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lunedì 8 dicembre 2014

BOLLA "NOSCITIS ET NOBISCUM" DELL'8 DICEMBRE 1849

Voi conoscete, e vedete con Noi, o Venerabili Fratelli, con quanta malvagità siano invalsi e abbiano preso animo, non ha guari, certi dichiarati nemici della verità, della giustizia e di ogni onestà, i quali sia con frode e con insidie di ogni fatta, sia all’aperto e come flutti del mare inferito che spumano le proprie turpitudini (Jud. 13), si studiano di propagare da per tutto tra i popoli della Cattolica Italia una sfrenata licenza di pensare, di favellare e di osare ogni cosa, e si sforzano di indebolire nella stessa Italia la Religione Cattolica, e di atterrarla, se fosse possibile mai, fino dalle fondamenta. La trama di questo infernale divisamento si diede a conoscere in parecchi luoghi, ma soprattutto nell’alma Nostra città, sede del Nostro supremo Pontificato, nella quale, poiché fummo costretti a partirne, imperversarono più liberamente, sia pure per pochi mesi; e ove, messa con sacrilego attentato sottosopra ogni cosa divina ed umana, il loro furore giunse a tal segno, che conculcata l’autorità e impedita l’opera dello specchiatissimo Clero Romano e delle Autorità che per Nostro comando soprattendevano ivi alle cose sacre, più d’una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della Religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice. Ancorché dopo questi avvenimenti la stessa città di Roma, e le altre province del Pontificale dominio, la mercé di Dio, e per l’opera delle Nazioni Cattoliche siano state ridonate al civile Nostro reggimento, e i tumulti delle guerre cessati siano anche nell’altre regioni d’Italia; nulladimeno non cessarono, né cessano tuttavia, questi perversi nemici di Dio e degli uomini dal proseguire nell’indegno divisamento se non colla forza aperta, certo con astuti né sempre occulti artifici. Non vi ha dubbio, che a Noi che sosteniamo in questi difficilissimi tempi la suprema cura del gregge del Signore, e Ci addoloriamo profondamente dei pericoli in cui si ritrova l’Italia, riesce di singolare conforto il considerare lo zelo di che siete animati, o Venerabili Fratelli, e del quale Ci avete forniti molti argomenti, allorché infieriva il turbine della passata procella, e di cui Ci fornite ogni giorno più bellissime prove. Sennonché la gravità del pericolo C’incalza, perché Noi, secondo il debito del Pastorale ufficio, a voi, chiamati a parte della Nostra sollecitudine, porgiamo colle nostre esortazioni nuovo stimolo, sia a combattere costantemente con Noi le guerre del Signore, sia a provvedere e a metter mano con concordia di animi a quelle cose, in forza di cui con la Benedizione celeste si metta riparo a quei mali che la Religione nostra santissima avesse per isventura sofferti in Italia, e si appresti un qualche rimedio ai futuri pericoli.

Fra le molteplici astuzie, con cui i sopraddetti avversari della Chiesa usano svolgere gli animi degli Italiani dalla Religione Cattolica, vi è pur quella di asserire e di spargere sfacciatamente per ogni dove, la Religione Cattolica opporsi alla gloria, alla grandezza, alla prosperità dell’Italia, e quindi esser di mestieri che le riunioni protestantiche s’introducano, si stabiliscano e si propaghino, affinché essa ricuperar possa l’antico splendore, quello cioè dell’età pagana. Ora in questa loro bizzarra invenzione se spicchi più la detestabile malizia della furiosa empietà, ovvero l’impudenza della malvagità mentitrice, è cosa al tutto difficile a definirsi.

Per verità lo spirituale vantaggio di essere stati trasferiti dalla potestà delle tenebre nella luce di Dio, e giustificati per la grazia di Gesù Cristo, e fatti eredi in isperanza di vita eterna (Tit. I, 2), certo questo vantaggio delle anime che trae la sua origine dalla Religione Cattolica, è di così alto pregio, che qualsivoglia grandezza e felicità di questa terra al confronto non merita la più piccola estimazione. " E infatti, che giova all’uomo se acquisti l’intero universo, e poi perda se stesso? E qual cambio potrà mai dar l’uomo per ricuperar l’anima sua? ". Se non che non solamente è alieno dalla verità che l’Italia abbia incorse disavventure a motivo della vera Fede che professò, ché anzi essa deve alla Religione Cattolica se in sul declinare del Romano Impero non fu colta da quegli stessi infortuni nei quali gli Assiri, i Medi, i Persiani e i Macedoni, dopo lunghi anni di estesa dominazione, mutatesi alla perfine le sorti, erano precipitati. Di fatto non vi è alcun uomo prudente che ignori, siccome avvenne per l’ammirabile efficacia della Religione di Cristo, che l’Italia uscisse non solo dalle tante e sì folte tenebre in che giaceva sepolta, ma che tra le rovine di quell’antico Impero, e le scorrerie dei barbari imperversanti per tutta Europa, giungesse ella nulladimeno, a preferenza di tutte le nazioni del mondo, a un grado così eccelso di gloria, che a motivo dell’augusta Cattedra di San Pietro per ispecialissimo favore di Dio in essa collocata stendesse più largamente e stabilmente il dominio con una Religione celeste, di quello che avesse signoreggiato un tempo colla dominazione terrena.

E da questo singolare privilegio di possedere la Sede Apostolica, e dalla Religione Cattolica che approfondì ognor più le radici fra i popoli d’Italia, ebbero origine altri moltissimi e soprammodo insigni vantaggi. In verità, la Santissima Religione di Gesù Cristo, maestra della vera Sapienza, difenditrice degli uomini, e madre feconda di qualsivoglia virtù, distolse bensì gli animi degl’Italiani da quella luce passeggera di gloria, che i lor maggiori, soprastando essi nelle armi, avevano riposto nell’incessante tumulto delle guerre, nell’oppressione degli stranieri, e nell’assoggettare a durissimo servaggio quel maggior numero di uomini che per loro si potesse; ma rischiaratili a un tempo colla luce benefica della verità, a praticare la giustizia e la misericordia, e ad opere insigni di pietà verso Dio e di beneficenza verso gli uomini, li confortò. Di qui nelle precipue città dell’Italia, templi meravigliosi, ed altri monumenti dell’evo cristiano, edificati non già per mano di uomini gementi sotto intollerabile schiavitù, ma eretti dallo zelo di spontanea carità; e per tutto pii Istituti, quali per l’esercizio della Religione, quali per l’educazione della gioventù, quali per coltivare a dovere le lettere e le arti, quali per conforto degl’infermi, quali per sollievo dei bisognosi. E questa Religione adunque tutta divina, a cui l’Italia va debitrice per tanti capi della sua salute, felicità e grandezza; questa Religione adunque si è quella, che gridasi doversi bandire dall’Italia? Noi non possiamo raffrenare le lacrime, Venerabili Fratelli, mentre consideriamo esservi al presente parecchi Italiani cotanto perversi e miseramente ingannati, che plaudendo alle scellerate dottrine degli empi non hanno ribrezzo di cospirare con loro all’estrema rovina dell’Italia.

Non vi è ignoto certamente, o Venerabili Fratelli, come i principali artefici di questa perfida macchinazione abbiano per ultimo scopo di spingere i popoli, agitati dal vento di ree dottrine, al sovvertimento di ogni ordine di cose, e condurli poscia ad abbracciare gli scellerati sistemi del nuovo socialismo e comunismo. Sanno essi benissimo, e veggono comprovato dalla lunga esperienza di molti secoli, come non hanno a sperare alcuna alleanza colla Chiesa Cattolica, la quale nel custodire il deposito della divina rivelazione, né soffre che tolgasi alcunché dalle proposte verità della Fede, né permette che alcuna cosa di umana invenzione loro si aggiunga. Laonde hanno abbracciato il partito di condurre i popoli dell’Italia alle dottrine e ai conventicoli dei Protestanti, nei quali, ad inganno dei semplici, vanno dicendo non ritrovarsi altro se non una diversa forma della vera Religione di Gesù Cristo, e che in essi si può essere accettevoli a Dio non meno che nella Chiesa Cattolica. Intanto non ignorano già, che all’empia lor causa gioverà assaissimo quel principio, sì solenne tra le dottrine dei Protestanti, che tutti cioè hanno diritto d’interpretare a lor senno le Divine Scritture. Dalla quale folle dottrina essi confidano ottenere più agevolmente, sia di diffondere le ree loro massime, quasi a nome di Dio, appoggiandole a false interpretazioni dei sacri libri; sia di condurre gl’incauti, resi superbi dall’insano orgoglio di portar giudizio delle cose di Dio, a mettere in dubbio gli stessi primi principi dell’equo e dell’onesto.

Tolga Iddio, Venerabili Fratelli, che l’Italia, dalla quale, per la Sede dell’Apostolico Magistero stabilito in Roma, le nazioni straniere eran solite di attingere le pure e salutifere acque della vera dottrina, facciasi per l’avvenire lapide di offesa e pietra di scandalo; tolga Iddio che questa diletta parte della Vigna del Signore venga manomessa e distrutta da ogni vil bestia del campo; tolga Iddio che i popoli d’Italia resi furenti dai sorsi avvelenati del calice di Babilonia impugnino le parricide armi contro la Chiesa lor madre. Noi certo, e voi pure, per segreto giudizio di Dio riserbati a questi tempi sì perigliosi, dobbiamo guardarci dal temere le frodi e gli assalti di questi cospiratori contro la Fede dell’Italia; né dobbiam credere di poter vincerli colle sole nostre forze; imperciocché il nostro consigliere e il nostro braccio è Cristo Gesù, senza di cui non possiam nulla, e col quale possiamo ogni cosa (San Leone Magno, Ep. ad Rusticum Narbonensem). Per la qual cosa fate animo, o Venerabili Fratelli, e vegliate attentamente sopra del gregge a voi affidato, e studiatevi di difenderlo dalle insidie e dagli assalti dei lupi divoratori. Comunicatevi a vicenda i consigli, proseguite a riunirvi, come cominciaste già a fare; così che, conosciuti a fondo i principi dei mali, e le fonti dei pericoli propri a ciascun luogo, voi possiate sotto l’autorità e la guida di questa Santa Sede recar ad essi rimedio più prontamente; e per questa maniera, congiunti a Noi con perfettissima concordia di animi, voi rivolgiate con tutta la forza del vostro zelo pastorale ogni vostra cura e travaglio a questo fine, che tutti gli assalti, le arti, le insidie e gli sforzi dei nemici della Chiesa tornino vani ed inutili.

Ma ad ottenere questo scopo devesi procurare con ogni premura, che il popolo poco ammaestrato intorno alla dottrina Cristiana e la legge del Signore, e reso a così dire stupido dalla lunga licenza nei vizi che signoreggiano in molti, possa conoscer bene le insidie che gli si tendono e la laidezza degli errori che gli si propongono. Per la qual cosa, o Venerabili Fratelli, Noi richiediamo ardentemente dalla vostra pastorale sollecitudine, di non cessare giammai dal porre ogni studio perché tutti i fedeli commessi alle vostre cure siano, secondo la capacità di ciascuno, diligentemente ammaestrati intorno ai santissimi dogmi e ai precetti della nostra Religione, e perché siano ammoniti ed eccitati allo stesso tempo a conformare ad essi la loro vita e i loro costumi. Infiammate a questo fine lo zelo degli Ecclesiastici, di quelli soprattutto, cui è commessa la cura delle anime, affinché persuasi intimamente dell’altezza del Ministero confidato loro dall’Altissimo, e avendo sempre dinanzi agli occhi le prescrizioni del Concilio Tridentino (Sess. V cap. 2. - Sess. XXIV cap. 4 e 7 de Ref.), con sempre maggiore alacrità, siccome richiedono le circostanze particolari dei tempi, si adoperino nella istruzione del popolo cristiano, e cerchino d’insinuare nel cuore di tutti salutevoli ammonimenti, indicando loro con brevità e chiarezza sia i vizii che hanno a sfuggire, sia le virtù che debbono praticare affinché sfuggano le pene eterne e giungano in Cielo.

Sennonché devesi procurare in ispecial modo, che i fedeli abbiano impresso e scolpito profondamente nell’animo quel dogma della santissima nostra Religione, che versa intorno la necessità della Cattolica Fede per giungere a salvamento. ( Questo dogma manifestato da G. C. e inculcato dai Padri della Chiesa e dai Concili, ha luogo pure nelle formule di professione di Fede, sia in quella che è in uso presso i Latini, come in quella che è invalsa fra i Greci, e anche in quella che è usata dagli altri cattolici dell’Oriente). A questo fine gioverà grandemente, che nelle pubbliche preci i fedeli laici insieme col Clero rendano di tanto in tanto vivissime grazie al Signore per l’inestimabile favore della Fede Cattolica che per ispeciale sua misericordia ci compartì, e chiedano allo stesso Padre delle Misericordie che si degni di difendere la professione della medesima Fede nel nostro Paese e serbarla ivi nella sua integrità.

Pertanto voi porrete certo ogni studio perché tutti i fedeli ricevano per tempo da voi il Sacramento della Confermazione, pel quale per ispecial grazia di Dio vien conferita una particolare fortezza a professare costantemente la Fede Cattolica, in mezzo anche ai più temuti pericoli. Né ignorate nemmeno di quale giovamento sia allo stesso fine, che essi, mondatisi dalle sozzure delle colpe colla sincera detestazione dei peccati e col Sacramento della Penitenza, ricevano spesso divotamente il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, che è il vero cibo spirituale delle anime, e l’antidoto pel quale siam liberati dalle colpe quotidiane e preservati dai peccati mortali, e che è pure simbolo di quel corpo, il cui capo è Gesù Cristo, e al quale, stretti dai fortissimi vincoli della Fede, della Speranza e della Carità, a maniera di membra, volle che Noi appartenessimo, perché unico fosse il nostro sentimento, né ci fossero scismi fra di noi.

Noi non dubitiamo in verun modo che i Parroci e i loro coadiutori e gli altri Sacerdoti, i quali in certi determinati giorni, soprattutto quando corrono i dì delle consuete astinenze, sogliono destinarsi al ministero della Predicazione, siano per darvi mano nelle opere di cui abbinino testé favellato. Nulladimeno al loro concorso gioverà l’aggiungere talvolta gli aiuti straordinari degli Esercizi Spirituali e delle Sacre Missioni, le quali ove sieno affidate ad acconci operai, tornano la merce di Dio utilissime, sia per nutrire nei buoni la pietà; sia per eccitare alla penitenza i peccatori, quelli anche che fossero allacciati da ree, inveterate abitudini; sia ancora perché il popolo fedele cresca nel conoscimento di Dio, e porti frutti di buone operazioni, e premunito da più abbondevoli aiuti della grazia rifugga con più generosa costanza dalle perverse dottrine dei nemici della Chiesa.

Del rimanente in queste pie opere le vostre cure e quelle dei Sacerdoti che vi aiutano, mireranno fra le altre cose a ciò, che i fedeli concepiscano un orrore più sentito di quei delitti che si commettono con iscandalo altrui. Di fatto voi sapete quanto cresciuto sia in parecchi luoghi il numero di coloro che ardiscono di bestemmiare in palese i Santi del Cielo, e lo stesso Sacrosanto Nome di Dio, o ardiscono di vivere in pubblico concubinato, accompagnato alcune volte dall’incesto; o lavorano i dì festivi nelle aperte botteghe; o disprezzano anche in presenza di molti i comandamenti della Chiesa intorno i digiuni o la scelta dei cibi; e non hanno rossore di commettere altrettanti delitti. Per la qual cosa alle vostre fervide esortazioni raccordisi il popolo e consideri attentamente la immane gravità di questi peccati, e le pene severissime con cui saranno puniti gli autori di essi, non solo per la bruttezza che è propria di qualsivoglia delitto, ma sì ancora pel pericolo spirituale cui esposero con contagioso esempio i loro stessi fratelli. Infatti sta scritto: Guai al mondo per gli scandali... Guai all’uomo che diede scandalo ad altrui (Matth. XVIII, 7).

Tra i vari generi d’insidie, coi quali questi maliziosissimi nemici della Chiesa e della società umana si sforzano di trarre i popoli in inganno è certamente uno fra i precipui quello che loro somministra l’arte tipografica, tutto a seconda dei loro perversi disegni. Per la qual cosa si danno attorno in mille guise per ispargere e moltiplicare ogni giorno più cattivi libri, giornali e scritti volanti che riboccano di menzogne, di calunnie e di seduzioni. Anzi prevalendosi delle Società Bibliche, già condannate da questa Santa Sede — sopra questo argomento, oltre i precedenti Decreti vi è la Enciclica di Gregorio XVI che incomincia " Fra le principali macchinazioni", in data degli 8 di Maggio del 1846, i cui decreti Noi pure abbiamo inculcato nella Nostra Lettera Enciclica del 9 di novembre del 1846 — osano a dispetto delle leggi ecclesiastiche (Veggasi la Regola 4 fra quelle che scritte prima dai Padri trascelti nel Concilio di Trento, furono approvate poi da Pio VII nella Costituzione " Dominici gregis " dell’anno 1819; e l’aggiunta che le fu fatta dalla Congregazione dell’indice per l’autorità di Benedetto XIV il 17 Gennaio 1757: che sogliono premettersi all’indice dei libri proibiti) di spargere Sacre Bibbie traslate in lingua volgare, corrotte e con sacrilego ardimento pessimamente interpretate, e ardiscono raccomandarne ai fedeli la lettura sotto speciosi pretesti di religione. Per la qual cosa voi comprendete benissimo, o Venerabili Fratelli, con quanta vigilanza e sollecitudine dobbiamo adoperarci, sia perché i fedeli sfuggano a tutto potere qualsivoglia lettura di quel genere, sia perché si ricordino esser vero soprattutto delle Divine Scritture, che niun uomo, soverchiamente affidato a se stesso, può arrogarsi il diritto di torcerle ai propri sensi, non attenendosi a quelle interpretazioni, che ha approvate e approva tuttavia la Santa Madre Chiesa; cui solo fu commesso dal Redentore di custodire il deposito della Fede, e di portar giudizio del legittimo senso della parola inspirata (Veggasi il Tridentino; Sess, IV, nel Decr. De Editione et usu Sacrorum Librorum).

Ma ad allontanare la peste dei cattivi libri sarà cosa giovevolissima, o Venerabili Fratelli, che chiunque primeggia presso di voi per insigne e sana dottrina, avutane da voi l’approvazione, dia egli pure alla luce degli scritti di piccola mole, sia a difesa della Religione, sia a salutevole ammaestramento del popolo. E apparterrà pure al vostro zelo che questi brevi scritti, e altri ancora di dottrina parimente incorrotta e di provata utilità dettati da altre penne, vengano sparsi fra i fedeli, secondo che le circostanze dei luoghi e delle persone lo consiglieranno.

Se non che tutti coloro che si affaticano con voi nel propugnare la Fede mireranno soprattutto a ciò: di insinuare, di conservare, di scolpire profondamente nell’animo dei fedeli commessi alle vostre cure un grande amore, venerazione e rispetto per questa Sede Apostolica, del quale ossequio voi, o Venerabili Fratelli, porgete meraviglioso esempio. Rammentino adunque i Cristiani che San Pietro, il Principe degli Apostoli (Dagli Atti del Conc. Efesino, Act. III e da San Pietro Crisologo, Ep. ad Eutpchen), vive e presiede ne’ suoi successori, la cui sublime dignità non vien meno in un suo erede, per quanto indegno (San Leon. M., Serm. in Anniv. Assumpt. suae). Rammentino che Cristo Signor Nostro pose in questa Cattedra di Pietro l’inespugnabile fondamento della sua Chiesa (Matth. XVI, 18); che consegnò a Pietro le chiavi del Regno dei cieli (ibid. V, 19); e che pregò appunto perché la fede di lui non si spegnesse, e che gli comandò di raffermare nella fede i suoi fratelli (Luc. XXII, 31, 32); e come perciò il Romano Pontefice abbia il Primato sopra tutta la terra, e sia il Padre e il Maestro di tutti i Cristiani (Dal Conc. Gen. Fior. nel defin. n. decr. dell’Unione).

Certamente il conservare e difendere la comunione e l’ossequio dei popoli verso il Romano Pontefice è il mezzo più breve e a così dire compendioso per conservarli costanti nella professione della cattolica Verità. Non può infatti accadere che alcuno si ribelli anche pochissimo dalla Cattolica Fede, senza che rigetti a un tempo l’autorità della Chiesa Romana, nella quale trovasi l’infallibile Magistero della stessa Fede fondato dal Divino Redentore, e nella quale perciò si è serbata per sempre la Tradizione che ci viene dagli Apostoli. Quindi gli eretici antichi e i protestanti dei giorni nostri, per quanto discordissimi fra di loro circa ogni altro punto di dottrina, si accordano mirabilmente in ciò, di muover guerra all’autorità della Sede Apostolica, che in nessun tempo, benché usassero di ogni arte e conato, non poterono indurre giammai in un solo dei loro errori. Per la qual cosa anche gli odierni nemici di Dio e dell’umana società non lasciano intentato qualsivoglia artificio, per affievolire e distruggere nel cuore degl’Italiani l’ossequio che portano a Noi e alla Santa Sede; certi che, venuti a capo di ciò, potranno allora soltanto contaminare l’Italia coll’empietà della loro dottrina e colla rea peste dei loro sistemi.

E per ciò che si attiene alle loro dottrine, già è noto a voi tutti, siccome, abusando dei nomi di libertà e di uguaglianza, mirino soprattutto a questo: di rendere familiari nel popolo le stolte e pericolose invenzioni del comunismo e del socialismo. È noto pure, siccome i maestri del comunismo e del socialismo, sebbene per diversa via e per vario modo, abbiano tutti per ultimo scopo, col mezzo di sofismi e di vane promesse di più felici condizioni, ingannare, agitare di continue scosse gli operai e le altre persone di basso stato, e adusarle a poco a poco a più gravi misfatti onde valersi poi dell’opera loro per invadere, manomettere, dilapidare le proprietà, in prima della Chiesa, e poscia di qualsivoglia altro legittimo posseditore: per violare infine tutti i diritti sia umani che divini; e per questa maniera distruggere il divin culto, e annullare ogni ordine della civile società. Ora in un pericolo sì spaventoso dell’Italia, è vostro debito, o Venerabili Fratelli, il mettervi in guardia e l’adoperare ogni sforzo, perché il popolo fedele ravvisi la perversità di questi fallaci sistemi e sappia che, se si lascerà da essi sedurre, quelle dottrine si volgeranno a sua rovina temporale ed eterna.

Siano adunque ammoniti i Fedeli commessi alla vostra cura, che è cosa appartenente alla natura della società umana, che tutti debbano prestare obbedienza all’autorità costituita in essa legittimamente; e che non si può toglier sillaba di quei comandamenti che sopra di questo particolare sono registrati nelle Divine Scritture. Ed infatti sta scritto: " Siate per riguardo a Dio soggetti ad ogni umana creatura, tanto al Re come superiore a tutti, quanto ai presidi come spediti da lui per far vendetta de’ malfattori e per onorare i buoni; imperocché tale è la volontà di Dio, che operando bene chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti; come liberi, e non quasi tenendo la libertà per velarne della malizia, ma come servi di Dio ". (I Petr. II, 13 seq.). E in un altro luogo "Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori; imperocché non esiste potestà che non venga da Dio; e quelle che vi sono, sono da Dio ordinate. Per la qual cosa chi si oppone alla potestà resiste all’adorazione di Dio: e quelli che resistono, chiamano sopra di se la dannazione" (Rom. XII, 1, 2).

Sappiano inoltre, che è pur cosa tutta propria della naturale e immutabile condizione delle umane cose, che anche fra quelli che non sono nei primi posti della società, gli uni soverchino gli altri e per le doti dell’animo o per quelle del corpo, ovvero per ricchezze, ovvero per beni esteriori; e che non può farsi giammai che per qualunque pretesto di libertà e di uguaglianza sia lecito invadere o violare in qualsivoglia maniera gli altrui beni o diritti. Anche sopra questo particolare vi sono nelle Divine Scritture parecchi comandamenti di Dio chiari e inculcati in più luoghi, pei quali ci si vieta non solo il rapire l’altrui, ma fino il desiderarlo.

Oltre di ciò rammentino i poverelli e i miseri di qualsivoglia fatta, quanto essi debbano esser grati alla Religione Cattolica, nella quale palesemente e in tutta la sua purità predicasi la dottrina di Gesù Cristo, il quale protestò di avere le beneficenze conferite ai poverelli ad ai miseri come fatte a se stesso (Matth. XVIII, 15; XXV, 40, 45); e volle pure annunziarci che nel dì del Giudizio chiederà un conto particolare delle opere di misericordia, sia per rimunerare coi premi eterni coloro che le avessero praticate, sia per punire di fuoco eterno coloro che le avessero neglette (Matth. XXV, 34 seq.).

Orbene, dall’esatta custodia di questo pronunciamento del Redentore e di altri severissimi avvisi di Lui intorno alle ricchezze e ai pericoli che le accompagnano (Matth. XIX, 23 seq.— Luc. VI, 4; XVIII, 22 seq. — Ep. Tac. V, 1 seq.), ne è provenuto nella Chiesa Cattolica, che i poverelli e gli altri infelici si trovino presso di noi Cattolici in una condizione molto più mite che quella in che sono presso le altre nazioni. E più copiosi ancora sarebbero i sovvenimenti loro largheggiati, se parecchi istituti cui aveva dato essere la pietà dei nostri maggiori, negli ultimi sommovimenti della pubblica cosa, non fossero stati impoveriti, e anche distrutti. Del resto i nostri poverelli, dietro gl’insegnamenti di Gesù Cristo, si ricordino che non debbono rattristarsi della loro sorte: poiché lo stesso stato dell’indigenza dischiude loro una via più facile per procacciare la salute, ove essi sopportino di buon animo la povertà, e siano poveri di cose e anco di spirito. Conciossiaché ha detto Gesù Cristo: Beati i poveri di spirito; ché il regno dei cieli loro appartiene (Matth. V, 3).

Sappiano inoltre tutti i fedeli, che i re e i superiori tutti delle nazioni pagane si abusavano più spesso e più gravemente del loro potere che non fanno i superiori presso di noi; quindi riconoscano di essere debitori alla nostra santissima Religione, se i Principi dei tempi Cristiani timorosi, come ne li avverte la Religione, di quel severissimo giudizio che dovran dare di se quelli che comandano, e di quell’eterno supplizio pel quale i grandi sopporteranno grandi tormenti (Sap. VI, 6, 7), fan uso coi popoli loro soggetti di un reggimento più equo e più benigno.

Considerino infine i fedeli commessi alle vostre e alle Nostre cure, che la vera e perfetta uguaglianza degli uomini consiste nell’obbligo che corre ad ogni uomo di osservare la legge di Gesù Cristo; poiché quell’Iddio Onnipotente che creò il piccolo e il grande, e che ha cura egualmente di tutti (Ib. VI, 8), non darà esenzione a chicchessia, né avrà riguardo alla grandezza di alcuno (Ib.), e ha statuito il giorno nel quale giudicherà il mondo nell’equità (Act. XVII, 31) pel mezzo del Suo Unigenito Figliuolo Cristo Gesù, il quale è per venire coi suoi Angioli nella gloria del Padre suo e renderà a ciascuno secondo le operazioni ( Matth. XVI. 27).

Ché se gli stessi fedeli, messi in non cale i paterni ammonimenti dei loro Pastori, e i comandi testé accennati della legge di Gesù Cristo, si lasceranno travolgere dai già detti promovitori degli errori moderni, e vorranno cospirare con loro nei perversi sistemi del socialismo e del comunismo, sappiano e considerino attentamente, che si tesoreggeranno appresso il Divin Giudice tesori di vendetta pel giorno estremo; e che da quella cospirazione non è per derivare nel popolo una benché lieve felicità, ma uno spaventoso accrescimento di miserie e di calamità. Conciossiaché non è in potere degli uomini il fondare nuove società e comunanze contrarie alla natural condizione delle cose umane: per la qual cosa il frutto di queste cospirazioni, ove per isventura prendano piede, non può esser altro, se non che indebolito e crollato fino dalle fondamenta l’odierno stato delle pubbliche cose per via di continue vicendevoli aggressioni, rapine e orribili stragi di fratelli contro i fratelli, alcuni pochi alla fine, arricchitisi delle spoglie di molti, prendano a signoreggiare con la rovina di tutti.

Del rimanente per liberare i fedeli dalle insidie degli empi, e rinfiammarsi alle opere di vera virtù, voi sapete benissimo, quanto poderoso mezzo siano la vita e l’esempio di coloro che al ministero divino si consacrarono. Eppure, o mio Dio, in piccol numero, sì, ma non mancarono qua e là per l’Italia alcune persone Ecclesiastiche, le quali, lasciato il lor posto, passarono al campo nemico, e furono di non piccolo aiuto ai nemici della Chiesa per trarre in inganno i fedeli. Sennonché a voi, o Venerabili Fratelli, la costoro defezione fu di pungente stimolo per vegliare con ardore sempre più acceso alla disciplina del Clero. E qui desiderando Noi, come lo porta il nostro debito, provvedere anche all’avvenire, Noi non possiamo rattenerci dal raccomandarvi di bel nuovo quello che inculcammo nella prima nostra Enciclica ai Vescovi di tutto il mondo (9 novembre 1846), cioè di andare a rilento nell’imporre le mani (I Tim. V, 22), e nell’usare una diligenza ognor più squisita nella scelta della Milizia Ecclesiastica. Soprattutto riguardo a coloro che desiderano essere iniziati nei Sacri Ordini, è necessario condurre diligentissime ricerche, se essi siano commendevoli per dottrina, per bontà di costumi, e per assiduità nel divin culto, così che abbiasi una fondata speranza che a maniera di lampade ardenti nella magione di Dio, siano per arrecare un giorno sia coll’esempio della vita, sia colle sante operazioni, edificazione e vantaggio spirituale al vostro gregge.

Ma siccome dai Ministeri amministrati a dovere un grande splendore e utilità nella Santa Chiesa derivano, e siccome il Clero Regolare dà opera insieme con voi nel procurare la salute delle anime; così Noi vi commettiamo, in primo luogo, o Venerabili Fratelli, di far consapevoli a nome Nostro le Comunità religiose delle vostre Diocesi, che Noi deploriamo di cuore le particolari disgrazie, che parecchie di loro ebbero a sopportare in questi ultimi tempi calamitosi; ma che frattanto Ci fu di non leggero conforto la pazienza di animo e la costanza nella virtù e nello zelo della Religione, nelle quali moltissimi Religiosi si sono resi degni di commendazione; sebbene non siano mancati alcuni, che dimentichi della lor professione, con iscandalo dei buoni e dolore sì Nostro che dei loro fratelli, indegnissimamente prevaricarono. In secondo luogo poi vi commettiamo di esortare a nome Nostro i Presidi e Superiori delle stesse Comunità, perché secondo esige il loro dovere, non perdonino a qualsivoglia cura e industria perché la Disciplina Religiosa ove è in fiore rinvigorisca ognor più, e perché là ove ha sofferto alcun danno riviva al tutto e si rinnovelli. Gli stessi superiori ammoniscano, confortino, rimproverino all’uopo i religiosi loro alunni, perché considerando essi seriamente con quali voti si sono astretti, si adoprino con ogni premura in soddisfarli, e osservino con grande diligenza le regole dei loro Istituti, e portando continuamente nel loro corpo la mortificazione di Gesù Cristo si astengano da tutte quelle cose che sono aliene dalla lor vocazione, e si esercitino in quelle opere che o alla carità di Dio e del prossimo, o all’acquisto della perfezione appartengono. Si guardino in ispecial modo i sopraddetti Superiori di Ordini dall’ammettere alcuno nella Religione, se prima non avranno disaminato con ispecial accuratezza la sua indole, vita e costumi; oltre di che non ammettano alla professione religiosa se non quelli, che dato termine al loro noviziato, avranno fornite così chiare prove di vocazione, che si possa credere con fondamento che essi non si appigliano allo stato religioso mossi da alcun altro motivo, fuorché quello di vivere soltanto in Dio, e per procurare la propria e la salute altrui, secondo il peculiar fine di ciascun Ordine. Sopra del quale particolare oggetto Noi abbiamo fermo in animo che si osservino tutte quelle cose che a vantaggio degli Ordini Religiosi furono stabilite e prescritte nei decreti del 25 Gennaio dell’anno scorso dalla Nostra Congregazione sopra lo stato dei Regolari, e che furono approvate dalla Nostra Apostolica Autorità.

Dopo di che, richiamando il discorso alla sceltezza del Clero secolare, Noi vi raccomandiamo in primo luogo l’ammaestramento e l’educazione dei giovani Chierici; poiché è quasi impossibile che alcuno addivenga idoneo Ministro della Chiesa, se dai primi suoi anni non si è esercitato a dovere nell’adempimento dei suoi sacri doveri. Per la qual cosa proseguite, o Venerabili Fratelli, a porre ogni opera e studio perché gli aspiranti alla sacra Milizia siano accolti, per quanto è possibile, nei Seminari Ecclesiastici, e perché ivi, a modo di piantagioni novelle, crescenti attorno al Tabernacolo del Signore, si formino alla innocenza dei costumi, alla religione, alla modestia e allo spirito ecclesiastico, e imparino a un tempo le inferiori e le superiori discipline sotto la savia direzione di sceltissimi maestri, che professino dottrine aliene da qualsivoglia ombra di errore.

Nondimeno, siccome non è possibile che tutti i giovani Chierici compiano nei Seminari la carriera dei loro studi, per altra parte essendo cosa certissima che anche i giovinetti del clero secolare debbono essere a parte della vostra pastorale sollecitudine, così spetta a voi vegliare, o Venerabili Fratelli, sopra tutte le pubbliche e private scuole, e adoperarvi con ogni studio e industria perché la ragione degli studi sia in esse conforme in ogni sua parte al Cattolico insegnamento, e perché la gioventù ammaestrata convenientemente in esse nella vera virtù e nelle buone arti e discipline da professori idonei e di specchiata probità e religione, venga premunita degli opportuni aiuti, coi quali ravvisi le insidie che le sono tese dagli empi e possa riuscire di ornamento e di utilità a sé, e alla cristiana e civile repubblica.

E in quanto a questo, usando di una pienissima libertà, voi vi prenderete una special cura dei professori delle Sacre Discipline, e di tutte le altre cose che appartengono al dominio della Religione, o che la toccano da vicino. Siate vigilanti perché nelle scuole, soprattutto per ciò che riguarda la Religione, si faccia uso di libri immuni da qualsivoglia benché lieve sospetto di errore. Fate avvertiti i Pastori di anime, perché vi diano mano in tutto ciò che ha riguardo alle scuole dei fanciulli e dei giovinetti della prima età: perché siano destinati a tali scuole Maestri e Maestre di paragonatissima onestà, e perché nell’ammaestrare i fanciulli e le fanciulle nei rudimenti della Fede Cristiana si faccia uso di libri approvati da questa Santa Sede. Nel che non dubitiamo che i Parroci siano per essere loro di esempio; anzi, siam certi che i medesimi Parroci dietro le vostre esortazioni attenderanno con zelo ognor più crescente all’ammaestramento della fanciullezza nei rudimenti della Dottrina Cristiana, memori che un così fatto genere di istruzione è uno dei loro doveri principalissimi ( Tridentinum, Sess. . XXI V, c. 4 — Benedetto XIV, Const. "Etsi nimis", 7 Febbr. 1742). Gli stessi poi dovranno essere ammoniti ad avere innanzi agli occhi sia nelle loro istruzioni ai fanciulli, sia al rimanente del popolo, il Catechismo Romano, pubblicato per ordine del Concilio di Trento e di San Pio V immortal Nostro Predecessore, e cui poi altri Sommi Pontefici, ed in ispecial modo Clemente XIII di felice memoria raccomandarono di bel nuovo a tutti i reggitori di anime, come un acconcissimo aiuto per tener lontane le frodi delle dottrine perverse, e per dilatare e render stabile la vera e sana dottrina. (Nell’Enciclica a tutti i Vescovi in data del 14 Giugno 1764).

Non meravigliatevi, o Venerabili Fratelli, se Ci siamo trattenuti alquanto lungamente sopra questo argomento. Ed infatti non isfuggirà certo alla vostra prudenza, che in questi tempi pericolosi, sì voi che Noi, dobbiamo porre ogni studio, e fare ogni sforzo, e usare di una grande fortezza di animo e vigilanza, in tutto ciò che spetta alle scuole, e l’istruzione e l’allevamento dei fanciulli e dei giovani di ambedue i sessi. Imperocché vi è noto, che gli odierni nemici della Religione e dell’umana società, mossi da uno spirito al tutto diabolico, rivolgono tutte le loro mene a questo scopo di pervertire dal primo fiore degli anni le menti e i cuori dei giovani. Per la qual cosa non lasciano nulla d’intentato perché tutte le scuole e istituti, destinati all’educazione della giovinezza, vengano sottratti per ogni verso all’autorità della Chiesa e alla vigilanza dei Sacri Pastori.

Ma quanto a ciò Noi abbiamo fiducia che tutti i dilettissimi Nostri Figliuoli nel Signore i Sovrani dell’Italia verranno in vostro aiuto col potente lor braccio, sì che possiate soddisfare al vostro debito più pienamente, nelle cose già dette; né dubitiamo che essi vorranno prendere la difesa della Chiesa e di tutti gli spirituali e temporali suoi diritti. Certo non vi è cosa che si convenga meglio di questa alla religione e pietà avita, di cui si mostrano animati, e della quale sono di esempio ad altrui. Non isfugge per fermo alla loro avvedutezza che i primordi di tutti i mali che ci opprimono sì gravemente, si hanno a ripetere dai danni che la Religione e la Chiesa ebbero a sostenere già dal bel principio del Protestantesimo. Quei Principi conoscono assai bene, che dall’autorità dei Prelati Ecclesiastici soventi volte conculcata, e dalla ostinatezza crescente ogni giorno più nel violare a man salva i divini ed ecclesiastici comandamenti, ne risultò che diminuisse pure nei popoli l’ossequio verso la civile Potestà, e si schiudesse la via agli odierni nemici della pubblica tranquillità per macchinare ribellioni contro i Monarchi. Quei Principi comprendono a maraviglia, che dalla usurpazione, dal saccheggio e dalla pubblica vendita dei beni temporali appartenenti per legittimo diritto di proprietà alla Chiesa, ne nacque che illanguidisse nei popoli la riverenza verso le proprietà sacre per religiosa destinazione, e che quindi molti prestassero volentieri l’orecchio agli audacissimi difensori del socialismo e del comunismo, i quali van divisando anch’essi d’impadronirsi, e dividere e convertire in qualsivoglia altro modo ad uso altrui le umane proprietà. S’avveggono inoltre che quei legami con cui in addietro con molteplici artifizi si vollero legare i Pastori della Chiesa, anziché non usassero liberamente della sacra loro Autorità, quei legami stessi vennero a costringere a poco a poco la Potestà civile. Conoscono finalmente che non vi è rimedio alcuno più pronto né più efficace contro le calamità che ci affliggono, del far rivivere in tutta l’Italia l’antico splendore della Religione e Chiesa cattolica, nella quale non ha dubbio trovarsi acconcissimi rimedi per qualsivoglia condizione di uomini e bisogno che occorra.

E in verità (sono parole di Sant’Agostino) "la Chiesa Cattolica abbraccia non solamente lo stesso Dio, ma anche la dilezione e la carità del prossimo per guisa, che sovrabbonda in lei ogni sorta di medicamento confacentesi ai morbi, dei quali infermano le anime pei loro peccati. Ella fanciullescamente i fanciulli, fortemente i giovani, quietamente i vecchi, siccome porta l’età del corpo e dell’animo di ciascuno, esercita ed ammaestra. Ella assoggetta con pura e fedele obbedienza le mogli ai loro mariti, non perché sfoghino la libidine, ma perché generino figliuoli, e pel bene della domestica società; e vuole che il marito sia superiore alla moglie non perché irrida al sesso più debole, ma perché l’ami con sincera affezione. Ella sottopone i figli ai parenti con una cotale libera servitù, e vuole che questi sovrastino a quelli con amorevole impero. Ella lega i fratelli ai fratelli col vincolo della Religione, vincolo più stretto e durevole che quello del sangue; e ogni legame di parentela e ogni strettezza di affinità, serbati intatti i vincoli della natura e della volontà, stringe con vicendevole a amore. Ella insegna ai servi l’affezionarsi ai padroni non tanto per necessità di condizione quanto per la soavità del dovere; e colla considerazione di un Dio Signore universale di tutti, rende i padroni miti verso i loro servi e propensi più ai consigli che non ai castighi. Ella colla ricordanza dei primi Padri congiunge i cittadini ai cittadini, i popoli ai popoli, e gli uomini tutti, non tanto avvicinandoli della persona, quanto stringendoli di fraterno amore. Insegna ella ai monarchi di provvedere ai popoli, ammonisce i popoli a soggettarsi ai monarchi. Insegna ella sollecitamente cui debbasi onore, cui affetto, cui riverenza, cui timore, cui conforto, cui ammonimento, cui esortazione, cui insegnamento, cui rimprovero, cui supplizio, addimostrando come non debbasi a tutti ogni cosa, e a tutti debba usarsi carità, e a niuno debba farsi aggravio (Sant’Agostino, De Moribus Catholicæ Ecclesiæ; lib. I) ".

Pertanto Nostro e vostro debito si è, o Venerabili Fratelli, il non perdonare a qualsivoglia fatica, e non lasciandoci intimorire da qualsivoglia difficoltà, metterci con tutta la forza dello zelo pastorale a difendere nei popoli Italiani il culto della Cattolica Religione, e non solamente far fronte con alacrità ai conati degli empi che si studiano di distaccare l’Italia dal seno della Chiesa, ma sforzarci pure di ricondurre sul buon sentiero que’ degeneri figliuoli di essa, che si fossero lasciati già sedurre dalle loro arti.

Nondimeno, siccome ogni favore più scelto e ogni dono perfetto scende dall’alto, portiamoci con fiducia, o Venerabili Fratelli, al trono della Grazia, e non cessiamo dal porgere vive suppliche e scongiuri sia con private sia con pubbliche preghiere al celeste Padre dei lumi e delle misericordie, sì che pei meriti dell’Unigenito suo Figliuolo Gesù Cristo Signor Nostro, rivolgendo Egli il volto dalle nostre colpe, irraggi misericordiosamente le menti e i cuori di tutti coll’efficacia della sua grazia; e traendo a sé le volontà a Lui ribelli, renda gloriosa la Santa Chiesa per nuove vittorie e nuovi trionfi; per modo che il popolo che gli rende omaggio cresca per merito e per numero in tutta l’Italia, anzi per tutto il mondo. Invochiamo pure la Santissima Madre di Dio, l’Immacolata Vergine Maria, che col potentissimo suo patrocinio ottiene ciò che domanda, e le cui richieste non possono andar fallite; e invochiamo ancora il Principe degli Apostoli San Pietro, e il Santo Apostolo Paolo, e tutti i Santi del Cielo, perché il pietosissimo Iddio, alla loro intercessione, tenga lungi dai popoli fedeli i flagelli dell’ira sua, e conceda misericordiosamente a tutti coloro che sono insigniti del nome di Cristiani, di ripudiare colla sua grazia tutto ciò che si oppone a questo nome, e di operare tutto ciò che gli è conforme.

Infine, o Venerabili Fratelli, ricevete a pegno della nostra vivissima affezione la Benedizione Apostolica, che a voi tutti, e ai Laici fedeli commessi alla vostra vigilanza compartiamo con sincerissimo amore.

Dato a Napoli, dal sobborgo di Portici, li 8 Dicembre dell’anno 1849, IV del Nostro Pontificato.

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