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domenica 2 febbraio 2014

LA LIGURIA BIZANTINA (VI SECOLO)


La dominazione bizantina della Liguria ebbe la durata di poco più di cento anni (538-643), una sessantina circa dei quali trascorsi nel periodo del governo dell’esarco d’Italia. Nel corso del secolo bizantino l’assetto territoriale della regione fu sottoposto a ripetute modificazioni a causa del ripiegamento sotto la pressione dei Goti e successivamente dei Longobardi. I Goti, si erano tuttavia inseriti nell’organizzazione amministrativa bizantina mantenendola inalterata, mentre i Longobardi, da veri e propri conquistatori, scardinarono il quadro precedente. Lo sconvolgimento fu tale che la loro venuta determinò l’esigenza di un nuovo assetto dei territori rimasti ai Bizantini, avviando un processo di trasformazione della situazione esistente. Come altre regioni, nel periodo esarcale anche quella che oggi chiamiamo Liguria era solo una parte residua di ciò che era stata la Liguria al tempo della riconquista di Giustiniano. Il periodo bizantino-longobardo è stato oggetto di studi a proposito della peculiarità della frontiera, per la sinuosità dei limiti tra domini bizantini e domini longobardi e per il carattere militare del controllo di tutto il territorio, constatandosi invece la mancanza di una linea di confine ben definita. Ciò vale anche per il contesto ligure, dove le rispettive aree di influenza sono state descritte come separate da un’ampia “zona franca”, corrispondente alla dorsale alpino-appenninica. La posizione di estrema propaggine del mondo romano su quello barbarico in cui venne a trovarsi la Liguria–esposta già negli anni della guerra gotica anche alle scorrerie franche–merita di essere esaminata per decifrarne la funzione rispetto alla situazione che si era imposta nella Penisola. Le condizioni che avevano determinato l’istituzione dell’esarcato si leggono immediatamente nella situazione dell’Italia settentrionale all’indomani della penetrazione longobarda, quando il governo di Costantinopoli, per affrontare lo stato di precarietà militare in cui si trovava la provincia italiana, avvertì l’esigenza di trasformare la strategia autocratica, in un organo istituzionale definitivo preponendo al governo della Penisola la nuova figura dell’Esarco, in grado di coordinare gli sforzi militari e di avere autonomia di potere nelle trattative con alleati e nemici.
La Liguria era il settore dell’impero confinante con i territori dei re merovingi. Occupava la parte orientale del regno merovingio, sulle due sponde del Reno, della Mosa e della Mosella) e della Borgogna, i cui sovrani furono coinvolti nelle vicende italiane al tempo della conquista longobarda.
Tanto Gregorio di Tours quanto il più tardo Paolo Diacono hanno raccontato i rapporti tra Franchi, Longobardi e Bizantini per l’area di comune interesse. Una prima osservazione riguarda lo stato in cui si trovava la porzione ligure rimasta bizantina, che possiamo ipotizzare ben protetta. Non è certo che le difese bizantine del settore alpino sud-occidentale incentrate sul castello di Auriate  siano crollate quando i Longobardi invasero la Gallia, devastando Nizza, e successivamente anche i Sassoni transitarono per la Valle Stura, mentre sappiamo che il magister militum Sisinnio poté controllare per i Bizantini ancora fino al 575-577 i transiti dalla val di Susa verso la Gallia e contenere la pressione longobarda nella pianura. Nei piani dell’imperatore Maurizio l’alleanza col re  Childerico doveva portare alla sconfitta dei Longobardi.
Negli anni 583-585 corsero ambascerie tra la corte di Costantinopoli e quella merovingia. In particolare Paolo Diacono, nel descrivere la proposta bizantina a Childerico per un’alleanza contro i Longobardi in cambio di 50.000 solidi, racconta della venuta del re in Italia con uno sterminato esercito di Franchi,  che però rientrarono in patria essendosi riconciliati con i Longobardi.
Sembra probabile che fino a questi anni i Longobardi, più che a dilagare nella pianura controllata dai Bizantini, avessero mirato al controllo del tratto alpino, spesso in concorrenza con le altre popolazioni, soprattutto con i Franchi. Il territorio bizantino della Liguria, comprendente grossomodo l’attuale Liguria e il basso Piemonte, confinario, ben protetto da nette barriere naturali, come il mare e il fiume e, dopo l’ultima riduzione della sua estensione, l’arco appenninico, non appare peraltro marginalizzato poiché, come vedremo, il governo imperiale vi rivolse attenzione e impegno, inviando truppe e funzionari bizantini e sostenendo la vitalità dei contatti e del commercio.
La fluidità dell’ordinamento della regione è significativa della ricerca, attraverso successive fasi, di un assetto che arginasse lo smembramento del territorio a causa dell’invasione longobarda.
Il settore subpadano, dove si trovavano le città di Acqui, Tortona, Bobbio, Genova e Savona, che rimase ai Bizantini, viene denominato Alpes CottiaeLa regione si aggregò allora intorno a un sistema difensivo che faceva capo alla linea del Po, protetta finché fu possibile, da una parte, da una serie di avamposti oltre la linea del fiume, dall’altra, da un complesso di fortificazioni da Ventimiglia a Ravenna, che collegavano il territorio dell’Italia nord-occidentale con l’Appennino tosco-emiliano. Sta di fatto che con la presenza longobarda si impose la necessità di una articolata militarizzazione del territorio italiano. Gli studi compiuti sulle opere strategiche di questo periodo, che hanno delineato la guerra flessibile, condotta adattando tecnica e strategia alle condizioni contingenti, consentono di ipotizzare l’applicazione di precise direttive bizantine nella guerra difensiva contro i Longobardi, potendosi così confermare l’attenzione rivolta all’area ligure, tutt’altro che abbandonata dal governo centrale. Ma c’è di più: la presenza bizantina si fa sentire anche a livello di insediamento nelle aree militari, come la piazzaforte di Tortona, che accolse gruppi di lingua e cultura greca. E ancora si possono ipotizzare specifiche disposizioni per l’edificazione dei castra, riferibili all’ iniziativa bizantina. Il caso ben studiato del castrum di Sant’Antonino di Perti dell’ultimo quarto del VI secolo è stato ricondotto all’intervento di un potere centrale, in modo diretto o mediato attraverso le gerarchie provinciali. Vale la pena di evidenziare inoltre che la presenza di chiese di piccole dimensioni, documentata o ipotizzata altrove e anche in alcuni castra liguri, si potrebbe collegare, da una parte, all’eusebeia, virtù del comandante di fortezza, che opera nel quadro della fedeltà all’imperatore e al proprio servizio, non priva forse in riferimento allo Strategikon di anonimo del VI secolo, di valenze semantiche legate alla sfera del comportamento religioso, dall’altra, all’imporsi di pratiche religiose come carattere essenziale del codice di comportamento militare nei trattati strategici bizantini.
Lo sfondamento longobardo su Piacenza e Parma (594), poi completato con l’occupazione di Brescello, Mantova, Cremona e forse Reggio (603), determinò il crollo di Tortona e dell’area limitrofa (599), probabilmente in concomitanza con il collasso delle difese del Piemonte meridionale.

Iniziava l’ultima fase della Liguria bizantina, da tempo non più indicata col nome di Liguria e ora ridotta a una fascia costiera delimitata a Nord dall’Appennino, compresa tra Ventimiglia e Luni, definita provincia maritima Italorum. La perdita di alcuni nodi chiave, tra cui i castra di Suriano-Filattiera e Bismantova , tagliò i collegamenti della regione con Ravenna e il resto dei domini bizantini d’Italia.
La regione, esposta lungo la dorsale appenninica al confronto diretto con i Longobardi e protetta da una linea difensiva di insediamenti fortificati in stretto collegamento con le postazioni marittime, manteneva tuttora contatti via mare con i paesi del Mediterraneo. Il castrum Perti, controllando l’itinerario della via Iulia Augusta dalla base navale di Varigotti verso il Piemonte, rappresenta allo stato attuale della ricerca archeologica il caso più approfondito di complementarietà tra la costa e la linea appenninica nella Liguria occidentale.
In questa fase emerge la vitalità degli avamposti marittimi come Noli, Porto Maurizio e la citata Varigotti. Città come Ventimiglia, Albenga, Genova, Luni, pur avendo subito contrazione dell’habitat rispetto all’impianto romano, com’è logico in un periodo segnato da carestie, pestilenza, guerra, si mantennero tuttavia vitali.

Sembra addirittura che Savona si fosse estesa nell’area di pianura e il risveglio di Albenga costituisce un dato ormai rilevato. Le notizie provenienti dalla ricerca archeologica hanno consentito un notevole approfondimento del periodo bizantino della Liguria. La datazione attraverso il blocco cronologico dalla seconda metà del VI secolo alla prima metà del VII secolo, per quanto imprecisa e insoddisfacente per le esigenze dello storico, consente di comprendervi appieno il periodo esarcale ligure e di cogliervi i segni di una continuità bizantino-longobarda laddove una realtà, incontrandosi con l’altra, a poco a poco si sfuma. Se aggiungiamo che i due mondi avevano ripetute occasioni di incontrarsi lungo molteplici aperture e che tra di loro esistevano scambi e contatti, la permeabilità, che il più delle volte impedisce di tracciare nette linee di demarcazione, è la chiave di lettura di questo periodo. È significativo che veri e propri traffici esistessero lungo le strade di antica percorrenza, come dimostrano i manufatti in pietra ollare di provenienza alpina rinvenuti lungo l’intero arco costiero nelle zone di Luni, Savona, Finale, Albenga, Ventimiglia. 

Ma per cogliere il legame tra la Liguria e il mondo bizantino nell’età esarcale in primo luogo è opportuno soffermarsi sulle cariche di cui si abbiano notizie. Ad Albenga nel 568 c’è notizia del comes et tribunus Tzittas, probabilmente il capo del presidio locale;26 a Luni, se effettivamente l’epistola di riferimento si rivolge a Venanzio, vescovo di questa città, nel 599 rileviamo la presenza del magister militum Aldio; a Genova, dove si erano trasferti il vicario del prefetto e il metropolita milanese, conosciamo appunto un agens vices, Giovanni, succeduto nel 599 a Vigilio; nella stessa città nel 590 era di stanza il miles Magnus, appartenente al numerus felicium Illyricorum. L’ulteriore informazione proveniente dalla bolla plumbea rinvenuta a Varigotti, reca la menzione del nome di un comandante militare, Basilio stratelates, titolo da ritenersi equivalente a quello di magister militum. L’attuale scarsità dei dati a nostra disposizione offre un quadro tutt’altro che completo. Si può solo constatare la continuità delle cariche civili ai vertici e la presenza di ufficiali con prevalenti competenze militari a livello locale. Un ulteriore fattore caratteristico di questo periodo è la vitalità dei centri urbani.
Albenga come centro episcopale ebbe rapporti con la sede metropolitica milanese. Sulla base dei suoi monumenti religiosi si può affermare che nel VI secolo era un centro episcopale fiorente e interessato a manifestare la propria osservanza ortodossa.
Anche Luni nel VI secolo si impegnò nell’abbellimento dei propri edifici ecclesiatici. La cattedrale di S. Maria fu ristrutturata riducendo l’ampiezza delle navate laterali, pavimentate ora con mosaici policromi, e abbellita con la ben nota epigrafe del famulus Christi Gerontius, opere che dimostrano la vitalità marittima della città, che poteva disporre di maestranze provenienti dall’Africa.
Genova ebbe vantaggi dall’occupazione bizantina. Di certo la chiesa genovese trasse impulso dal trasferimento del metropolita Onorato nel 569, accompagnato da molti altri notabili. Dotandosi di una propria chiesa intitolata a S.Ambrogio, la comunità milanese si insediò urbanizzando l’area del Brolium e vi rimase sino alla occupazione della città da parte dell’esercito di Rotari.
Riconosciuta come un importante scalo marittimo utilizzato dalle milizie bizantine per lo sbarco in Liguria durante la guerra gotica, Genova aveva ottenuto una posizione prioritaria come sede del vicario del prefetto, ricoprendo una sorta di ruolo sostitutivo nei confronti di Milano occupata dai Goti, ma segni di decadimento dell’assetto urbano con diradamento della maglia abitativa sono stati indicati già nel periodo tra VI e VII secolo. Per tutte le città di cui si è parlato, a un diffuso regresso demografico, con arretramenti o diradamento dell’habitat, corrisponde una concentrazione di dati significativi dal punto di vista della storia religiosa e dell’edilizia ecclesiastica. Di certo
l’epoca esarcale coincide con la ripresa di antichi dibattiti dottrinari, che trovano terreno fertile anche in Italia nel clima esasperato del rapporto con gli invasori. L’organizzazione religiosa delle comunità dei domini bizantini, minacciate da un hinterland eretico, diviene esigenza primaria. Ortodossia religiosa e ortodossia politica si incontrano. La sede genovese, ospite e soggetta al metropolita milanese, soffre la dicotomia fra i territori settentrionali della diocesi, sottoposti ai Longobardi scismatici, e quelli della Maritima, inclini alla comunione con Roma, Ravenna, Costantinopoli. La forza del lealismo politico genovese si manifesta con la relativamente rapida conclusione della questione dello scisma tricapitolino nella diocesi ligure.
Ma se guardiamo ai legami tra Genova e la Maritima, da una parte, e la capitale dell’esarcato, dall’altra, ci troviamo di fronte a una notevole carenza di dati, in parte dovuta anche alla breve durata del dominio esarcale in questa regione rispetto ad altri
contesti. Alla morte del vescovo milanese Lorenzo, in esilio con la sua chiesa a Genova, nell’aprile 593 Gregorio I, rispondendo ai voti del clero locale, intervenne per insediare un successore sulla sede vacante, inviando il suddiacono Giovanni con il compito di verificare il consenso generale sull’elezione e di manifestare l’approvazione del pontefice alla consacrazione. Nel contempo inviava una missiva anche all’esarco di Italia Romano per informarlo, assolvendo al «debitum salutationis officium», di consentire alla consacrazione e per chiedere la benevola attenzione dell’esarco nei confronti del consacrando metropolita. La procedura seguita per approdare alla consacrazione di Costanzo in osservanza della consuetudine è rilevante non solo dal punto di vista della storia ecclesiastica (per il rapporto, da una parte, tra pontefice e sede milanese, dall’altra, tra pontefice ed esarco), ma anche dal punto di vista della storia politica. Attraverso l’intermediazione del pontefice si colgono la presenza nella Liguria dell’autorità dell’esarco e il richiamo a comuni intenti tra il metropolita ligure e la massima autorità presente sul territorio italiano sottoposto ai Bizantini. Il quadro modesto dei contatti istituzionali con Ravenna, che nel contesto rarefatto delle fonti del tempo si riconducono, da una parte, alla presenza di cariche militari e supposti interventi per la difesa e, dall’altra, emergono specificamente in rapporto alle relazioni
ecclesiastiche, potrebbe riflettere il non facile compito dell’esarco nel coordinamento dei territori sottoposti alla sua giurisdizione, laddove il lealismo all’impero rispondeva
soprattutto a spinte di natura religiosa e i quadri ecclesiastici ne erano il tramite privilegiato. Del resto la rete degli interessi mercantili non legava la Liguria a Ravenna, bensì all’esarcato d’Africa. Non si dovrebbe trascurare che l’aspetto caratterizzante di quest’epoca è legato alla valorizzazione dell’esposizione ligure sul mare. L’appartenenza al mondo bizantino aveva creato le condizioni per un risveglio marittimo della regione, evidenziato non fosse altro dall’uso militare dello scalo genovese durante la guerra gotica. In seguito, la costituzione della Maritima aveva determinato il potenziamento dei presidi militari marittimi e appenninici che oggi sono oggetto dell’attenzione degli archeologi. Una buona parte del materiale rinvenuto è pubblicato in relazioni sugli scavi, monografie e cataloghi. Le fonti materiali, in continuo accrescimento, confermano la vitalità della Maritima nel VI e VII secolo. Importanti reperti come iscrizioni su marmi orientali rivelano il probabile reimpiego di manufatti o resti di manufatti antichi e, dunque, sono indizi della consapevolezza del valore di quel materiale pregiato da parte di una componente sociale tuttora in grado di apprezzarlo (per esempio, le iscrizioni funerarie dagli scavi di San Paragorio a Noli, datate tra il VI e VII secolo, di un vescovo Teodoro su marmo greco e di Lidoria su marmo definito genericamente orientale; ancora più particolare, proveniente da Perti, la gemma di forma ellittica decorata con aquila sormontante una saetta del I-II secolo, che si ritiene riutilizzata in età bizantina).
Ornamenti e utensili parlano di una società che si serve di oggetti di una certa qualità, prodotti localmente (ad esempio, gli oggetti di oreficeria a Luni, dove presso il bacino fontana intorno al Capitolium è stata rinvenuta una matrice per gioielli del VI-VII secolo; probabilmente i pettini in osso inciso e intagliato, della stessa epoca, rinvenuti a Luni nella zona nord del Capitolium, a Genova, presso il chiostro di S. Lorenzo, a Noli, presso S. Paragorio) o importati, come anfore e oggetti in materiale fittile (ad esempio, le lucerne in terra sigillata africana di Genova, dall’area di “Mattoni rossi”, della prima metà del VII secolo e la lucerna africana, decorata con conchiglia, dagli scavi di S. Clemente di Albenga, del V-VI secolo). Più specificamente è stata constatata la «presenza di alcuni reperti della fase finale della produzione di sigillata africana» del VII secolo ad Albenga, Genova, Luni e inoltre a S.Antonino di Perti, Savona e Varigotti.
La dimensione mediterranea del contesto ligure è confermata dai rinvenimenti di monete, che si concentrano intorno all’età esarcale, di Giustino II (565-578), di TiberioI Costantino (578-582), di Foca (602-610), di Eraclio (610-641) a S. Antonino Perti, di Maurizio (582-602) a Luni e Genova, di Costante II (641-668) a Finalmarina.
L’archeologia impone di riflettere sul fenomeno della continuità dei rapporti mediterranei della Liguria, che assolutamente con la conquista di Rotari non subirono un taglio netto, ma probabilmente seguirono l’andamento generale. Un «progressivo restringimento del raggio distributivo», a partire dall’ultimo quarto del VII secolo. Indubbiamente non si possono trascurare le conseguenze della separazione del legame con l’impero e la forbice che progressivamente si apriva fra i domini ancora bizantini e quelli longobardi, laddove Costantinopoli, a differenza del regnum, manteneva e rinnovava nelle sue province gli assetti amministrativi e istituzionali che favorivano la continuità urbana e l’inserimento nel circuito mediterraneo.
Ma è possibile che per il litorale ligure, sottratto al governo esarcale dopo alcuni decenni di dominio, il discorso dei contatti marittimi si debba articolare ulteriormente, spingendolo più avanti, finché è possibile, nell’età longobarda.         
Con questa premessa resta da inquadrare la conclusione della dominazione dell’esarcato sulla Maritima.
L’impresa di Rotari è stata ricostruita nei dettagli. Il re, bloccato sul Panaro dall’esarca Isaacio, che vi perse la vita, e costretto ad abbandonare la presa su Ravenna, aveva
deviato il suo esercito sulla Liguria dalla parte della Garfagnana isolando le difese bizantine intorno a Luni e procedendo verso occidente nella conquista della regione. La manovra vincente, attribuita al 22 novembre 643, fu probabilmente agevolata dalle condizioni dell’esercito bizantino, che aveva dispiegato energie e subito perdite per salvare Ravenna e l’esarcato, di certo più importanti di una regione periferica e distaccata dal resto dei possessi nella Penisola.
Tuttavia un avvenimento come la conquista della Liguria, per le caratteristiche intrinseche della regione, impone un confronto con gli equilibri tra le coste del Mediterraneo.
A quel tempo gli scali liguri interessavano probabilmente assai più come supporto per i traffici diretti alla Gallia e talvolta anche in direzione dell’hinterland longobardo che come avamposto marittimo delle altre regioni dell’Italia bizantina, dalle quali a un certo punto dell’avanzata longobarda la costa ligure si era trovata separata. Sulla base dei reperti è provato che una rete di traffici collegava la Maritima con la costa nord africana ancora bizantina, se pure per poco. Nel 642 l’avanzata degli Arabi progredì sino all’Egitto e immediatamente i Bizantini mollarono la presa sulla Liguria. Questi fatti meritano una riconsiderazione alla luce del tessuto complesso in cui si collocava la realtà ligure del tempo.
In primo luogo c’è da domandarsi se la conquista longobarda della Maritima sia stata la causa dell’arretramento bizantino dal bacino nord-occidentale del Mediterraneo o, invece, se la consapevolezza bizantina della vulnerabilità della costa africana e della rete di traffico connessa abbia determinato la rinuncia al dominio sul litorale ligure. Sono quesiti tutt’altro che astratti, perché affondano le radici nei rapporti intermediterranei. L’Africa settentrionale, organizzata intorno a Cartagine, appare sempre di più il fulcro della continuità dei traffici bizantini nel Tirreno, rappresentando il fattore che giustifica la vitalità della Liguria nel periodo esarcale e spiega gli sforzi indirizzati alla sua difesa. La presenza degli Arabi in Egitto e le maggiori difficoltà di mantenere il collegamento con il centro dell’impero, dopo il loro iniziale avanzamento lungo la costa verso occidente, probabilmente generarono irregolarità dei flussi commerciali ma, come pare dalle evidenze archeologiche del periodo longobardo, senza interromperli nella seconda metà del secolo, addirittura sino al momento della conquista islamica dell’esarcato africano (698) e probabilmente anche oltre. Ciò significa che i collegamenti non furono compromessi dalla conquista rotariana della Maritima, bensì dal cedimento del dominio bizantino nel Tirreno, quando intorno al 703 incominciarono le incursioni arabe in Sicilia e Sardegna. In seguito anche i Longobardi promossero azioni nel Tirreno, verosimilmente coinvolgendo forze marittime liguri. Il racconto del trasferimento delle spoglie di S. Agostino dalla Sardegna a Pavia con scalo a Genova intorno al 725,
Le spedizioni marittime organizzate a Genova per conto del Regnum concorderebbero con la rinnovata attenzione della monarchia longobarda nei confronti della città, che è stata ipotizzata anche a proposito della fondazione genovese di S. Damiano (chiesa successivamente dedicata ai SS. Cosma e Damiano, senza del tutto annullare il ricordo della precedente dedicazione).
Le evidenze descritte permettono di avanzare qualche conclusione su una serie di argomenti: la continuità del legame tra l’impero e la Sardegna e le mire longobarde sull’isola tirrenica; l’esistenza di mezzi navali, probabilmente liguri, anche oltre la fine della dominazione bizantina sulla costa del Tirreno settentrionale e l’utilizzazione di tali mezzi per conto dei dominatori longobardi, per necessità occasionali di trasporto o spedizioni militari. Nulla, invece, è possibile dire di traffici mercantili, che su questa base, però, si possono postulare, se pure ai livelli minimi. Ma è possibile che l’incapacità del regno longobardo di coordinare condizioni di sviluppo marittimo abbia infine creato uno iato tra la situazione dei Liguri, e quella di Amalfitani e Veneziani. Più a lungo inseriti nel ben diverso contesto dell’Italia esarcale, poi favoriti dal mantenimento del vincolo formale con l’impero, questi ultimi avrebbero ritagliato assai prima dei Genovesi il proprio ruolo di protagonisti sul mare, tra Bisanzio e l’Islam.

Articolo di Luigi Caliendo. Tutti i diritti riservati



ICONOGRAFIA

  
BIBLIOGRAFIA

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2004 RAVEGNANI = RAVEGNANI, I bizantini in Italia, Bologna 2004.

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1 commenti:

Anonimo ha detto...

Molto interessante

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