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venerdì 28 novembre 2014

MONTECASSINO E L'UMANESIMO MEDIEVALE, RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA. LIBRO EDITO DA CIOLFI EDITORE

Non credo di dire nulla di nuovo se affermo che nel medioevo i maggiori centri di cultura furono i monasteri dove, negli “scriptoria”, monaci amanuensi riproducevano la memoria del passato assicurandone la continuità. Ma non era solo mera copiatura di libri, anche produzione locale di testi sacri e negli uni e negli altri avveniva spesso una felice ed armoniosa combinazione di grafia e miniatura. Arte che oggi ammiriamo, sviluppatasi nell’alto medioevo, su influsso bizantino ma anche nordico, e che raggiungerà il massimo della grazia in èra gotica. Un’arte che, in Italia, avrà uno dei suoi centri di massimo splendore nel monastero di Montecassino, quando ne fu abate Desiderio, uomo di grande cultura ed ampie vedute, poi divenuto papa col nome di Vittore III. Egli decise di ristrutturare il complesso devastato dai saraceni nell’883 e lo intese come luogo di celebrazione mistica del monachesimo benedettino, dove ogni particolare doveva parlare allo spirito. Chiamò a lavorarvi maestranze lombarde e campane ma soprattutto bizantine (e queste fecero conoscere l’arte del mosaico che poi in seguito, fondendosi con la tradizione classica, maturerà la grande stagione dei Cosmati). La consacrazione avviene nel 1071 e Montecassino, oltre a tempio d’arte e di fede, in pochi anni diventa un centro politico-culturale di primaria importanza. In piena Lotta delle Investiture si schiera con il papa (Gregorio VII) ed i suoi sostenitori Normanni, che succedono ai Longobardi, gli ultimi eredi di una stirpe dominatrice scomparsa due secoli prima dal centro-nord, ad opera dei Franchi. Inoltre è cenacolo di arte, dai testi miniati agli “Exultet”, al canto gregoriano, nei moduli cari alla tradizione beneventano-cassinese. E le lettere, con nomi illustri, quali lo storico Pietro Diacono, Amato di Montecassino (ricordo la sua densa “Historia Normannorum”, da me recensita tempo fa), Alberico da Settefrati (che sembra abbia ispirato Dante), Pandolfo di Capua, ma anche le scienze, poiché Desiderio era rimasto legato all’Università di Salerno, la prima in Europa dove si praticava la medicina. Dunque Montecassino come punto di riferimento che ben interpreta il momento storico di transizione, anno 1000, lo spartiacque fra un mondo feudale e la società del libero comune e delle arti e dei mestieri. Una realtà densa di fermenti, i cui echi si possono ritrovare in tre libri notevoli, i cui autori si sono formati all’ombra protettrice dell’Abbazia: “I dialoghi sui miracoli di San Benedetto”, di Desiderio, “I Carmi”, di Alfano, “De viris illustribus Casinensibus”, di Pietro Diacono. Tre documenti che, pur in quel gusto fra retorico e sottilmente agiografico tipico dell’èra di mezzo, risultano di grande interesse non solo storiografico ma di costume. Desiderio (o Dauferio, il suo primo nome, di derivazione longobarda), grande amico di papa Gregorio al quale successe (contro l’antipapa Clemente III),  nei “Dialoghi” narra dei prodigi verificatisi nel santo cenobio di Montecassino o nell’area limitrofa. Al suo interlocutore Teofilo egli espone i fatti in uno stile asciutto ed anche un po’ ingenuo (per noi, naturalmente), ove il senso di tutto è l’edificazione “ad gloriam Dei”. Tale il contenuto dei primi due libri, storie di frati e laici in forma quasi di parabola, ed è un susseguirsi di apparizioni, fatti straordinari, possessioni, e sempre traspare la presenza salvifica del fondatore di Montecassino, San Benedetto. Più interessante il III libro, perché evoca il clima della chiesa di allora, criticata da Desiderio, che voleva rigenerarla, sostenendo l’azione di Leone IX,  Stefano IX, Pier Damiani, Gregorio VII, contro la simonia e la dissolutezza del clero. Ma interessante è anche un episodio dove compare l’ “ordalìa”, quello che nel medioevo era il severo quanto definitivo “Judicium Dei”. “I Carmi”, di Alfano, sono senza dubbio la più viva testimonianza di quell’umanesimo cristiano che, nato a Montecassino, si stava irradiando per tutto l’Occidente. Alphanus, natìo di Salerno, ebbe in cura Desiderio (l’università di medicina, che ho già citato) e con lui fu a Montecassino, accrescendone la fama quale luogo di cultura. Fine intellettuale e teologo (presente a Roma nel 1074, nel primo concilio indetto da papa Gregorio), nonché arcivescovo di Salerno, egli, oltre ad importanti  trattati  di medicina, ha lasciato una notevole produzione di carattere sacro. Inni, canti, odi, sequenze, laudi, un robusto “corpus” la cui genuina vena poetica non risulta appesantita dall’ispirazione religiosa, anzi, ne viene come levigata, fino al suo nocciolo mistico. Poiché tale è il senso intimo e segreto del canzoniere di Alphanus, disegnare una precisa dimensione dell’anima e, nel farlo, si avverte tutta la sua cultura classica che si sposa con eleganza a quella derivante da una profonda conoscenza della Patristica.  Composizioni brevi o molto lunghe, con prevalenza di “verso leonino” (esametro diviso in due parti),  la cui musicalità si assapora in pieno leggendo il testo nella versione latina originale ma, pur nella traduzione, “I Carmi” hanno un loro indubbio fascino. E’ quel loro procedere lieve, pervasi da uno stupore rattenuto che deriva direttamente da uno stato di grazia ed il lettore viene come avvolto in un’aura sognante che non può non sedurlo. E’ la vena mistica – eminentemente cristologica – di Alphanus, la sua religiosità semplice e schietta, aperta al prodigio, il cui “exemplum” più significativo mi sembra “Dei Santi XII Fratelli”, una sorta di vibrante ballata il cui tema è il martirio come testimonianza di fede. Ma il senso edificatorio, il mostrare la Via, è praticamente in ogni composizione, soprattutto se dedicata a qualche personaggio o commemorativa di un evento (segnalo, come testimonianza diretta e, quindi, documento storico, il carme che evoca il rinnovamento del cenobio ad opera di Desiderio). Una lunga, appassionata preghiera che coinvolge anche l’A. in prima persona, come nell’ “Orazione del medesimo Arcivescovo Alfano”, che nei toni arsi sembra anticipare i grandi mistici spagnoli, Teresa de Avila e Juan de la Cruz, nonché i nostri Francesco e Caterina da Siena. Infine l’aspetto storiografico, con Pietro Diacono e il suo “De viris illustribus Casinensibus”. Romano, discendente dalla stirpe dei Conti di Tuscolo, una delle più famose casate del Lazio medioevale, per volere del padre entrò come oblato a Montecassino all’età di cinque anni. Qui, mostrandosi di vivace intelligenza e spirito versatile, venne istruito alle arti liberali, imparò il greco e scrisse varie vite di santi. Nominato “cartularius” amministrò con saggezza la ricca biblioteca abbaziale, succedendo a Leone Marsicano nella stesura della “Chronica”, Montecassino nella sua continuità storica. Una testimonianza preziosa – soprattutto per gli studiosi – così come due altre opere importanti quali il “Regestum”, dove sono citati bolle, documenti, “placiti” (come quello famoso, che tutti abbiamo studiato a scuola, “Sao ko kelle terre”) e il “De viris” che, completamente dimenticato, venne riscoperto a Roma nel 1655 da un canonico di Sant’Angelo in Pescheria. Quarantasette capitoli per altrettante biografie (più i trentuno aggiunti da Placido monaco e Diacono di Cassino), con inizio da Benedetto, il fondatore, di cui, fra le tante cose della sua vita, ricorda la “Regola dei  Monaci”, che definisce “eccellente per precisione, splendida per la facondia “. E’ poi la volta dei discepoli, degli abati, dei presbiteri, dei vescovi, dei papi che si formarono nel cenobio, come Desiderio, poi Vittore III, di prelati fatti santi, Brunone, di monaci eruditi, Paolo agiografo e autore di Omelie, Costantino l’Africano, ai suoi tempi definito un novello Ippocrate (ha il merito di aver tradotto e diffuso i testi classici della medicina araba, che influenzarono la Scuola di Salerno).  E dei nomi citati alcuni sono d’origine longobarda, Ilderico, Autperto, Erchemperto, poiché nel beneventano a lungo era durata la dominazione longobarda anche se, al tempo in cui scrive Pietro Diacono, i nuovi conquistatori (i Normanni) avevano soppiantato gli ultimi gastaldati. Grandi e piccoli, nessuno viene escluso, in quanto tutti sono simili agli occhi di Dio. Tre libri di grande interesse sia per gli studiosi, sia per chi abbia curiosità di conoscere la cultura del tempo, di quel particolare periodo storico di transizione, dove vennero gettati i semi della rinascita spirituale dell’Italia, che significherà l’Umanesimo prima e la Rinascenza poi. Tre libri originariamente scritti in elegante grafìa longobardo-cassinese, ricca di ornati e, nei contenuti, pervasa di una profonda “pietas” che per noi oggi, fin troppo smaliziati, risulta un po’ “candida”  e, proprio per questo, dovrebbe farci riflettere. Ovvero attingere a quella “simplicitas” per stemperare il malessere odierno, di noi oggi, con due telefonini a testa ma nevrotici e, peggio ancora, senza più la capacità di stupirci. 

Recensione di Antonio Mazza per il sito "la voce di tutti"

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