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lunedì 22 agosto 2011

I PECCATI CAPITALI

Trattare dei peccati capitali significa tenere un discorso sul buon ordine della società: la superbia è il peccato dei dominanti, ecclesiastici o nobili che finiscono per violare l'obbedienza e la sottomissione che è necessario manifestare nei confronti di Dio. L' invidia  è il vizio delle classi inferiori insofferenti nei confronti della loro posizione di dominati e guardano con astio i vertici della società. L' ira stigmatizza al violenza e l'aggressività. Questi tre peccati rompono l'armonia gerarchica della società cristiana. L' accidia si tratta all'inizio di un vizio monastico riferendosi al disgusto per la solitudine e la malinconia che lo assale distogliendolo da Dio e facendogli revocare la propria vocazione. Il contrario è l'ozio considerato come il padre di tutti i vizi. L'accidia è associata soprattutto ai laici che non adempiono la propria funzione di lavoratori o che trascurano i loro doveri verso Dio. L' avarizia rivaleggia con la superbia. La superbia appare come un peccato feudale e clericale: la condanna dell'avarizia diviene un attacco all'usura peccato professionale dei mercanti e dei banchieri. E' una manifestazione dell'amore eccessivo per i beni materiali che la Chiesa contrappone al desiderio dei beni spirituali. Infine la lussuria che si rafforza quando il celibato è definito come un obbligo degli ecclesiastici e in cui la dottrina del matrimonio impone ai laici regole più costrittive. Attraverso i vizi la Chiesa diffonde i suoi valori rivendicando il monopolio dei mezzi che permettono di cancellare il peccato: solo la Chiesa col battesimo conferisce la possibilità di lavarsi dal peccato originale. Solo lei accorda il perdono attraverso la penitenza e la confessione (valida dal IV concilio lateranense) o anche attraverso le indulgenze. La confessione serve a supervisionare la vita dei fedeli fino ad arrivare nella parte più intima della loro coscienza.

Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton

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