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venerdì 28 novembre 2014

"DESCRIZIONE DELLA VITTORIA RIPORTATA DA CARLO CONTE D'ANGIO'", RECENSIONE DI ANTONIO MAZZA. EDITO DA CIOLFI EDITORE

Un perversa partita a tre giocata nell’inquieta Italia medioevale dove, tramontato il sogno degli Ottoni di restaurare il Sacro Romano Impero, il papato stava consolidando il suo potere temporale. Siamo nella prima metà del XIII secolo, caratterizzata dal difficile rapporto fra i pontefici e Federico II, che pure era stato incoronato da Onorio III, divenendo “difensore della cristianità”. Figlio di quell’Enrico VI che aveva posto brutalmente fine al regno normanno in Sicilia, Federico vi ritorna da dominatore, rendendosi autonomo rispetto alla Chiesa che vorrebbe esercitare la propria influenza. Anzi, entra in aperto conflitto, sia per le investiture di vescovi sul territorio, sia perché sta facendo di quel regno una sorta di monarchia autonoma, concetto che è sua intenzione estendere a tutta l’Italia. Quindi non più libertà comunali, leghe italiche, stato pontificio ed altro ma la dinastia degli Hohenstaufen a capo di una monarchia assoluta. La prima scomunica data 1227 poi, dopo alterne vicissitudini, politiche e belliche (Federico condusse varie campagne di guerra, in Lombardia e nello stesso stato della Chiesa), nel 1239 una nuova scomunica, infine, in un castello nei pressi di Lucera, Federico muore. E’ il 1250 e la Sicilia passa ai figli, Corrado IV prima e Manfredi poi. Questa premessa era necessaria per inquadrare storicamente un volumetto di argomento medioevale proposto dalla Casa Editrice Francesco Ciolfi, di Cassino, specializzata in “recuperi” spesso notevoli, in senso non solo filologico, relativi all’èra di mezzo (ricordo qui le mie recensioni in merito alla presenza dei Normanni in Italia, pubblicate alcuni mesi fa). E’ la “cronica” di una battaglia decisiva, perché, con la sconfitta di Manfredi, sancì il passaggio del Regno delle Due Sicilie agli Angioini, nel 1266. L’autore, Andrea d’Ungheria, è contemporaneo agli eventi che narra nella “Descrizione della vittoria riportata da Carlo conte d’Angiò” ed il suo lavoro in 75 capitoli, pur assolutamente di parte, anzi, decisamente agiografico (d’altronde è dedicato al nipote di Carlo), rappresenta una preziosa testimonianza di uno dei periodi più complessi della pur complessa storia del nostro Paese. Redatto ovviamente in latino, “Descriptio victoriae Karoli”, è riproposto con la versione italiana a fronte ed è, come già detto, un documento d’epoca, sia come fatto in sé, sia come narrazione di un modo di sentire e di essere. Tutto, nella società medioevale, è rigidamente manicheo ed ogni cosa è carica di simboli che rimandano ad un ordine superiore (è una società tripartita: oratores, bellatores, laboratores. In cima il potere ecclesiastico, spesso in conflitto con quello civile, e il “Judicium Dei” è il punto di riferimento di ogni azione, grande o piccola).  Dunque Manfredi, figlio illegittimo di Federico, succede a Corrado, morto ad appena 26  anni, stroncato dal caldo clima del Sud. Il papa Innocenzo IV lo nomina principe di Taranto, ma Manfredi, che non intende fare il vassallo del papa (peraltro già nemico giurato degli Hohenstaufen) occupa la Puglia. Ed inizia il lungo e drammatico contenzioso, sullo sfondo della lotta fra guelfi e ghibellini e con l’intervento di due papi che appoggiano Carlo d’Angio contro Manfredi. E’ Urbano IV ad offrirgli la Sicilia ed il successore, Clemente IV, lo incorona in San Pietro, il 6 gennaio 1266. Ora è guerra aperta e Manfredi stabilisce la sua linea difensiva aldilà del fiume Liri, ma i francesi conquistano una dopo l’altra le roccheforti nemiche (molte si consegnano senza combattere) spingendosi oltre il Volturno ed il Calore, fino alla piana di Benevento, dove si svolge la battaglia conclusiva. Qui i due eserciti, dopo la benedizione ed assoluzione impartita a tutti soldati, si affrontano in schiere, cinque i francesi, tre i tedeschi, all’ora sesta, oltre ventimila uomini impegnati un una lotta mortale che vede prevalere la tecnica militare franca (il “dare di punta”, cioè la daga corta contro lo spadone alemanno). Manfredi muore in battaglia. Dunque l’ingrato Manfredi, “esecrabile rampollo della vite maledetta”, colui che “come peste lievitante ruba e dilapida i beni della Chiesa” subisce il giusto castigo per mano di Carlo, messo di Dio. La divisione è netta, il Male con Manfredi, il Bene con Carlo, d’altronde Andrea d’Ungheria ha così impostato la sua “Descriptio”, è un cronista di parte, che nulla concede all’avversario. Eppure Manfredi era un uomo colto e grande mecenate, protettore delle arti e delle scienze, particolari che non interessano, ha violato l’ordine delle cose e la crociata contro di lui assume perciò un valore simbolico (tipico dell’epoca, tutto il medioevo è intriso di segni e simboli). “Io poi, spinto da un senso di pietà naturale, feci affidare il suo corpo alla sepoltura, non però ecclesiastica, dopo avergli reso un certo onore”. E’ Carlo d’Angiò che scrive a Clemente IV e la sua “pietas” suggella la breve vita di Manfredi (1232-1266), “biondo era e bello e di gentile aspetto”, come lo immaginò Padre Dante. Ma un demonio per Andrea d’Ungheria la cui “cronica” resta comunque un documento, pur nella sua partigianeria: anzi, proprio per questo più intrigante. E’ lo spirito del Medioevo, con poche o nulle sfumature. Bene e Male, Luce e Buio, Guelfi e Ghibellini. E non è che l’Italia di oggi sia molto cambiata…

Recensione di Antonio Mazza per il sito "la voce di tutti"

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