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lunedì 1 dicembre 2014

GERBERTO D'AURILLAC E IL PENSIERO SUL REGNO DI OTTONE III

Ottone III assiso in trono circondato dai maggiorenti dell'impero, miniatura di un Evangeliario del X secolo, Bayerische StaatsbibliothekCon la seguente lettera, Gerberto d'Aurillac vuole non solo mostrare ammirazione e appoggio a suo allievo e re ma vuole proporre un programma politico per dare grande potenza a Roma e al suo Imperatore. Queste parole delineano quella Renovatio Imperii che sarà il cardine della politica di Ottone III.

Al glorioso signore Ottone, Cesare sempre augusto, imperatore dei Romani, l'ossequio della a lui dovuta servitù. Ero in Germania durante l'estate, impegnato come sempre, nel servizio dell'imperatore. La vostra divina mente si rivolse silenziosamente tra sé, qualcosa di arcano e ad un tratto diede voce ai moti interiori dell'anima, proponendo all'attenzione vostra soggetti di meditazione che Aristotele e i più grandi filosofi svilupparono nei loro scritti con trattazioni molto complesse. Era meraviglioso che tra le angosce e i pericoli della guerra un uomo potesse conservare nella mente luoghi così remoti ed intatti da far sgorgare come quelli da una purissima sorgente, pensieri così sottili ed elevati. Ricorderete che allora erano con noi molti nobili, eruditi uomini di scuola tra cui anche alcuni vescovi famosi per la sapienza ed insigni per l'eloquenza. Eppure non ve ne fu uno che riuscì a definire correttamente una di quelle questioni: alcune, poco trattate, non erano state dibattute a sufficienza, altre, affrontate spesso, non erano mai state risolte. Perciò la vostra divina prudenza, reputando quelli'ignoranza non degna del sacro palazzo, mi comandò di discutere le opinioni che, in materia della ragione e del suo uso, erano contrapposte da diversi autori in differente modo. Una malattia e più gravi impegni mi costrinsero allora a rimandare. Ora con ili recupero della salute, anche se continuo ad impegnarmi in questioni pubbliche e private, compagno dell'imperatore in questo viaggio attraverso l'Italia e per sempre, finchè avrò vita, al suo servizio metto brevemente per iscritto ciò che ho pensato riguardo alle suddette questioni. L'Italia non deve ritenere che il sacro palazzo sia rimasto dormiente, la Grecia non deve recare, sola, il vanto della filosofia imperiale e della potenza di Roma. Nostro, nostro è l'Impero romano: ci danno forza l'Italia ricca di messi, la Gallia e la Germania ricche di guerrieri; non ci manca neppure il fortissimo regno degli Sciti. E nostro sei tu, Cesare, imperatore dei Romani, Augusto, tu che disceso dal più illustre sangue dei Greci superi i Greci per dignità imperiale, comandi i Romani per diritto ereditario, sovrasti gli uni e gli altri per ingegno ed eloquenza. Al cospetto di un tale giudice esporrò dunque, per iniziare, le opinioni di uomini di scuola o piuttosto di sofisti proseguirò quindi mettendo in luce quanto su questo tema hanno approfondito i filosofi; infine la dialettica multiforme e spinosa, determinerà la conclusione della questione esposta.

Fonte

Patrologia latina, volume 139, colonna 159-160

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