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mercoledì 29 maggio 2013

LA GUARITRICE

“ Il sole è sorto, ecco il vostro rancio”, sghignazzò una guardia.

Sofia osservò schifata la brodaglia marrone e puzzolente che l’armigero a guardia delle segrete aveva appena fatto scivolare nell’apposita fessura della cella. Non riuscì a nutrirsene e si appestò a morire di fame in quel lurido buco. La giovane guaritrice sedicenne era in prigione già da innumerevoli giorni, alcuni degli abitanti del villaggio dove abitava l’avevano accusata di stregoneria solo perché la madre le aveva insegnato l’uso delle erbe medicinali e con esse produceva infusi e impacchi di ogni sorta in grado di guarire molte malattie e ferite. Eppure mi conoscono da molti anni, li ho aiutati a superare le febbri invernali, partecipato a feste del paese e messe con loro, s’interrogò la giovane. A mezzogiorno udì un certo trambusto sulle scale che portavano dalla sala banchetti all’armeria e prigione del castello. Si alzò da dove era accucciata e incuriosita strisciò verso la fessura per guardare fuori. Sarà giunta la mia ora? Avranno costruito il palco?, s’interrogò lei terrorizzata.

“ Antonio tira fuori quella piccola incantatrice dalla cella e portala in sala banchetti”, ordinò un cavaliere con capelli che si stavano diradando sulle tempie.

Sofia rabbrividì indietreggiando, aveva riconosciuto l’uomo come il guerriero più anziano appartenente alla casata de Zane, un cavaliere spietato e molto arrogante, ricordò lei. La sentinella aprì la porta della prigione e la trascinò fuori.

“ Eccola cavaliere Marco”, affermò l’armigero stuzzicandola con la punta della spada per farla avanzare.

Sofia si guardò in torno spaesata, la sala era gremita di molti uomini in arme, alcuni con archi, faretre, altri con spade al fianco. La guaritrice riconobbe le dame della casata che parlavano simultaneamente tra loro in un angolo dell’immenso salone. Non appena si trovò di fronte al castellano e Marco nella sala piombò il silenzio. Il nobile signore del castello era  riccamente vestito con una tunica rossa di lana pregiata con passamaneria nera e un sontuoso mantello bordato di pelliccia. Sofia era sporca e puzzolente, sua madre le aveva insegnato il valore della pulizia corporea, si sentì a disagio e si ravviò i lunghi ricci capelli castano-rossicci con una mano. Non è colpa mia se sono ridotta in questo stato, soppesò poi alzando il mento.

“ Sei tu Sofia la guaritrice?”, la interrogò il castellano.

“ Sì sono io”, rispose lei con tono di sfida.

In ogni caso mi bruceranno sul rogo qualsiasi cosa faccia o sostenga, pensò lei con gambe tremanti.

“ La gente del villaggio mormora che sei in grado di guarire tutte le ferite”, sostenne lui un po’ nervoso.

“ Sono solo una comune guaritrice,  non una fattucchiera”, puntualizzò lei con tono polemico.

Sofia non si sarebbe stupita della sua immediata condanna a morte, usualmente anche i cavalieri erano deferenti con il vecchio nobile. L’uomo la squadrò notando probabilmente il suo pallore e la sua magrezza. Sofia non era particolarmente bella, ma aveva un carattere forte, intensi occhi scuri e una massa indisciplinata di ricci rossicci.

“ Datele  da mangiare, un nuovo vestito e una ripulita. I cavalieri saranno di ritorno presto”, ordinò lui.

Sofia si domandò cosa centrasse lei con i guerrieri, fu accompagnata da una giovane serva in una stanza del castello e qui fu aiutata a fare il bagno in un mastello. L’acqua era gelida, tuttavia Sofia era abituata a lavarsi al torrente e non protestò.

“ Cosa accade?”, sondò lei mentre la serva la strigliava con un panno ruvido.

“ I cavalieri sono stati attaccati dagli esploratori imperiali di Federico I , uno dei falchi ha fatto ritorno al castello con una missiva”, le spiegò.

Allora non vogliono bruciarmi, non ancora almeno, pensò Sofia mentre la serva l’asciugava e vestiva con un abito semplice, poi la guidò in cucina per mangiare qualcosa. Come in ogni fortificazione della valle il luogo dove si cuoceva non era situato dentro il Mastio, ma in un edificio esterno, vicino alle stalle. Una volta fuori Sofia represse il desiderio di fuggire, i boschi erano vicini e se si fosse inoltrata in essi nessuno l’avrebbe più catturata. La serva la introdusse nella prima camera, lei fu sopraffatta da un’ondata di caldo e le gambe le cedettero.

“ Ti sentirai meglio dopo aver messo qualcosa sotto i denti”, le comunicò la cuoca che stava girando sullo spiedo un grosso cinghiale.

Sofia si sedette e la donna le offrì una minestra con dei pezzetti di carne di pernice. Lei la trangugiò tutta senza esitare, aveva una fame terribile.

“ Riaccompagnala dentro Lucilla”, ordinò poi questa alla serva.

Lucilla la spinse fuori, Sofia intravide l’armigero che stava a guardia della grata d’entrata, non riuscirei mai a superarlo, soppesò tristemente arrendendosi al suo destino e continuando a camminare.

“ Cosa ti serve per guarire?”, s’informò il castellano una volta ritornata nella sala affollata.

La guaritrice sollevò un sopracciglio stupita dalla domanda.

“ Borsa del Pastore, Pimpinella Maggiore, Coda cavallina per le emorragie; Pulsantilla, corteccia di betulla, Verbena, Centaurea minore per la febbre; olio di oliva e malva per disinfettare le ferite; infine coltelli affilati, ago, filo sottile di seta, dei tessuti per bendare e acqua calda per gl’infusi e impacchi”, elencò lei.

Sofia moriva dalla voglia di chiedergli chi era rimasto ferito nella battaglia, il castellano non sembrava interessato a comunicarglielo. Non farebbe tanto clamore se si trattasse di un semplice guerriero, dev’essere il figlio maggiore, ipotizzò lei. Che fine avrà fatto il cerusico?, rimuginò infine.

“  Mia signora Anna, procuratevi quanto richiede la guaritrice”, ordinò poi lui alla moglie.

La donna non s’azzardò a protestare, tutti avevano paura delle reazioni del castellano.

“ Sarà fatto mio signore”, disse lei inchinandosi e sparendo dalla vista.

La nobile dama era abbigliata anch’essa riccamente, l’abito lungo di lana pregiata metteva in evidenza la figura ancora aggraziata della donna. Dopo un’ora essa ritornò portando con sé un cesto e allungandolo a Sofia. Il contenitore era pieno di erbe medicinali, quelle che lei aveva richiesto.

“ Devo pulirle e prepararle per l’uso. Mi servirebbe dell’acqua”, s’azzardò ad affermare la giovane.

“ Luca scortala al pozzo e controlla che non fugga!”, ordinò il cavaliere Marco.

“ Sì, mio capitano”, replicò lui.

Sofia fu sospinta all’acqua e s’apprestò a svolgere il suo lavoro. Collocò con attenzione le droghe sul terreno della corte  e tirò su un secchio pieno di liquido. Sistemare le erbe le ricordò la madre morta l’anno precedente e lacrime di dolore le inondarono gli occhi scuri.

“ Sbrigati! I cavalieri feriti saranno qui presto”, le ordinò sgarbatamente l’armigero.

“ Ho terminato”, affermò lei riponendo le erbe  lavate nella cesta.

In quel mentre un suono di corno si udì nel bosco circostante.

“ I cavalieri sono qui! Aprite il cancello”, urlò Marco affiancato dal castellano.

La guardia girò la pesante ruota e la grata di ferro si alzò, subito dopo cinque cavalieri in cotta di maglia, armi ed elmo entrarono nella corte circondandoli. Uno di loro trascinava un destriero da guerra con in groppa un uomo svenuto.

“ Tiratelo giù e portelo nel Mastio”, ordinò il castellano.

L’uomo tolse l’elmo al cavaliere privo di sensi e Sofia notò che era il figlio maggiore del nobile feudatario. La guaritrice lo aveva intravisto solo una volta al villaggio, Fabio de Zane era di una bellezza da togliere il fiato, capelli mossi scuri con intensi occhi verdi da gatto. Lei li seguì affrettandosi e nessun armigero la fermò.

“ Nella sua camera presto”, comandò Aliostro de Zane.

Gli armigeri lo depositarono in un letto di legno, nella camera al primo piano. Sofia non aveva mai visto in vita sua un giaciglio con materasso imbottito di lana e le sue pupille si dilatarono. Lei era una serva della gleba e da quando la madre era morta lavorava in un appezzamento di terreno con un’altra famiglia. Tutti loro dormivano, mangiavano e cucinavano nella stessa stanza.

“ Togliete la cotta di maglia e le altre protezioni”, comandò sicura la giovane guaritrice riprendendosi.

Gli armigeri ubbidirono. Lo spogliarono dalla vita in su e la ragazza notò il legno di una cuspide spuntare da un fianco

“ Portatemi dell’acqua calda”, chiese poi a una serva presente.

“ Se perirà, morrai anche tu”, sostenne il ricco feudatario presente nella camera da letto.

Sofia non aveva dubbio in proposito, il castellano era noto per la sua crudeltà. La serva ritornò con il liquido caldo e lei s’apprestò a preparargli un infuso di Centaurea minore per combattere la febbre e impacco di Borsa del Pastore per arrestare la perdita di sangue.

“ Dovrò dilatare la fascia muscolare e sfilare la freccia. Perderà altro sangue, ma è necessario altrimenti morirà nel giro di altri due giorni”, affermò lei diretta al castellano.

“ Mia signora Anna sostenete la guaritrice”, ordinò alla moglie.

Speriamo che il dardo non abbia danneggiato gli organi interni, pregò lei mentre con l’aiuto della dama gli estraeva la freccia. La sedicenne disinfettò la lama con olio d’oliva e salvia, poi gli incise la carne per allargare la lesione, la dama tirò il bastone di legno e la cuspide uscì dal fianco. Il giovane cavaliere sobbalzò di dolore e aprì gli occhi febbricitanti. Sofia gli posò sulla ferita il preparato di Borsa del Pastore, quando il sanguinamento diminuì lo ricucì con ago e filo, infine lo bendò disinfettandolo ancora.

“ Avete cucito la ferita!”, esclamò sconvolto Aliostro de Zane.

Sofia si ravviò timorosa i ricci rossicci e lo guardò. Il nobile era sul punto di farla condannare a morte, lo sentiva e un brivido di terrore le scese lungo la spina dorsale.

“ Mia madre aveva notato che avvicinando i lembi di un taglio questi guariscono più velocemente”, cercò di spiegargli lei.

“ C’è altro che puoi fare?”, le domandò la contessa Anna de Zane interrompendola.

“ Posso somministrargli l’infuso di Centaurea Minore, gli abbasserà la febbre”, affermò riprendendosi lei.

Non è ancora morto, forse sopravviverà e io con lui, sperò Sofia.

La sedicenne non si staccò dal suo capezzale per una settimana dormendo quando poteva e preparando impacchi e infusi di ogni sorta. Finalmente in quinto giorno il cavaliere aprì gli occhi lucido e la fissò stupito.

“ Chi sei?”, sussurrò una mattina.

“ Mi chiamo Sofia, sono una guaritrice”, sorrise la ragazza, “ sono felice che vi siate ripreso”.

“ Vai a chiamare mio padre”, comandò lui osservandola meglio.

“ Sì mio signore”, replicò lei allontanandosi.

Dieci minuti più tardi il vecchio nobile si presentò nella stanza con lei.

“ Vedo che ti senti meglio figliolo”, si felicitò il padre.

“ Guarirò e non grazie al cerusico”, commentò ironico lui fissandola.

“ Non c’erano altri, lei era tutto ciò che disponevamo”, si difese il castellano.

I nobili non avevano molta considerazione per le donne, specialmente se povere serve della gleba.

“ Dobbiamo discutere di molte cose, riacquista forza e raggiungici in sala banchetti”, affermò infine il castellano.

Fabio de Zane accettò di rimanere a letto per altri due giorni, poi dolorante si alzò.

“ Mio signore la ferita si riaprirà”, lo sgridò  bonariamente lei.

Il cavaliere le sorrise e la ragazza lo trovò eccezionalmente attraente. Devo andarmene da questo posto prima che il nobile Fabio mi spezzi il cuore, rimuginò lei con istinto di autoconservazione. Una relazione tra un cavaliere e una popolana era impossibile, mai andava a finire bene.

“ Devo predisporre l’attacco al castello di Rivoli”, si giustificò il giovane guerriero.

La guaritrice sospirò e sconfitta lo accompagnò sorreggendolo nella sala banchetti.

“ Vai pure a mangiare e lavarti guaritrice Sofia”, la congedò Fabio.

La giovane si ritirò nella camera del castello destinata alla servitù e in un mastello fece il bagno, poi ritornò nella grande sala desiderosa di allontanarsi dalle grinfie del castellano. I cavalieri e armigeri stavano banchettando con cervo arrosto e verdure di stagione per festeggiare la guarigione del loro giovane signore. Molti di loro erano già ubriachi di buon vino fiore quando Sofia cercò di strisciare fuori non vista e di dileguarsi, ma il castellano la fermò.

“ Resta, il mio erede sta bene, vivrai, non ti farò bruciare sul rogo” , la sorprese alticcio il conte Aliostro.

“ Se insistete..”, commentò lei  rabbrividendo.

Sofia si sedette a tavola e accettò di bere un po’ di vino. Un presentimento le attraversò la mente e desiderò con tutta sé stessa lasciarli discutere tra loro di battaglie.

“ Chi porteremo ora in battaglia come medicus?”, sondò Marco, il cavaliere stempiato.

“ Osvaldo de Calari è stato ucciso nella scorsa imboscata e non ci sono altri in grado di sanare le lesioni di spada”, delucidò il vecchio conte.

“ Perché non Sofia?E’ molto brava”, la inchiodò Fabio sorridendole.

I due uomini fissarono il giovane combattente come se avesse perso la ragione, le donne non accompagnavano quasi mai gli uomini in battaglia. Sofia si agitò sulla sedia, più che mai ora desiderò fuggire lontano.

“E’ deciso, lei vi accompagnerà  in guerra”, decise Aliostro inaspettatamente.

La ragazza sgranò gli occhi terrorizzata, perché madre non mi avete insegnato a cucire e cucinare come a ogni giovane donna del villaggio? Sono sfuggita alla morte sul rogo per miracolo e ora perirò trafitta da una spada, se non peggio, s’incupì lei non potendo far altro che accettare.

Articolo di Giovanna Barbieri autrice del blog http://ilmondodigiovanna.wordpress.com/. Tutti i diritti riservati.

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