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giovedì 29 maggio 2014

GLI ESTENSI


La dinastia estense poteva vantare origini molto antiche. Quasi sicuramente, infatti, le radici della casata principesca dell’Italia padana possono essere ricondotte a un passato longobardo. Il nucleo originario del loro potere, prima che riuscissero a estendere il proprio dominio, risiedeva in un piccolo centro oggi in provincia di Padova e che tuttora porta il nome dei suoi antichi signori, ma nel corso dei secoli la storia degli Estensi sarà sempre e profondamente intrecciata con quella della città di Ferrara. Nel tempo la città emiliana diventerà, infatti, il nuovo fulcro del loro potere e proprio grazie ai suoi signori si eleverà, nel Rinascimento, al rango di capitale europea dell’arte e della cultura. La lunga genealogia della casata vanta numerosi nomi celebri, non solo nell’ambito della storia locale. Partendo da Alberto Azzo II, considerato il capostipite della famiglia e Obizzo II, proclamato signore di Ferrara, vi sono numerosi altri esponenti della casata che potrebbero essere ricordati per il loro contributo in campo politico, economico e culturale. Non si può però negare che la storia della famiglia, e dunque anche della città di Ferrara e dei territori a essa annessi, subirono la vera svolta con tre degli esponenti più illustri che si possono ricordare: Niccolò III, Lionello e Borso.  Tre personaggi diversi che, grazie alle loro spiccate personalità, riuscirono a lasciare un’impronta nitida nelle vicende e nella fisionomia di una città e, ampliando lo sguardo, nella storia della cultura del Rinascimento italiano.

Niccolò, il pater patriae

Niccolò III, che detenne il potere dal 1393 al 1441, riuscì tramite la sua astuta politica estera a inserire Ferrara negli equilibri delicati dell’Italia settentrionale della prima metà del Quattrocento. Dopo un periodo contrassegnato da rischiose iniziative politico-militari decise dai suoi predecessori, Niccolò intraprese un’intensa attività diplomatica del tutto inedita per lo Stato estense, volta al mantenimento della pace nell’area padana. Niccolò comprese sin dai primi anni della sua signoria che una realtà come quella dello Stato estense non avrebbe mai potuto reggere a un urto diretto, esposta com’era tra la potenza di Venezia da un lato e di Milano dall’altro.  Questo nuovo ruolo di “guardiano” della pace fu ripagato con il prestigio crescente che acquisirono nel tempo la casata e la città di Ferrara. La manifestazione più evidente di ciò fu l’onore di poter ospitare il concilio di Firenze-Ferrara nel 1437. Fu in quest’occasione che Ferrara accolse il pontefice, l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, il patriarca di Costantinopoli e altri esponenti di primo rango nella scena politica dell’epoca. Ferrara divenne momentaneamente il centro della politica europea e della Cristianità. Nella città emiliana si cercò, infatti, di ristabilire nuovamente l’unità tra le Chiese cristiane e salvare Costantinopoli dalla minaccia ottomana. In quest’occasione la città poté sfoggiare opere d’arte e d’ingegneria di livello così elevato che un dignitario russo al seguito di Isidoro, metropolita di Kiev, nonostante avesse già visitato le grandi capitali del Nord Europa, come Lubecca e Norimberga, rimase talmente stupefatto di fronte alla magnifica commistione di arte e tecnologia degli edifici del centro di Ferrara, da menzionarli e descriverli nella sua relazione di viaggio.

Signore tra due epoche 

Nonostante il prestigio ottenuto da un punto di vista politico, non è possibile parlare di Niccolò come di un autentico “principe del Rinascimento”. La tradizione ne ha tramandato l’immagine di una figura che si può definire di “transizione”: Niccolò assommava caratteristiche sia medievali sia rinascimentali, ma non fu uomo di gusti intellettuali raffinati come invece saranno i suoi successori, non si dilettava assiduamente nello studio delle lettere. Preferiva ascoltare sermoni di carattere religioso, piuttosto che le opere degli umanisti della sua epoca o i classici latini e medievali. Ebbe, in ogni modo, l’indubbio merito di comprendere l’importanza di impartire un’educazione solida e raffinata nel campo delle lettere e delle arti ai futuri signori di Ferrara. Per tale ragione chiamò alla sua corte alcuni dei più grandi intellettuali dei suoi anni, in modo da poter fornire ai propri figli l’educazione degna di un principe del Rinascimento. Niccolò III apprezzava soprattutto l’uso pratico del sapere, cosa che lo portò a patrocinare vasti progetti edilizi, sia in città sia nel territorio, ordinando la costruzione di strade, argini e numerosi progetti idraulici con lo scopo di sanare un ambiente, molto diverso da come si presenta ora, talvolta addirittura ostile, paludoso e dunque di difficile gestione. Gli anni del suo principato valsero da insegnamento per i suoi successori che proseguirono, e in qualche modo evolsero, le linee principali della sua politica. Compito che fu affidato a due dei numerosi figli naturali di Niccolò: Lionello e Borso, nati dall’unione morganatica con Stella Tolomei, unica tra le sue numerosissime amanti e mogli a ricevere l’amore incondizionato del principe.

Lionello, il pater civilitas

Se Niccolò fu ricordato nei secoli come pater patriae, Lionello per la sua cultura e il suo mecenatismo passò alla storia come pater civilitas. Questo principe dall’animo gentile ma risoluto, non bello nell’aspetto ma piacevolissimo nei modi, nacque a Ferrara nel 1407. Come ogni giovane nobile dell’epoca, egli ricevette prima di tutto un’educazione militare. A quindici anni fu inviato ad apprendere il mestiere delle armi dal celebre condottiero Braccio da Montone. In seguito alla morte di Braccio, Lionello ritornò a Ferrara dove finalmente poté avvicinarsi agli studia humanitatis, che non aveva avuto prima di allora modo di coltivare. Niccolò, come si è già accennato, perché i suoi figli, e i suoi successori in particolare, potessero trattare alla pari con i grandi personaggi della loro epoca, principi, sovrani e papi, si preoccupò di fornire loro la migliore educazione possibile. Per questo motivo chiamò a corte l’ellenista siciliano Giovanni Aurispa perché facesse da tutore a Meliaduse, altro suo figlio naturale, che intraprese in seguito la carriera ecclesiastica. Il tutore di Borso fu Giovanni Toscanella, mentre per Lionello fu chiamato a Ferrara nel 1429 Guarino da Verona, uno dei più grandi pedagoghi e umanisti del Quattrocento.Fu evidente da subito la predisposizione del giovane principe Lionello verso le lettere e le arti. Sotto la guida di Guarino acquisì precetti filosofici, storici, morali nonché le necessarie conoscenze di grammatica e retorica. Diede presto prova della sua fine cultura umanistica tenendo un’orazione in latino di fronte all’imperatore Sigismondo, giunto a Ferrara nel 1433.

Un fecondo periodo di pace 

Quando nel 1441 Lionello fu acclamato signore di Ferrara, Modena e Reggio si presentò quasi da subito una situazione eccezionale nella gestione del potere. Lionello, infatti, anche se in maniera non ufficiale, instaurò una forma di signoria “collegiale”, condividendo così con il fratello minore Borso l’enorme onere che gravava sulle sue spalle. Egli non fu l’unico ad alleggerire dei pesi della politica Lionello, che si avvalse anche dell’opera di illustri collaboratori, già facenti parte del seguito di Niccolò III: Uguccione Contrari, Feltrino Boiardo, Alberto Pio da Carpi e Giovanni Gualengo. Il loro aiuto e consiglio garantirono una continuità nella gestione del potere e in politica estera. Si poté così mantenere la linea diplomatica iniziata da Niccolò, mantenuta da Lionello e proseguita da Borso. La concordia ideale fra i tre grandi signori estensi assicurò ai loro territori una stabilità e una pace durature, grazie alle quali poterono fiorire alcune delle più alte espressioni della storia rinascimentale italiana ed europea. Ciò nondimeno, la politica estera fu il nodo più delicato e difficile degli anni in cui Lionello fu signore dei territori estensi. Sempre sotto il segno della cautela e della prudenza, rinforzò le relazioni con Filippo Maria Visconti, mantenendo contemporaneamente buoni rapporti con la Repubblica di Venezia. La situazione si complicò comunque quando si riaccesero i contrasti tra Papato e Sforza. Vacillando la tregua veneto-milanese, fu messa di conseguenza in pericolo anche la stabilità dei territori estensi. Lionello e Borso tentarono di ovviare le crescenti difficoltà con la creazione di un asse politico Napoli-Ferrara, prospettando a re Alfonso la dominazione dello Stato di Filippo Maria Visconti, privo di eredi. La nuova alleanza fu sancita dal matrimonio tra Lionello e la figlia naturale di Alfonso, Maria d’Aragona. In realtà il re di Napoli approfittò delle difficoltà degli Estensi, dato che si dimostrò più interessato a sfruttare la mediazione di Lionello per stipulare un’alleanza con il Papato e il Visconti in funzione anti-sforzesca, piuttosto che appoggiare direttamente gli Este.

Il governo ispirato da Platone

Nonostante alcune difficoltà in politica estera, il potere di Lionello non si appannò mai. Anche se non innovò in maniera incisiva la politica del suo predecessore, godette già in vita della fama di eccellente reggitore dello Stato e di principe saggio e magnanimo. A crearla concorreva certamente il clima culturale che si era instaurato nella corte ferrarese. In questo circolo, tra i più dotti e raffinati che si potessero trovare in quegli anni nella Penisola italiana, era perseguito e promosso il modello culturale e l’ideale di reggitore dello Stato tratto dalla Repubblica di Platone, dal quale certo il principe-filosofo Lionello traeva ispirazione. Lionello rimase sempre in stretto contatto non solo con gli umanisti che frequentavano assiduamente la sua corte. Oltre ai legami “intellettuali” molto frequenti con Guarino Veronese, Giovanni Aurispa, ma anche Angelo Decembrio e il greco Teodoro Gaza, il principe instaurò infatti rapporti epistolari con i personaggi più illustri della cultura del Quattrocento: Lorenzo Valla, Flavio Biondo, Leon Battista Alberti e Francesco Barbaro. A lui furono dedicate numerose opere letterarie: tra le più importanti De equo animante, Philodoxeos fabula e Teogenio di Leon Battista Alberti. Inoltre, sempre l’Alberti dichiarò di aver redatto il De re aedificatoria, uno dei più celebri trattati di architettura giunti a noi dal Rinascimento, sotto l’influsso e le esortazioni di Lionello. 
L’Estense divenne anche personaggio di una delle opere che vennero create alla sua corte: Angelo Decembrio, umanista che visse tra Milano, Ferrara e la Spagna, nella sua Politia Letteraria, un’opera strutturata in forma di dialogo, presenta Lionello come uno degli interlocutori e spesso anche come guida delle discussioni che hanno luogo tra i personaggi della sua opera. Nella Politia Lionello incarna l’idea stessa di nobiltà, dotato di un carisma e di «un’aura quasi sacrale», non riscontrabile in nessun altro principe della sua epoca. 

L’immagine del potere

La cultura per Lionello, oltre a essere un’esigenza del suo spirito sensibile e raffinato, fu anche mezzo di consolidamento del suo potere e della sua fama. Tramite lo splendore del suo mecenatismo riuscì a creare un sempre crescente consenso politico, sia presso il popolo sia presso le altre corti italiane. L’arte sotto la signoria di Lionello divenne il cemento con cui costruire una nuova immagine del potere, e, insieme all’architettura, costituì il mezzo privilegiato per quest’opera di propaganda politica ante litteram. Certamente l’architettura, tra tutte le espressioni dell’arte del Rinascimento, fu quella più funzionale a tale scopo, e per questo sarà trattata a parte e in maniera più specifica. La pittura e il collezionismo furono certo le manifestazioni artistiche predilette da Lionello. Amante dell’antichità collezionava cammei, medaglie, gioielli antichi e monete, che mostrava e sottoponeva all’attenzione della sua cerchia di intellettuali e confidenti. Si può considerare questa sua passione la manifestazione precoce di un nuovo gusto artistico, che prenderà piede nel corso dei secoli con la creazione di ricchissime collezioni private, volto al possedimento personale dell’oggetto d’arte, in modo da poterne godere la bellezza in forma privata e personale.

Tutti i pittori del principe 

Connessa a questo gusto particolare per i piccoli e raffinati oggetti d’arte è la commissione al Pisanello di numerose medaglie d’ispirazione classica. In esse l’artista immortalò per ben otto volte il profilo del suo mecenate ferrarese. Sempre Pisanello, alla corte di Ferrara fu attivo anche come pittore. Dipinse, infatti, una tavola per il palazzo di Belriguardo, la Visione di Sant’Antonio e di San Giorgio e il ritratto di Ginevra d’Este, sorella di Lionello. Lionello fu nuovamente immortalato in un ritratto perduto eseguito dalla mano di Iacopo Bellini. Del Bellini rimane quell’immagine di Lionello che compare nella Madonna dell’Umiltà, in cui il principe figura nella veste di committente e adorante. La fama della corte di Ferrara e del mecenatismo di Lionello richiamò in città anche Andrea Mantegna che, giunto nel 1449, eseguì un altro ritratto dell’Estense. E nello stesso anno si stabilì a corte Piero della Francesca, che lavorò nel castello e nella chiesa di S. Andrea ad affreschi andati purtroppo distrutti. L’insaziabile appetito artistico di Lionello travalicò i confini italiani, giungendo a intessere rapporti con grandi nomi dell’arte fiamminga come, per citarne almeno uno, Rogier Van der Weyden. Nonostante l’intensa tensione umanistica dell’ambiente ferrarese, lo stile cortese-cavalleresco che sopravviveva nel modello culturale delle aree del Nord Europa esercitava un profondo fascino su Lionello. Egli, oltre a rimanere in contatto con gli artisti più rinomati di quelle aree, commissionò numerosi arazzi decorati con scene di vita cortese che andarono ad abbellire palazzi e castelli. Non si limitò a commissioni a distanza: chiamò a Ferrara maestri fiamminghi, valloni e borgognoni che importarono nei territori estensi non solo le tecniche, ma anche un gusto iconografico che discendeva dai grandi poemi epici cavallereschi. Quando Lionello si spense nel 1450, all’età di quarantatré anni, morì quello che si può senza timore di esagerazione considerare lo spirito più completo e profondo nato dalla casata d’Este. Egli innalzò il prestigio e la cultura della corte ferrarese a livelli mai più eguagliati, garantendo al contempo ai territori sottoposti alla sua autorità pace e prosperità. 

Nel segno della continuità

Fortuna e un’oculata gestione politica vollero che con la morte di Lionello non si interrompesse quella che può considerarsi l’età d’oro dello Stato estense. L’epoca di pace continuò con Borso senza però, nonostante i grandi meriti del nuovo signore di Ferrara, riuscire a eguagliare lo splendore culturale raggiunto sotto la guida del fratello. Nei versi scritti dall’Ariosto nel suo Orlando Furioso possiamo ritrovare la fondamentale continuità nelle due linee di potere: «Vedi Lionello, e vedi primo duce, / fama della sua età l’inclito Borso, / che siede in pace, e più trionfo adduce / di quanti in altrui terre abbino in corso. / Chiuderà Marte ove non veggia luce, / e stringerà al Furor le mani al dorso. / Di questo signor splendido ogni intento / sarà che ’l popul suo viva contento» (Canto III, strofa 45). Personalità differente da quella del fratello maggiore, Borso predilesse nettamente l’attività fisica allo studio paziente delle lettere, a cui si dedicò in maniera meno appassionata rispetto a Lionello. Per inclinazione caratteriale e in parte anche fisica egli era maggiormente predisposto a divenire un condottiero, piuttosto che un fine uomo di lettere.  Nonostante lo studio e la dedizione alle lettere non fossero il primo e più sincero desiderio di Borso, il rigoglioso Umanesimo ferrarese non declinò improvvisamente. Egli, infatti, comprese, continuando l’opera del fratello, che il mecenatismo era oramai diventato una componente necessaria della gestione del potere. Ma il diverso approccio non tardò a manifestarsi: se per Lionello gli artisti erano compagni, amici e maestri accomunati dall’amore profondo per l’arte, per Borso questi erano solamente servitori, necessari per la celebrazione della sua persona e della sua casata. L’arte divenne con Borso un mezzo, nulla più di una propaganda, mentre per Lionello i risvolti politici del suo mecenatismo rappresentavano un fenomeno sì utile, ma comunque secondario rispetto al suo sincero amore e desiderio di conoscenza, appagabile solo attraverso l’espressione artistica. Borso coltivò il mecenatismo con spirito totalmente differente, comprensibile solo riflettendo sul fatto che gli artisti, nell’ambiente delle corti quattrocentesche, erano oramai divenuti un’istituzione necessaria. Artisti, poeti e letterati in generale dovevano essere pronti a celebrare ogni avvenimento avesse luogo nella cerchia del signore: nascite, funerali, matrimoni e successi politici. 

Il microcosmo della corte

Nel Rinascimento la corte che circondava il detentore del potere divenne qualcosa di più complesso dell’insieme dei consiglieri del principe o del sovrano. Essa divenne un vero microcosmo, una realtà a sé stante, composta da una gamma variegata di personaggi che davano vita a una fitta rete di rapporti sociali con regole e comportamenti probabilmente di difficile comprensione, per chi osservasse il fenomeno dall’esterno. La corte di Ferrara, in particolar modo ai tempi di Niccolò III, racchiudeva in sé gli estremi dell’eleganza e della povertà, della cultura e dell’ignoranza. È noto che mentre le principesse acquistavano preziosi strumenti musicali, animali esotici e gioielli sontuosi, parte della servitù, talvolta anche le ancelle e i domestici più vicini al signore, giravano per il palazzo praticamente nudi. Parlando di corte non si deve intendere il solo insieme delle persone che vivevano e operavano a vario titolo vicino al principe. A comporre la corte di un principato come quello estense si trovavano letterati, artisti, eruditi, ma anche astrologi, politici e quant’altro.

Il perfetto cortigiano 

I complessi rapporti che si instauravano tra i protagonisti della vita di corte, a Ferrara come in ogni altra corte rinascimentale italiana, possono essere delineati tramite le parole di Leon Battista Alberti, giunte fino a noi per mezzo dei Libri della Famiglia. Il quinto libro dell’opera tratta del rapporto di amicizia tra sudditi e sovrani. L’amicizia è vista in maniera del tutto funzionale: è utile se è in grado di intrecciare rapporti forieri di un ritorno d’interesse in prestigio, fama e ricchezza. L’immagine che si ricava dalle parole di Alberti assume connotati inquietanti. Il cortigiano deve sempre stare in guardia e perfezionare non solo le sue abilità artistiche o letterarie, ma anche la sua capacità di sopravvivenza in un ambiente, quello del seguito del principe, pieno di invidie e rivalità molto pericolose. Così Alberti ci confida che la vita del cortigiano è come la falconeria: bisogna avere destrezza e abilità per addestrare una creatura bella e superiore, il principe, riuscendo nello stesso tempo a non provocare in lui alcuna irritazione, cosa che rappresenterebbe la fine per qualunque cortigiano. Oltre a evitare in ogni modo l’ira o il fastidio del principe, è necessario vivere sempre all’erta, essere un osservatore scaltro e attento di ogni fatto che abbia luogo a corte, in modo da evitare attriti e contrasti con il seguito del principe. Era inoltre necessario intessere quei rapporti di amicizia “interessata” di cui ci parla l’Alberti non solo con il principe, ma anche con ogni persona superiore in potere e ricchezza in grado di «aprire la borsa dei favori» a proprio vantaggio. Tutto ciò non deve fare pensare esclusivamente a un ambiente di personaggi abbietti e senza scrupoli. La via per ottenere tali favori per molti erano la virtù e i meriti personali. Via perseguita proprio da Leon Battista Alberti, che a Ferrara riuscì a instaurare un rapporto di stima reciproca con Lionello, certamente superiore al mero interesse e tornaconto. La contropartita di una vita così in bilico tra prestigio e rovina è rappresentata dalle ricompense cospicue che il cortigiano poteva godere principalmente alla fine della sua carriera, quando finalmente riceveva il permesso di ritirarsi negli agi di una vita privata, al riparo dei rivolgimenti continui della sorte.

Più garanzie per gli artisti

Per opera di Lionello ebbe luogo un’evoluzione non trascurabile nella vita della corte di Ferrara. Si è già parlato dell’alto livello degli artisti chiamati a corte: i più grandi pittori e letterati dell’epoca furono accolti da Lionello con il massimo dei favori e della benevolenza. Lionello ebbe l’ulteriore merito di comprendere l’importanza di legare a sé gli artisti in maniera stabile, alleviandoli dal peso di una vita all’insegna della precarietà, soprattutto economica. Il mecenatismo, non solo del padre Niccolò ma anche di numerosi altri signori quattrocenteschi, aveva il limite di non garantire una vita sicura agli artisti e letterati che attirava a sé e ingaggiava in maniera saltuaria e in base a voglie e desideri momentanei. Lionello comprese che tutto ciò andava a discapito non solo della qualità della vita di artisti e umanisti bensì anche di quelle opere che avrebbero potuto produrre, beneficiando di una serenità che solo una stabilità economica poteva garantire. Funzionale a questo suo progetto fu la riapertura dello Studio nel 1442. Qui trovarono un’occupazione stabile affermati studiosi, come il suo precettore Guarino da Verona. Egli si impegnò inoltre nell’accrescere il prestigio dello Studio chiamando docenti dalle maggiori università italiane, riuscendo così ad attrarre studenti da tutta Europa nonostante la concorrenza dei vicini e prestigiosi atenei di Padova e Bologna.

Fonte: Medioevo. Articolo di Claudia Bertazzo su "Medioevo"

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