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giovedì 22 maggio 2014

NEMICI PER SEMPRE


File:Blake Dante Hell X Farinata.jpg


Osservando la frequenza delle condanne a morte nell’Italia comunale, si scopre come esse fossero tutt’altro che un avvenimento frequente. A Firenze, invece, almeno attenendoci alle fonti cronachistiche a cui è stato fatto cenno, gli Uberti sono nominati in modo sorprendentemente frequente in occasione di esecuzioni capitali. Si ha l’impressione di una vera e propria caccia all’uomo, dettata sí da un odio di parte quasi endemico, ma certamente fomentata e quasi veicolata in modo speciale contro gli Uberti.
Tornando al destino segnato dall’avo Catilina, è possibile comprendere come il guelfo Giovanni Villani giustificasse l’accanimento dei suoi concittadini contro gli Uberti i quali, sin dal XII secolo, stando alla visione del cronista, «cominciaro guerra co’ consoli ch’erano signori e guidatori del Comune a certo tempo e con certi ordini, per la ‘nvidia della signoria che non era a lloro volere». La reazione del Comune fiorentino, nel corso dei decenni, sembra giustificata dal fine di preservare l’ordine ed evitare continui sovvertimenti per il benestare della comunità cittadina. Cosí, nel 1258, dopo aver scoperto una congiura ordita dai ghibellini contro il Comune di Popolo, Schiattuzzo degli Uberti fu ucciso e furono poi pubblicamente decapitati Uberto Caini degli Uberti e un cavaliere della famiglia degli Infangati.
Un altro membro eccellente della famiglia era Pier Asino Uberti. Scorrendo la documentazione si nota come l’unico fiorentino di parte ghibellina nominato nei Registri della Cancelleria Angioina, all’indomani della battaglia di Benevento, sia proprio un Pier Asino, definito non a caso «perfidissimus ghibelline factionis auctor». Costui fu peraltro anche l’unico toscano legato a re Manfredi ricordato nelle pagine del Villani sulla battaglia del 1266. Fratello di Farinata secondo il cronista fiorentino, Pier Asino fu in seguito condotto nelle prigioni di Provenza dalle guardie di Carlo I, prima ad Aix-en-Provence, poi nel maniero di Luco, in seguito a Castellane, nelle Basse Alpi, e infine nella fortezza inaccessibile de La Turbie.
Dopo aver tentato la fuga assieme ad altri sventurati compagni, fu fatto morire dopo diversi tormenti: gli fu cavato un occhio, gli furono mozzati la mano destra e il piede sinistro e infine, cosí ridotto, dopo un anno circa, fu finito a colpi di mazza in testa, probabilmente come contropartita per l’uccisione di un Buondelmonti, da lui similmente colpito a morte alla battaglia del Serchio anni prima, anche se la motivazione addotta dallo zelante inquisitore fra Salomone da Lucca, fu quella di eresia.
Cosí il cronista riporta l’episodio, divenuto poi il soggetto di un famoso dipinto di Giuseppe Sabatelli (1813-1843): «La state appresso il detto vicario co’ Fiorentini, co’ Pisani, e l’altre amistà della taglia de’ Ghibellini di Toscana, a petizione de’ Pisani, feciono oste sopra le terre e castella de’ Lucchesi, ed ebbono Castiglione, e sconfissonvi i Lucchesi, e gli usciti guelfi di Firenze; e messer Cece de’ Bondelmonti vi fu preso, e miselsi in groppa messer Farinata degli Uberti: chi dice per iscamparlo. Messer Piero Asino degli Uberti gli diede d’una mazza di ferro in testa, e in groppa del fratello l’uccise; onde furono assai ripresi».«Perché quel popolo è sì empio incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?», domanda Farinata degli Uberti a Dante nel canto X dell’Inferno.

E noi, a nostra volta, torniamo a chiederci: per quale motivo la damnatio memoriae nei confronti del casato fiorentino è stata così tenace da sconfinare nella superstizione? Tutto ebbe inizio in un giorno di settembre del 1260... Tra gli inquietanti fumi dei sepolcri infuocati, in cui – secondo la fantasia di Dante Alighieri – sono puniti gli eretici, il condottiero fiorentino Farinata degli Uberti, leader ghibellino, si erge dalla tomba e, pur avendo «l’inferno a gran dispitto», domanda crucciato al poeta perché il popolo fiorentino «in ciascuna sua legge» si accanisca contro la sua casata.

Il destino della famiglia di Farinata, stando alle Cronache di Giovanni Villani, fu segnato ab origine dall’aura nera del loro mitico progenitore, il romano Catilina. Il bando perpetuo e la fama di ribelli pesarono sugli Uberti sino alla loro estinzione. Scorrendo il IV capitolo del II libro delle Cronache, leggiamo infatti che il cronista fiorentino aveva rinvenuto «per alcuno scritto, che uno Uberto Cesare (…) che fu figliolo di Catellina, rimaso in Fiesole picciolo garzone dopo la sua morte, egli poi per Iulio Cesare fu fatto grande cittadino di Firenze e avendo molti figlioli ed egli e poi la sua schiatta furo signori della terra gran tempo (…) e che gli Uberti fossor di quella progenie si dice».
L’avo illustre, il patriarca eroico, l’origine mitica dei progenitori erano ricercati e desiderati dalle grandi famiglie, cosí come era sentito come necessario un mito di fondazione della città, preferibilmente riconducibile anch’esso ai grandi poemi epici dell’antichità greca e romana. E, però, come la gloria del progenitore continuava a illuminare il destino dei discendenti, cosí il peso del tradimento e della malvagità di un avo pesava sulla sua progenie: una circostanza di cui Villani era ben consapevole.
La fama di Lucio Sergio Catilina ha attraversato i secoli grazie al De coniuratione Catilinae di Sallustio. Lo storico romano lo immortalò nella narrazione del suo tentativo di sovvertire l’ordo della res publica, schierandosi apertamente contro il senato e morendo nell’ultima battaglia, combattuta presso Pistoia. Gli Uberti, violatori della pace e nemici del Comune, nell’interpretazione dei detrattori guelfi, dovettero quasi ereditare il gene della ribellione da Catilina. Cosa che motivò e, forse, giustificò il bando perpetuo scagliato da Firenze contro tutti gli esponenti della domus Ubertorum.
Il peso dell’origine infausta della famiglia Uberti non poteva dunque essere cancellato. Eppure, insieme all’ineluttabile esito della storia familiare, affiora una sorta di giustificazione per il piú illustre degli Uberti: Manente, detto Farinata, probabilmente a motivo della canizie dei suoi capelli. Nonostante la condanna inflitta dal Comune sia netta e decisa, l’atteggiamento che emerge da piú parti nei suoi confronti non è altrettanto negativo e univoco. Scrittori di posizione politica anche a lui opposta, infatti, hanno trasmesso ai posteri una sorta di parziale riabilitazione della sua figura.
Filippo Villani si limita a tracciare il ritratto di Farinata, incentrandolo in realtà su un unico aneddoto, nel quale se ne sottolinea l’astuzia militare piú di quello che potremmo chiamare «amor patrio». Anzi, l’autore ricorda come «egli avea tanto afflitta la patria» al punto che gli fu ceduta dagli avversari spontaneamente. Occorre notare che, in questo caso, l’autore, oltre a riportare l’errata notizia della sua morte in esilio, omette di ricordare l’episodio del Parlamento di Empoli, nel corso del quale, come invece ci informa anche Dante nei versi del X canto dell’Inferno, fu, trovandosi solo a farlo, «colui che difese a viso aperto» la città di Firenze. I nobili ghibellini della Toscana e il Comune di Siena, infatti, avrebbero voluto radere al suolo la città del Giglio, e lo stesso re Manfredi, forse ebbro del trionfo di Montaperti (1260), avrebbe voluto «deflorare il fiore di Firenze», come si legge nella sua missiva inviata ai capi ghibellini, a vittoria conseguita.
Giovanni Villani, come Dante, esprime apertamente la sua gratitudine e il suo rispetto definendo Farinata «il valente e savio cavaliere messer Farinata degli Uberti» verso il quale il popolo di Firenze si dimostrò «ingrato e male conoscente» e, prosegue il cronista guelfo, è «da fare notabile memoria del virtudioso e buono cittadino che fece a guisa del buono antico Cammillo di Roma, come racconta Valerio e Tito Livio». L’episodio della difesa di Firenze contro chi voleva raderla al suolo ha salvaguardato la memoria di Farinata al punto da fargli meritare, alla metà del XIX secolo, una statua tra i notabili fiorentini che fanno mostra di sé sotto le logge degli Uffizi. Ma non è stato sufficiente per redimere l’intera casata.
Farinata catalizzò su di sé ammirazione e odio: tanto i plausi dei ghibellini, suoi fautori, quanto le maledizioni dei guelfi, suoi detrattori. Fino alla morte, infatti, Manente fu probabilmente il capo indiscusso della propria pars e dopo la morte la sua figura fu ammantata di un’aura mitica, nostalgicamente evocata dai sostenitori della casata e della parte ghibellina. Di contro, sui resti di Farinata si scagliarono, come vedremo, gli inquisitori in piú processi postumi per eresia. L’Inquisizione fu certo agevolata – se non proprio sobillata – dai Fiorentini guelfi saliti al potere dopo il duplice disastro ghibellino delle battaglie di Benevento (1266) e Tagliacozzo (1268).
Dante Alighieri, il piú autorevole degli autori che abbiano tramandato la memoria di Farinata, condensa nel suo pensiero entrambe le posizioni, solo apparentemente in contrasto tra di loro. La fierezza che Dante attribuisce a Farinata nel canto X è certo il risultato dell’autorità e della fama da lui acquisita sul campo, rimarcata dal Voi con cui il poeta fiorentino gli si rivolge, allocuzione rarissima nella Commedia e utilizzata in altri pochissimi casi, come per il suo maestro, Brunetto Latini, Cavalcante, Guinizzelli, papa Adriano V, Beatrice, Cacciaguida, la Vergine o Cristo. E ancora, con l’augurio che la «semenza» di Farinata possa un giorno trovare riposo, l’Alighieri sottolinea il rispetto per la nobile schiatta caduta in disgrazia. Inoltre, e non è poco, solo Farinata e la guida del poeta, Virgilio, ricevono da Dante l’appellativo di magnanimi.
Contemporaneamente, la condanna per la disfatta di Montaperti inflitta al regime popolare fiorentino giustifica ampiamente, secondo il poeta, le pene e le vessazioni comminate alla casata ghibellina. Casata che, seppure non fu la sola a macchiarsi di tradimento e ribellione, come Dante fa affermare allo stesso Farinata nella Commedia, per il fatto che essa svetti per potenza e prestigio tra le famiglie di parte ghibellina e per il ruolo cardine nella gestione del governo, meritava una punizione aspra ed esemplare. Per il suo ruolo di primo piano nella storia fiorentina e per il prestigio dei suoi esponenti, la parte vincente si accaní sugli Uberti per distruggerne la fama e con essa, di conseguenza, anche la parte politica cui erano legati e che, in buona sostanza, rappresentavano.

Articolo di Federico Canaccini pubblicato sulla rivista Medioevo numero 195/Aprile 2013 che ci ha concesso l'opportunità di pubblicare il testo

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