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lunedì 30 giugno 2014

COME DAVIDE, L'UNTO DEL SIGNORE

Filippo il Bello era nipote di due santi (Luigi IX di Francia, padre di suo padre, ed Elisabetta d'Ungheria, sorella di sua nonna materna), e secondo le fonti viveva quasi come un monaco, mangiando pochissimo e praticando lunghi periodi di digiuno e astinenza. Il suo confessore ogni venerdì lo fustigava con una disciplina, cioè una frusta fatta da catene di ferro, la stessa che prima di lui aveva usato Luigi IX il santo. Durante la sua cerimonia d'incoronazione, era stato consacrato con l'Olio Santo ben sette volte, proprio come un arcivescovo; come altri sovrani di Francia della sua stirpe, si riteneva che avesse il potere di guarire i malati di scrofola con il tocco delle mani, purché si mantenesse pur da gravi peccati. Sappiamo che era molto attento a questo suo ruolo sacro, e che molti malati arrivavano da paesi anche lontani per incontrarlo ed essere toccati da lui. I suoi apologeti lo celebravano come un nuovo Davide, l'Unto del Signore. Ascetico e scevro da peccati, era indicato dai pubblicisti come un esempio di moralità e di devozione cristiana, perfetto emulo di suo nonno Luigi il Santo. La propaganda francese ribadiva il fatto che un uomo del genere era degno di guidare la Chiesa nei territori che Dio aveva affidato al suo dominio; lo storico Julien Théry sostiene che egli si sentiva "come un papa all'interno del suo regno". Esistono però anche voci avverse. Il vescovo di Pamiers Bernardo Saisset sosteneva che Filippo IV era stupido per quanto bello, incapace di reggere il governo; diceva che non era un uomo né una bestia, ma piuttosto una statua di marmo. Anche il poeta satirico Geoffroy di Parigi lo descrive come un uomo dal carattere inconsistente, debole, inadatto al difficile ruolo di governare la Francia; e proprio per sfuggire a questo opprimente fardello troppo pesante per lui, il sovrano avrebbe abbandonato il potere nelle mani dei suoi ministri e di alcuni familiari fidatissimi, limitandosi a svolgere mere funzioni di rappresentanza.

Qual'è, la verità?

Articolo per gentile concessione della dott.ssa Barbara Frale

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