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mercoledì 18 giugno 2014

L'IMPRONTA SPAVENTOSA DI UN MORTO

In via teorica, quanto scoperto aprendo la teca con l'antica, venerabile immagine di Edessa non doveva sembrare strano: se il telo portava l’impronta del corpo di Cristo, ci doveva essere per forza anche la ferita del costato, quella descritta dal quarto vangelo. Ma per Gregorio il Referendario e il generale Curcuas, adagiati su un’idea largamente diffusa, quello dovette essere un vero colpo. Gregorio ha lasciato un’omelia sul recupero dell’immagine di Edessa, composta subito dopo per celebrare l’evento solenne del suo trasporto nella capitale. L’omelia è conservata in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, il Vaticano greco 511, che fu scritto alla metà del X secolo, cioè solo qualche anno dopo l’evento. Per quanto  ampolloso e complicato secondo lo stile del greco bizantino, il testo è chiaro: leggendolo si percepisce anche il clima di sgomento e di imbarazzo in cui i due funzionari si trovarono gettati quando scoprirono l’incredibile novità. Com’era possibile che la tradizione parlasse di un ritratto lasciato da Gesù quando era vivo, e qui invece si era davanti all’impronta spaventosa lasciata da un cadavere massacrato? Come si poteva portare a Costantinopoli un oggetto simile? Cosa avrebbero dovuto riferire all'imperatore, che si aspettava tutt'altro oggetto?

Articolo per gentile concessione della dott.ssa Barbara Frale

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