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sabato 3 maggio 2014

IL SUPPLIZIO DEL FLAGRUM

Nella crocifissione con inchiodatura degli arti il condannato moriva generalmente per asfissia: il peso del corpo schiacciava in basso la gabbia toracica, sicché poteva inspirare, ma per espirare doveva compiere movimenti che gli provocavano un dolore insopportabile. La presenza delle centinaia di ferite abbinate permette di precisare che si trattò di una crocefissione eseguita secondo l’uso dei Romani, cioè facendo precedere al supplizio vero e proprio una forma di tortura aggiuntiva, la flagellazione: il condannato era colpito con il flagrum, una frusta di legno con strisce di cuoio che portavano all’estremità dei bastoncini di piombo o d’osso terminanti in due punte. Scagliati con violenza, questi punzoni riuscivano a  strappare la pelle. La Legge ebraica limitava i colpi a 39 frustate, quella romana no: infatti l’uomo della sindone dovette subire almeno un centinaio di colpi. Non sembrano invece collegabili all’uso romano altre due forme di violenza che pure si riscontrano sull’uomo della sindone: la presenza delle ferite puntiformi sul cranio e presso la nuca, oltre alla ferita da arma da punta e taglio inferta fra la quinta e la sesta costola nella metà destra del torace. Un’altra anomalia è che al suppliziato non furono spezzate le ossa delle gambe, cosa che gli ebrei usavano fare per esigenze rituali: il Deuteronomio proibiva di lasciare i cadaveri sulla croce oltre il tramonto, e la pratica di fratturare le gambe (in latino crurifragium) affrettava la morte e quindi permetteva di tirarli giù prima della sera. Nel mondo greco-romano il crurifragium formava un supplizio a sé stante e non veniva collegato necessariamente alla crocifissione; i Romani del resto usavano lasciare i cadaveri sulla croce affinché gli uccelli rapaci facessero scempio delle loro membra: ma Ottaviano Augusto (29 a.C.-14 d.C.), molto attento alle questioni religiose, aveva caldamente raccomandato di restituire i corpi ai parenti convinto che la pietà verso i morti attirasse la benevolenza degli dèi.

Articolo per gentile concessione della dott.ssa Barbara Frale

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