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domenica 12 maggio 2013

I RACCONTI DI CANTERBURY - FRAMMENTO 7- A SOR TOPAZIO

Ecco le allegre parole dell'Oste a Chaucer.

Terminato che fu il racconto di questo miracolo, avevano tutti un'espressione così seria, che a vederli c'era da farsene veramente meraviglia. Ma finalmente il nostro Oste prese a scherzare e, rivolgendosi per la prima volta a me, disse: «Che razza d'uomo sei?» fece. «Sembra che tu stia per scovare una lepre, da come tieni sempre gli occhi fissi a terra. Avvicinati, su, sii allegro! E voi, signori, attenzione, fate posto a quest'uomo! E' fornito di pancia proprio come son io: un tale bambolotto starebbe ben in braccio a qualunque donna, piccolo e bello com'è di viso. A vederlo, sembrerebbe un elfo, e infatti non fa discorsi con nessuno... Ehi, adesso tocca a te raccontar qualcosa, perché gli altri hanno già parlato: narraci dunque un bel racconto allegro, e sbrigati!»
«Oste,» dissi «non avertela a male, ma veramente racconti non ne so: conosco soltanto una poesia che imparai tanto tempo fa.»
«E vada per la poesia!» fece lui. «Vedrete che ora sentiremo qualcosa di speciale, a giudicare dalla sua faccia...»

SER TOPAZIO
Qui comincia il Racconto di Chaucer su Topazio.

LASSA PRIMA.
Su, signori, ascoltate,
Dirò cose veritiere:
L'allegria e le bravate
D'un bel prode cavaliere,
Che si batteva e torneava
E Ser Topazio si chiamava.
Era nato assai lontano,
Nelle Fiandre, oltre il mare,
Là a Poppering nel piano,
Da gran casta nobiliare:
Il suo babbo era un barone
E del paese era il padrone.
Ser Topazio crebbe aitante,
Con un bell'incarnatino,
Viso pane biancheggiante,
Labbra rosse color vino;
E vi dico, guarda il caso,
Ch'egli aveva un gran bel naso.
La sua barba zafferano
Gli arrivava alla cintura;
Lo stivale cordovano
E di Bruges la calza scura:
Tutta roba con i fiocchi,
Che costava dei baiocchi!
Del gran cervo a caccia andava,
Con in mano lo sparviere
Lungo i fiumi cavalcava,
Bravo pure come arciere,
Della lotta era campione
E vinceva ogni montone.
Dentro il letto le donzelle
Spasimavano allo scuro,
Senza sonno, poverelle,
Ma lui casto era, e puro:
Dolce come rosellina
Dalla bacca porporina.
Or vi dico senza fallo
Che un giorno, cavalcando,
Con il bigio suo cavallo
Ser Topazio stava andando:
Una lancia avea in mano
E una spada sul pastrano...
Entrò in una selva bella,
Tutta piena d'animali,
Con la lepre e la gazzella
Lungo i punti cardinali,
Ma fu preso lì per via
Da una gran malinconia.
V'eran erbe ed arboscelli,
Liquorizia e valeriana,
Poi garofani e fastelli,
Noce mosca con genziana,
Che, sia molle oppur asciutto,
Serve un poco dappertutto...
Cinguettavano gli uccelli,
Lo sparviero e il pappagallo,
Tutti allegri e tutti belli,
E zirlava il tordo giallo;
Pur la tortora fra i rami
Gorgheggiava con ricami.
A quel canto tutt'a un tratto
Ser Topazio, spasimando,
Die' di sprone com'un matto,
Il destriero suo incitando,
Ch'era molle di sudore,
Sangue ai fianchi... uno squallore!
Pur Topazio stanco era
D'equitare per il bosco,
E la pena sua sì fiera,
Ch'ei smontò là sul posto,
Il cavallo suo lasciando
Che brucasse riposando.
«Maria santa benedetta,
Perché questo mal d'amore
A me porta tal disdetta?
Questa notte nel sopore
Ho sognato ch'una fata
Di me fosse innamorata...
Sì, una fata voglio amare,
Perché al mondo non v'è donna
Con cui possa io campare
Sempre stretto alla sua gonna!
La regina delle fate
Cercherò per le vallate!»
Rimontò sulla sua sella
E partì fra siepi e sassi
A cercare la sua bella
Cavalcando a grandi passi.
Trovò infin nelle vallate
Il paese delle fate:
Ma deserto e sì selvaggio,
Che né donna né bambino
Era in tutto quel villaggio,
Che gli andasse da vicino.
Finché venne un gran gigante,
Che Olifante si chiamava:
«Per il dio Termagante,
Ehi, ragazzo,» gli sbraitava
«Via di qui senz'alcun fallo,
o t'ammazzo il tuo cavallo!
Te lo prenderò a mazzate
Se di qui non te n'andrai,
E la regina delle fate
Dai suoi canti distrarrai!»
«Ch'io possa prosperare»
Disse il giovane cortese
«Io diman ti vo' incontrare
Corredato d'ogni arnese:
E "par ma foi" tu vedrai
Che di lancia la pagherai!
Pria ancor che sia giorno
Io lo sterno t'avrò infilzato
E ferito tutt'intorno
E del tutto trucidato!...»
Ser Topazio lesto arretra
E il gigante con la fionda
A lui scaglia una gran pietra
Che per poco non l'affonda:
Per miracolo s'è salvato
Ed il pericolo ha scansato!
Or, messeri, il mio racconto
Più allegro d'un fringuello,
Vi continuo... e vi do conto
Di Topazio dal fianco snello
Che per valle e per altura
Se ne torna fra le sue mura.
Indi ai suoi fa preparare
Grandi giochi e grandi feste,
Perché poi dovrà affrontare
Un gigante con tre teste,
Per la gloria e per l'amore
D'una dama ch'è uno splendore.
«Deh, venite, menestrelli,»
Egli dice «e trovatori,
E a me dite racconti belli
Sia d'armi che d'amori,
E romanzi che sian regali,
Pur con papi e cardinali...»
A lui portano il vin dolce
E una coppa d'idromele,
Pan di zenzero agrodolce
E di spezie gran miscele,
Liquorizia e pur comino
E poi zucchero assai fino.
Copre poi la bianca pelle
Con un chiaro pannolino,
Con le brache e le bretelle
E pur anche un casacchino;
E sul cuore una gran maglia
Per difendersi in battaglia.
E l'usbergo assai vistoso,
Riccamente damascato,
Pur di ferro poderoso,
Lo ricopre sul costato,
Cui la cotta dà di piglio,
Tutta bianca come un giglio.
D'oro rosso sfolgorante
E' lo scudo col cinghiale
E un carbonchio luccicante:
Del gigante a lui non cale...
Giura inver su birra e pane:
Sarà morto là dimane!
I gambali di vacchetta
Ed il fodero d'avorio;
L'elmo fatto a bacinetta,
Di tricheco il sospensorio;
Briglia tutta risplendente
Come luna o sol lucente.
La sua lancia di cipresso,
Minacciosa e senza pace,
Appuntita sta a un dipresso
Del corsiero color brace;
Ed ecco infin che d'ambiatura,
Calma e placida andatura,
Parte e va dal suo paese...
E qui termina la prima lassa,
Ma al vostr'animo cortese
Scioglier voglio la matassa.
LASSA SECONDA.
Deh, silenzio, "par charité",
Nobildonna e cavaliere!
Date ascolto, per mia fé,
A me vostro novelliere
Di battaglie e spacconate
E di dame innamorate...
I romanzi con ardore
Di Horn parlano e d'Ipotis,
Di Ser Guy e di Ser Bevis,
Ma è Topazio tuttavia
Il gran fior di cavalleria!
Che ora inforca il suo corsiere
E fugge via rapidamente
Come vampa da un braciere,
Col cimiero preminente
Che del giglio ha il candore...
Dio lo salvi dal disonore!
Corre e va quel prode errante,
Mai non dorme sotto un tetto,
Sol dall'elmo suo brillante
E dal cappuccio egli è protetto;
E il corsiero senza fiato
Mangia un poco lì nel prato.
Beve anch'egli acqua di fonte
Come Parsifal il prode,
Tutto armato fino in fronte
Finché un giorno...


Qui l'Oste interrompe Chaucer nel suo Racconto su Topazio.
«E finiscila, basta, cospetto di Dio!» disse il nostro Oste. «M'hai talmente stufato con le tue stupidaggini, che, Dio mi benedica l'anima, mi fanno male le orecchie a forza di sentire i tuoi brodolosi discorsi. Al diavolo la tua cantilena! Questa è proprio una rima da cani!»
«Ma come!» feci io «perché te la prendi con me più che non con gli altri? Questa è la miglior cosa ch'io conosca!»
«Perdio» disse lui «se proprio lo vuoi sapere, la tua lercia cantilena non vale uno stronzo! Tu non fai che perder tempo... In poche parole, signor mio, la devi smettere di far rime! Vediamo, invece, se ci sai raccontare una storia come si deve, narrandoci in prosa qualcosa d'allegro e istruttivo...»
«E va bene» dissi «santa passione di Dio! Vi racconterò una cosetta in prosa che dovrebbe piacervi, penso: se no, vuol proprio dire che siete incontentabili. Si tratta d'un racconto morale e virtuoso, che già altri hanno narrato, ma in modo diverso... Mi spiego. Voi sapete, per esempio, che ciascun evangelista, narrando la passione di Gesù, non dice esattamente tutto quello che dicono gli altri suoi colleghi. Eppure sono tutti animati dall'intenzione di riferire il vero, e vi riescono benissimo, pur mantenendo ciascuno il suo modo di raccontare... Questo dice qualcosa in più, quello qualcosa in meno, narrando quella straziante passione (mi riferisco a Marco, Matteo, Luca e Giovanni), ma indubbiamente il senso è uno solo. Perciò, signori miei, mi raccomando, se vi sembra ch'io cambi troppo il mio discorso e se, per esempio, cito un maggior numero di proverbi di quanti prima forse avete già udito, comprimendoli in questo mio trattatello, per dar maggior forza ed efficacia al mio argomento, se non uso proprio le stesse parole che forse già avete sentito, ebbene, vi prego tutti, non condannatemi: per quanto infatti riguarda il senso, vedrete che non è troppo diverso da quello del breve trattato da cui questo allegro mio racconto ho ricavato. Ascoltate, dunque, quel che sto per narrarvi, e questa volta, per favore, lasciatemi finire!»

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