata nel mondo arturiano (International Arturian Society) che ha confermato l'alto valore storico della scoperta. Secondo un primo studio della Tether i frammenti recuperati potrebbero risalire ad una versione dell' "Estoire de Merlin" proveniente dal "Ciclo del Lancelot-Graal", ovvero "Lancillotto in prosa" un famoso ciclo di racconti utilizzati da Thomas Malory che furono rielaborati ne "Le Morte d'Arthur" vera e propria fonde di ispirazione per tutti i racconti sulle mitiche imprese di Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda.

lunedì 11 dicembre 2017

KNIGHTFALL - I CAVALIERI TEMPLARI ALLA RICERCA DEL SANTO GRAAL

Risultati immagini per knightfall history ita

Si sta facendo un gran parlare tra studiosi e appassionati della nuova serie televisiva Knightfall la cui prima puntata sarà trasmessa in Italia mercoledì 13 dicembre su History. La miniserie televisiva racconta la fine, la persecuzione e il rogo dei Cavalieri Templari grazie ad un complotto ordito dal re di Francia Filippo il Bello iniziato venerdì 13 ottobre 1307 e terminato solamente nel 1314 dopo un lungo periodi di arresti, torture, cospirazioni. Il protagonista principale è il capo dei Cavalieri del Tempio, Sir Landry, un valoroso cavaliere che, scoraggiato dai drammatici fallimenti in Terrasanta, viene a sapere che il Santo Graal è riemerso dagli abissi della storia.

Trama di "Knightfall" (dal 13 dicembre 2017)

Acri, 1281. L'ultimo avamposto templare in Terra santa cade ignominiosamente in mani nemiche. Con la sconfitta, il Tempio perde prestigio e gloria pur mantenendo una ricchezza accumulata nel tempo talmente grande da destare invidia ai principali re europei. Ma un indizio sembra rinvigorire l'animo delle truppe templari: il Santo Graal sarebbe ricomparso dopo secoli di oblio, ora sta solamente ai Cavalieri Templari scoprirlo.

I Personaggi di "Knightfall"

  • Landry, interpretato da Tom Cullen. Condottiero di cavalieri templari e veterano delle Crociate, è ossessionato dal trovare il Sacro Graal.
  • Papa Bonifacio VIII, interpretato da Jim Carter.
  • Gawain, interpretato da Pádraic Delaney. In precedenza il più grande spadaccino templare, dopo un ferita alla gamba, non è più in grado di combattere.
  • Tancrede, interpretato da Simon Merrells. Veterano templare, accanito leale all'ordine.
  • Guglielmo di Nogaret, interpretato da Julian Ovenden. Consigliere cospirante di Filippo.
  • Regina Giovanna I di Navarra, interpretata da Olivia Ross. Formidabile diplomatica e stratega.
  • Re Filippo IV di Francia, interpretato da Ed Stoppard. 
  • Principessa Isabella di Francia, interpretata da Sabrina Bartlett.
  • Figlia di Filippo e Giovanna, il cui imminente matrimonio promette una duratura alleanza politica alla Francia.
  • Parsifal, interpretato da Bobby Schofield. Uomo del popolo che si unisce ai cavalieri templari perseguendo vendetta.
  • Adelina, interpretata da Sarah-Sofie Boussnina. Ladra senza tetto salvata da bambina dai templari.
  • Draper, interpretato da Nasser Memarzia.
  • Godfrey, interpretato da Sam Hazeldine. Maestro templare, è il mentore e la figura paterna per Landry.

venerdì 24 luglio 2015

CONFERENZA SUL GRAAL - 12 AGOSTO 2015 LIBRERIA L'UNICORNO DI TUSCANIA - ORE 21.30


Il Santo Graal...una coppa? Il ventre di Maria Maddalena? Un piatto? A questa domanda che attanaglia studiosi e semplici appassionati dalla notte dei tempi tenterà di rispondere Vincenzo Valentini presso la Libreria L'Unicorno di Tuscania mercoledì 12 agosto alle ore 21.30. Nell'incontro, Valentini editore di Penne e Papiri, illustrerà le fonti storiche del Santo Graal arrivando anche a quelle letterarie del Medioevo di Chretien de Troyes, Robert de Boron e Wolfram von Esenbach. Dopo l'approfondimento sulle fonti, verranno anche fatti collegamenti con il ciclo arturiano, i miti celtici e la simbologia cristiana.
Un appuntamento da non perdere in piena Tuscia che tenterà di far luce su uno dei più intriganti misteri della storia.

Clicca qui per la pagina facebook dell'evento

Libreria "L'Unicorno"
piazza Matteotti 9 (Centro Storico)

mercoledì 2 ottobre 2013

"METAMORFOSI DEL GRAAL" DI FRANCESCO ZAMBON

“Il Graal è un luogo dello spirito. Il simbolo di un'eterna ricerca del senso del mondo e di sé”. Francesco Zambon, docente di Filologia romanza all'Università di Trento, parla così del libro 'Metamorfosi del Graal' (Carocci editore). Fin dalla sua prima comparsa nella storia, ossia alla fine del XII secolo, il Graal è un qualcosa di inafferabile e misterioso. Si pensava fosse un piatto per poi arrivare ad un vaso o a una pietra proprio come descritto da Wolfram von Eschenbach nel suo "Parzival". Dal significato originario di grande piatto fondo nel quale si portavano cibi come grossi pesci e carni, nella cavalcata dei tempi il Graal conosce diverse 'metamorfosi': gli autori gli danno un senso e una forma diversa: diventa un vaso o un calice, ma anche una pietra, come nel 'Parzival' di Wolfram von Eschenbach. E le 'metamorfosi' del Graal non finiscono con la sua storia medioevale. Dopo una lunga eclisse, il mito fu infatti recuperato in maniera originale da alcuni autori ottocenteschi, in particolare da Richard Wagner: il suo Parsifal è all’origine di un nuovo 'ciclo del Graal' che comprende opere teatrali, narrative o cinematografiche. Un ciclo al quale appartengono anche recenti successi come 'Il Codice da Vinci', di Dan Brown. Nel Medioveo, sottolinea ancora lo studioso, la chiave per decodificare il Graal è “essenzialmente centrata sulla credenza in Cristo. Non è mai esistito un Graal reale, ma le ricerche dei Cavalieri sono dei percorsi iniziatici che comportano prove di carattere sia materiale sia spirituale. Anche le loro avventure sono iniziatiche: prove per passi successivi verso un obiettivo religioso. Sullo sfondo, l'utopia della pace e il sogno di conciliare Oriente e Occidente”. “Ognuno lo declina modo suo - rimarca lo studioso - ma il Graal resta una grande icona della ricerca del divino da parte dell'uomo. Ricerca di una identità profonda, di un sé che nonostante la notte continua a guardare a Dio. Graal è dunque la cifra del racconto, di quella che in termini medievali si può chiamare l'avventura. Le vicende con cui il Cavaliere conquista la propria identità profonda e realizza il compito che gli è assegnato nella storia. Un compito terreno, a servizio della società, ma anche spirituale. Una ricerca senza fine di verità, che può anche non essere conquistato da molti Cavalieri”. In questi racconti, infatti, solo pochi Cavalieri sono destinati a vedere il Graal. Ma questa non è la fine: “Anche le avventure degli altri Cavalieri ruotano attorno a questo centro”. Un desiderio di verità che non può trovare rappresentazione se non per le vie ineguali e fascinose del racconto. “Il Graal - spiega quindi Zambon - è un mito letterario che sta al centro di alcuni romanzi medioevali. Si tratta del simbolo della presenza divina sulla terra, oggetto di una ricerca spirituale senza fine ma che in questi romanzi diventa anche esplorazione della vera identità del Cavaliere e del suo ruolo nella società”. “Il Graal è un luogo dell'anima - sottolinea ancora il docente di Filologia romanza all'Università di Trento - che nei testi del Medioevo è sempre rappresentato da un oggetto reale che si trova in un luogo preciso. Da qui, in epoca moderna, l'idea un po' ingenua dell'esistenza di qualcosa che si identifica come Graal ed è nascosto in qualche parte del mondo, e la sua identificazione con vari oggetti reali che si suppone siano esistiti”. Questo Graal romanzesco “è in qualche modo la sintesi di tutte quelle reliquie che esistevano in Terrasanta e a Costantinopoli, legate alla presenza del Cristo sulla terra. Non a caso, in alcuni romanzi medioevali, il Graal si ritiene legato al corpo o al sangue di Cristo”. Anche il testo fondatore dell'Ordine dei Templari, il 'De Laude Novae Militiae' di S. Bernardo, sottolinea l'autore, “presenta molti punti di contatto con l'ideologia del Graal, presente nei romanzi in prosa degli inizi del tredicesimo secolo e largamente influenzati dalla teologia cistercense. Ma il Graal non è un oggetto - ribadisce Zambon - è una ricerca di un'Oriente del cuore, e di un senso della storia”. Un mito, perché racconto fondativo di un eterno presente. A cura del Servizio Biblioteca del Grande Oriente d’Italia, il libro 'Metamorfosi del Graal' sarà presentato il prossimo 7 ottobre, presso il Teatro 'Il Vascello', a Roma (via Giacinto Carini n. 78), con inizio alle 19. Con l'autore ne discuteranno Franco Cardini (Istituto Italiano di Scienze Umane) e Mario Mancini (Università di Bologna). Le conclusioni sono affidate a Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia.

mercoledì 24 aprile 2013

ROSSLYN CHAPEL

La cappella di Rosslyn è una chiesa situata a Roslin, nel Midlothian in Scozia (vicino ad Edimburgo), la costruzione ebbe inizio precisamente il 21 settembre del 1446, ad opera di William Sinclair (membro della nobilissima famiglia Sinclair) e terminò 4 anni dopo, il 21 settembre 1450, giorno dell'equinozio d'autunno. Inizialmente la chiesa fu dedicata a San Matteo apostolo ed evangelista proprio perché il 21 settembre corrisponde nel calendario gregoriano al giorno di San Matteo. La struttura si caratterizza in modo particolare per le intense e bellissime decorazioni presenti sulle colonne, inoltre è presente anche una strana decorazione sul soffitto, secondo alcuni quest'ultima è una specie di codice che però nessuno finora è mai riuscito a decifrare. All'interno della chiesa si trovano anche due colonne particolari denominate la "colonna del maestro" e la colonna "dell'apprendista". Lo stesso Sinclair aveva disegnato una colonna molto elaborata e di forma molto originale. Si narra che il maestro scalpellino non fosse in grado di realizzare la colonna voluta da Sinclair, ma l'apprendista ebbe in sogno i segreti per poterla creare a perfezione e ci riuscì. Il maestro per invidia creò così un'altra colonna, ma quest'ultima, anche se particolare, non arrivò mai alla bellezza di quella dell'apprendista. Oltre al famoso soffitto indecifrabile, la cappella si distingue anche per una serie di curiosi miti e leggende sorte su di essa e attorno ad essa, infatti pur essendo stata costruita più di un secolo dopo la fine dei Templari essa presenta diversi elementi che richiamerebbero la simbologia ad essi associata (come ad esempio le raffigurazioni di un cavallo con due cavalieri). Inoltre una leggenda vuole che la cappella di Rosslyn sia stata costruita imitando l'architettura del leggendario Tempio di Salomone: mettendo a paragone la pianta della Chiesa di Salomone e quella di Rosslyn, si può notare che la forma è identica. Stando ad alcuni studiosi (ipotesi recentemente ripresa dallo scrittore Dan Brown nel suo romanzo Il codice da Vinci) la cappella di Rosslyn sarebbe il luogo dove sarebbe (o è stato) custodito il Santo Graal, che si narra fosse nascosto nella colonna dell'apprendista; leggenda vuole, che uno studioso recatosi nella Chiesa con un metal detector avesse ispezionato tutta la colonna: arrivato a metà colonna, il metal detector cominciò a suonare; l'autorizzazione per compiere delle ricerche approfondite, non è però mai stata concessa. Altri studiosi però hanno negato sia la similitudine col tempio di Salomone che qualsiasi simbologia templare. Secondo Mark Oxbrow e Ian Robertson "la cappella di Rosslyn assomiglia al Tempio di Salomone come un mattone assomiglia a un libro", mentre il bassorilievo templare spesso citato mostra un solo cavaliere e la seconda figura è un angelo che tiene una croce. La famiglia St. Clair (poi divenuta Sinclair) inoltre non era in buoni rapporti con i Templari, tanto che William St Clair, nel processo tenuto ad Edimburgo nel 1309, testimoniò in loro sfavore. Molte delle sculture che oggi si vedono nella cappella di Rosslyn non risalgono all'epoca dell'edificazione ma alla seconda metà dell'Ottocento, quando la cappella in rovina venne restaurata da parte dell'architetto David Bryce, che era massone. I tanto discussi "angeli massonici" della parete est infatti sono stati aggiunti in occasione di quei lavori, come moltissime altre sculture negli archi e nelle volte. Lo stesso Robert St Clair-Erskine divenuto Earl di Rosslyn nel 1866 fu Gran Maestro di logge massoniche dal 1870 fino alla morte avvenuta nel 1890.

Fonte: Wikipedia

Immagina tratta da Wikipedia, Autore Anne Burges

domenica 21 aprile 2013

IL RE PESCATORE

 Il Re Pescatore o Re Ferito è un personaggio che appare in alcune opere del ciclo arturiano come ultimo discendente della stirpe dei Re del Graal, custodi della preziosa reliquia. Viene caratterizzato in modi anche molto diversi da diversi autori; in ogni caso, ha una menomazione alle gambe o ai genitali, e ha difficoltà a muoversi. La sua menomazione si ripercuote sul suo regno, che si è trasformato in un luogo deserto e devastato, "La terra desolata", la "terre gaste" (Waste Land). Il Re passa il suo tempo pescando in un fiume nei pressi del suo castello di Corbenic. Molti cavalieri erranti si recano dal Re Pescatore per guarirlo, ma questo sarà possibile solo al prescelto destinato a trovare il Graal (nelle storie più antiche Parsifal; in seguito anche Galahad e Bors). La ferita del Re Pescatore ha in generale la connotazione di una punizione per peccati commessi in passato; alcune opere sviluppano questo tema stabilendo un'analogia fra la ferita del Re Pescatore e la ferita al costato subita da Cristo sulla Croce; l'arma risulta essere la stessa in entrambi i casi, la leggendaria Lancia del Destino. Molte opere ritraggono due re feriti, padre e figlio (o nonno e nipote): il più anziano è relegato dalla malattia nel suo castello, tenuto in vita dal Graal; il più giovane, anch'egli menomato, riesce invece a incontrare gli ospiti e andare a pesca. Nelle sezioni successive, laddove sia necessario distinguere queste due figure, esse verranno chiamate rispettivamente "Re Ferito" e "Re Pescatore". Il Re Pescatore appare per la prima volta nell'opera di Chrétien de Troyes Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, dove Parsifal incontra due re feriti. Scopre troppo tardi che entrambi sarebbero guariti se avesse chiesto loro del Graal (dopo aver perso questa occasione perché il suo maestro lo aveva ammonito di non fare troppe domande). Parsifal scopre anche di essere discendente dei Re del Graal, essendo sua madre figlia del Re Ferito; il poema, incompiuto, si interrompe prima che Parsifal torni al castello dei due re. È opportuno osservare che l'apparizione del Re Pescatore nell'opera di de Troyes coincide anche con l'introduzione nel ciclo arturiano del tema della ricerca del Graal. Nell'opera di de Troyes non vi è alcuna connessione fra il Graal e la figura di Cristo; l'interpretazione del Graal come calice dell'ultima cena è infatti notoriamente successiva, e dichiarata esplicitamente per la prima volta nell'opera di Robert de Boron. Nella tradizione a cui de Troyes si riferisce, il termine "Graal" indicava genericamente una coppa o un contenitore magico, dotato del potere di guarire e allungare la vita. Il Re Pescatore si può quindi ricondurre a figure tradizionali della mitologia celtica, come Bran il Benedetto del Mabinogion, che possedeva un calderone magico che poteva risanare. Fu ferito al piede (o alla gamba) in guerra, e il calderone andò distrutto. Il Re Pescatore appare nuovamente nel Giuseppe d'Arimatea di Robert de Boron, in cui il Graal viene per la prima volta associato a Cristo. Nell'opera di de Boron, il "Ricco Pescatore" si chiama "Bron" (un'altra possibile eco della figura di Bran) ed è cognato di Giuseppe d'Arimatea, primo custode del calice di Cristo. Giuseppe fonda una comunità religiosa che arriva fino in Bretagna, e affida il Graal a Bron. Il nome "Ricco Pescatore" diventa "Re Pescatore" in alcune opere che si ritiene siano basate su un'opera perduta di Robert de Boron.
Wolfram von Eschenbach riprende e amplia la storia di de Troyes nel suo poema epico Parzival. Tra l'altro elabora i significati del Graal, e attribuisce un nome ai due re (il Re Ferito diventa "Titurel" e il Re Pescatore "Anfortas"). Il corpus di opere noto come Lancillotto in prosa introduce nuovi elementi della storia dei Re del Graal. Risulta che molti membri di questa discendenza furono feriti e menomati, come punizione per i loro fallimenti. Il Re Ferito (che acquisisce il nome di Pellam o Pellehan) e il Re Pescatore (Pelles) sono gli ultimi sopravvissuti della dinastia. Al fine di procurarsi un successore, Pelles trama affinché Lancillotto giaccia con sua figlia Elena, generando Galahad (predestinato a ottenere il Graal e riportare la vita nella Terra Desolata).
Nel ciclo della Post-Vulgata e in Le morte d'Arthur di Thomas Malory, si viene a sapere che la ferita del Re Pescatore si deve a un "colpo doloroso" (dolorous stroke) inflittogli da Balin. Il tema del "colpo doloroso" e dei suoi legami con la vicenda del Graal è uno dei temi minori che ripercorrono parte del ciclo arturiano. L'arma usata fu la Lancia del Destino, la stessa arma che ferì Cristo sulla Croce; e infatti il chiaroveggente Merlino prevede la ferita del Re Pescatore chiamandola "il secondo colpo doloroso". Il colpo doloroso viene normalmente descritto come una ferita alla coscia del Re, espressione che può essere però letta come un eufemismo per i genitali (proprio ai genitali risulta essere ferito Anfortas di von Eschenbach). La ferita ai genitali, a sua volta, è in rapporto simbolico con la sterilità della Terra Desolata.

Fonte: Wikipedia

WOLFRAM VON ESENBACH

Wolfram von Eschenbach (Eschenbach, 1170 ca. – 1220 ca.) è stato cavaliere alla corte di Turingia nonché uno dei più grandi poeti tedeschi del Medioevo. La sua fama è dovuta principalmente alla composizione, avvenuta attorno al 1210, di un poema cavalleresco sul Sacro Graal intitolato Parzival. Oltre a questo poema, di cui ci sono pervenuti circa 25.000 versi, vengono attribuiti al poeta tedesco anche i poemi epici Willehalm e Titurel, chiaramente incompiuti, e l'opera Wachter Lieder, una raccolta di poesie di ispirazione provenzale. La principale caratteristica delle sue opere è la tolleranza nei confronti delle altre religioni, che viene riscontrata assai raramente nelle opere di altri artisti contemporanei. Uno dei suoi meriti è quello di aver ispirato, con il Parzival, il libretto dell'opera Parsifal di Richard Wagner.

Fonte: Wikipedia

giovedì 18 aprile 2013

"PERCEVAL O IL RACCONTO DEL GRAAL"

Il poema incompiuto Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, di Chrétien de Troyes, fu scritto all'epoca delle crociate, ovvero tra il 1175 e il 1190 circa. Ne fu committente Filippo I d'Alsazia, conte di Fiandra. È considerata la prima opera letteraria che fa cenno al Santo Graal e farà da modello ai molti successivi romanzi ispirati alla leggenda del Graal. All'interno dell'opera il Graal non viene raffigurato come il calice dell'ultima cena di Gesù Cristo. Inoltre il nome "graal" è fatto precedere dall'articolo indeterminativo "un", il che fa pensare che l'autore volesse menzionare un oggetto convenzionale (probabilmente un bacile o un vassoio), certo non ancora identificabile col "Santo Graal" delle produzioni successive. Il protagonista di quest'opera è Perceval, presentato in qualità di figlio della vedova. Il padre e i fratelli di Perceval sono morti in guerra, e per non rischiare di perdere l'unico figlio rimasto, la madre decise di tenerlo lontano dal mestiere della cavalleria. Un giorno egli, cresciuto in semplicità di spirito e purezza di cuore, incontra alcuni cavalieri e, rimasto affascinato dallo splendore delle loro armi, vuole raggiungere la corte di re Artù. Lasciata la madre, che dopo la sua partenza muore dal dolore, Perceval, vestito da boscaiolo, raggiunge la corte del leggendario sovrano. Qui, messosi in luce per coraggio e virtù, viene nominato cavaliere da re Artù prima, e successivamente dal signore Gornemant. La nipote di costui, Biancofiore, se ne innamora, ma Perceval, pur ricambiando, decide di partire per il desiderio di rivedere sua madre e accertarsi che stia bene, in quanto per seguire il suo sogno di diventare cavaliere l'aveva lasciata svenuta al di là di un ponte. Nel viaggio scoprirà che essa era rimasta uccisa per la sofferenza di vederlo partire. Iniziano così le nuove avventure, durante le quali il giovane giunge al castello del Re Pescatore che reca su di sé un'inguaribile ferita: sino a quando essa non sarà rimarginata regneranno sulla sua terra tristezza e carestia. In una sala del maniero, durante una cena, appaiono in successione diversi oggetti, tra cui una lancia sanguinante (obiettivo della successiva ricerca di Galvano) e un graal, un piatto che al suo apparire sprigiona una grande luce. Ricordandosi le parole di Gornemant, il quale gli aveva consigliato di parlare e domandare il meno possibile, si risolve col non chiedere al Re Pescatore perché la lancia sanguinasse e a chi serviva il graal, pur provandone l'impulso. Questi oggetti, infatti, venivano portati in una stanza celata ai suoi occhi, all'interno della quale stava il padre del Re. La sua mancata domanda porterà disgrazia al Re Pescatore e alla sua terra, che per mezzo di quelle semplici domande avrebbe potuto essere risanata. Per questo motivo al suo risveglio tutto è sparito, nessuno a parte lui sembra essere presente nel castello, ed egli deve ricominciare le sue peregrinazioni. Durante una lunga serie di nuove avventure, egli dovrà rendersi degno di ritrovare il graal, ponendo rimedio al suo errore e salvando così la terra malata e il Re Pescatore. Incontra un eremita, fratello del Re Pescatore, che lo confessa durante la Quaresima e rinnova i suoi sentimenti religiosi, che aveva perso durante il cammino. Perceval viene a conoscenza della sua appartenenza alla Famiglia del Graal e che il Re Pescatore è suo zio.
Qui si ferma il racconto, rimasto incompiuto. Diversi autori hanno tentato di dare una risposta ai quesiti lasciati da Chrétien, che ha visto molti continuatori della sua opera, ma nessuno saprà mai realmente come sarebbe andata a finire la storia. Il roman è suddiviso in quattro parti.
La prima e la terza raccontano le avventure del giovane gallese Perceval. Dapprima inesperto e digiuno del mestiere delle armi, diventa cavaliere di re Artù e compie numerose prodezze. Ha molti incontri con cavalieri che gli impartiscono lezioni sulla morale cortese e con altre figure non di minore importanza che lo aiutano a crescere sul piano spirituale. Mentre dapprima conosciamo un ragazzo Gallese inconsapevole del mondo esterno (a causa della eccessiva protettività di sua madre), lo scopriamo in un secondo tempo come il prototipo del perfetto cavaliere cortese, per poi vederlo superare tale condizione e assumere un ruolo di maggior levatura spirituale, divenendo simbolo di una rinnovata cavalleria non più soggetta ai limiti della precedente.
Seconda e quarta parte narrano invece delle prodezze di un altro cavaliere, Galvano. Egli rappresenta la vecchia cavalleria, condannata da Chrétien per la troppa attenzione alle apparanze, senza però un vero spessore di forza benefica. Un mondo decadente, come dimostra la situazione drammatica in cui si trova la corte di re Artù, che ha grosse contraddizioni e scarsa coscienza sociale. Galvano si rende infatti protagonista di grottesche scenette, avventure fini a se stesse e descritte con sottile ironia, e sonore sconfitte. La narrazione occupa ben 4000 versi del poema su un totale di 9000 segnando nettamente la contrapposizione tra due sezioni dell'opera, e di conseguenza tra i due cavalieri.
All'interno del testo l'autore gioca spesso con l'immaginazione del lettore, prendendo ben di rado posizioni esplicite, ma insinuando instancabilmente il dubbio su ciò che intende comunicarci. Il poema si compone di ottonari ed è in rima baciata. Chretien de Troyes si inserisce dopo la poetica cortese, portata dai trovatori della Francia meridionale all'incirca nel XII secolo, denunciandola e superandola. La ricerca del Graal da parte di Perceval non è una mera ricerca per ottenere la gloria, ma soprattutto un momento di crescita a beneficio del mondo intero. Non a caso il libro è stato scritto per Filippo di Fiandra, tutore dell'erede al trono Filippo Augusto. Per Chrétien il proprio romanzo ha l'ambizione di diventare il supporto per la formazione del nuovo Re di Francia. Quattro poeti di innegabile talento, dopo la morte di Chretien de Troyes, provarono a dare un seguito al suo romanzo. La prima Continuazione ha aggiunto al romanzo di Chretien dai 9.500 ai 19.600 versi (a seconda del manoscritto). Essa è stata talvolta attribuita a Wauchier de Denain e per questo motivo spesso la si definisce Pseudo-Wauchier. Ne esiste una versione breve, una media ed una lunga; la corta è la più antica e la meno fedele al racconto di Chrétien. Roger Sherman Loomis ritiene che questa versione rappresenti la vera tradizione della leggenda del Graal, notevolmente diversa da quella di Chrétien. Questa prima Continuazione comprende la avventure anteriori di Galvano; suo madre e sua nonna sono andate a trovare Artù, giacché la sorella di Galvano, Clarissant, deve sposare Guiromelant. Galvano dapprima si oppone al matrimonio, per poi riconciliarsi con Guiromelant, e raggiungere Artù per assediare con lui due castelli. Alla fine, visita il castello del Graal.
Le versioni più lunghe comprendono due romanzi indipendenti ma imbricati nell'azione principale. Il Livre de Caradoc (Libro di Caradoc) parla dell'eroe Caradoc, un cavaliere di Artù, e spiega come è nato il suo soprannome « dalle corte braccia » ; l'altro racconta le disavventure del fratello di Galvano, « Guerrehet » (Gaheris o Gareth), su un battello tirato da un cigno. Poco tempo dopo la prima Continuazione, un altro autore aggiunge altri 13.000 versi al complesso narrativo. Questa sezione è stata attribuita a Waucher de Denain e ci sono buone possibilità che sia davvero sua. Composta soprattutto di avventure, questa parte mostra Perceval che ritorna al castello del Graal e ripara la spada di Trébuchet. Nonostante tutto, una minuscola fessura continua a sussistere nella lama, segno che il cavaliere non ha ancora raggiunto la perfezione. 17 000 versi aggiunti al testo formano la Continuazione di Gerbert. L'autore, comunemente identificato con Gerbert de Montreuil, ha composto la sua versione indipendentemente da quella di Manessier e intorno alla medesima epoca. Egli aveva scritto una conclusione, ma essa è stata soppressa nei due manoscritti sopravvissuti, che si sono limitati ad inserire una parte dell'opera di Gerbert all'interno della Continuazione di Manessier. Gerbert cerca di ricollegarsi al romanzo originario di Chretien, e l'influenza di Robert de Boron è sensibile. È notevole che abbia inserito all'interno della sua versione un frammento della storia di Tristano che non esiste da nessuna altra parte. La Continuazione di Manessier (chiamata anche Terza Continuazione poiché trova posto nei manoscritti che non includono la Continuazione di Gerbert, ma ciò ingenera ulteriore confusione) aggiunge 10.000 versi e (finalmente) una conclusione. Manessier ha fuso insieme un gran numero di finali differenti che ha trovato negli autori precedenti, cercando per quanto possibile di mettere ordine nella tradizione, ed ha incluso innumerevoli episodi tratti da altre opere, inclusa la Joie de la Cour, un'avventura dell'Erec e Enide di Chrétien de Troyes e la morte di Énide e di Calogrenant come la si racconta nella parte consacrata alla Queste del Saint Graal nel ciclo del Graal di Lancelot. Il racconto termina con la morte del Re Pescatore e l'ascesa di Perceval al suo trono. Dopo sette anni Perceval se ne va per morire nella foresta, Manessier suppone che abbia portato con sé in Cielo il Graal, la Lancia ed il piatto d'argento. Benché Chrétien non avesse fatto in tempo a completarla, la sua ultima opera ha avuto enorme influenza sul mondo letterario medievale. Perceval fece conoscere il Santo Graal ad una Europa entusiasta e tutte le versioni successive della storia del Graal rimandano a lui direttamente o indirettamente. Il Parzival di Wolfram von Eschenbach è una delle più grandi opere della Germania medievale, ed è fra le tante fondate direttamente sull'opera di Chretien. Un altro personaggio è il Gallese Peredur, figlio di Efrawg, eroe di uno dei tre romanzi gallesi associati al Mabinogion.

Fonte: Wikipedia

mercoledì 17 aprile 2013

GIUSEPPE DI ARIMATEA

Giuseppe di Arimatea (Arimatea, ... – ...) è un personaggio del Nuovo Testamento e degli apocrifi del Nuovo Testamento, coinvolto in modo particolare nella crocefissione e deposizione di Gesù; durante il medioevo sorsero alcune leggende che lo collegano alla Britannia e al mito del Santo Graal. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa luterana, dalla Chiesa ortodossa e da alcune Chiese anglicane; in Occidente la sua ricorrenza è il 17 marzo, mentre gli ortodossi lo commemorano la domenica dei "portatori di mirra" (la seconda domenica dopo pasqua) e il 31 luglio. Giuseppe compare in tutti e quattro i Vangeli canonici, cosa alquanto infrequente nel Nuovo Testamento.[1] A partire dal II secolo, inoltre, nacque attorno alla sua figura tutta una serie di dettagli, probabilmente leggendari, che andarono a confluire nel corpo degli Atti di Pilato, anche noti come Vangelo di Nicodemo o Narrazione di Giuseppe. Altri episodi e particolari furono aggiunti dagli scrittori delle origini del Cristianesimo. Giuseppe svolge un ruolo di rilievo nei racconti della passione di Gesù contenuti nei vangeli canonici, in cui depone Gesù morto dalla croce e lo mette nella tomba. Nei vangeli sinottici l'episodio si ripete secondo uno schema ben determinato: presentazione di Giuseppe, richiesta del corpo di Gesù a Pilato da parte di Giuseppe, che poi lo depone dalla croce, lo avvolge in un sudario e lo mette nella tomba, che viene chiusa. Le differenze tra i racconti sono:
nel Vangelo secondo Marco, Giuseppe è presentato come membro autorevole del sinedrio, «che aspettava anche lui il regno di Dio»; ricevuta la richiesta di Giuseppe, Pilato, sorpreso che Gesù sia già morto, chiede conferma del decesso ad un centurione, e solo dopo concede il corpo a Giuseppe; la tomba era un sepolcro scavato nella roccia, chiuso rotolandovi davanti una pietra;
  • nel Vangelo secondo Matteo, Giuseppe è un ricco uomo di Arimatea diventato discepolo di Gesù; solo in questo vangelo il sepolcro è detto essere la sua tomba, e si aggiunge che era nuovo;
  • il Vangelo secondo Luca dedica ben due versetti alla presentazione di Giuseppe; oltre a definirlo un membro del sinedrio che attendeva il regno di Dio, nota come fosse una «persona buona e giusta» e che non avesse condiviso la decisione degli altri membri del sinedrio riguardo alla condanna di Gesù; della tomba dice che non era mai stata usata;
  • nel Vangelo secondo Giovanni si racconta che Giuseppe era discepolo di Gesù, ma che teneva questo fatto nascosto per timore dei Giudei. Giuseppe e Nicodemo chiesero il corpo di Gesù a Pilato, che glielo concesse. Giuseppe si recò al patibolo con Nicodemo, che recava mirra e aloe; i due deposero il corpo dalla croce e lo avvolsero in bende e oli aromatici. Nel luogo dell'esecuzione c'era un giardino con all'interno una tomba mai usata; lì deposero Gesù, in quanto era Parascève e la tomba era vicina e utilizzabile prima dell'inizio del sabato. Il Vangelo di Nicodemo tratta più ampiamente la deposizione di Gesù e il ruolo svoltovi da Giuseppe.

Dopo aver chiesto il corpo di Gesù a Pilato, Giuseppe e Nicodemo lo prepararono e misero nella tomba che Giuseppe aveva fatto scavare per sé. Gli anziani ebrei si arrabbiarono per il fatto che Giuseppe aveva sepolto Gesù e lo fecero arrestare, imprigionandolo e sigillando la porta della sua cella, che fecero custodire da una guardia, ma Giuseppe scomparve dalla cella senza che i sigilli fossero rotti. Giuseppe ricomparve poi nella sua città, Arimatea. Gli anziani ebrei, avendo mutato opinione e avendo deciso di volersi confrontare più pacatamente con Giuseppe, gli mandarono una lettera di scuse tramite sette suoi amici. Giuseppe tornò allora da Arimatea a Gerusalemme e, dinanzi agli anziani, raccontò che era rimasto nella cella per tutto il sabato, ma che a mezzanotte gli era comparso Gesù in persona, che lo aveva portato a vedere la tomba dove Giuseppe l'aveva sepolto e poi, sebbene le porte fossero chiuse, lo aveva fatto entrare nella sua casa. Giuseppe confermò la risurrezione di Gesù ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, dicendo che era poi asceso in cielo e che altre persone erano risorte dai morti in quella occasione; in particolare, Giuseppe indicò che tra essi vi erano due figli del sommo sacerdote Simone. Anna, Caifa, Nicodemo e Giuseppe, assieme a Gamaliele, si recarono ad Arimatea per interrogare i figli di Simeone, Carino e Lentio. Durante il Medioevo, la figura di Giuseppe fu al centro di due gruppi di leggende, quella che lo vedeva come fondatore della cristianità britannica e quella che lo voleva primo custode del Santo Graal. Queste leggende nacquero nel XII secolo, quando Giuseppe fu messo in relazione al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d'Arimathie di Robert de Boron, in cui Gesù appare a Giuseppe consegnandogli il Graal e questi lo manda con i suoi seguaci in Britannia. Questo tema fu sviluppato nelle opere successive di Boron e del ciclo arturiano, finché, in opere tarde, si affermò che Giuseppe stesso si recò in Britannia diventandone il primo vescovo. n nessuno dei più antichi racconti dell'arrivo del cristianesimo in Britannia si menziona Giuseppe di Arimatea. È solo nella Vita di Maria Maddalena di Rabano Mauro (780-856), arcivescovo di Magonza, che compare il primo collegamento tra Giuseppe e la Britannia: secondo il racconto di Rabano, Giuseppe fu inviato in Britannia, e fino in Francia fu accompagnato da «le due sorelle di Betania, Maria e Marta, Lazzaro (che fu risorto dai morti), sant'Eutropio, santa Salomé, san Cleone, san Saturnino, santa Maria Maddalena, Marcella (serva delle sorelle di Betania), san Massio o Massimino, san Marziale, e san Trofimo o Restituto». In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull'isoletta di San Patrizio assieme al Santo Graal poco distante dall'Isola di Man.

ROBERT DE BORON E IL SANTO GRAAL

Robert de Boron (anche Bouron e Beron), italianizzato in Roberto de (o di) Boron (fine XII secolo – inizio XIII secolo) è stato un poeta francese, originario del villaggio francese di Boron, nell'odierno arrondissement di Montbéliard. Di lui restano due poemi in ottosillabi: Giuseppe d'Arimatea e Merlino (di quest'ultimo restano frammenti e successive versioni in prosa). Si pensa che facessero parte di una trilogia o di una tetralogia di poemi che comprendeva anche un Perceval e, forse, una Morte di Artù). Robert de Boron fu il primo autore a dare un'esplicita dimensione cristiana al Sacro Graal. Secondo la sua versione, Giuseppe d'Arimatea utilizzò il Graal per raccogliere il sangue di Cristo. La sua famiglia portò poi il Graal ad Avalon, identificata con Glastonbury, dove lo custodirono fino all'ascesa di Artù e all'arrivo di Perceval. Notizie sulla sua vita si deducono da brevi menzioni presenti nelle sue opere: lui si definisce chierico e cavaliere e dice di essere al servizio di Gautier di "Mont Belyal", identificato da Pietro il Gentile con un Gautier de Montbéliard (signore di Montfaucon), che nel 1202 prese parte alla Quarta Crociata e che morì in Palestina nel 1212. Pietro il Gentile sostiene anche che la menzione di Avalon nell'opera di Boron dimostra che egli la scrisse dopo il 1191, anno in cui monaci sostennero di avere trovato a Glastonbury le tombe di Artù e Ginevra. Non si sa niente sulla sua famiglia, sebbene il secondo autore del Tristano in prosa sostiene di essere nipote di Boron, anche se ciò sembra più che altro essere solo un modo per darsi una patente di credibilità. Con il nome di Borone compare come personaggio nel romanzo "Baudolino" di Umberto Eco, entrando in contrasto con Kyot (Guiot de Provins) circa la natura del Graal.

Fonte: Wikipedia

venerdì 18 gennaio 2013

RENE' GUENON E IL SANTO GRAAL


L’etimologia della parola Graal deriva dal latino “gradalis”, ovvero “coppa”. Il primo autore che menziona il Graal fu Crethien de Troyes (Perceval ou le Conte du Graal), nel 1191, ma furono Robert de Boron (Joseph d’Arimathie y Estoire del San Graal) y Wolfram von Eschenbach (Parzival), che svilupparono la leggenda del Graal, convertendo la coppa in quella dell’Ultima Cena che fu poi utilizzata da Giuseppe di Arimatea per raccogliere il Sangue di Gesú nella Croce. Secondo questi libri Giuseppe di Arimatea si rifugiò in Gran Bretagna portando con sé il Graal. Secondo l’esoterista francese René Guénon (1886-1951), la leggenda del Graal, oltre ad essere certamente cristiana, ha delle radici molto più profonde che possono essere ricondotte all’unione fondamentale di tutte le tradizioni. Innanzitutto per Guénon il Graal, inteso cone “vaso” o “coppa” è simbolicamente connesso con il concetto di “Sacro Cuore di Gesù”. Se il Graal ha raccolto il prezioso sangue di Cristo, è associabile al Cuore, che per antonomasia è il ricettacolo del sangue, il centro dell’Essere Umano e dell’Universo. Secondo varie tradizioni esoteriche il Graal rappresenterebbe la dimora dell’immortalità e la conoscenza, che avrebbe dovuto essere comunicata all’uomo nel Giardino dell’Eden. Gli Angeli avrebbero forgiato il Graal da uno smeraldo che era incastonato nella corona di Lucifero. Qui Guénon fa notare che questo smeraldo è stranamente simile al terzo occhio di Shiva, che nelle tradizioni Indú rappresenta la conoscenza. Sempre secondo le tradizioni esoteriche (ricompilate da Anna Katharina Emmerick), il Graal venne consegnato ad Adamo, ma in seguito al peccato originale e quindi alla cacciata dell’uomo dal Giardino, Adamo non poté portarlo con sé. Per Guénon il Giardino o Paradiso Terrestre era realmente il “Centro del Mondo” assimilato al “Cuore Divino”. Fu Set che poté, in seguito, recuperare il Graal. Set, terzo figlio di Adamo, è simbolicamente considerato colui che annuncia la restaurazione dell’ordine primordiale dopo la “caduta dell’uomo”. Quindi il Graal sarebbe stato salvato da Noè e utilizzato da Melchisedek e Mosé, per poi essere consegnato a Gesú da parte di Veronica. Secondo la leggenda ricompilata da Robert de Boron sarebbe stato poi portato in Britannia da Giuseppe di Arimatea. Secondo questo mito i Cavalieri della Tavola Rotonda erano destinati a ricevere il Graal, quando uno di loro lo avrebbe conquistato. La Tavola Rotonda con i suoi dodici cavalieri, per Guenon simbolo del ciclo zodiacale, richiama anche ai dodici apostoli di Gesú. Da notare che, sempre per Guénon l’origine etimologica della parola Graal può ricondursi sia alla parola grasale (vaso) sia alla parola gradale (libro). Nella tradizione cristiana, al Graal viene associata una lancia, detta la lancia di Longino. Con quella lancia il centurione romano Longino avrebbe trafitto il costato di Gesú. E’, per Guenón, un simbolo complementare al Graal, ed ha le sue radici in altre tradizioni simboliche simili: per esempio la lancia di Achille, che curava le ferite che aveva causato, o il mito di Adone, il cui sangue, dopo che fu ferito mortalmente dalla zanna di un cinghiale, si trasformò in fiori. Il simbolismo florale è importante nella visione di Guénon in quanto il fiore è anch’esso un ricettacolo (del polline). Tornando al simbolismo “universale” del Graal, Guénon fa notare che anche nelle tradizioni orientali esiste la coppa sacrificale che contiene il soma vedico. Il soma è la bevanda sacra della religione vedica. Ecco un passaggio del Ṛgveda, VIII-48,3:
Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?
Anche nella religione Mazdea (Zoroastrismo) esiste il concetto di bevanda sacra, che da la conoscenza assoluta e la vita eterna: è il haoma. Per gli Induisti questo concetto è detto amrta, mentre per gli antichi Greci era denominato ambrosia. In ultima analisi per René Guénon il Graal, o vaso sacrificale, rappresenta il Centro o Cuore del Mondo. E’ riconducibile ad una tradizione comune antichissima di tutti i popoli della Terra e coincide con il Sacro Cuore di Cristo.
YURI LEVERATTO
Copyright 2012


martedì 9 ottobre 2012

NELL'ULTIMA CENA SONO PRESENTI IL GRAAL E LA SINDONE!


Gli elementi sono nascosti nelle decorazioni del capolavoro di Leonardo: la coppa è nascosta nel montante della finestra compresa tra i primi due arazzi, alle spalle di Bartolomeo che è il primo apostolo a sinistra del dipinto. E proprio sopra al 'calice' tra le macchie nel muro, che sembrano elementi senza senso, spunta un volto molto simile a quello della Sacra Sindone. Un elemento inedito potrebbe essere stato scoperto da Gabriele Montera, medico cosentino, sul celebre dipinto 'L'ultima cena' di Leonardo da Vinci. Osservando da una certa distanza il capolavoro conservato a Santa Maria delle Grazie a Milano emerge il Sacro Graal, la coppa che ha entusiasmato e mosso la fantasia di una miriade di personaggi nel corso della storia. La coppa è nascosta nella decorazione del montante della finestra compresa tra i primi due arazzi, alle spalle di Bartolomeo che e' il primo apostolo a sinistra del dipinto. A prima vista sembra un semplice decoro e invece, prestando attenzione, emerge l'immagine del Graal. Un accostamento non incredibile per un illuminato come Leonardo. Gabriele Montera ha fatto questa scoperta casualmente, osservando una riproduzione del dipinto nel suo studio medico una sera al termine delle visite. Quella stampa era a terra, in attesa ormai da tempo di essere collocata sul muro. Fu un lampo. ''La ragione sonnecchiava e fu allora che la mia anima ascolto' la voce di Leonardo'', afferma Montera all'Adnkronos che ha scritto un libro dal titolo 'Il calice svelato' proprio per raccontare la rivelazione della coppa sul dipinto del Cenacolo. Da lì è iniziato un lungo periodo di approfondimento e studio su Leonardo da Vinci e il suo mondo. ''E' strano che nessuno finora si sia accorto di questa presenza sul dipinto'', si meraviglia lo stesso Gabriele Montera. Ma questa non e' l'unica novita'. Mostrando il dipinto a un amico per verificare che non fosse soltanto un abbaglio, quest'ultimo fece notare a Gabriele Montera un'altra particolarità. Sopra il calice tra le macchie nel muro che sembrano elementi senza senso, spunta un volto che e' molto simile a quello della Sacra Sindone. Il significato e' di notevole simbologia, si vede infatti Gesu' che appoggia le labbra al Sacro Graal, la coppa che in numerose interpretazioni e' stato accostato proprio alla discendenza del Cristo per l'assonanza con le parole ''Sang Real'' cioe' sangue reale. Trasponendo il negativo del volto raffigurato nella Sindone a quelle macchie nel muro, molti tratti coincidono, soprattutto la forma delle labbra. E qui torna un dubbio posto da alcuni studiosi, ovvero che l'autore della Sindone possa essere stato lo stesso Leonardo. Nelle scoperte di Gabriele Montera sull'Ultima Cena ce n'e' un'altra ancora molto significativa. Da studi geometrici che partono dalla lunghezza del tavolo raffigurato, che misura 8,80 metri (cioe' quanto e' largo il refettorio di Santa Maria delle Grazie che lo custodisce), Montera ha ricavato le misure della Sacra Sindone. Secondo il medico cosentino, le figure sul dipinto non rispettano le proporzioni che derivano dall'ampiezza della stanza. ''Non poteva essere un errore, non era da Leonardo - spiega l'autore della scoperta - e allora mi sono accorto che sono il doppio rispetto allo spazio. Dividendo per due la misura del tavolo, il risultato e' di 4,40 metri proprio come la Sindone che e' 4,42 metri''. Analizzando le righe disegnate sul dipinto, che sembra siano state aggiunte successivamente, secondo Montera la tovaglia potrebbe coincidere proprio con il lenzuolo che avvolse il corpo di Gesù dopo la Crocifissione. Leonardo potrebbe essere stato custode di tanti misteri, e forse anche appartenente ai Rosa+Croce. Se l'intuizione di Gabriele Montera fosse confermata, si aprirebbe un nuovo capitolo nel grande mondo delle opere di Leonardo da Vinci. Il medico cosentino sta organizzando nella citta' dei Bruzi una serie di manifestazioni sulla figura dello scienziato toscano. Una collocazione, quella di Cosenza, che gli permette di avvicinarlo alla figura di Telesio, il filosofo dei sensi. ''Il sensus di cui parla - spiega Montera - non credo si fermi al senso materiale dell'esperienza della natura. Ma e' anche intuizione, qualcosa di indefinito che spinge a guardare i fenomeni non soltanto con gli occhi''.

sabato 6 ottobre 2012

IL SANTO GRAAL

Sconcertante, misterioso, imprevedibile, Il Santo Graal è un giallo storico che prende avvio da alcuni incredibili indizi ritrovati a Carcassone, centro della Francia meridionale. Il quadro che ne emerge è quanto mai sconvolgente: Gesù non morì sulla croce, sposò Maria Maddalena - da cui ebbe alcuni figli - e, con la famiglia, si rifugiò in Francia presso una comunità ebraica. I suoi discendenti regnarono con il nome di Merovingi, creando successivamente il Sacro Romano Impero, maestoso disegno di un'Europa finalmente unita. Fallito sul piano politico, questo progetto si sarebbe invece alimentato grazie a sette religioso-esoteriche come i Templari, gli Albigesi, i Cavalieri Teutonici, e a società segrete facenti capo a un'organizzazione ancor più misteriosa, il "Priorato di Sion", alla quale sono stati collegati, nel corso dei secoli, alcuni fra i nomi più prestigiosi dell'arte, della scienza e del cattolicesimo. Insolito reportage su duemila anni di storia, Il Santo Graal trascina il lettore in un gioco affascinante di fatti, ipotesi, analisi, interpretazioni e strabilianti coincidenze, facendo rivivere il mistero di una grande leggenda.


TitoloIl santo Graal
AutoreBaigent MichaelLeigh RichardLincoln Henry
Prezzo€ 10,50

Dati2004, 486 p.
TraduttoreRambelli R.
EditoreMondadori  (collana Oscar bestsellers)

sabato 8 settembre 2012

VIAGGIO NEL MISTERO DEL...SANTO GRAAL...

Nel medioevo il Graal è oggetto di racconti e ballate. In alcuni versioni è una coppa o un piatto in altre la sacra reliquia è una pietra caduta dal paradiso o la lancia di Longino che trafisse il costato di Cristo sulla Croce. Ritenuto una coppa o piatto, è menzionato in un poema di Chretien de Troyes originario dello
Champagne, lo stesso luogo in qui I nove cavalieri fondatori dell'Ordine del Tempio trascorsero del tempo. Gli stessi templari venivano da Troyes e Chretien probabilmente sentì qualcosa da loro. E' descritto in diversi modi: il poeta medievale francese De Boronne, descrive il Graal come un calice che raccolse il sangue
di Cristo. Nel poema di Wolfgang von Esenbach, Parzifal va alla ricerca del Graal descritto come una pietra. Il Santo Graal è solo una coppa o il simbolo di un grande segreto? Potrebbe essere anche l'Arca dell'Alleanza o la sindone. Il santo Graal (The Holy Blood and The Holy Grail nell'originale inglese), è un libro controverso scritto da Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln che fornisce una particolare visione sul Santo Graal. Questo libro è stato preso come base da Dan Brown nel suo bestseller Il Codice Da Vinci modificandone alcuni tratti.

lunedì 3 settembre 2012

IL SANTO GRAAL IN VAL CORDERA?

Altro che Britannia, Scozia o Valencia. Il Santo Graal, la reliquia più cercata della storia, potrebbe essere nascosto fra i massi della Val Codera. A portarcelo, nel VI secolo dopo Cristo, sarebbe stato un sacerdote che, durante durante un viaggio dalla Britannia a Roma per portare il Graal nelle mani del Papa, fu costretto a fermarsi sul Lario per l’invasione dei Longobardi. Secondo la leggenda, di cui si trova traccia in diverse scritture tra cui il romanzo “L’isola. L’enigmatica storia del Santo Graal sul Lario” di Giovanni Galli, il Santo Graal sarebbe stato custodito per cinque secoli nella chiesa di Aquae Sulis in Britannia, dove sarebbe stato portato da Giuseppe d’Arimatea. Attorno all’anno 500, sotto la minaccia dell’avanzata degli eserciti pagani, i suoi custodi decisero di metterlo al sicuro e di portarlo a Roma nelle mani del Papa. Il sacerdote che trasportava la reliquia, però, fu costretto a interrompere il viaggio sul Lario a causa dell’invasione dei Longobardi. Il Graal sarebbe rimasto al sicuro sull’isola Comacina – che anticamente portava il nome di Cristopolis – insieme ai Bizantini che resistettero per sei mesi all’assedio. Quando i Longobardi ebbero la meglio e l’Isola Comacina venne ceduta con tutti i suoi tesori, però, il Graal finì nell’Alto Lario. La leggenda narra che il Santo Graal venne portato a Piona nel 589 e vi rimase fino al 603, adorato in una cappella appositamente eretta per la reliquia. Poi sarebbe stato spostato ancora verso le montagne per sottrarlo alla regina Longobarda Teodolinda che lo voleva alla sua corte. A farlo sarebbe stato uno dei custodi, che Galli nel romanzo chiama Codèro facendo risalire a lui il nome della valle. Il Graal sarebbe quindi stato portato a Colico e poi all’interno dell’impervia valle che si apre di fronte al lago, la Val Codèra appunto. Giovanni Galli racconta così il luogo in cui il frate avrebbe scelto di nascondere il calice: “Mentre mangiava lasciò vagare distrattamente lo sguardo sulla corona di cime che lo circondava e notò, alto sulla valle, un enorme cubo di roccia posto proprio al termine di una ripida costa oltre la quale pareva stendersi una conca, invisibile dal basso. Il masso, probabilmente staccatosi dalla parete retrostante, appariva ben squadrato come se uno scalpellino sovrumano l’avesse cavato dalla roccia e appoggiato lì in bella vista in attesa di trasportarlo a valle. Era isolato e inconfondibile, facile da riconoscere solo che si fosse arrivati fino al prato dove ora si trovava. Più lo guardava, più Còdero si convinceva che quello era il luogo ideale per nascondere il Sacro Calice senza proseguire oltre”. E’ la descrizione del Saas Carlasch, uno dei luoghi più suggestivi e panoramici della Valle. Il Graal sarebbe stato nascosto lì, ma quando i frati, su ordine del Papa, tornarono per recuperarlo, trovarono una distesa di massi. Una frana aveva reso irriconoscibile il paesaggio e introvabile il Sacro Graal. Qui, molti, credono sia ancora disperso il Graal.

lunedì 5 settembre 2011

IL SANTO GRAAL

Il termine graal designa in francese antico una coppa o un piatto, derivando dal latino medievale gradalis, con il significato di "piatto", o dal greco κρατήρ (kratḗr, "vaso"). In ogni cultura il piatto, il vaso, sono latori di numerosi significati. In un'Europa abbandonata dall'egemonia della cultura romana, appena lambita dal Cristianesimo, queste differenti tradizioni si sono fuse trovando un vettore comune nella figura di Gesù Cristo: il Graal (poi Santo Graal) infatti diventa la coppa utilizzata nell'Ultima Cena da Gesù, utilizzata successivamente da Giuseppe d'Arimatea per raccogliervi il sangue del Cristo. l mito del calice o piatto di Gesù Cristo affonda le sue radici in epoche remote antecedenti al medioevo. La fonte di questa credenza è Jacopo da Varagine, il quale nel 1260 circa, racconta nella Legenda Aurea, che durante la prima Crociata (del 1099), i Genovesi trovarono il calice usato nell'Ultima Cena.

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