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La Grande Storia dei Cavalieri Templari
Creati per difendere la Terrasanta a seguito della Prima Crociata i Cavalieri Templari destano ancora molto interesse: scopriamo insieme chi erano e come vivevano i Cavalieri del Tempio
La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda
I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda
Le Leggende Medioevali
Personaggi, luoghi e fatti che hanno contribuito a conferire al Medioevo un alone di mistero che lo rende ancora più affascinante ed amato. Dal Ponte del Diavolo ai Cavalieri della Tavola Rotonda passando per Durlindana, la leggendaria spada di Orlando e i misteriosi draghi...
domenica 23 ottobre 2016
RECENSIONE: "I DIARI DI FEDERICO II" - VOLUME PRIMO
sabato 14 febbraio 2015
TUTTI A TAVOLA CON I CAVALIERI TEMPLARI
I cavalieri templari sono uno degli ordini cavallereschi più controversi e misteriosi della Storia, e fiumi d’inchiostro sono stati sparsi sia sulla loro irresistibile ascesa in potenza e ricchezza, sia sulla tragicità con cui furono annientati ad opera di Filippo il Bello di Francia. La loro leggenda si mantiene inalterata generando nuovi miti, con altrettanti romanzi e film di vario spessore. Dopo la conquista di Gerusalemme ad opera dei crociati, avvenuta nel 1099, il flusso dei pellegrini cristiani si era molto intensificato. Si necessitava quindi la presenza di un corpo armato che li proteggesse lungo i pericolosi itinerari del tempo. È pur vero che all'epoca della fondazione dell’ordine esistevano altri ordini cavallereschi, ma l'assoluta novità nei templari derivava dal connubio tra due figure contrastanti: quella del religioso che seguiva una regola monastica e contemplativa, e quella del combattente. Il Tacuinum templare redatto da Alex Revelli Sorini e Susanna Cutini, e pubblicato dalla casa editrice Ali&No ci permette di gettare uno sguardo interessantissimo sulla loro alimentazione, quanto mai sana ed equilibrata in un’epoca in cui le classi alte della società feudale si cibavano prevalentemente di carne ed erano sregolate a tavola nel mangiare e nel bere, e ci restituisce il ritratto non solo di rudi guerrieri, ma anche di attenti commensali che seguivano un galateo ante litteram. Il libro si apre con una breve storia dell'ordine, e riprende i punti della Regola relativi all'alimentazione. Suddivise non solo secondo la tipologia di portate, ma anche nelle sezioni dedicate alle precettorie d'Occidente e d'Oriente, le numerose ricette proposte nel libro sono state ricostruite dagli autori sulla base dei punti che si occupavano dell’alimentazione, e degli inventari redatti dai delegati di Filippo il Bello durante l’annientamento dell’ordine. In quanto monaci, i templari mangiavano riuniti nel refettorio della commenda (o casa templare principale), davanti a tavole apparecchiate con una tovaglia bianca, tranne il Venerdì Santo quando mangiavano sul nudo legno in segno di devozione e rispetto. Usavano il cucchiaio per zuppe e minestre, e il coltello per le carni, e prendevano i loro pasti in silenzio, o rivolgendosi l’uno all'altro sottovoce, se necessario, e ascoltando le Sacre Scritture. Anche quando erano in viaggio, dopo aver montato l’accampamento, si recavano alla tenda per la distribuzione dei pasti mantenendo grande ordine. Del resto non è un mistero che i cavalieri templari fossero delle micidiali macchine belliche per compattezza e disciplina, e non fa quindi meraviglia che applicassero la stessa precisione anche nel loro modo di regolare i pasti. A tavola il posto d’onore era destinato al pane, e i templari consumavano legumi come fornitura proteica, pesce d’allevamento se la commenda non sorgeva vicino a corsi d’acqua, verdure fresche dell’orto, frutta dal frutteto o dal bosco, uova dal pollaio, latte e formaggi di loro pecore e capre. Il maiale era tenuto in gran conto, pur limitando al consumo di carne a tre volte alla settimana (in quanto monaci, ma anche guerrieri, la carne era essenziale per la loro dieta). Una curiosità: la caccia era proibita, come da regola monastica. Il vino derivava dai numerosi vigneti dell’ordine. Molto prima di noi, si può ben dire che i cavalieri templari applicassero la sana abitudine del cibo “a chilometro zero”, visto che ogni commenda si sostentava con i prodotti della terra e delle fattorie ad essa sottoposte. Nelle precettorie o commanderie d’Oriente, i piatti erano inoltre insaporiti con le spezie, vero e proprio “oro” gastronomico in Occidente, ma anche con fiori e frutta secca, e risentivano delle influenze della cucina araba. Sembra che l’invenzione della pasta secca, ad esempio, fosse di derivazione islamica per poter conservare la pasta in un clima dove gli alimenti si deteriorano molto rapidamente. Un altro esempio consiste nella ricetta del marzapane per confezionare quei dolci coloratissimi così popolari in Sicilia e la cui parola parrebbe originata dal termine arabo “marzaban” per indicare la scatola di legno contenente il dolce. In conclusione, le ricette proposte sono tutte facilmente sperimentabili e, in questo modo, avremo davvero la sensazione di sederci a tavola con dei commensali vestiti di bianco, la croce rossa sul petto e sulla spalla sinistra del mantello, e la spada al fianco. Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam. sabato 6 dicembre 2014
"RESPICE ARCANUM" - PRESENTAZIONE E RECENSIONE DELL'ULTIMO ROMANZO DI BARBARA FRALE

venerdì 28 novembre 2014
"LA MONARCHIA CATTOLICA NEL GOVERNO DEGLI STATI ITALIANI", RECENSIONE DI ANTONIO MARRA. EDITO DA CIOLFI EDITORE
Splendido paese l’Italia, non solo per le nostre bellezze d’arte e di natura, ma per la nostra storia, che è come un complesso quanto fascinoso stratificarsi di culture che, dopo la caduta dell’impero romano, si sono sovrapposte le une alle altre. Ed hanno formato una continuità nella diversità, per così dire, come le ère geologiche, sedimenti il cui insieme ha forgiato la nostra coscienza collettiva, un denso e gustoso meticciato culturale i cui segni sono sparsi ovunque sul corpo antico della penisola. E questi sedimenti non sempre sono evidenti, perché altre realtà vi si sono addossate, spesso soffocandole brutalmente (quante testimonianze del passato distrutte dalla speculazione edilizia o dalla semplice incuria), e allora interviene lo studioso a “leggere” e ricostruire l’immagine racchiusa in quei graffiti che vengono da lontano. E’ esattamente l’operazione compiuta da Vittorio Ricci, docente di matematica nonché valido cultore di storia locale, che nella sua Vallecorsa, simpatico paesino del frusinate, ha preso spunto dallo stemma di una casata spagnola per un viaggio a ritroso nel tempo. Che tale è “La monarchia cattolica nel governo degli stati italiani”, quando nel XVI secolo la Spagna dominava praticamente mezzo paese (Milano, lo Stato dei Presidi, il regno delle Due Sicilie, la Sardegna). E, seguendo le storie dei due fratelli cui quello stemma apparteneva, rivive soprattutto la Spagna di Filippo II, nella munificenza del “Siglo de oro”, quando essa era al massimo del suo splendore, politico e culturale. Da un lato le risorse che venivano dalle colonie americane (ma anche sul continente, dalle Fiandre all’Italia) e, dall’altro, un fermento artistico che la impose a livello europeo ( la pittura, con i “retablos” di Alonso Berruguete o le arsure di El Greco, che rimandano ai grandi mistici come Teresa de Avila o San Juan de la Cruz, la musica, con Victoria, Morales, Cabezòn, le lettere, Lope de Vega, Quevedo, Cervantes). Sullo sfondo l’Inquisizione con tutta la tragicità degli autodafé (e l’insofferenza verso le idee di Erasmo e Copernico che, in auge nel resto di Europa, cominciavano a penetrare anche in Spagna, nella cattolicissima Spagna, mettendone in discussione le certezze). E questa è l’ “Hispanidad”, un clima, un modo di essere, insieme splendido e terribile, che fa unico quel periodo storico, nel quale agiscono i due grandi protagonisti del libro di Ricci, Luis de Requesens e Juan de Zùniga. Dunque Vallecorsa, in terra di Campagna (provincia del Lazio di allora), dove operò il pittore manierista Jacopo Zucchi, allievo del Vasari, ed ecco un altro aggancio: il polittico della chiesa di S.Michele, forse commissionato da Juan de Zuniga che, ambasciatore a Roma presso il papa, aveva sicuramente conosciuto l’artista al lavoro nelle cappelle vaticane. E di qui siamo proiettati nella penisola iberica, sotto il dominio degli Asburgo di Spagna, dove Carlo V e poi il figlio, Filippo II, volevano creare una “Respublica Christiana”, che inglobasse gli altri paesi europei come baluardo contro il mondo arabo. Peraltro, con i “re cattolici” era finito il periodo aureo di “El-Andalus”, la Spagna islamica, restando solo aree isolate che, nel 1568, si sollevarono per ripristinare un regno musulmano. E fu la guerra delle Alpujarras, lunga e sanguinosa, con atrocità da entrambe le parti, una faticosa campagna dove si distinse Luis de Requesens. Cresciuto alla corte di Filippo, come paggio dell’infante (lui e il re erano coetanei), divenne poi suo stimato consigliere, col titolo di “Comendador mayor”. E, intorno, un’aura raffinata, dallo stesso re che curava personalmente la sua biblioteca nel palazzo del El Escorial a personalità di rilievo, come Mencia de Mendoza, con il suo cenacolo d’arte, o il duca d’Alba, elegante cortigiano (“arte cortesana maestra de la humana y dulce vida”). Dal canto suo Juan era attivo a Roma, come ambasciatore presso Pio V, continuando l’azione diplomatica del fratello Luis (già con Pio IV) per appianare ogni divergenza col Vaticano in materia di giurisdizione. Ma, soprattutto caldeggiata da Pio V, stava prendendo corpo la Lega Santa, per frenare l’espansionismo islamico. Spagnoli, veneziani e pontifici, una flotta imponente al comando di Juan de Austria, fratellastro di Filippo II, con Antonio Colonna quale luogotenente. Però Filippo, “El rey prudente”, volle Resequens ad affiancare Juan, non fidandosi della sua impulsività, compito che don Luis assolse con molta discrezione. Risolte le tensioni e le rivalità fra le varie componenti della Lega grazie all’abile lavorìo diplomatico dei due fratelli, uno a Roma, l’altro in mare, l’Armada mosse contro la flotta della Sublime Porta, distruggendola a Lepanto il 7 ottobre 1571 (del corpo di spedizione faceva parte anche Miguel Cervantes, che venne ferito). E’ il trionfo di Resequens, che dopo viene nominato governatore di Milano, tappa importante del “Camino Espanol”, la via che portava ai Paesi Bassi. Un soggiorno non facile, per i violenti contrasti con il cardinale Carlo Borromeo, difensore dei privilegi ecclesiastici, che gli procurò addirittura una scomunica, poi revocata da Gregorio XIII. E difficile fu anche l’incarico successivo, che don Luis accettò solo per dedizione al re, quello di capitano generale delle Fiandre. Qui il pugno di ferro del duca d’Alba aveva seminato i germi dell’odio ed a nulla valse la politica moderata di Resequens, la rivolta scoppiò con violenza, guidata da Guglielmo d’Orange, e furono giorni di sangue e di massacri (la notte di S.Bartolomeo). Inoltre ci furono ammutinamenti nel “tercio”, la fanteria spagnola e don Luis, stanco, sfiduciato e malato, morì a Bruxelles, il 5 marzo 1576. Filippo perse un leale servitore, ma fu una perdita immensa per la politica spagnola nel suo insieme, che già, sul finire del secolo, vide iniziare il proprio declino (la sconfitta navale della Invincibile Armada ad opera degli inglesi) . Pur affranto, per il forte legame che aveva con il fratello, Juan de Zuniga continuò nella strada da lui tracciata, cioè quella del buon governo al servizio del re. E buon governo infatti fu quello che svolse a Napoli, come Gran Vicerè, soprattutto con la “Prammatica”, per contrastare la criminalità diffusa e la corruzione che imperava ovunque (e appare, per la prima volta, in un editto, il termine “camorrare”. L’origine storica della camorra si fa risalire al 1600, anno più anno meno). Promosse anche delle ristrutturazioni urbanistiche, in seguito sviluppate da Domenico Fontana, “Ingegnere Maggiore del Regno” (Fontana, l’architetto di Sisto V). Concluso il mandato tornò in patria, dove divenne precettore dell’infante Filippo III, l’erede al trono, ma le sue già precarie condizioni di salute si aggravarono ed egli spirò il 16 novembre 1586 (a Castel Capuano figurano iscrizioni ed armi di “Don Ioannes Zunica Neapolis Prorex”). Finisce così la vicenda terrena di due fratelli che hanno avuto un ruolo importante non solo nella storia della Spagna del ‘500 ma nella storia dell’Europa di quel secolo. Due vite poco esplorate che ora il saggio di Ricci ripercorre senza la pedanteria propria degli studi di carattere storico, bensì con uno stile a mezzo fra il romanzo ed il ritratto biografico. Ne risulta una lettura agibile anche al profano, ricca di note e richiami che rendono quasi palpabile il periodo esaminato, quel “Siglo de oro” che è poi il Rinascimento spagnolo, indubbiamente più sfumato ed introverso del nostro, decisamente solare, ma questo è lo spirito della “Hispanidad”, fiero e tragico ad un tempo. E nel libro rivive la Spagna della leggenda, quella degli “Infanti di Lara” e del Cid, dei regni di Castiglia e di Navarra, delle lotte contro i mori, la Spagna delle ballate al ritmo delle “vihuelas”. Come corollario le “Stanze” di Pietro Campollonio (Napoli, 1580), dedicate “Alla eccellenza dell’illustrissimo et eccellentissimo signor don Giovanni di Zunica”, nello stile barocco del tempo, e la riproduzione di documenti di notevole interesse storico (come la bozza d’accordo sulla Costituzione della Lega Santa). Ma è il libro in sé a risultare accattivante, per quel suo linguaggio immediato, dal ritmo sostenuto, che coinvolge il lettore sin dalle prime pagine. E questo, lo ripeto, per un saggio di carattere storico è un punto in più: d’altronde la casa editrice è la Ciolfi di Cassino, che da sempre punta al binomio ricerca-qualità (vedi la collana medioevale). "DESCRIZIONE DELLA VITTORIA RIPORTATA DA CARLO CONTE D'ANGIO'", RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA. EDITO DA CIOLFI EDITORE
Un perversa partita a tre giocata nell’inquieta Italia medioevale dove, tramontato il sogno degli Ottoni di restaurare il Sacro Romano Impero, il papato stava consolidando il suo potere temporale. Siamo nella prima metà del XIII secolo, caratterizzata dal difficile rapporto fra i pontefici e Federico II, che pure era stato incoronato da Onorio III, divenendo “difensore della cristianità”. Figlio di quell’Enrico VI che aveva posto brutalmente fine al regno normanno in Sicilia, Federico vi ritorna da dominatore, rendendosi autonomo rispetto alla Chiesa che vorrebbe esercitare la propria influenza. Anzi, entra in aperto conflitto, sia per le investiture di vescovi sul territorio, sia perché sta facendo di quel regno una sorta di monarchia autonoma, concetto che è sua intenzione estendere a tutta l’Italia. Quindi non più libertà comunali, leghe italiche, stato pontificio ed altro ma la dinastia degli Hohenstaufen a capo di una monarchia assoluta. La prima scomunica data 1227 poi, dopo alterne vicissitudini, politiche e belliche (Federico condusse varie campagne di guerra, in Lombardia e nello stesso stato della Chiesa), nel 1239 una nuova scomunica, infine, in un castello nei pressi di Lucera, Federico muore. E’ il 1250 e la Sicilia passa ai figli, Corrado IV prima e Manfredi poi. Questa premessa era necessaria per inquadrare storicamente un volumetto di argomento medioevale proposto dalla Casa Editrice Francesco Ciolfi, di Cassino, specializzata in “recuperi” spesso notevoli, in senso non solo filologico, relativi all’èra di mezzo (ricordo qui le mie recensioni in merito alla presenza dei Normanni in Italia, pubblicate alcuni mesi fa). E’ la “cronica” di una battaglia decisiva, perché, con la sconfitta di Manfredi, sancì il passaggio del Regno delle Due Sicilie agli Angioini, nel 1266. L’autore, Andrea d’Ungheria, è contemporaneo agli eventi che narra nella “Descrizione della vittoria riportata da Carlo conte d’Angiò” ed il suo lavoro in 75 capitoli, pur assolutamente di parte, anzi, decisamente agiografico (d’altronde è dedicato al nipote di Carlo), rappresenta una preziosa testimonianza di uno dei periodi più complessi della pur complessa storia del nostro Paese. Redatto ovviamente in latino, “Descriptio victoriae Karoli”, è riproposto con la versione italiana a fronte ed è, come già detto, un documento d’epoca, sia come fatto in sé, sia come narrazione di un modo di sentire e di essere. Tutto, nella società medioevale, è rigidamente manicheo ed ogni cosa è carica di simboli che rimandano ad un ordine superiore (è una società tripartita: oratores, bellatores, laboratores. In cima il potere ecclesiastico, spesso in conflitto con quello civile, e il “Judicium Dei” è il punto di riferimento di ogni azione, grande o piccola). Dunque Manfredi, figlio illegittimo di Federico, succede a Corrado, morto ad appena 26 anni, stroncato dal caldo clima del Sud. Il papa Innocenzo IV lo nomina principe di Taranto, ma Manfredi, che non intende fare il vassallo del papa (peraltro già nemico giurato degli Hohenstaufen) occupa la Puglia. Ed inizia il lungo e drammatico contenzioso, sullo sfondo della lotta fra guelfi e ghibellini e con l’intervento di due papi che appoggiano Carlo d’Angio contro Manfredi. E’ Urbano IV ad offrirgli la Sicilia ed il successore, Clemente IV, lo incorona in San Pietro, il 6 gennaio 1266. Ora è guerra aperta e Manfredi stabilisce la sua linea difensiva aldilà del fiume Liri, ma i francesi conquistano una dopo l’altra le roccheforti nemiche (molte si consegnano senza combattere) spingendosi oltre il Volturno ed il Calore, fino alla piana di Benevento, dove si svolge la battaglia conclusiva. Qui i due eserciti, dopo la benedizione ed assoluzione impartita a tutti soldati, si affrontano in schiere, cinque i francesi, tre i tedeschi, all’ora sesta, oltre ventimila uomini impegnati un una lotta mortale che vede prevalere la tecnica militare franca (il “dare di punta”, cioè la daga corta contro lo spadone alemanno). Manfredi muore in battaglia. Dunque l’ingrato Manfredi, “esecrabile rampollo della vite maledetta”, colui che “come peste lievitante ruba e dilapida i beni della Chiesa” subisce il giusto castigo per mano di Carlo, messo di Dio. La divisione è netta, il Male con Manfredi, il Bene con Carlo, d’altronde Andrea d’Ungheria ha così impostato la sua “Descriptio”, è un cronista di parte, che nulla concede all’avversario. Eppure Manfredi era un uomo colto e grande mecenate, protettore delle arti e delle scienze, particolari che non interessano, ha violato l’ordine delle cose e la crociata contro di lui assume perciò un valore simbolico (tipico dell’epoca, tutto il medioevo è intriso di segni e simboli). “Io poi, spinto da un senso di pietà naturale, feci affidare il suo corpo alla sepoltura, non però ecclesiastica, dopo avergli reso un certo onore”. E’ Carlo d’Angiò che scrive a Clemente IV e la sua “pietas” suggella la breve vita di Manfredi (1232-1266), “biondo era e bello e di gentile aspetto”, come lo immaginò Padre Dante. Ma un demonio per Andrea d’Ungheria la cui “cronica” resta comunque un documento, pur nella sua partigianeria: anzi, proprio per questo più intrigante. E’ lo spirito del Medioevo, con poche o nulle sfumature. Bene e Male, Luce e Buio, Guelfi e Ghibellini. E non è che l’Italia di oggi sia molto cambiata…MONTECASSINO E L'UMANESIMO MEDIEVALE, RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA. LIBRO EDITO DA CIOLFI EDITORE
Non credo di dire nulla di nuovo se affermo che nel medioevo i maggiori centri di cultura furono i monasteri dove, negli “scriptoria”, monaci amanuensi riproducevano la memoria del passato assicurandone la continuità. Ma non era solo mera copiatura di libri, anche produzione locale di testi sacri e negli uni e negli altri avveniva spesso una felice ed armoniosa combinazione di grafia e miniatura. Arte che oggi ammiriamo, sviluppatasi nell’alto medioevo, su influsso bizantino ma anche nordico, e che raggiungerà il massimo della grazia in èra gotica. Un’arte che, in Italia, avrà uno dei suoi centri di massimo splendore nel monastero di Montecassino, quando ne fu abate Desiderio, uomo di grande cultura ed ampie vedute, poi divenuto papa col nome di Vittore III. Egli decise di ristrutturare il complesso devastato dai saraceni nell’883 e lo intese come luogo di celebrazione mistica del monachesimo benedettino, dove ogni particolare doveva parlare allo spirito. Chiamò a lavorarvi maestranze lombarde e campane ma soprattutto bizantine (e queste fecero conoscere l’arte del mosaico che poi in seguito, fondendosi con la tradizione classica, maturerà la grande stagione dei Cosmati). La consacrazione avviene nel 1071 e Montecassino, oltre a tempio d’arte e di fede, in pochi anni diventa un centro politico-culturale di primaria importanza. In piena Lotta delle Investiture si schiera con il papa (Gregorio VII) ed i suoi sostenitori Normanni, che succedono ai Longobardi, gli ultimi eredi di una stirpe dominatrice scomparsa due secoli prima dal centro-nord, ad opera dei Franchi. Inoltre è cenacolo di arte, dai testi miniati agli “Exultet”, al canto gregoriano, nei moduli cari alla tradizione beneventano-cassinese. E le lettere, con nomi illustri, quali lo storico Pietro Diacono, Amato di Montecassino (ricordo la sua densa “Historia Normannorum”, da me recensita tempo fa), Alberico da Settefrati (che sembra abbia ispirato Dante), Pandolfo di Capua, ma anche le scienze, poiché Desiderio era rimasto legato all’Università di Salerno, la prima in Europa dove si praticava la medicina. Dunque Montecassino come punto di riferimento che ben interpreta il momento storico di transizione, anno 1000, lo spartiacque fra un mondo feudale e la società del libero comune e delle arti e dei mestieri. Una realtà densa di fermenti, i cui echi si possono ritrovare in tre libri notevoli, i cui autori si sono formati all’ombra protettrice dell’Abbazia: “I dialoghi sui miracoli di San Benedetto”, di Desiderio, “I Carmi”, di Alfano, “De viris illustribus Casinensibus”, di Pietro Diacono. Tre documenti che, pur in quel gusto fra retorico e sottilmente agiografico tipico dell’èra di mezzo, risultano di grande interesse non solo storiografico ma di costume. Desiderio (o Dauferio, il suo primo nome, di derivazione longobarda), grande amico di papa Gregorio al quale successe (contro l’antipapa Clemente III), nei “Dialoghi” narra dei prodigi verificatisi nel santo cenobio di Montecassino o nell’area limitrofa. Al suo interlocutore Teofilo egli espone i fatti in uno stile asciutto ed anche un po’ ingenuo (per noi, naturalmente), ove il senso di tutto è l’edificazione “ad gloriam Dei”. Tale il contenuto dei primi due libri, storie di frati e laici in forma quasi di parabola, ed è un susseguirsi di apparizioni, fatti straordinari, possessioni, e sempre traspare la presenza salvifica del fondatore di Montecassino, San Benedetto. Più interessante il III libro, perché evoca il clima della chiesa di allora, criticata da Desiderio, che voleva rigenerarla, sostenendo l’azione di Leone IX, Stefano IX, Pier Damiani, Gregorio VII, contro la simonia e la dissolutezza del clero. Ma interessante è anche un episodio dove compare l’ “ordalìa”, quello che nel medioevo era il severo quanto definitivo “Judicium Dei”. “I Carmi”, di Alfano, sono senza dubbio la più viva testimonianza di quell’umanesimo cristiano che, nato a Montecassino, si stava irradiando per tutto l’Occidente. Alphanus, natìo di Salerno, ebbe in cura Desiderio (l’università di medicina, che ho già citato) e con lui fu a Montecassino, accrescendone la fama quale luogo di cultura. Fine intellettuale e teologo (presente a Roma nel 1074, nel primo concilio indetto da papa Gregorio), nonché arcivescovo di Salerno, egli, oltre ad importanti trattati di medicina, ha lasciato una notevole produzione di carattere sacro. Inni, canti, odi, sequenze, laudi, un robusto “corpus” la cui genuina vena poetica non risulta appesantita dall’ispirazione religiosa, anzi, ne viene come levigata, fino al suo nocciolo mistico. Poiché tale è il senso intimo e segreto del canzoniere di Alphanus, disegnare una precisa dimensione dell’anima e, nel farlo, si avverte tutta la sua cultura classica che si sposa con eleganza a quella derivante da una profonda conoscenza della Patristica. Composizioni brevi o molto lunghe, con prevalenza di “verso leonino” (esametro diviso in due parti), la cui musicalità si assapora in pieno leggendo il testo nella versione latina originale ma, pur nella traduzione, “I Carmi” hanno un loro indubbio fascino. E’ quel loro procedere lieve, pervasi da uno stupore rattenuto che deriva direttamente da uno stato di grazia ed il lettore viene come avvolto in un’aura sognante che non può non sedurlo. E’ la vena mistica – eminentemente cristologica – di Alphanus, la sua religiosità semplice e schietta, aperta al prodigio, il cui “exemplum” più significativo mi sembra “Dei Santi XII Fratelli”, una sorta di vibrante ballata il cui tema è il martirio come testimonianza di fede. Ma il senso edificatorio, il mostrare la Via, è praticamente in ogni composizione, soprattutto se dedicata a qualche personaggio o commemorativa di un evento (segnalo, come testimonianza diretta e, quindi, documento storico, il carme che evoca il rinnovamento del cenobio ad opera di Desiderio). Una lunga, appassionata preghiera che coinvolge anche l’A. in prima persona, come nell’ “Orazione del medesimo Arcivescovo Alfano”, che nei toni arsi sembra anticipare i grandi mistici spagnoli, Teresa de Avila e Juan de la Cruz, nonché i nostri Francesco e Caterina da Siena. Infine l’aspetto storiografico, con Pietro Diacono e il suo “De viris illustribus Casinensibus”. Romano, discendente dalla stirpe dei Conti di Tuscolo, una delle più famose casate del Lazio medioevale, per volere del padre entrò come oblato a Montecassino all’età di cinque anni. Qui, mostrandosi di vivace intelligenza e spirito versatile, venne istruito alle arti liberali, imparò il greco e scrisse varie vite di santi. Nominato “cartularius” amministrò con saggezza la ricca biblioteca abbaziale, succedendo a Leone Marsicano nella stesura della “Chronica”, Montecassino nella sua continuità storica. Una testimonianza preziosa – soprattutto per gli studiosi – così come due altre opere importanti quali il “Regestum”, dove sono citati bolle, documenti, “placiti” (come quello famoso, che tutti abbiamo studiato a scuola, “Sao ko kelle terre”) e il “De viris” che, completamente dimenticato, venne riscoperto a Roma nel 1655 da un canonico di Sant’Angelo in Pescheria. Quarantasette capitoli per altrettante biografie (più i trentuno aggiunti da Placido monaco e Diacono di Cassino), con inizio da Benedetto, il fondatore, di cui, fra le tante cose della sua vita, ricorda la “Regola dei Monaci”, che definisce “eccellente per precisione, splendida per la facondia “. E’ poi la volta dei discepoli, degli abati, dei presbiteri, dei vescovi, dei papi che si formarono nel cenobio, come Desiderio, poi Vittore III, di prelati fatti santi, Brunone, di monaci eruditi, Paolo agiografo e autore di Omelie, Costantino l’Africano, ai suoi tempi definito un novello Ippocrate (ha il merito di aver tradotto e diffuso i testi classici della medicina araba, che influenzarono la Scuola di Salerno). E dei nomi citati alcuni sono d’origine longobarda, Ilderico, Autperto, Erchemperto, poiché nel beneventano a lungo era durata la dominazione longobarda anche se, al tempo in cui scrive Pietro Diacono, i nuovi conquistatori (i Normanni) avevano soppiantato gli ultimi gastaldati. Grandi e piccoli, nessuno viene escluso, in quanto tutti sono simili agli occhi di Dio. Tre libri di grande interesse sia per gli studiosi, sia per chi abbia curiosità di conoscere la cultura del tempo, di quel particolare periodo storico di transizione, dove vennero gettati i semi della rinascita spirituale dell’Italia, che significherà l’Umanesimo prima e la Rinascenza poi. Tre libri originariamente scritti in elegante grafìa longobardo-cassinese, ricca di ornati e, nei contenuti, pervasa di una profonda “pietas” che per noi oggi, fin troppo smaliziati, risulta un po’ “candida” e, proprio per questo, dovrebbe farci riflettere. Ovvero attingere a quella “simplicitas” per stemperare il malessere odierno, di noi oggi, con due telefonini a testa ma nevrotici e, peggio ancora, senza più la capacità di stupirci. "UN SANTUARIO CAJETANO" - RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA, CIOLFI EDITORE
Nei secoli passati l’Italia era terra di prodigi e ovunque ci s’imbatteva in un’immagine sacra legata ad un qualche evento miracoloso. Edicole mariane, soprattutto, poi inglobate in chiese o santuari per celebrare nella devozione dei fedeli il “fatto” che aveva sancito l’intervento del divino nelle cose umane. I segni di quel passaggio si trovavano nelle città come nei paesi o nei posti più sperduti della penisola, testimonianze che oggi fanno tenerezza proprio perché narrano di tempi decisamente ingenui rispetto all’Italia odierna, più che secolarizzata (forse anche troppo). Ma, spogliando l’avvenimento dell’aspetto miracoloso, spesso resta un legame con la realtà, una data, un nome, fatti avvenuti che sono stati poi amplificati – e, in un certo senso, sacralizzati – dal prodigio. Così la vicenda accaduta acquista un senso ed un peso storico ben definito e come tale oggi la valutiamo ed interpretiamo, senza alcun filtro di sorta. E veniamo al caso concreto, l’immagine mariana custodita nella chiesa di San Martino a Vallecorsa, nel frusinate. Nota come Madonna della Sanità è un affresco risalente agli inizi del XV secolo, staccato e poi inserito nel trono dell’altare maggiore della chiesa di San Martino. Al centro la Vergine che tiene in braccio il Bambino, effigie scampata ai bombardamenti del 1944 che devastarono Vallecorsa, il cui culto inizia verso la fine dell’800. Ed è ben vivo ancora oggi, con la tela processionale portata in giro per il paese nell’ultima domenica di ottobre, il giorno della festa della Madonna della Sanità. Era apparsa all’improvviso su una parete accanto all’altare della chiesa di San Martino, il 18 aprile 1412, preceduta da una sorta di tuono echeggiato nella chiesa stessa. Un prodigio dunque, così lo considerarono le autorità religiose e, per il popolino, divenne subito motivo di venerazione. Ma, al di là del miracolo, e da questi sottolineato, per così dire, c’era un evento storico di primaria importanza nell’Italia del XV secolo, che lì aveva avuto la sua genesi e lì stava ora concludendosi: il Grande Scisma d’Occidente. Il lungo periodo della “cattività avignonese” era da poco terminato con il ritorno del papa a Roma, sollecitato anche da santa Caterina da Siena. Ma, con il successore di Gregorio XI, presto ricominciarono le turbolenze, in quanto il nuovo pontefice, Urbano VI, a causa del suo carattere autoritario, tanto da meritarsi l’appellativo di “Inurbano VI”, si inimicò parte della curia ancora sotto influenza francese. Così a Fondi, feudo dei Caetani, non lontano da Vallecorsa, in terra di Campagna, nel regno di Napoli, venne eletto nello stesso anno, 1378, un antipapa, Clemente VII. Ed iniziò il Grande Scisma, che durerà fino al 1418, quando il Concilio di Costanza pose fine alla frattura nel corpo della Chiesa e Martino V Colonna succederà al trono di Pietro sancendo la rinascita di Roma, che la “cattività avignonese” aveva messo seriamente in crisi. Nella lotta per il potere si arrivò anche allo scontro armato ed ebbe la meglio la fazione lealista guidata dal capitano di ventura Alberico da Barbiano (“I Guasconi sono in affanno, volgono le terga e fuggono”, scrive Rinaldo Orsini commentando la disfatta dei mercenari di Clemente VII). L’Europa appare divisa in due schieramenti, con gli angioini (il regno di Napoli) che, ovviamente favorevoli ad un ritorno del periodo avignonese, accolgono l’antipapa con tutti gli onori (“…et donne et signori assai et tutti baciavano lo perle a lo Papa, et qua fo la gran festa”). E, in questo quadro in continuo movimento, dove anche la stessa Chiesa appare divisa (i francescani con Clemente, i domenicani con Urbano), si staglia netta la figura di Onorato Caetani, il ramo di Fondi della potente famiglia cui apparteneva Bonifacio VIII, il papa dello “Schiaffo di Anagni”. Difese fino all’ultimo la causa clementina, trovandosi contro sia gli angioini, sia un altro ramo di casa Caetani e fu una guerra lunga e spesso contrassegnata da atrocità, come il supplizio di Baldassarre di Brunswick, genero di Onorato. Molti i protagonisti di questo dramma tardomedioevale, da Carlo duca di Durazzo, futuro re di Napoli, a Ottone di Brunswick, capitano di Campagna e Marittima, a Iacobella Caetani, “Despotessa di Romània”, la figlia di Onorato che, alla sua morte, sancì un accordo con Ladislao re di Napoli, finendo però, in pratica, sua prigioniera. E, infine, il prodigio che precede come un auspicio la pace e la fine del Grande Scisma. Appassionante e coinvolgente la rievocazione di questo brano di storia italica poco noto perché di dimensione “locale”, pur se con pesanti effetti a livello nazionale. Merito di Vittorio Ricci, che già con l’ottimo “La monarchia cattolica nel governo degli Stati Italiani”, da me recensito su queste pagine, aveva dato prova di essere non solo uno studioso ma un buon narratore. Evocare eventi storici non è sempre facile, si rischia un linguaggio accademico e/o ampolloso, cosa che qui non accade, avendo Ricci ben coniugato fatto storico e resa stilistica (vedi anche l’altro suo volumetto, “Battaglie e prodigi nella resistenza pontificia del 1867”, molto interessante sul piano della storia locale). E, al centro, la sua Vallecorsa, con il Santuario quale fulcro della “pietas” popolare. Lo svilupparsi e diffondersi del culto della Madonna della Sanità occupa la seconda parte del libro, il tutto esposto con la stessa dovizia di particolari che si riscontrano nelle pagine più strettamente storiche (dove risaltano personaggi a tutto tondo, come Don Giuseppe De Bonis, al quale venne affidata l’arcipretura di San Martino). E, alla fine, storia e fede convergono in quel modo tutto particolare, di miracoli e prodigi, che caratterizzano ogni angolo del nostro meraviglioso ancorché disastrato Paese."STORIA DELLE COSE DI SICILIA (1250-1285)" - RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA
“Explicit liber gestorum regum Siciliae a nativitate Manfredi usque ad obitum regis Caroli”, ovvero qui termina il libro delle gesta dei re di Sicilia dalla nascita di Manfredi alla morte di re Carlo, scritto da Saba Malaspina regnante papa Martino IV. In realtà si tratta di dieci volumi che coprono un arco di tempo di 25 anni, dal 1250 al 1285, un periodo cruciale per la storia di Sicilia che, orfana della guida illuminata di Federico II, “Stupor Mundi”, con il figlio Manfredi vide la fine del dominio degli Hohenstaufen e l’affermarsi della casa d’Angiò. Saba, cronista romano, registra il corso degli eventi e, pur essendo dichiaratamente guelfo, non pecca di faziosità, deprecando anche gli eccessi della sua parte. “La sua lingua è oscura e difficile, ma vi traspare uno spirito forte e veritiero”, commenta il Gregorovius nella monumentale “Storia di Roma nel medioevo”, ed è vero, Saba talvolta risulta quasi criptico ma pochi come lui hanno documentato un periodo così tormentato come la fase di passaggio della Sicilia dagli Svevi agli Angioini e poi agli Aragona. E dunque va a tutto merito della Ciolfi di Cassino l’aver riproposto la “chronica” di anni tumultuosi: “Storia delle cose di Sicilia” (1250-1285), 19° volume di quella splendida collana di studi medioevali che è il fiore all’occhiello della storica casa editrice frusinate. Federico II muore lasciando due figli, Corrado e Manfredi. Il primo assume il governo della Sicilia e, quando si ammala, il fratello trama per succedergli (storicamente mai confermato, Saba riporta solo le voci che parlano di avvelenamento). Anche se legittimo erede è Corradino, Manfredi, suo tutore, esercita il potere suscitando le ire della chiesa, ostile alla causa sveva, e, quando si fa incoronare a Palermo, viene scomunicato da papa Urbano IV. Questi si rivolge alla Francia, nella persona di Carlo d’Angiò, ed inizia il dissidio in quell’ottica di scontro guelfi-ghibellini che caratterizza l’Italia dei secoli XIII e XIV. La stessa Roma è dilaniata dalle lotte di fazione e Manfredi vi trova alleati qui come al nord e al centro Italia, ma non riesce, anche per improvvise defezioni (come Pietro, dei famosi Prefetti di Vico), a contrastare Carlo che viene incoronato in San Pietro il 6 gennaio 1266. 
martedì 25 novembre 2014
"CRIMINE DI STATO" - IL NUOVO LIBRO DI BARBARA FRALE
"Crimine di Stato" è il nuovo libro di Barbara Frale edito da Giunti in cui la storica del Vaticano ripercorre il Processo ai Cavalieri Templari. La considerazioni da cui parte la Frale è molto attuale: tante volte sentiamo parlare di "macchina del fango" in tutti i campi, dallo sport alla politica ad esempio e sempre quando la vittima di quello che chiamerà "complotto" gode di potere e notorietà. Il Processo ai Cavalieri Templari altro non è stato che un'ingegnosa trappola ordita dal re di Francia Filippo il Bello atta a distruggere l'ordine più potente della cristianità, ma perchè? Essenzialmente per un mero motivo economico: i cavalieri templari erano diventati, grazie a benefici fiscali, lasciti e una serie di servizi che offrivano, estremamente ricchi e divennero una vera e propria banca che concedeva prestiti molto importanti ai sovrani europei tra cui proprio Filippo IV il quale era alle prese con una guerra molto dispendiosa contro l'Inghilterra. Quando il re capì che non avrebbe mai restituito il prestito, ottenuto di nascosto dal Gran Maestro Jacques De Molay, fece partire la macchina del fango puntando su un'accusa che poteva essere dilaniante per un ordine cristiano, quello di sodomia, un crimine particolarmente odiato da Filippo il Bello dato che organizzò il matrimonio "politico" di sua figlia Isabella con il principe di Carnarvon di Inghilterra che...era omosessuale intrattenendo una relazione neanche poco nascosta con un certo Pier Gaveston a cui assegnò addirittura la contea della Cornovaglia. L'idea di inserire la sodomia nelle accuse, venne proprio dal guardasigilli del re Nogaret dato che reputare i templari come un “un branco di perversi sodomiti, era una scelta che mirava senza dubbio a scatenare lo sdegno furente del re [...] Sicuramente – riferisce la studiosa - Nogaret avvelenò l’anima del sovrano con la terribile illazione che i Templari, pervertiti in massa, potessero aver fatto subire ai principini abusi di tipo sessuale. Il re non ebbe scrupoli a sottoscrivere quell’ordinanza che di fatto, nonostante fosse solo l’innesco di un processo destinato a durare ben cinque anni, distrusse l’ordine del Tempio sin dall’inizio”. Questo fatto increscioso turbò molto l'enigmatico re che non poteva fare altro che spostare questa accusa nei confronti dei Templari sulla base anche di alcune dichiarazioni di cavalieri reietti che gettarono ombre sul cerimoniale di ingresso e su alcune pratiche decisamente poco ortodosse. Sicuramente all'interno dell'Ordine vi erano anche spie reali perfettamente calate nella parte che annotavano pedissequamente tutto ciò che vedevano e sentivano. Sullo sfondo di questa faccenda, che era a dir poco clamorosa per l'epoca, si stagliano i turbolenti rapporti tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, una battaglia combattuta a colpi di scomuniche (in occasione dell'arresto del vescovo Saisset da parte di Filippo) e documenti falsi per confluire nello storico oltraggio di Anagni nell'anno 1303 ordito dal re con l'aiuto dei cardinali Colonna avversi al pontefice. Bonifacio morì dopo un mese di quello che passerà alla storia come "Schiaffo di Anagni" e Filippo instaurò un processo per eresia e stregoneria al defunto papa accusato di aver usurpato il trono di Pietro convincendo il debole Celestino V ad abdicare (sappiamo, in realtà, che Celestino si favorì dell'enorme pratica legale di Bonifacio il quale ammise la possibilità di un papa di dimettersi). Il processo non poteva essere condotto solo da re dato che i templari dipendevano esclusivamente dal papa, pertanto decise di mettere in mezzo anche l'Inquisizione al fine di rendere quello che era un processo politico, anche un processo religioso.
venerdì 31 ottobre 2014
RECENSIONE DEL LIBRO "LE PAGINE STRAPPATE" DI PIETRO RATTO...LA RICERCA DELLA VERITA' SULLA PAPESSA GIOVANNA
Così inizia l'avventura dell'autore Pietro Ratto alla ricerca della verità, la verità più scabrosa della Storia della Chiesa. Il viaggio nasce dall'idea di Pietro, filosofo, storico e professore, studiare la Storia diversamente da come si insegna a scuola andando a scrutare gli impervi sentieri della ricerca per arrivare alla scoperta di piccole grandi verità. Come un novello Dante, Pietro si fa accompagnare nel suo viaggio da uno studioso appassionato e misterioso a cui è difficile assegnare connotati fisici ma che chiama l'Erudito (paragonabile facilmente al sommo poeta Virgilio) il quale mette a disposizione del nostro Dante tutti gli strumenti per conoscere la verità sulla Papessa Giovanna che l'autore stesso inizialmente bolla come una leggenda. Pietro passa nottate insonni a leggere tutti i documenti "forniti" dall'Erudito, confronta date, grafici, testi, poi usa il suo intelletto cercando di scardinare le teorie classiche che fino ora hanno contornato la vicenda di Giovanna. Partendo da alcune osservazioni di Bartolomeo Sacchi e grazie all'Erudito, anche le convinzioni di Pietro iniziano a decadere sotto la scure delle fonti documentali che ha il privilegio di avere sulla sua scrivania. Cosa sconvolge Pietro? L'incredibile impegno di eminenti uomini di chiesa nel cancellare tutte le tracce di Giovanna che, durante la lotta tra cattolici e protestanti dopo il Concilio di Trento, ebbe un grande valore simbolico soprattutto per i protestanti che, cavalcarono l'onta per screditare Roma anche se in realtà avrebbero potuto denigrare la Chiesa Cattolica facendo leva su fatti ben più scabrosi. Ma chi era Giovanna? Pietro Ratto ce la descrive con precisione, sfruttando anche il De Claris Muljeribus di Boccaccio: era una donna di grande cultura e curiosità che però, in quanto donna, non poteva compiere studi. Proprio per questo decise di comportarsi e prendere le sembianze di uomo per frequentare le scuole migliori dei suoi tempi. Giovanna divenne anche abile medico e ottimo consigliere tanto che Papa Leone IV la volle prima come suo consigliere e poi come pontefice dopo la propria morte. L'elezione, secondo i metodi ben diversi da quelli che conosciamo oggi, altro non era che l'apice della carriera di Giovanna, diventare papa per una avida sete di conoscenza sfruttando anche la sua grande intelligenza. L'amore per un uomo e il figlio che cresceva nel ventre della donna, saranno causa di una scellerata fine quando nei pressi di San Giovanni, nella zona dove ora si può vedere il sacello di Giovanna, la verità si mostrò al mondo. Il papa era una donna! Il popolo adirato si riteneva colpito dal diavolo, altro che Saraceni contro i quali Leone fece costruire le mura della città! Durante la processione, Giovanna cadde a terra sofferente e partorì il frutto del suo amore proprio davanti ai fedeli che si scatenarono con una violenza inaudita contro la donna e suo figlio. Il diavolo si era infilato nelle alte sfere ecclesiastiche minandone la credibilità forse irreparabilmente. Perchè la Chiesa si è impegnata alacremente a cancellare le tracce di Giovanna? La chiesa non poteva permettere tale cecità anche per evitare delle accuse strumentali da parte delle nuove correnti religiose che negli anni post conciliari stavano prendendo piede pertanto furono moltissimi i rimaneggiamenti ai testi ufficiali che comportarono cambi di date, accorciamenti di periodi, ritocchi vari....tutte azioni che fanno credere, anche grazie alle precise testimonianze di Angelusio, Goffredo di Viterbo, Martino Polonio, Bernardo Guy, Petrarca, Boccaccio, Hus solo per citarne davvero alcuni, che la vicenda di Giovanna sia realmente da considerarsi un fatto storico. "Le pagine strappate" edito da Elmi's World è un saggio ma è anche un romanzo: è un libro che è una radiografia (per dirla come l'autore) del libro De vitis ac gestis Summorum Pontificum (1552) di cui l'Erudito ne possiede ben due copie, una del 1562 e l'altra del 1650 che sicuramente è stata censurata dal Concilio di Trento. Il ritmo incalzante del testo lo pone sicuramente tra i libri che ogni studioso, appassionato di storia e contro/storia deve avere nella propria libreria. E' altamente convincente, l'autore riesce quantomeno a dimostrare che la censura selvaggia della chiesa abbia davvero nascosto una presunta Papessa, pertanto può essere riduttivo bollare la storia incredibile della papessa Giovanna come una semplice bufala!Libro di Pietro Ratto del sito
http://www.incontrostoria.it/
martedì 14 ottobre 2014
RECENSIONE DEL LIBRO "MEDIOEVO SEGRETO" DI ELENA PERCIVALDI
Tante volte abbiamo sentito dire che il Medioevo è stata un' età oscura un periodo dove la superstizione la faceva da padrona e, cosa ben peggiore, un periodo in cui la società stava arretrando culturalmente. Questo perchè siamo figli di quell'Illuminismo che ha avuto, se non altro, il merito di portare razionalità e conoscenza al un livello superiore pur gettando fango su un periodo che, in un certo senso, fu il preludio a quella corrente filosofica, scientifica, letteraria e politica che ha pervaso l'Europa alla fine del XVIII secolo. Già Giuseppe Sergi, con la sua opera "L' idea di Medioevo. Fra storia e senso comune" affermò che definire il medioevo come un'epoca buia era un grossolano errore storico e culturale dato che proprio nel Medioevo le arti, le tecniche di commercio ed agricole, per non parlare degli incredibili cambiamenti politici hanno avuto un rapido sviluppo di cui ancora oggi, ne subiamo positivamente le influenze.Partendo da questo presupposto Elena Percivaldi cerca in maniera molto più dettagliata dell'opera, comunque eccelsa di Giuseppe Sergi, di far luce sul Medioevo. Non è il classico saggio storico in cui si parla di battaglie, conflitti tra papa ed imperatore ma è uno scritto che coglie aspetti unici ed interessanti del Medioevo: da come si mangiava, al letto coniugale, alla sepoltura e a come si impegnava il tempo libero. Come ho avuto modo di dire all'autrice in persona durante un incontro a fine giugno, il testo dovrebbe essere messo come approfondimento nelle scuole di ogni ordine e grado infatti è molto facile, mentre si legge, prendere una matita, temperarla e scarabocchiare qualche appunto su un quadernino quasi come si fa se ci si dovesse preparare per un'esame o un'interrogazione. E questo è il grandissimo merito dell'autrice che ha l'innata capacità di non aiutare il lettore e proprio per questo è un testo adatto sia a chi si occupa di Medioevo per passione sia a chi del Medioevo sa poco o nulla. sabato 11 ottobre 2014
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI BARBARA FRALE "ANDARE PER LA ROMA DEI TEMPLARI" DEL 10 OTTOBRE 2014 A ROMA
Partiamo da Santa Croce in Gerusalemme, luogo dove secondo la tradizione Elena, madre di Costantino che all'inizio non appoggiò minimamente la conversione del figliolo, fece portare le reliquie scovate a Gerusalemme tra cui un pezzo della spugna, chiodi della croce, il Titulus Crucis e frammenti della Vera Croce e per questo viene chiamata "Golgota dell'Occidente". Qui Hugues de Payns si recò per una prima missione per illustrare l'importanza dell'idea di ordine monastico che aveva in mente.













