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lunedì 15 ottobre 2012

IPOTESI SUL RAPPORTO TRA CELESTINO V E I TEMPLARI

L’età oscura, il medioevo, quello che ci ha donato borghi, città, monumenti di una armonia che parla all’anima, ormai a molti appare come un periodo vibrante di una spiritualità profonda ed autentica, espressa dalle cattedrali veri testi in pietra di antico sapere, dai pellegrinaggi costituenti simbolo della stessa vita in cui ogni passo è significativo se vissuto con attenzione e la meta non è altro che il risultato della trasformazione interiore che il cammino comporta, dall’incontro nella storia umana di personaggi di grande rilievo che ancora attraggono il nostro interesse in quanto portatori di insegnamenti e valori eterni. Nel solo XIII sec. troviamo, solo per citarne alcuni, Gioacchino da Fiore, Federico II, Francesco d’Assisi, Celestino V, Ruggero Bacone e l’Ordine del Tempio che tanto desta l’interesse dell’umanità del III millennio evidentemente per un discorso non concluso o per una eredità da riconoscere e da raccogliere. Vi è uno strano legame tra i nostri tempi e quel 1200 in cui la storia sembra aver avuto l’opportunità di una irruzione dell’eternità nel tempo, di un salto di coscienza espresso dalle varie leggende del Graal con il ripristino, per effetto di un rex-pontifex, o meglio di un imperatore - ed in tal senso Federico suscitò molte speranze- di quel collegamento tra cielo e terra che solo può garantire la prosperità di un regno altrimenti isterilito da guerre, carestie, pestilenze, come quello -nelle saghe della Cerca del Graal- del re Pescatore ferito e dunque non in grado di svolgere il suo ruolo garante della Tradizione Unica e della sua sacralità. In questo contesto di attesa l’occidente si confronta - come oggi- con l’oriente musulmano ed il vecchio continente, grazie al progetto templare di un super stato a base cristiana, incomincia ad essere seminato dall’idea di un’Europa unita che solo il terzo millennio vede in corso di realizzazione.

L’eredità di Celestino

Alla morte di Niccolò IV, il conclave riunito a Perugia non riesce ad eleggere il nuovo papa per i contrasti in seno alle potenti famiglie romane dei Colonna e degli Orsini: da 27 mesi dura l’attesa ed il vascello di Cristo è senza nocchiero. In questo contesto di disaccordo e di prevalenza degli interessi particolari rispetto a quelli della Cristianità, compare sulla scena la figura di Pietro del Morrone, come viene detto dal monte d’Abruzzo a lui particolarmente caro per l’asprezza delle pareti che garantisce solitudine a chi aspira a far parte della schiera dei “soli con Dio”. A questo eremita, la cui fama di santità evidentemente è già diffusa presso ogni ceto, si rivolge Carlo II D’Angiò che con il figlio Carlo Martello si inerpica sul Morrone per sollecitare un intervento dell’eremita che induca il conclave a procedere all’auspicata elezione: Pietro scrive una lettera -invitando a mettere da parte la sete di potere ed a pensare al bene della Chiesa- che viene consegnata al decano tra i cardinali, Latino Malabranca; è questo che, nel farne partecipe i membri del conclave richiamati ai loro doveri di tutori dell’interesse della Cristianità, propone l’elezione dell’eremita. Così nasce l’avventura di un personaggio che sarebbe scomparso dalla storia se gli interpreti danteschi non avessero visto in lui colui che per viltade fece il gran rifiuto. Corretta o meno che sia l’individuazione, comunque ha salvato dall’oblio Celestino V, il papa eremita salito sul soglio pontificio nel 1294, a chiusura di un secolo agitato da un’attesa che oggi chiameremmo epocale: infatti grazie all’azione degli Spirituali francescani, i più fedeli seguaci di Francesco dediti alla povertà totale ribadita nel testamento del loro ispiratore, si era diffusa la profezia di Gioacchino da Fiore, monaco calabrese morto nel 1202 che, interpretando il prologo del vangelo di Matteo, aveva diviso la storia dell’umanità in tre grandi periodi: del padre, del figlio e, con inizio all’incirca nel 1260, dello Spirito Santo in cui l’Ecclesia carnalis, corrotta ed impura, avrebbe lasciato il posto all’Ecclesia spiritualis, caratterizzata da una comunità di seguaci del Cristo illuminati dallo Spirito Santo (* Maria Grazia Lopardi: Il colle magico di Celestino- Japadre ed.).

Certamente Pietro del Morrone conosceva la profezia della terza età e come tutti osservava i segni della sua realizzazione: non è un caso che chiama le sue case madri sul Morrone e sulla Maiella Santo Spirito, scegliendo come logo una S- che sta per Spirito Santo- su una croce; nemmeno è un caso che la sua prima confraternita fosse quella dello Spirito Santo e che abbia scelto il nome di Celestino come quel Celestino III che, non senza ostacoli, aveva riconosciuto l’ordine di Gioacchino da Fiore. Proprio sui monti d’Abruzzo Pietro aveva incontrato gli Spirituali, i maggiori diffusori della profezia del grande cambiamento, dato che la loro condizione di eretici li aveva costretti a nascondersi nella natura aspra e ricca di grotte già prediletta dagli eremiti sin dai primi secoli del Cristianesimo, tanto da indurre il Petrarca a definire la Maiella Domus Chisti. Un papa angelico avrebbe dato inizio alla terza età giochimita e non fu difficile vedere nell'eremita di umili origini, privo di blasoni e senza potenti famiglie alle spalle, il papa della profezia, colui che avrebbe consentito all’Umanità di fare quel salto evolutivo che l’avrebbe messa in contatto con Dio grazie allo Spirito Santo che illumina le menti.

Probabilmente i cardinali che lo avevano eletto, sebbene si fossero dichiarati inondati dallo Spirito Santo sceso su di loro a determinare l’esito della votazione, confidavano che quel vecchietto ottantenne, indebolito dai digiuni, sarebbe stato docile e malleabile, ma così non fu dato che Pietro, nel lasciare il suo amato Morrone subito creò problemi nella scelta del luogo ove essere incoronato: non entrò infatti nello Stato pontificio, come naturale per un papa, ma volle insistentemente che il luogo in cui far confluire cardinali, regnanti e popolo fosse S. Maria di Collemaggio, la chiesa da lui voluta, sorta in breve tempo presso la città dell’Aquila ancora in costruzione dopo essere stata distrutta da Manfredi. Gli storici vedono in tale scelta l’effetto delle pressioni di Carlo II, ma è ben possibile una lettura alternativa: per l’eremita quella chiesa aveva una importanza estremamente grande e dal colle su cui svetta volle lanciare all’umanità futura i semi costituenti l’aspetto più prezioso della sua eredità. Entrato in Aquila a dorso d’asino, come Gesù a Gerusalemme, scelse il giorno della decollazione del Battista per salire sul soglio pontificio, costringendo i cardinali ad accontentarlo dato che fu irremovibile in questa scelta.

In S. Maria di Collemaggio Pietro divenne Celestino V e diede inizio ad una attività frenetica che apparve insensata a chi non teneva presente la logica delle sue scelte: abbattere la chiesa carnale, impura e corrotta, per consentire alla Chiesa Spirituale di prenderne il posto. Un piano dello Spirito stava manifestandosi e assunse subito concretezza con il primo atto di Celestino papa, la concessione del Perdono gratuito a chi si fosse recato, nei secoli e fino alla fine dei tempi, nella sua Collemaggio riconciliato con sé ed il prossimo. La Perdonanza con cui Celestino si ricollega al Perdono di Assisi, unico precedente di indulgenza gratuita, costituisce la precisa indicazione dello strumento per colmare gli abissi interiori e tra gli esseri umani, consentendo a se stessi ed agli altri una nuova opportunità, liberando dal fardello della colpa, imparando la lezione dell’amore, motivo stesso della vita umana.

La storia ci narra che i tempi non erano ancora maturi per l’età dello Spirito che evidentemente andava prima preparata per permettere ad una umanità futura di realizzarla: così Celestino rinunciò e, dopo una duplice fuga, fu arrestato mentre tentava di varcare l’Adriatico per raggiungere… gli Spirituali francescani, tornati eretici con l’elezione di Bonifacio VIII. Rinchiuso nel più feroce carcere pontificio, nella fortezza di Fumone, vi morì il 19 maggio del 1296. Ai posteri Celestino lasciava il messaggio del valore del silenzio, in cui ascoltare la voce interiore, nella natura aspra ed incontaminata che sola consente di confrontarsi con i fantasmi della mente che rendono lo stare con se stessi insopportabile. Eppure solo il silenzio rende possibile i dolci colloqui con il Signore a cui Celestino, il “solo con Dio”, tanto aspirava, indicando nei secoli l’importanza di fermarsi e confrontarsi con sé, senza fuggire, pronti a veder cadere le maschere.

Con la rinuncia al papato, il più grande potere a cui l’uomo medievale potesse aspirare, Celestino indica implicitamente quale sia il vero potere, quello di essere centrati in sé, presenti nel cuore, a contatto con la Fonte, senza che nulla possa turbare, ovvero aumentare o diminuire il valore che l’essere umano ha in quanto tale, per il solo fatto di esistere: con il suo straordinario gesto sorto dalla consapevolezza che non si era ancora pronti per l’età dello Spirito Celestino ha indicato dunque l’altro inevitabile elemento per morire al mondo e rinascere integri, in uno stato di coscienza più elevato: la rinuncia ai fallaci poteri dell’ego, quelli che ci fanno sentire potenti e carichi di energia solo se c’è qualcuno che applaude e che non avrebbero alcun peso se non vi fosse un pubblico a vedere la nostra coda di pavone. Infine Celestino ha offerto all’umanità lo strumento per realizzare la pace interiore, per colmare gli abissi scavati dal giudizio e dalla condanna, per divenire integri riconciliando luce ed ombra: il perdono. Dunque l’ascolto della voce del silenzio, la rinuncia al potere dell’ego ed il perdono costituiscono la preziosa eredità di Celestino affidata alla posterità pronta a realizzare la terza età di Gioacchino da Fiore, quella dello Spirito. C’è chi dice che Celestino sia stato sopraffatto da un compito troppo grande per le sue capacità, che fosse strumento inerme nelle mani dei potenti a cui non sapeva negare favori: non condivido proprio la tesi del fantoccio manovrato, del vile rinunciatario, perché questo stesso personaggio ha dimostrato capacità organizzative incredibili, tenacia e consapevolezza di ciò che voleva e che andava realizzato. L’umanità ha bisogno del Celestino al di là delle apparenze…E’ il momento di cercare la verità che è oltre.

I Templari

Di questo ordine cavalleresco che suscita ancora grande interesse se non vere e proprie passioni, si è detto tutto ed il contrario di tutto: che era ortodosso ed eretico, che era ignorante e custode di una conoscenza antica riservata a pochi eletti, che era inflessibile nemico del mondo musulmano e dotato di una tolleranza religiosa tale da permettere di pregare nella stessa chiesa il Dio cristiano e quello dell’Islam…
La storia narra che originariamente, verso il 1119, Ugo de Payns e Goffredo de Saint Omer con altre sette compagni avevano raggiunto la Terra Santa per custodire i pellegrini sulle tracce della vicenda terrena di Gesù: Baldovino re di Gerusalemme consentì loro di alloggiare dove una volta sorgeva il tempio di Salomone per cui acquisirono il nome di Templari ovvero i custodi del Tempio. Il loro interesse per la Terra Santa li rese strenui difensori di quei luoghi confondendo la loro storia con quella variegata e tragica delle crociate. Nove anni dopo, al ritorno in Europa dei primi cavalieri, Bernardo di Chiaravalle, con il famoso Elogio della nuova milizia, fu fautore del riconoscimento del nuovo ordine al concilio di Troyes del 1128.

Da questo momento l’Ordine del Tempio si espande in tutta Europa disseminandola di magioni e commende dislocate lungo le principali vie di comunicazione a tutela dei pellegrinaggi, ma anche per fornire ai confratelli oltre mare il fabbisogno per portare avanti la loro missione. Nel rimandare ai numerosissimi testi scritti sull’affascinante ordine (* tra tanti: Barbara Frale, L’ultima battaglia dei Templari, Viella editore; Martin Bauer, Il mistero dei Templari, Newton & Compton ed.; L. Charpentier, Il mistero dei Templari, ed. Atanor; Alain Demurger, Vita e morte dell‘Ordine dei Templari , ed. Garzanti; Carlo Giacchè, Sindone trama templare, edito in proprio; Keith Laidler, Il segreto dell’Ordine del Tempio, ed. Sperling & Kupfe ; Jean Markale, I Templari custodi di un mistero ed. Sperling & Kupfer; Jules Michelet, Via e morte dei Templari, ed. I libri del Graal; Peter Partner, I Templari, ed. Einaudi; Gabriele Petromilli, Marche Templari, Mystery Investigation & Research) per un approfondimento della conoscenza della sua vicenda, quel che interessa ai fini del nostro discorso- che lo vede protagonista della storia nella stessa epoca di Celestino- è di rinvenire la sua vera natura, come per Celestino: di certo al ritorno dei primi nove cavalieri da Gerusalemme si verifica un fenomeno strano che ha indotto molti a riconnetterlo proprio ad un apporto di conoscenze rinvenute dai cavalieri in Terra Santa: improvvisamente nascono le cattedrali gotiche di Francia dove più presente era la presenza templare; si manifesta una tecnica costruttiva che non costituisce uno sviluppo del romanico, ma qualcosa di completamente nuovo, come dimostra l’alchimista Fulcanelli (*Fulcanelli, Il mistero delle Cattedrali, ed. Mediterranee), volto ad esprimere profonde ed antiche conoscenze esoteriche.

Le nuove costruzioni svettanti verso il cielo ed animate dalla luce che le rende vibranti di energia, vengono designate come veri testi in pietra di sapere iniziatico: solo ora con la moderna geobiologia si è riscoperta in occidente la rete energetica della terra ed il suo ruolo nel determinare la sacralità di un luogo grazie alla presenza di acqua sotterranea che ne esalta l’effetto. Non vi è certezza storica del nesso tra i Templari e lo sviluppo del gotico e la formazione delle maestranze che hanno di fatto eretto i grandiosi monumenti, ma è significativo che scuole iniziatiche perpetuatesi nei secoli hanno attribuito questo ruolo ai cavalieri del Tempio che, fedeli al nome ad essi toccato, avrebbero curato la riproduzione in ampio raggio delle conoscenze costruttive espresse dal Tempio di Salomone di biblica memoria. Lo stesso grande iniziato Rudolf Steiner ha affermato che i Templari … vollero trasportare i pensieri del tempio in Occidente… perché il tempio era il simbolo visibile dell’uomo quale casa di Dio nascosto nel suo petto (*Rudolf Steiner: La Leggenda del Tempio e la leggenda aurea- Editrice antroposofica Milano). Nelle cattedrali gotiche, come rivela Fulcanelli, sono espresse le conoscenze alchemiche ed in particolare il messaggio della spiritualizzazione della materia: non a caso la maggior parte della cattedrali è dedicata a Notre Dame, Maria, l’ultima espressione del volto femminile di Dio nella concezione della tradizione iniziatica, ma anche simbolo della materia, vergine in quanto recante in sé il principio che le permette la trasfigurazione tanto da poter divenire Assunta in cielo ovvero spiritualizzata. Al centro degli insegnamenti dei Templari veniva onorato un elemento femminile- dice Rudolf Steiner-. Lo si chiamava la divina Sofia, la saggezza divina… quella che permette lo sviluppo del sé spirituale a cui l’uomo deve costruire il tempio costituito dai quattro elementi della sua stessa materia. Nell’edificazione delle cattedrali gotiche, sorte su luoghi già sacri in epoca pagana, si è espresso l’intento di fornire all’umanità dell’epoca e dei secoli futuri un crogiolo alchemico di trasformazione, grazie alle energie presenti nel luogo stesso, all’armonia della geometria aurea, al tesoro custodito nell’uomo portatore di una scintilla divina che permette la sua spiritualizzazione.

I Templari, o almeno il cuore sacro dell’ordine era a conoscenza di questo progetto e di un piano dello Spirito che avrebbe dato frutto in una umanità futura, quella pronta a realizzare l’età della Conoscenza che rende liberi, secondo le profezie di Gioacchino da Fiore: un indizio è la particolare devozione che avevano per Notre Dame, in particolare nel suo aspetto primordiale ed alchemico di Vergine nera paritura della cui immagine proprio i Templari avrebbero disseminato l’Europa. Nel richiamare il mio testo sui Templari per ulteriori approfondimenti (*Maria Grazia Lopardi: I Templari ed il Colle Magico di Celestino - Idea Libri editore, Rimini) anche in relazione alla anomala appendice del cerimoniale di ingresso del neofita templare, la quale denuncia un passaggio ad un livello superficiale dell’ordine di aspetti rituali ad esso non destinati perché propri di una cerchia iniziatica ristretta, ai fini del tema trattato è invece rilevante un accenno ad un altro ruolo assegnato all’Ordine del Tempio da un loro contemporaneo, lo scrittore medievale Wolfram von Eschembach (*Wolfram von Eschembach, Parzival, ed. Tea), che li indica quali custodi del Graal, il misterioso oggetto, simbolo di conoscenza, alla cui cerca i cavalieri si dedicavano con grande devozione. Naturalmente questo dato letterario acquisisce particolare importanza nel convalidare la tesi che vuole i Templari portatori di una conoscenza che è stata vista a tal punto minacciosa dal re di Francia e da Clemente V da indurli a distruggere l’ordine con incredibile ferocia. Su questa pagina vergognosa della storia dell’occidente sono stati versati fiumi d’inchiostro a cui rimando ( * testi già citati).
Nella metà del XIV secolo, quando ormai la vicenda templare e quella di Celestino sono concluse avviene qualcosa che ancora una volta porta l’attenzione sull’Ordine del Tempio: nel 1353 a Lirey riappare la Sacra Sindone custodita da Goffredo di Charnay omonimo e probabilmente erede del dignitario templare messo al rogo nel 1314 insieme all’ultimo gran maestro dell’ordine Jacques de Molay ( *cfr I Templari ed il Collemagico di Celestino). Tale collegamento tra il telo sindonico e l’ordine, a cui si attribuisce la sua traduzione in Europa e conservazione nel periodo in cui se ne perdono notizie, avrà un ruolo particolarmente importante nella costruzione dell’ipotesi di un profondo rapporto tra i Templari e Celestino. Sulla base di storia e mito, comunque da rispettare in quanto per sua natura fondato su una base di realtà, possiamo riassumere, come per Celestino, la possibile eredità dell’Ordine del Tempio per l’umanità futura: cattedrali gotiche, alchimia, Graal, Sacra Sindone costituiscono le chiavi per comprendere il grande messaggio custodito nel cuore del Cristianesimo: la spiritualizzazione della materia, non già intesa in senso etico o allegorico, ma quale realtà fisica, quale processo a cui la materia è destinata attraverso la creatura umana portatrice di immagine divina.

L’incontro tra Celestino ed i Templari

La storia ha visto la vicenda di Celestino e dei Templari concludersi a distanza di pochi anni ed ufficialmente riconosce il loro incontro in occasione del Concilio di Lione del 1274 quando Pietro, avuta notizia che si sarebbe affrontato il problema della soppressione degli ordini di più recente istituzione e dunque anche del suo, senza scoraggiarsi intraprese un viaggio di ben quattro mesi, in pieno inverno, per arrivare in tempo a conseguire la conferma. L’episodio denota la tenacia e la forza morale dell’eremita, a dispetto della versione della sua incapacità a gestire le cose del mondo e della sua fragilità di fronte ai potenti. D’altro canto all’epoca l’eremita vantava già 16 case del suo ordine - per cui era un organizzatore eccezionale- ed il suo carisma, la sua fama di alta spiritualità gli permisero di conseguire il risultato auspicato. Durante il soggiorno a Lione, durato circa due mesi, Pietro venne ospitato nella magione dei cavalieri del Tempio. Il dato riportato dal settecentesco Storia ecclesiastica dell’abbate Bonaventura Racine rinvenuto in un antiquario, ha avuto piena conferma in occasione di una visita nella città francese che ha ospitato il concilio del 1274. Nel cuore antico di Lione vi è un quartiere che rivela la presenza massiccia del Celestini e del loro fondatore: lungo la Saone, uno dei due fiumi che bagna la città, la via adiacente al fiume si chiama quai des Celestins in cui sfocia la via del porto del Tempio attraverso cui si accede a Piazza dei Celestini.

E’ qui che ogni esercizio commerciale, dalla rosticceria alla farmacia, è intestato ai Celestini e sorge una maestosa costruzione “le theatre des Celestins”, il teatro di Lione. L’opuscolo illustrativo delle vicende del teatro ed un libro fortunatamente rinvenuto, Lyon magique et sacre di Jean-Jacques Babut, consentono di approfondire la storia del luogo: dove ora sorge il teatro dei Celestini, allorché giunse a Lione Pietro del Morrone, si ergeva la magione templare che ospitò l’eremita. Qui il futuro Celestino ebbe un sogno profetico in cui un angelo gli rivelava che quella costruzione sarebbe diventata un suo convento, cosa che poi avvenne, tanto che i Celestini vi rimasero fino al 1778. Purtroppo la magione-convento venne abbattuta nel XIX sec. per fare il teatro dei Celestini. Dunque nei circa due mesi in cui rimase a Lione, l’eremita fu ospitato dai Templari nella magione che sorgeva lì dove ora si trova il Teatro dei Celestini, su piazza del Celestini.

La storia che si basa sui documenti non ci dice quanto questo incontro sia stato significativo o fugace, tuttavia appare oltremodo interessante se lo si collega, come tessera di un mosaico, a quel che avvenne in seguito. Lungo la via del ritorno Pietro ed i suoi compagni vennero messi in guardia da un cavaliere bianco che nella biografia secentesca di Celestino Telera viene scambiato per un angelo. La caratteristica del cavaliere di essere “bianco” ben induce a ritenere che si trattasse di un Templare che svolgeva uno dei suoi compiti istituzionali, vale a dire tutelare i viandanti lungo le vie di comunicazione. Anche in questo caso è difficile dire se la presenza del cavaliere accanto a Pietro fosse un caso o fosse determinata da un preciso mandato dell’Ordine, ma a questa ulteriore tessera ne aggiungiamo subito un’altra: tornato in Abruzzo il tenace viandante si ferma a riposare a Collemaggio, all’Aquila. In sogno gli appare la Vergine che gli chiede di costruire una chiesa in suo onore su quel colle dove già vi era il suo culto. Considerate le finanze di un eremita e la circostanza che nella città ancora in costruzione si stavano erigendo moltissime chiese, una per ogni castello che aveva dato impulso all’edificazione del nuovo centro urbano, è davvero straordinario che in un tempo relativamente breve Pietro abbia la possibilità di acquistare il terreno, fare il progetto, trovare le maestranze e realizzare la chiesa che viene consacrata nel 1288 sì da poter ospitare la sua incoronazione nel 1294.

Si spiegherebbe tutto se si potesse ipotizzare, accanto all’eremita, la presenza dell’Ordine del Tempio, notoriamente ricco ed al quale la tradizione ricollega l’edificazione delle cattedrali gotiche e dunque conoscenze legate all’arte della costruzione. Si può ipotizzare ancora che il sogno della Vergine nasconda un mandato da parte dei Templari che avevano avuto modo di apprezzare le doti di santità di Pietro e che erano particolarmente devoti a Notre Dame quale simbolo della materia umana in grado di assurgere in cielo, ad una frequenza vibratoria più elevata- diremmo oggi -. Non a caso la chiesa venne intitolata a Maria Assunta. Se tale ipotesi ha un fondo di realtà altre tessere del mosaico possono essere rinvenute proprio nella costruzione: sarà un caso che la facciata presenta un disegno costituito di croci rosse su fondo bianco quando i cavalieri templari erano vestiti di bianco ed erano caratterizzati da una croce rossa sul mantello? E’ ancora un caso che la chiesa si affianchi ad una torre ottagonale e le colonne al suo interno siano ottagonali ed in numero di 8x2? Questo dato è significativo alla luce del simbolismo del numero otto e dell’ottagono, spesso presenti in chiese e cappelle templari, quali quelle di Laon e Metz: numero e figura geometrica esprimono la posizione intermedia tra il quadrato della Materia ed il cerchio dello Spirito, dunque la materia spiritualizzata o nel corso del processo di spiritualizzazione e sono appunto associati alla Vergine Maria.

Un altro elemento da aggiungere alla costruzione che si va delineando è quello che un appassionato sindonologo, Roberto Paolucci, ha evidenziato, sviluppando una intuizione sorta dalla rappresentazione della trama sindonica come riportata da una miniatura del Codice Pray, primo testo in lingua ungherese, custodito a Budapest e risalente al 1192: vi appare il lenzuolo aperto in parte con disegni a spina di pesce ed in parte con croci rosse su fondo bianco. Una volta ingrandito il disegno della trama sindonica è emersa una incredibile somiglianza tra la parte centrale della spina di pesce e le croci della facciata di Collemaggio! Si è accennato al nesso, sostenuto da numerosi studiosi, tra Sindone e Templari per cui tale scoperta va ad accrescere gli elementi a sostegno della tesi di una presenza templare a Collemaggio. Il riferimento alla Sindone nella facciata acquista altresì una grande valenza simbolica perché entrare nella chiesa è come porsi nel telo funerario partecipando al processo di morte e resurrezione vissuto da Gesù.

A tal proposito si è fatto riferimento al ruolo delle cattedrali gotiche di Francia dedicate a Notre Dame e caratterizzate dalla localizzazione in posti già sacri la cui energia è esaltata dalla presenza di acque sotterranee nonché, spesso, da un orientamento che consente giochi della luce solare che attraverso i rosoni esprime l’energia luminosa che attiva la cattedrale stessa. Vediamo cosa succede a S. Maria di Collemaggio: intanto risulta esserci una sorgente sotterranea ed in giorni particolari dell’anno, al solstizio d’estate ed il 15 agosto, festa dell’Assunta,(*Maria Grazia Lopardi, I Templari ed il Collemagico di Celestino, Idea Libri ed.), si manifestano incredibili proiezioni di luce solare ad ore in cui sulla basilica transitano, salvo spostamenti per effetto della precessione degli equinozi dalla costruzione ad oggi, la costellazione della Vergine (naturalmente) e quella dello Scorpione. Anche tali riferimenti astronomici acquistano una particolare rilevanza a sostegno di una conoscenza iniziatica da parte dei costruttori, quella tradizionalmente attribuita ai Templari, dato che la Vergine, il cui segno astrologico costituito da una m con la stanghetta finale che rientra nella lettera, esprime il principio basilare dell’alchimia, vale a dire la materia che ha in sé la capacità autofecondante tale da determinare la sua trasformazione da piombo in oro; lo scorpione, con la sua rappresentazione, data ugualmente da una m ma con la punta della stanghetta finale rivolta verso l’alto, esprime le tre fasi del procedimento alchemico: nigredo, albedo e rubedo, ovvero lo scorpione in senso stretto, la discesa negli inferi interiori, il serpente, simbolo di trasformazione, l’aquila di resurrezione.

Tutto il simbolismo del pavimento conferma l’impostazione alchemica della basilica che custodisce i resti mortali di Celestino V. Varcata la soglia attraverso il portale che si apre sulla splendida facciata e ponendosi tra i pilastri, posti nel tempio di Salomone all’ingresso, si procede su quattro grandi rettangoli costituiti da rombi bianchi e rossi: il rombo come il quadrato simboleggia la materia con gli elementi che la compongono (terra, aria acqua, fuoco) ed a loro volta i rettangoli rappresentano gli aspetti della dimensione della materia: fisico, eterico, vale a dire energetico, astrale, cioè l’aspetto delle emozioni e dei sentimenti, ed il mentale, un mentale che non è in grado di cogliere la Verità oggettiva perché vede il mondo attraverso le lenti colorate delle emozioni. Dall’insegnamento iniziatico tradizionale si sa che oltre al quaternario vi è il ternario, l’aspetto divino costituito da tre elementi: il mentale oggettivo, la luce divina, la scintilla divina. Se tale linguaggio è da addetti ai lavori, lo semplifichiamo semplicemente facendoci guidare dal disegno del pavimento in cui, dopo i quattro rettangoli di rombi, appare una zona in corrispondenza della Porta santa, quella che viene aperta in occasione della Perdonanza e consente la cancellazione integrale della pena e della colpa per chi entra nella basilica in una condizione interiore di pacificazione con sé ed il prossimo, vale a dire pulito dal perdono. Nella quinta fase del disegno del pavimento i rombi lasciano il posto a delle croci rosse, come quelle che ornano la facciata della basilica: la croce rappresenta la materia sottoposta alla sollecitazione di forze opposte a due a due, quelle che la portano a ruotare sì da divenire una croce uncinata e quindi un cerchio. Ciò è reso possibile dalla presenza di una pietra diversa, posta al centro del tratto con le croci, in cui appare una croce -fiore, dato che invece di presentare spigoli, ha un andamento circolare, proprio come un fiore a quattro petali: è la pietra filosofale degli alchimisti che consente alla materia di trasformarsi da piombo in oro, da impura a pura ed incorruttibile.

A conferma, nel tratto successivo, il sesto, tutte le croci si sono trasformate in fiori a quattro petali, intercalati da figure i cui otto lati esprimono ancora una volta la dimensione della materia spiritualizzata, perché a tale concetto si riferisce la valenza simbolica dell’otto che è il numero di Maria Assunta e non a caso il Paradiso islamico è ottagonale e l’ottagono. La fase successiva del pavimento è costituita dal labirinto fatto da cerchi ed appunto il cerchio rappresenta in tutte le tradizioni lo Spirito e l’eternità dove non c’è inizio né fine. Se l’intero pavimento dunque indica il lungo cammino attraverso la materia per pervenire infine alla trasformazione e dunque alla dimensione spirituale, particolarmente interessante diviene il discorso se ci soffermiamo sul rettangolo delle croci, in corrispondenza della Porta santa. Infatti attraverso questo varco, allorché viene aperto dal vespro del 28 al vespro del 29 agosto ogni anno in occasione della Perdonanza, chi è pronto a varcare la soglia tra dimensioni entra direttamente nel rettangolo con le croci e la croce-fiore per realizzare la morte iniziatica nel telo funerario che l’ha accolto, come nelle antiche iniziazioni in cui il candidato veniva posto in un sepolcro o in una bara e/o avvolto nel telo funebre dove avveniva la sua trasformazione radicale.

Allora la Porta Santa si trova a simboleggiare la porta stretta, il cammino accelerato- rispetto al più lungo percorso evolutivo- di chi ha accettato di compiere un lavoro interiore, quello espresso da Celestino con la formula vere penitentes et confessi, cioè disponibili a destarsi dal sonno della coscienza e consapevoli delle maschere protettive indossate e delle ombre da offrire alla Luce. Senza questo lavoro la via stretta non è possibile e allora occorre con pazienza imparare attraverso il dolore, percorrendo la lenta via dell’evoluzione. La lettura del pavimento come ricostruita presuppone una conoscenza iniziatica, quella della spiritualizzazione della materia espressa dalle cattedrali gotiche, che costituisce una ulteriore consistente tessera del mosaico che andiamo a costruire ovvero la teoria che l’eremita sia stato appunto affiancato dall’Ordine del Tempio. Ad ulteriore conferma su una pietra appare un simbolo chiamato da René Guénon (*René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi ed.) il quatre de chiffre che esprime il grado della maestria, della morte e rinascita, processo attraverso il quale il 4 della materia diviene cerchio senza inizio né fine. Un ultimo argomento è dato dalla reliquia custodita a Collemaggio fino alla sua sottrazione avvenuta nel 1988 ed offerta alla devozione popolare in occasione della Perdonanza celestiniana: il dito della mano destra del Battista la cui presenza nella basilica è documentata da secoli. In un documento risalente al 1745, il manoscritto Shifman, viene indicata proprio questa reliquia come elemento del tesoro templare. Si sconosce la valenza storica del documento e nel medio evo vi era un vero commercio di reliquie false, ma non si può negare che la coincidenza è decisamente significativa ed affascinante.

Conclusioni

L’insieme degli elementi esposti costituisce quella serie di indizi concordanti che nel diritto assumono consistenza probatoria: sebbene non sia al momento documentata una presenza templare all’Aquila- per quanto alcuni la sostengano con riferimento alla Commenda dei cavalieri di S. Giovanni (da cui piazza della Commenda) considerato che i beni templari, dopo la soppressione del 1312, sono stati trasferiti a questo ordine- tuttavia sussistono prove indirette di una vicinanza dell’Ordine del Tempio dato che il fratello di Gualtieri d’Ocre, località e castello quasi alle porte della città, era maestro dei Templari per altro presenti certamente nella zona di Pescasseroli e Scurcola marsicana. Inoltre le indagini per il processo all’Ordine del 1310 si svolsero proprio a Collemaggio, anche se senza esito come in quasi tutta Italia dato che i cavalieri locali, dall’arresto disposto da Filippo il Bello nel 1307, avevano avuto modo di occultarsi spesso entrando in ordini affini. Lo scrittore Edward Burman(* Edward Burman - I Templari - Convivio ed.) individua in S. Maria del Ponte, sulla subequana- la via percorsa da Celestino per raggiungere dal Morrone L’Aquila per l’incoronazione- una magione templare senza tuttavia fornire documentazione.

L’ipotesi è comunque oltremodo possibile perché l’ordine era presente lungo le principali vie di comunicazione dell’epoca.Quel che si può affermare con certezza è che il messaggio di Pietro Celestino e quello Templare, più diretto il primo e più esoterico il secondo, si combinano splendidamente offrendo il grandioso insegnamento alchemico della possibilità della materia, ad iniziare da quella umana, di trasformarsi da vile e deteriorabile in nobile ed incorruttibile attraverso un processo di catarsi che passa per il perdono. La vicenda di Pietro e dei Templari dimostra che i tempi non erano maturi per la realizzazione dell’Ecclesia spiritualis, ovvero per un’umanità integra ed illuminata come profetizzata da Gioacchino da Fiore, ma i loro semi sono stati lanciati nel tempo in attesa che qualcuno li raccolga dando un grandioso senso al loro apparire nella storia.

Articolo di Maria Grazia Lopardi. Tutti i diritti riservati.

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