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domenica 12 maggio 2013

I RACCONTI DI CANTERBURY - FRAMMENTO 7 - IL RACCONTO DEL CAPPELLANO DELLA MONACA

«Oh» fece il Cavaliere «con ciò, buon messere, basta! Quel che avete detto è sufficiente, via, e assai di più, poiché un poco di gravezza è per molti già abbastanza, credo. Per mia parte è una gran pena sentir parlare d'uomini di gran ricchezza e agio improvvisamente, ahimè, caduti! Al contrario è una gran gioia e un gran conforto, quando un uomo di povero stato sale in alto, fa fortuna e in prosperità rimane. Questa sì che è cosa lieta, penso, e di tal cosa sarebbe bene parlare.»
«Sì, sì» intervenne il nostro Oste «per la campana di San Paolo, avete proprio ragione! Blatera forte questo Monaco: ha parlato della fortuna che s'è coperta non so che cosa con una nuvola e giusto ora vi ha fatto sorbire perfino una tragedia. Ma, perdio, quel che è stato è stato: non serve frignare e lamentarsi; e poi, come avete detto voi, fa pena sentir sempre parlare di tristezze. Dunque smettiamola, messer Monaco! Che Dio vi benedica, ma il vostro racconto annoia tutta la compagnia: son discorsi a farfalla senza alcun sugo o divertimento. Perciò, messer Monaco o, meglio per nome, don Pietro, di tutto cuore vi prego di narrarci qualche altra cosa perché, vi assicuro, se non fosse stato per il tintinnìo dei campanelli che pendono da ogni parte della vostra briglia, Cristo re del cielo morto per noi, sarei già cascato per il sonno, quantunque il fango non sia mai stato tanto alto, e allora tutto il vostro racconto sarebbe stato inutile. Difatti, come dicono i dotti, parlare quando il pubblico se n'è andato è proprio tutto fiato sprecato. Eppure vi assicuro che, quando una cosa è ben raccontata, ne afferro subito la sostanza. Via, messere, vi prego, parlateci un po' d'uccellatura ...»
«No» disse il Monaco «non ho alcuna voglia di scherzare. Racconti pure qualcun altro, per conto mio ho finito...»
Allora il nostro Oste, con tono rozzo e tracotante, si rivolse prontamente al Cappellano della Monaca e gli disse: «Tu prete, avvicinati, vieni qui don Giovannino, raccontaci qualcosa che ci allieti il cuore, e stai allegro, pur se sei a cavallo d'una tal rozza... Che t'importa se il tuo ronzino è magagnoso e striminzito? Purché ti serva, fattene una fava, e bada sempre d'aver contento il cuore...».
«Signor sì» fece quello «sì, Oste, cercherò... e se non sarò abbastanza allegro, eccomi pronto a farmi biasimare!» E sturò subito il suo racconto, questo soave prete, questo bravuomo di don Giovannino, narrando a tutti quanto segue.

EXPLICIT.

RACCONTO DEL CAPPELLANO DELLA MONACA
Qui comincia il Racconto del Cappellano della Monaca su Gallo Cantachiaro e Gallina Pertelota.

Una povera vedova, piuttosto avanti con gli anni, abitava un tempo in un'angusta capanna vicino a un bosco in una valle. Questa vedova, di cui vi parlo in questa mia storia, dal giorno in cui aveva cessato d'esser moglie, conduceva pazientemente una vita molto semplice, avendo beni e redditi piuttosto scarsi: pure, economizzando quello che Dio le mandava, riusciva a mantenere se stessa e le sue due figlie. Aveva tre grosse scrofe, tre mucche e una pecora che si chiamava Malle. Il suo cunicolo era tutto fuligginoso, e così l'atrio dove lei mangiava i suoi magri pasti. Di salsa piccante non gliene occorreva neppure un briciolo, né mai le passava nel gargarozzo un bocconcino delicato; la sua dieta s'accordava in tutto alla sua tasca. Mai che si sentisse male per imbarazzo di stomaco... tutta la sua medicina consisteva in cibo misurato, moto e cuorcontento. La gotta non le impediva per nulla di danzare, né l'apoplessia le dava il mal di capo; vino non ne beveva mai, né bianco né rosso; la sua mensa era per lo più imbandita di bianco e di nero, cioè di latte e pan scuro in cui non trovava mai difetto, pancetta rosolata e qualche volta un uovo o due... Era in effetti una specie di lattaia.
Aveva un cortile, circondato tutt'intorno di pali, con all'esterno un fossato asciutto, e in questo cortile teneva un gallo chiamato Cantachiaro, che in quanto a cantare davvero non aveva pari in tutta la regione... La sua voce era più allegra dell'organo che suonava festoso in chiesa nei giorni di messa; più esatto il suo canto dentro il pollaio di qualsiasi orologio o meridiana di badia. Conosceva per istinto ogni ascensione equinoziale in quel villaggio e, appena ascesi quindici gradi, ecco che cantava senza che vi fosse possibilità di errore. La sua cresta era più rossa del corallo fino e merlata come la muraglia di un castello. Il suo becco era nero e luccicava come il giavazzo; le zampe e gli speroni erano aguzzi, le unghie più bianche del fiore di giglio, e le sue penne parevano d'oro brunito. Questo nobile gallo aveva a sua disposizione, per ogni suo sollazzo, sette galline, che gli erano sorelle e amanti, straordinariamente simili a lui nei colori. Di queste, quella con la più bella sfumatura sul gozzo si chiamava damigella Pertelota. Cortese, discreta, educata e di compagnia: fin da quando era toccata a lei la settima notte, si era comportata così bene da conquistare caldo caldo il cuore di Cantachiaro, avvincendolo in ogni sua fibra; e egli tanto l'amava da provarne felicità perfetta. Era una gioia sentirli cantare, quando il bel sole cominciava a spuntare, in dolce armonia: «L'amor mio se n'è andato!»... A quei tempi, infatti, da quanto ho capito, le bestie e gli uccelli sapevano cantare e parlare.
E così accadde che un giorno, all'alba, mentre Cantachiaro se ne stava appollaiato fra tutte le sue mogli sulla stanga nell'atrio, e accanto gli si era accoccolata la bella Pertelota, Cantachiaro, dicevo, incominciò a lamentarsi nel gargarozzo, come uno che in sogno sia molto turbato.
Sentendolo così crocidare, Pertelota si spaurì e gli disse: «Cuor mio caro, che cosa vi tormenta per lamentarvi in questo modo? Siete un vero dormiglione, su, vergogna!».
Ed egli le rispose dicendo: «Madama, vi prego di non averla a male. Perdio, sognavo di trovarmi in tale sventura, proprio ora, che ho ancora il cuore pieno di spavento. Oh, Signore,» continuò «fa' che il mio sogno mi porti bene, e libera il mio corpo dall'orrida prigione! Sognavo di camminare su e giù per il nostro cortile, quando vidi una bestia che somigliava a un cane e voleva saltarmi addosso e sbranarmi. Era d'un colore tra il giallo e il rosso, mentre la punta della coda e delle due orecchie era screziata di nero, diversa dal resto del suo pelo... Un muso affilato, due occhi ardenti e uno sguardo che quasi mi fa morire di spavento. Ecco perché mi lamentavo».
«Ma via!» ella esclamò. «Vergognatevi, siete senza coraggio!» E soggiunse: «Ah, Dio del cielo, ormai avete perduto il mio cuore e tutto il mio amore! In fede mia, io non posso amare un vile. Difatti, checché ne dica qualche donna, noi tutte desideriamo, se possibile, aver mariti arditi, saggi, generosi e riservati, non taccagni o balordi, paurosi di maneggiare un qualunque arnese, oppure fatui, per Dio del cielo! Vergogna, come osate confessare al vostro amore che qualcosa possa incutervi paura? Non avete cuor virile, e portate ancora la barba? Ah, come potete aver paura dei sogni? Nel sogno, Dio lo sa, non v'è altro che illusione. I sogni si generano da pesantezza di stomaco e spesso, quando vi sono in corpo troppi umori, da vapori e complessioni. Il sogno che avete fatto stanotte deriva certamente da gran sovrabbondanza di rossa collera che, perdio, fa spaventare la gente con sogni di frecce, rosse vampe di fuoco, bestie rosse che vogliono mordere, liti, e cani grossi e piccini; proprio come l'umor malinconico fa urlare nel sonno molte persone, spaventandole con orsi neri, tori neri o diavoli neri che le vogliono afferrare. Vi potrei parlare anche di altri umori che a molti fanno fare brutti sogni, ma, se permettete, vorrei sorvolare. Ecco, pensate a Catone che era un uomo tanto saggio: non disse forse che dei sogni non bisogna preoccuparsi? Perciò, messere» ella continuò «appena voliamo giù da queste stanghe, per amor di Dio, prendetevi subito qualche lassativo! A costo di dar l'anima e la vita, voglio consigliarvi quello migliore, che, senza mentire, vi purghi sia dalla collera che dalla malinconia; e perché non dobbiate perdere tempo voi, dato che in questo villaggio non c'è neppure una spezieria, v'istruirò io stessa in erbe che vi daranno salute e benessere, e troverò nel nostro cortile certe erbe che per natura hanno la proprietà di purgarvi sia di sotto che di sopra... Non dimenticate, per amor di Dio, che voi siete molto collerico di complessione! Attento che il sole, nella sua ascensione, non vi trovi pieno di umori caldi; se no, non scommetto neppure un soldo che vi viene una febbre terzana o una malaria che vi porta all'altro mondo! Per un giorno o due dovrete prendere dei digestivi a base di lombrichi, poi i vostri lassativi di lauro, centaurea e fumaria, oppure dell'ellèboro che cresce qui vicino, di catapuzia o di spino cervino, d'erba edera che si trova nel cortile ed è così buona! Beccate mentre son lì che crescono, e poi giù! Allegro, marito mio, per la stirpe di vostro padre! Non abbiate paura dei sogni! Di più non so che cosa dirvi...».
«Madama» rispose egli «grazie molte per le vostre istruzioni. Però, riguardo a messer Catone, così famoso per la sua saggezza, quantunque egli consigli di non aver paura dei sogni, perdio, nei vecchi libri si può leggere di uomini più autorevoli ancora di Catone, i quali, mi venga un po' di bene, affermano tutto il contrario della sua sentenza, avendo trovato che in realtà i sogni sono presagi della gioia e del dolore che la gente prova in questa vita. Non occorre alcuna discussione: la vera prova si dimostra con i fatti... Uno degli autori maggiormente letti dice così, che una volta due amici andarono insieme, di comune accordo, in pellegrinaggio, e giunsero per caso in una città dove c'era un così grande raduno di gente e una tale scarsità di alloggi, che non riuscirono a trovare neppure una capanna in cui albergare. Perciò dovettero necessariamente per quella notte separarsi, e ciascuno andò in una locanda diversa, prendendo l'alloggio che gli capitò: uno andò a finire in una stalla, in fondo a un cortile, insieme con dei buoi d'aratro; l'altro fu alloggiato abbastanza bene, come volle il caso o la fortuna, che comunemente ci governa tutti. E così avvenne che, molto prima di giorno, quest'ultimo dormendo nel suo letto sognò che il suo compagno lo chiamasse, dicendo: 'Ahimè, stanotte in una stalla di buoi verrò nel sonno assassinato! Aiutami, fratello caro, prima ch'io sia morto! Presto, corri qui da me!». Costui dal sonno sobbalzò con paura, ma, appena sveglio, si voltò senza farvi più caso, pensando che il suo sogno non fosse che un'illusione. Così, dormendo, sognò ancora per due volte: alla terza, gli parve che il suo compagno venisse a dirgli: 'Ormai sono stato ucciso. Guarda che profonde ferite sanguinanti, ancora aperte! Alzati presto domattina all'alba e recati alla porta occidentale, della città' soggiunse 'là vedrai un carro colmo di letame dentro il quale è nascosto il mio cadavere: ferma quel carro senza timore. A dire il vero, fu il mio denaro a provocare la mia morte'. E punto per punto gli narrò com'era stato ucciso, con volto pietosissimo, pallido di colore. E in realtà il suo sogno risultò veritiero. Difatti l'indomani, appena fu giorno, quello andò alla locanda dell'amico e, giunto presso la stalla dei buoi, si mise a chiamarlo. Il locandiere gli rispose subito dicendo: 'Signore, il vostro amico è già partito; faceva appena giorno che già era fuori di città'. L'uomo incominciò a insospettirsi, ripensando ai sogni che aveva fatto e, senza più indugiare, andò direttamente alla porta occidentale della città e vi trovò un carro di letame che pareva diretto a concimare dei campi, proprio come lo aveva descritto il morto. Facendosi coraggio, si mise a gridar vendetta e giustizia per questo misfatto: 'Proprio stanotte è stato assassinato il mio amico ed ora qui giace supino a bocca aperta in questo carro. Ehi, voi ufficiali!' chiamò. 'Voi che avete in mano il governo della città, aiuto! Ahimè, qui giace il mio compagno ucciso!' Che altro dovrei aggiungere a questa storia? Il popolo si levò e rovesciò a terra il carro, e in mezzo al letame venne trovato il morto da poco assassinato... Dio benedetto, tu che sei giusto e vero, ecco che sempre scopri il delitto! Giorno per giorno, tutto viene fuori. Il delitto è così odioso e abominevole a Dio, che nella sua giustizia e ragionevolezza non sopporta di lasciarlo nascosto, anche se può aspettare che passi un anno o due, o anche tre. Alla fine il delitto è sempre scoperto: questa è la mia conclusione. E difatti gli ufficiali della città acciuffarono immediatamente il carrettiere e lo sottoposero a tortura, e così fecero con il locandiere, finché non confessarono la loro scelleratezza, e vennero appesi per il collo. Di qui si può vedere che dei sogni bisogna aver paura, e come!... Leggo, infatti, nello stesso libro, proprio nel capitolo seguente, e non lo dico così per mio piacere e godimento, che due uomini volevano attraversare il mare per recarsi, per certi motivi loro, in un paese assai lontano, se non che il vento era stato contrario e li aveva costretti a sostare in una città che sorgeva molto allegra lungo un golfo. Ma un giorno, verso sera, il vento cominciò a cambiare, soffiando nella direzione che essi volevano. Felici e contenti, andarono a riposare, e decisero di salpare molto di buon'ora. Ecco però che a uno di essi accadde un fatto molto strano. Stava dormendo, quando, poco prima di giorno, ebbe una visione sorprendente... Gli parve che un uomo stesse là, in piedi, presso il letto, e gli ordinasse di non partire, dicendo: 'Se partirai domani, verrai affondato. Questo è tutto'. Si svegliò di soprassalto e riferì al suo compagno quel che aveva sognato, pregandolo di rimandare il viaggio, implorando di restare almeno per quel giorno. Il suo compagno, che giaceva in un letto accanto, si mise a ridere e a canzonarlo: 'Nessun sogno' gli disse 'riuscirà a mettermi nel cuore tanta paura, da farmi smettere di badare ai miei interessi. Al tuo sogno non do il peso d'una paglia secca, perché i sogni non sono che illusioni e buffonate. Tutti i giorni la gente sogna civette, scimmie e molte altre stramberie; sogna cose mai esistite e che non esisteranno mai. Però, visto che tu vuoi startene qui, ben felice di perdere il tuo tempo, Dio sa che mi dispiace, ma io ti saluto!'. Congedandosi in questo modo, se ne andò per la sua strada. Ma non era giunto neppure a metà della sua rotta che, non so perché né come l'incidente capitasse, improvvisamente si spaccò la carena, e uomo e nave affondarono in mare, proprio in vista d'altre navi non lontane che navigavano con lui seguendo la stessa marea... Ecco, mia cara Pertelota, da questi antichi esempi potete imparare che nessuno dovrebbe mai essere troppo indifferente ai sogni, perché vi assicuro che molti sogni sono veramente da temere. Guardate, nella vita di San Chenelmo, figlio del nobile Chenulfo re della Mercia, leggo come anch'egli sognasse di qualcosa; anzi, proprio prima di morire assassinato, un giorno vide in sogno il suo uccisore. La sua nutrice gli spiegò la visione in ogni dettaglio e lo mise in guardia dal tradimento, ma egli non aveva che sette anni, ed essendo puro di cuore, non badava gran che ai sogni... Darei, perdio, la mia camicia se anche voi aveste letto la sua storia come l'ho letta io! Madama Pertelota, vi assicuro che Macrobio, colui che descrisse la visione avuta in Africa dal nobile Scipione, nei sogni ci crede e sostiene che sono presagi di cose che in seguito si avverano. Ma poi, vi prego, guardate bene nel Vecchio Testamento se Daniele considerava i sogni delle illusioni; leggete anche di Giuseppe, e vedrete che i sogni sono talvolta, non dico sempre, presagi di cose che devono in seguito accadere. Guardate il re d'Egitto, messer Faraone, il suo fornaio e il suo maggiordomo, se i non risentirono nessun effetto dai sogni... Chiunque abbia voglia, d'indagare negli annali di diversi regni, può leggere sui sogni cose straordinarie. Pensate a Creso, re di Lidia; non sognò di sedere sopra un albero, il che significava che sarebbe stato impiccato? Ed ecco Andromaca, la moglie di Ettore, che proprio il giorno in cui Ettore avrebbe perso la vita, anzi la notte prima, sognò esattamente che la vita di Ettore avrebbe avuto fine, se quel giorno egli fosse entrato in battaglia; e lo mise in guardia, ma non valse a nulla, perché egli andò ugualmente a combattere e venne subito ucciso da Achille... Ma è una storia troppo lunga da raccontare, e ormai è quasi giorno: non posso più restare. Insomma, per farla breve, io vi dico che per questo mio sogno avrò qualche disgrazia, e vi dico pure che non ci tengo a prendere dei lassativi, perché sono velenosi, io lo so; non me ne fido e non mi piacciono affatto! Ma parliamo ora di cose allegre e smettiamola con tutto questo. Madama Pertelota, così io sia beato, di una cosa Dio è stato largo nel farmi grazia, perché appena vedo la bellezza del vostro volto, voi diventate d'un rosso così scarlatto intorno agli occhi da far svanire ogni mia paura. E proprio vero che "in principio mulier est hominis confusio!" Il significato di questo latino, madama, è che la donna è la gioia dell'uomo e ogni sua benedizione. Quando, infatti, di notte sento il vostro morbido fianco, quantunque allora io non possa cavalcarvi, essendo il nostro posatoio, ahimè, troppo stretto, mi sento così pieno d'allegria e di conforto, da sfidare tutti i sogni e le visioni!»
Così dicendo, volò giù dalla stanga, perché ormai era giorno, e con lui tutte le galline. E con uno schiocco si mise a chiamarle perché aveva trovato un chicco per terra nel cortile. Veramente regale, senza più alcuna paura, per venti volte sbeccuzzò le piume a Pertelota e altrettante volte la montò, prima ancora che fossero le nove. Sembrava proprio un superbo leone, e incedendo sugli sproni avanti e indietro, pareva si sdegnasse di posare a terra le sue zampe. Chioccolava a ogni chicco che trovava, e a lui correvano tutte le sue mogli. Regale dunque come un principe nel suo castello, lo lascerò al suo pascolo, questo Cantachiaro, per raccontarvi invece la sua avventura.
Era dunque già passato il mese in cui ebbe inizio il mondo, quel mese chiamato Marzo in cui Dio creò il primo uomo, e da Marzo eran già passati trentadue giorni, quando Cantachiaro in tutta la sua baldanza, con le sue sette mogli che gli camminavano al fianco, volse lo sguardo al sole splendente, che nel segno del Toro aveva percorso ventun gradi e poco più, e comprese per istinto, e non per alcuna scienza, ch'erano le nove in punto, e allora si mise allegramente a cantare. «Il sole» disse «è salito in cielo quarantun gradi e più. Madama Pertelota, gioia del mio mondo, sentite questi beati uccelli come cantano e guardate i freschi fiori come spuntano. Ho il cuore pieno d'allegria e contentezza!»
Ma improvvisamente gli accadde un triste fatto, giacché sempre la gioia va a finire nel dolore... Dio sa che la gioia di questo mondo è presto andata, e uno scrittore, che sapesse ben comporre, potrebbe scriverlo sicuramente in cronaca come sovrana annotazione. Mi ascolti bene chi è saggio: vi assicuro che questa storia è vera, quant'è vero il Libro di Lancellotto del Lago, tenuto in così grande riverenza dalle donne ... Torniamo dunque al nostro racconto.
Una volpe carboncina, piena di scaltra iniquità, che da tre anni viveva dentro il bosco, premeditando il colpo con fervida immaginazione, quella notte attraverso la siepe era penetrata nel cortile dove era solito riparare il bel Cantachiaro con le sue mogli, e se ne stava quatta quatta in un'aiuola di verdura, aspettando che, passato il primo mattino, giungesse il momento per slanciarsi su Cantachiaro, ed era di buon umore, come tutti gli assassini quando si mettono in agguato per ammazzar la gente... O falso traditore, rintanato dentro il covo! O nuovo Iscariota, nuovo Ganellone, falso dissimulatore, o greco Sinone, che trascinasti Troia nel più profondo dolore! Povero Cantachiaro, maledetta la mattina in cui dai travi volasti nel cortile! Eppure sì ch'eri stato avvertito dai tuoi sogni, che quel giorno sarebbe stato per te pericoloso. Ma ciò che Dio ha predisposto deve necessariamente accadere: questa è l'opinione di molti dotti. Chi è perfetto chierico lo può testimoniare, che nelle scuole v'è gran diverbio su questo argomento, e gran disputa v'è stata fra centomila uomini. Ma io non so vagliare la materia, come sa il santo dottore Agostino o Boezio o il vescovo Bradvardino, se cioè la grande prescienza di Dio mi costringa di bisogno a fare una cosa (e per bisogno intendo semplice necessità) o se altrimenti mi sia concessa libera scelta di fare o di non fare quella determinata cosa, pur se Dio la conosca ancor prima che sia compiuta, oppure se la sua prescienza non mi costringa affatto, tranne che per necessità condizionale. Io non voglio aver nulla a che fare con l'argomento: il mio, come potete udire, è il racconto d'un gallo che disgraziatamente seguì il consiglio di sua moglie, di scendere nel cortile proprio il mattino in cui aveva fatto il sogno che vi ho detto. I consigli delle donne spesso sono fatali: fu il consiglio di una donna che per primo ci portò al dolore e fece scacciare Adamo dal paradiso dove egli era contentissimo e se ne stava molto bene... Ma poiché non so a chi potrei dispiacere biasimando i consigli delle donne, passateci sopra, l'ho detto scherzando! Leggete semmai gli scrittori che trattano tale argomento, e potrete sentire che cosa dicono delle donne. Queste erano parole del gallo, non mie: io non posso pensar male di alcuna donna.
Bella nella sabbia, a bagnarsi lietamente, giaceva Pertelota, con tutte le sue sorelle, al sole, e il gagliardo Cantachiaro cantava più lieto della sirena in mare; eppure il "Fisiologo" dice sicuramente ch'esse cantano bene e con letizia. E così accadde che, volgendo lo sguardo a una farfalla fra la verdura, egli vi scorse la volpe che se ne stava tutta quatta. Gli passò di colpo la voglia di cantare, ma "croc croc" si mise a strepitare, e sussultò colpito al cuore dallo spavento. È naturale che una bestia cerchi di fuggire appena scorge il suo nemico, anche senz'averlo mai visto prima con i propri occhi. Così Cantachiaro, appena riconobbe la volpe, fece per fuggir via, ma quella subito gli disse: «Gentil messere, ohibò, dove volete andare? Avete forse timore di me che sono vostro amico? Ma via, sarei peggio d'un demonio se intendessi recarvi danno o villania. Non sono venuto a carpirvi alcun segreto, ma vi assicuro che l'unico motivo della mia venuta era di sentire come cantavate. In verità avete una voce così deliziosa che pare quella di un angelo del cielo. Avete più sentimento per la musica voi che Boezio o chiunque sappia cantare. Messere, vostro padre (Dio benedica l'anima sua!) e anche vostra madre ebbero la compiacenza di venire a casa mia, con mia gran soddisfazione; e certo, messere, sarei ben lieto di compiacere pure voi... Ma giacché si stava parlando di bel canto, vorrei dirvi (e ch'io perda ambedue gli occhi se non dico il vero!) che, eccetto voi, non ho mai sentito cantare come faceva vostro padre al mattino: tutto quello che cantava gli saliva proprio dal cuore. E per rinvigorire ancor più la sua voce, faceva un tale sforzo, che doveva chiudere tutti e due gli occhi, e allora sì che gridava forte, stando ritto sugli speroni e tendendo bene il suo collo lungo e sottile. Ed era pure d'una discrezione tale, che nessuno in qualsiasi regione lo superava nel canto o per saggezza. Ho ben letto, nei versi di "Don Brunello l'Asino", come ci fosse una volta un gallo che, colpito a una zampa da un figlio di prete ch'era giovane e insensato, gli fece perdere il suo beneficio. Ma certo non v'è paragone fra la saggezza e la prudenza di vostro padre e l'astuzia di costui. Ed ora cantate, messere, per santa carità! Vediamo: siete capace d'imitare vostro padre?».
Cantachiaro si mise a battere le ali, come chi non sappia più capire d'esser tradito, tanto è ormai affascinato dall'adulazione... Ahimè, signori miei, vi sono molti falsi adulatori nelle vostre corti e molti garbuglioni che vi compiacciono assai di più, in fede mia, di chi vi dica con franchezza il vero. Leggete il "Qoèlet", riguardo all'adulazione, e guardatevi, signori, dal loro tradimento!
Cantachiaro, dunque, si rizzò alto sugli speroni, allungò il collo, chiuse gli occhi e si mise a cantar forte chicchirichì. Pronta, la volpe messer Rossello fece un balzo, azzannò Cantachiaro per il gargarozzo e, buttandoselo sulle spalle, via verso il bosco se lo portò, senza che nessuno la vedesse.
Oh, inevitabile destino! Ahimè, perché Cantachiaro scese dal trave? Ahimè, perché sua moglie non prestò fede al sogno? E proprio di venerdì doveva capitare la disgrazia! O Venere, dea del piacere, Cantachiaro era tuo servo e fece al tuo servizio quanto poté, più per tuo diletto che per moltiplicare il mondo, perché permettere ch'egli muoia proprio nel giorno a te dedicato? O Goffredo, mio caro sovrano maestro, tu che, quando il nobile re Riccardo venne ucciso al primo colpo, con dolore tanto acerbo lamentasti la sua morte, perché non ho io la tua arte e la tua dottrina per rampognare venerdì come tu facesti? Proprio di venerdì infatti anch'egli venne ucciso. Allora sì che potrei dimostrare di saper lamentare lo spavento e il dolore di Cantachiaro.
Di certo, tal grido o lamento non fu mai fatto dalle dame quando venne vinta Ilio, e quando Pirro a spada tratta prese re Priamo per la barba, e lo scannò, come ci narra l'"Eneide", quale fecero le galline tutte del recinto, allor ch'ebbero di Cantachiaro tale vista. Ma sovranamente strillò madama Pertelota, ben più forte della moglie d'Asdrubale, (16) quando il marito perdette la vita, e i romani incendiarono Cartagine, la quale, al colmo del tormento e della furia, spontaneamente balzò nel fuoco e, con cuore saldo, si lasciò bruciare. O dolenti galline, proprio così gridaste, come a Roma, allorché Nerone incendiò la città, gridarono le mogli dei senatori, quand'ebbero perduta la vita tutti i mariti loro, senza colpa da Nerone trucidati! Ma torniamo al nostro racconto.
La vedova povera e le sue due figlie, sentendo le galline gridare e lamentarsi, balzarono subito fuori dalla porta; e, vedendo la volpe andare verso il bosco e portarsi via il gallo sopra la schiena, si misero a strillare: «Fuori! aiuto! ahimè! ehi, ehi, la volpe!», E via di corsa ad inseguirla, e con bastoni anche molti altri uomini. Corse Colle il nostro cane, corse Talbot con Gerlando, come pure la Marietta, con il fuso ancora in mano; corse la mucca e corse il vitello, corsero via perfino i porci, spaventati dall'abbaiar dei cani e dalle grida di uomini e donne: corsero tanto che lor pareva che il cuore si spezzasse. E urlavano come diavoli all'inferno; schiamazzavano le anitre come se volessero scannarle, le oche per il terrore volavano sugli alberi; e dall'arnia uscì fuori lo sciame delle api. Ah, "benedicite", che terribile baccano! Neanche Jack Straw e tutta la sua banda al massacro dei fiamminghi levarono urla più acute di quelle che in quel giorno si scagliarono alla volpe... Presero trombe di ottone e di legno, di corno e di osso, e vi buffarono e vi stronfiarono, mentre strillavano e sbraitavano. Pareva proprio che dovesse cadere il cielo!
Ma ora, buona gente, state bene a sentire, e osservate come la fortuna capovolge improvvisamente le speranze e l'orgoglio dei nemico! Il gallo, sempre appeso al dorso della volpe, malgrado tutto il suo spavento, si rivolse a lei dicendo: «Messere, se fossi voi (che Dio m'assista!) ora direi: 'Potete pure tornare indietro, boriosi zoticoni! Che vi venga la peste! Ora che sono arrivato in questo punto del bosco, potete fare quel che volete, ma il gallo rimarrà qui e, parola mia, me lo mangerò in un boccone!'».
Rispose la volpe: «Ma certo che lo farò!». E proprio mentre disse quelle parole, il gallo, zàffete, le balzò di bocca e volò subito in alto sopra un albero. Quando la volpe vide che ormai era bell'e andato: «Ahimè» esclamò. «Cantachiaro, ahimè! Lo so» disse «vi ho fatto torto in quanto v'ho spaventato prendendovi e portandovi via dal vostro cortile. Però, messere, non l'ho fatto con cattiva intenzione. Scendete e lasciate che vi spieghi che cosa avevo in mente. Vi dirò il vero, che Dio mi aiuti!»
«No, no» disse quello «accidenti a noi due! E soprattutto accidenti a me, per il sangue e per le ossa! Ma non me la farai più di una volta! Mai più riuscirai con i tuoi complimenti a farmi cantare a occhi chiusi: chi di sua volontà si chiude gli occhi, quando invece dovrebbe tenerli aperti, non avrà da Dio mai bene!»
«Ah, no!» disse la volpe «Dio mandi un malanno a chi sia così balordo da aprir bocca quando invece dovrebbe tacere!»
Ecco quel che succede ad esser spensierati, negligenti e a fidarsi dell'adulazione. Ma non prendete questo racconto per una sciocchezza riguardante solo una volpe, un gallo e una gallina, e ricavatene la morale, buona gente. San Paolo dice che tutto ciò che è scritto, è scritto perché noi impariamo. Prendete dunque il frutto e lasciate perdere la loppa. Ed ora, buon Dio, se questa è la tua volontà, come dice Monsignore, rendici tutti buoni e guidaci alla tua somma beatitudine. Amen.
Qui termina il Racconto del Cappellano della Monaca.

Epilogo AL RACCONTO DEL CAPPELLANO DELLA MONACA. «Ser Cappellano della Monaca,» disse allora il nostro Oste «benedette le tue brache, e perfino le pietre... Questo di Cantachiaro sì ch'era un racconto allegro! Ma, parola mia, se tu fossi secolare, lo saresti tu un bel montapollastre. Difatti, se tu avessi tanto coraggio quanto hai vigore, di galline ce ne vorrebbero, io credo,
più di sette volte diciassette. Guardate che muscoli ha questo nobile prete, che collo sodo e che largo torace! Ha due occhi come un falco e per colorire la sua cera non ha certo bisogno di verzino o d'ingranato portoghese! Ed ora, messere, vi venga molto bene per il vostro racconto.»
Poi, con aria molto allegra, si rivolse a un altro come ora sentirete...

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