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mercoledì 24 ottobre 2012

ARALDICA MEDIEVALE 2: LE PRIME DIFFERENZIAZIONI DEGLI STEMMI

Lo scudo del cavaliere, una volta divenuto arma di riconoscimento, è ben presto accompagnato da nuove armi usate da altri personaggi che vivono nell’ambito delle comunità. Pensiamo ai proprietari di cavalli, ai fabbricanti di mattoni, ai padroni di case che lasciano un segno di riconoscimento sulle proprietà e sugli animali. Ma pensiamo anche ai vescovi, agli abati, ai sacerdoti che inviano pergamene, lettere, sacchi di derrate; o che partecipano a feste e raduni ecclesiali affollati nelle metropoli e da cui dipendono e nelle sedi numerose episcopali. Immaginiamo le grancie dei grandi monasteri dove si accumulano grano, orzo, olio e vino che provengono dai loro campi  e che talvolta si trovano in città non sottoposte alla loro giurisdizione. 
Ecco, dunque, come ancora una volta le contingenze riescono a dare vita ai nuovi segni araldici, in grado di arricchire i vecchi segni del potere quali erano stati le intitolazioni dei diplomi, gli anelli e i sigilli. I nuovi segni del potere o della ricchezza continuano ad essere estremamente semplici ancora per qualche secolo. Croci, Madonna, angeli, monaci per vescovadi, abbazie, canonici, priori. E poi le immagini dei santi protettori per città di tutta Europa. Così, per esempio, S.Hallvard si trova sullo stemma di Oslo, Gesù in Croce sulle armi di Inverness, S.Pietro su quelle di Trier, S.Michele su quelle di Kiev, S.Giorgio sullo stemma di Mosca, il leone alato con il Vangelo (simbolo di S.Marco) sull’altro di Venezia. S.Lorenzo appare sulle armi di Bobenheim in Renania e solo la sua graticola sulla stemma della famosa certosa di Lorenzo a Padula. Da sole queste armi raccontano la devozione, le leggende, le tradizioni di numerose comunità. Ma come per tante altre scienze e mode, l’araldica lascia aprire orizzonti sempre più ampi. Se un vescovo muore, come fare per riconoscere in futuro il suo nome e la sua dignità? Nome che deve rimanere facilmente comprensibile anche per chi non sa leggere, come la grande maggioranza della gente medievale; dignità che deve accrescere il prestigio della sede episcopale o dell’abbazia, enti che vivono spesso in continuo pericolo di usurpazioni territoriali o sottrazioni finanziarie da parte di vicini potenti e di contadini che non intendono pagare le decime.
E’ così che gli stemmi, le pietre e le pitture cominciano a parlare. Come i beni della certosa di S.Lorenzo si riconoscono perché posti sotto il segno della graticola, così ora le armi dei vescovi e dei nobili  “parlano” perché i loro disegni ne ricordano foneticamente i nomi. Pensiamo ad alcuni stemmi su tombe quattrocentesche nell’atrio della cattedrale di Salerno. Le famiglie Marone, Postiglione, Rotundo, qui ricordate da gentiluomini famosi ai loro tempi, sono ancor oggi riconoscibilissime, più che per le iscrizioni così difficili da interpretare da parte della gente comune, per la presenza di queste armi che ne dicono il nome. I Marone hanno nello stemma le onde del mare agitato, i Postiglione un corno da postiglione che certamente ricorda l’attività di un antenato, i Rotundo una serie di cerchi. E’ chiaro che spesso  il vero significato di un  cognome è diverso da quello che sembra essere; e di certo Marone discende da un onomastico. Ma l’importante per chi guarda, e quindi per l’araldica, è l’assonanza fonetica che lascia immediatamente riconoscere il cognome da un semplice disegno. Ma il riconoscimento di una famiglia non basterebbe, e così pure lo stemma, nel caso di un ecclesiastico. E così, ecco che anche in questo si pensa ad un ornamento esterno che mostri chi è sepolto o chi scrive. Il primo e più semplice è una mitria episcopale, appoggiata al di sopra delle armi. Ad essa seguiranno, per specifica o per semplice eleganza, una serie di croci (poi diventate anche a due braccia), pastorali, cappelli, fiocchi. Le armi parlanti passano in questo periodo ad indicare i cavalieri, combattenti o duellanti. Così le pere contraddistingueranno i fiorentini Peruzzi; il gatto la nobile famiglia Gattini di Matera, e il leone, il leopardo, il lupo, il castello, il monte, la torre, infinite altre famiglie che portano questi cognomi.  Ma alcuni simboli passano rapidamente a famiglie che non hanno nel proprio nome alcuna affinità fonetica col segno. Il più usato è il leone, dimostrazione visiva del coraggio dei guerrieri della famiglia in tempi in cui i nobili e i cavalieri dovevano offrire ampia dimostrazione del proprio ardimento. Famiglie italiane, inglesi, gallesi, francesi, tedesche, usano ampiamente questo simbolo, operando molte diversificazioni nel disegnarlo poi su sigilli, carta, biglietti da visita. Ma non sono gli unici segnali che potrebbero condurre alla storia della stirpe. Possiamo delineare in ampie linee ambiti geografici se pensiamo che l’araldica normanna (e quindi una buona parte degli stemmi che ritroviamo in Italia, Francia, Inghilterra e Irlanda) ama banda e fascia, ricordo della cintura dove il cavaliere riponeva la spada. E che nell’Europa settentrionale dove il freddo era maggiormente avvertito, erano molto usate come simbolo di forza e di ricchezza le raffigurazioni dell’ermellino e del vaio (disegno quest’ultimo della coda dello scoiattolo) di cui erano composti pellicce e mantelli, e che non erano soltanto raffigurati negli  stemmi ma spesso disposti nelle armi secondo posizionamenti e colori che rendevano semplice il riconoscimento del cavaliere.

Articolo di proprietà di Carmelo Currò Troiano

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