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domenica 12 maggio 2013

I RACCONTI DI CANTERBURY - FRAMMENTO 10 - IL RACCONTO DEL PARROCO

Qui comincia il Racconto del Parroco.
«"Jeremias, VI: State super vias, et videle, et interrogate de viis antiquis que sit via bona, et ambulate in ea; et invenietis refrigerium animabus vestris"...» Ecco come il dolce Signor nostro Dio del cielo, non volendo che alcun uomo perisca ma che noi tutti arriviamo alla sua conoscenza e alla beatitudine della vita eterna, ci ammonisce per bocca del profeta Geremia, il quale appunto dice: «State sulle vie e vedete e chiedete di vecchi sentieri (vale a dire di vecchi proverbi), quale sia la via buona, e incamminatevi per essa e troverete riposo alle anime vostre...». Molte sono le vie spirituali che portano a nostro Signore Gesù Cristo e al regno della gloria. Fra queste vie ve n'è una assai nobile e conveniente di cui non può fare a meno alcun uomo o donna che col peccato si sia allontanato dal retto sentiero della Gerusalemme celeste: questa vi si chiama penitenza; ed ognuno dovrebbe chiedersi volentieri, e di tutto cuore domandarsi, che cosa sia la penitenza, perché si chiami penitenza, di quante maniere siano le azioni od opere di penitenza, quante specie di penitenza vi siano, quali cose appartengano o s'addicano alla penitenza e quali invece turbino la penitenza.
Sant'Ambrogio dice che la penitenza è il lamento dell'uomo per la colpa commessa e il non commetter più colpa di cui dover lamentarsi. C'è poi un dottore che dice: «La penitenza è il cordoglio di chi s'addolora per il proprio peccato, torturandosi per aver agito male». La penitenza, in altre parole, è il pentimento sincero dell'uomo che indugia nell'amarezza e in altre pene per le proprie colpe. Per essere infatti veramente pentito, egli deve innanzi tutto dolersi dei peccati commessi, proponendosi fermamente in cuor suo di farne aperta confessione ed espiazione, senza mai più commettere azione di cui si debba dolere o lagnare, continuando invece nelle opere buone, altrimenti il suo pentimento non serve. Come infatti dice Sant'Isidoro, «buffone e cialtrone e non veramente pentito è chi torna a far cosa di cui poi deve pentirsi». E' inutile piangere, se non si smette di peccare. E tuttavia si deve sperare ogni volta che qualcuno cade, per quanto ciò sia frequente, ch'egli possa ancora aver grazia di sollevarsi attraverso la penitenza, ma certo questo non è facile, perché, come dice San Gregorio, «a stento si solleva dal peccato chi s'abbia meritato l'accusa di cattiva abitudine». Coloro dunque che si pentono e smettono di peccare e abbandonano il peccato prima che il peccato li abbandoni, la Santa Chiesa li considera sicuri della loro salvezza; chi invece pecchi e soltanto all'ultimo si penta veramente, la Chiesa può soltanto sperare che col suo pentimento si salvi, per intervento della grande misericordia di nostro Signore Gesù Cristo. Scegliete voi la via sicura!
Ed ora che vi ho spiegato che cosa sia la penitenza, dovete sapere che vi sono tre azioni di penitenza. La prima è che un uomo, pur avendo peccato, è come tornasse a ricevere il battesimo. Sant'Agostino però dice: «A meno che uno non si penta della vita passata nel peccato, non può incominciare una nuova vita in purezza». Chi infatti venisse di nuovo battezzato, senza tuttavia pentirsi delle sue vecchie colpe, tornerebbe sì a ricevere il segno del battesimo, ma né grazia né remissione di peccati finché non si pentisse veramente [...]. Altro difetto è questo, che si commetta peccato mortale dopo aver ricevuto il battesimo. Il terzo difetto è che dopo il battesimo s'incorra di giorno in giorno anche in peccati veniali. Sant'Agostino perciò dice che la gente veramente buona ed umile dovrebbe far penitenza sempre.
Tre sono le specie di penitenza: una è pubblica, l'altra è comune e la terza è privata. La penitenza pubblica è di due modi: uno consiste nell'esser scacciato di chiesa in quaresima per l'uccisione di bambini o cose simili; l'altro si ha quando un uomo abbia peccato pubblicamente e di tal peccato corra pubblica voce per il paese, e la Santa Chiesa allora lo costringa per decreto a far penitenza in pubblico. La penitenza comune è quella che i sacerdoti infliggono in certi casi a più persone insieme, come sarebbe d'andar nudi e scalzi in pellegrinaggio. La penitenza privata è quella che si sconta sempre per peccati privati, di cui siamo in segreto assolti e riceviamo in segreto penitenza.
Or dovete sapere ciò che sia opportuno e necessario per una vera e perfetta penitenza. Questa si basa su tre cose: contrizione del cuore, confessione della bocca e soddisfazione. Dice infatti San Giovanni Crisostomo: «La penitenza porta l'uomo ad accettare benignamente qualsiasi pena gli sia inflitta, con contrizione del cuore, con confessione della bocca e con soddisfazione ed ogni umiltà nell'operare». E tale penitenza vale contro tre cose nelle quali provochiamo l'ira di nostro Signore Gesù Cristo: cioè contro la malizia del pensiero, l'incontinenza delle parole e la malvagia peccaminosità delle opere. Contro queste tre inique colpe sta la penitenza, la quale potrebbe paragonarsi a un albero.
La radice di quest'albero è la contrizione, che si nasconde nel cuore di chi veramente è pentito, proprio come la radice d'un albero si nasconde nel terreno. Dalla radice della contrizione spunta un tronco che porta i rami e le foglie della confessione e i frutti della soddisfazione. Cristo dice nel vangelo: «Fate degno frutto di penitenza»; perché è dal frutto che si può riconoscere l'albero, non dalla radice che si nasconde nel cuore dell'uomo, né dai rami o dalle foglie della confessione. Ecco perché nostro Signore Gesù Cristo dice ancora: «Dai loro frutti li conoscerete». Dalla radice inoltre spunta una semenza di grazia, la quale semenza è madre di certezza, e tale semenza è agra e calda. La grazia di tale semenza sgorga da Dio attraverso il ricordo del giorno del giudizio e delle pene infernali. A questo proposito dice Salomone che nel timore di Dio l'uomo abbandona il suo peccato. Il calore di questa semenza è l'amore di Dio e il desiderio della gioia eterna. Questo calore attira a Dio il cuore dell'uomo, e gli fa odiare il suo peccato. Veramente non c'è nulla che piaccia tanto a un bambino quanto il latte della sua nutrice, ma nulla è per lui più ripugnante di quello stesso latte frammisto ad altro cibo: così al peccatore che ami il suo peccato questo gli appare più dolce d'ogni altra cosa, ma dal momento che ami seriamente nostro Signore Gesù Cristo e desideri la vita eterna, non c'è per lui nulla di più abominevole. In realtà la legge di Dio equivale all'amore di Dio; e perciò il profeta Davide dice: «Ho amato la tua legge, e odiato malvagità e odio»; chi ama Dio osserva la sua legge e la sua parola. Il profeta Daniele vide in spirito quest'albero, nella visione di re Nabucodonosor, quando gli consigliò di far penitenza. La penitenza è l'albero della vita per coloro che la ricevono, e chi si attiene alla vera penitenza è benedetto, secondo il detto di Salomone.
In questa penitenza o contrizione ci sono da intendere quattro cose: cioè, in che consista la contrizione, quali siano le cause che spingono un uomo alla contrizione, in che modo egli debba essere contrito e che giovi all'anima la contrizione. Ecco: la contrizione è il sincero dolore che si prova al cuore per i propri peccati, col serio proposito di confessarsi, di far penitenza e di non peccare mai più. Tale dolore deve essere proprio come dice San Bernardo: «Deve essere intenso, aspro, acuto e pungente al cuore». Innanzi tutto perché l'uomo si è reso colpevole verso il suo Signore e il suo Creatore; e più acuto e pungente, perché si è reso colpevole verso il suo Padre Celeste; e ancora più acuto e pungente, perché ha ingiuriato e offeso chi l'ha redento, liberandoci tutti col suo sangue dai vincoli del peccato, dalla crudeltà del demonio e dalle pene dell'inferno.
Le cause che dovrebbero spingere un uomo alla contrizione sono sei. Innanzi tutto un uomo deve ricordarsi dei propri peccati: badi, però, a non provare compiacimento per tale ricordo, ma anzi vergogna e dolore per la propria colpa. Giobbe dice: «I peccatori commettono azioni che meritano obbrobrio». E dice Ezechiele: «Ricorderò tutti gli anni della mia vita in amarezza di cuore». E Dio nell'Apocalisse dice: «Ricordatevi da dove siete caduti!». Prima di peccare, infatti, voi eravate figli di Dio e membri del regno di Dio, ma col peccato siete diventati schiavi, immondi, soci del demonio, odio degli angeli, scandalo della Santa Chiesa, cibo del serpente ingannatore e perpetuo alimento del fuoco infernale; tanto più immondi e abominevoli, perché spesso peccando avete fatto come il cane che torna a cibarsi della propria lordura; ma peggio ancora, perché perdurando nel peccato e nell'abitudine peccaminosa, in essi marcite come una bestia nel proprio letame. Tali pensieri fanno provare vergogna per il peccato, e non compiacimento, onde Dio per bocca del profeta Ezechiele dice: «Ricordatevi delle vostre vie ed esse vi dispiaceranno!». I peccati infatti sono le vie che conducono all'inferno.
La seconda causa che dovrebbe indurre un uomo ad aver disgusto dei peccato è che, come dice San Pietro, «chiunque pecchi è schiavo dei peccato» e il peccato mette in grande schiavitù l'uomo. Dice il profeta Ezechiele: «Me ne andai triste col disgusto di me stesso». Certo, un uomo dovrebbe sempre aver disgusto del peccato e ribellarsi a quella schiavitù e a quel vituperio. Sapete che cosa dice Seneca a questo proposito? Dice: «Se anche fossi certo che né Dio né gli uomini verrebbero mai a scoprirlo, pure avrei disgusto di commettere peccato». E dice ancora lo stesso Seneca: «A maggiori cose son nato che ad esser schiavo del mio corpo e rendere il mio corpo schiavo». Nessun uomo o donna può rendere il proprio corpo schiavo più immondo se lo dà in preda al peccato! Quand'anche si trattasse del più turpe briccone o della femmina più turpe e di minor valore che fosse mai vissuta, pure diventerebbe allora ancor più turpe e schiavo. Quanto più alto è il grado da cui uno cade, tanto più è schiavo, tanto più è vile e abominevole sia a Dio che al mondo. O buon Dio, che disgusto dovrebbe provare l'uomo per il peccato, se col peccato da libero qual era ora è diventato prigioniero! Sant'Agostino dice: «Se ti sdegni quando il tuo servo è in colpa o peccato, sdegnati allora di peccare tu stesso». Tieni conto del tuo valore e non essere irriverente con te stesso. Ah, che disgusto dovrebbero avere di diventar servi e schiavi del peccato, che vergogna dovrebbero provare, coloro che Dio nella sua infinita bontà ha posto in elevata posizione o ai quali ha dato intelligenza, vigore, salute, bellezza e prosperità, riscattandoli dalla morte col sangue del suo cuore! Essi, invece, lo ripagano così scortesemente e così villanamente per la sua gentilezza, da lasciar morire le loro stesse anime. O buon Dio! voi donne che avete tanta bellezza ricordatevi del proverbio di Salomone. Egli dice: «Una bella donna che si serva del proprio corpo senza giudizio è come un anello d'oro nel grugno d'una scrofa». Come infatti una scrofa grufola in ogni lordume, così quella razzola con la propria bellezza nel lordume fetido del peccato.
La terza causa che dovrebbe indurre un uomo alla contrizione è il timore del giorno del giudizio e delle orribili pene dell'inferno. San Gerolamo dice: «Tremo ogni volta che penso al giorno del giudizio: ch'io mangi o beva o qualunque altra cosa io faccia, mi sembra sempre che risuoni al mio orecchio la tromba: "Sorgete, voi che siete morti, e venite al giudizio!"». O buon Dio, quanto bisognerebbe temere questo giudizio, «dove tutti saremo» come dice San Paolo «davanti al trono di nostro Signore Gesù Cristo» ed egli terrà un'assemblea dalla quale nessuno potrà essere assente! Non ci potranno essere né scuse né giustificazioni! E non verranno soltanto giudicati i nostri difetti, ma verranno rese pubblicamente note tutte le nostre opere. E, come dice San Bernardo, «non ci sarà difesa né astuzia che serva: noi dovremo dar conto perfino d'ogni vana parola». Là avremo un giudice che non potrà essere né corrotto né ingannato. Sapete perché? Perché a lui saranno noti anche tutti i nostri pensieri, ed egli non si lascerà certo sedurre da doni o preghiere. Onde Salomone dice: «L'ira di Dio non risparmierà nessuno, nonostante le preghiere e i doni»; e perciò, nel giorno del giudizio, non ci sarà speranza alcuna di sfuggire. Come infatti dice Sant'Anselmo: «I peccatori allora proveranno un'angoscia grandissima: in alto starà il severo e irato giudice seduto, e sotto di lui l'orribile pozza dell'inferno, pronta ad inghiottire chi dovrà riconoscere i propri peccati, peccati che saranno apertamente messi in mostra davanti a Dio e ad ogni creatura; alla sinistra, più diavoli di quanti la mente possa immaginare, pronti a spingere o a trascinare le anime peccatrici alle pene dell'inferno; e dentro il cuore della gente ci sarà rimorso di coscienza, mentre fuori il mondo intero starà bruciando. Dove fuggirà allora a nascondersi il miserabile peccatore? Non potrà nascondersi di certo, ma dovrà farsi avanti e lasciarsi vedere». Come infatti dice San Gerolamo: «La terra lo caccerà fuori, e così il mare, ed anche l'aria sarà piena di tuoni e lampi». Ora, se veramente uno pensasse bene a queste cose, credo che per lui il peccato non sarebbe un piacere, ma un grande tormento, derivante appunto dal timore delle pene dell'inferno. Giobbe perciò dice a Dio: «Concedi, o Signore, ch'io pianga e mi lamenti un poco, prima d'andare nell'oscura terra senza ritorno, coperta dal buio della morte, nella terra della miseria e dell'oscurità, dove è l'ombra della morte, dove non c'è ordine né ordinamento, ma terrore cieco che dura in eterno». Ecco, vedete, perfino Giobbe invocò un po' di tempo per poter piangere e lamentare il proprio trapasso. Un giorno di tempo può valere più di tutti i tesori del mondo! Per abilitarsi di fronte a Dio, infatti, a questo mondo non sono i tesori che contano, ma la penitenza: perciò anche noi dovremmo pregare Iddio di darci tempo per piangere e lamentare il nostro trapasso. In verità tutto il dolore che l'uomo possa aver provato da che mondo è mondo, è ben poca cosa a confronto con le pene dell'inferno. Ecco perché Giobbe chiama l'inferno «terra dell'oscurità»: lo chiama «terra» ossia creta, perché esso è solido e sconfinato, «dell'oscurità», perché chi è all'inferno manca materialmente di luce. Infatti la fosca luce che emana da quel fuoco sempre acceso serve ad avviare il peccatore alla sua pena, rivelandolo agli orribili diavoli che lo tormentano. «Coperta dal buio della morte» significa che chi è all'inferno è privo della visione di Dio, quella visione di Dio che invece è vita eterna. «Il buio della morte» sono i peccati che il misero ha commesso, i quali gl'impediscono di vedere il volto di Dio, proprio come fa un'oscura nube fra noi e il sole. «Terra di miseria», perché vi sono tre tipi di privazioni, corrispondenti a tre cose a cui tiene la gente di mondo in questa presente vita, vale a dire: onori, piaceri e ricchezze. Invece di onori, all'inferno essi avranno vergogna e confusione. Sapete bene che si chiama onore il rispetto che un uomo porta all'altro: ebbene, all'inferno non c'è né onore né rispetto; là non si deve certo portare più rispetto ad un re che ad un servo. E perciò Dio dice per bocca del profeta Geremia: «Coloro che mi disprezzano, saranno disprezzati». L'onore si chiama anche gran signoria: ebbene, là nessuno servirà l'altro se non nel male e nel tormento. L'onore si chiama anche gran dignità ed eminenza, ma nell'inferno tutti saranno calpestati dai diavoli, onde Dio dice: «Diavoli orribili andranno e verranno sulle teste dei dannati». E quanto più in alto saranno stati nella vita presente, tanto più all'inferno saranno umiliati e maltrattati. Invece della ricchezza di questo mondo proveranno il tormento della povertà, e tale povertà consisterà in quattro cose: nella mancanza di beni, onde Davide dice: «I ricchi, che rivolsero e dedicarono tutto il loro cuore ai beni di questo mondo, dormiranno il sonno della morte, e di tutti i loro beni non si troveranno in mano nulla». Altro tormento dell'inferno sarà la mancanza di cibi e bevande, onde per bocca di Mosè Dio dice: «Saranno dilaniati dalla fame e infernali uccelli li strazieranno con morte atroce e fiele di drago sarà la loro bevanda e veleno di drago il loro cibo». Un altro tormento dell'inferno consisterà nella mancanza di vesti: saranno infatti nudi nel corpo e non avranno altra veste che il fuoco in cui bruciano ed altri tormenti; e nudi saranno nell'anima, privi cioè d'ogni virtù che dell'anima sia vestimento. Dove saranno allora le vesti eleganti e le soffici stoffe e le attillate camicie? Ecco che cosa dice Dio per bocca del profeta Isaia: «Sotto saranno invase dalle tarme e sopra saranno coperte di vermi infernali». Altro tormento sarà poi la mancanza di amici. Non è povero infatti chi ha buoni amici, ma là non ci saranno amici, perché né Dio né alcuna creatura proverà amicizia verso di loro ed essi si odieranno l'un l'altro a morte. «I figli e le figlie si ribelleranno contro il padre e la madre, famiglia contro famiglia, e notte e giorno ciascuno insulterà e oltraggerà l'altro», come Dio dice per bocca del profeta Mica. E gli affettuosi figli, che una volta s'amavano così teneramente, vorranno, potendo, mangiarsi a vicenda. Come potrebbero infatti amarsi fra i tormenti dell'inferno, quando nel rigoglio di questa vita si odiavano? In verità l'affetto derivante dalla loro consanguineità altro non era che odio mortale, perché, come il profeta Davide dice, «chi ama il male, odia la propria anima». E chi odia la propria anima non può certo amare nessuno. Così all'inferno l'amicizia non recherà alcun sollievo, anzi: quanto maggiore sarà la consanguineità, tanto maggiori saranno all'inferno le maledizioni, gli improperii e l'odio mortale. All'inferno poi ci sarà la più totale mancanza di piaceri. Voi sapete che i piaceri derivano dagli appetiti dei cinque sensi, cioè vista, udito, odorato, gusto e tatto: ebbene, là all'inferno gli occhi saranno nell'oscurità e nel fumo e perciò sempre pieni di lacrime; gli orecchi pieni di lamenti e di digrignar di denti, come dice Gesù Cristo; le narici saranno piene d'un fetore nauseabondo; «il gusto» come dice il profeta Isaia «sarà colmo d'amaro fiele»; ed infine il tatto, come Dio dice ancora per bocca di Isaia, sentirà tutto il corpo coperto «di fuoco che non si spegne mai e di vermi che non muoiono mai». Eppure nessuno morirà di dolore, sfuggendo così al dolore con la morte: ecco perché Giobbe dice che là «è l'ombra della morte». Certo un'ombra s'assomiglia alla cosa di cui è ombra, ma l'ombra non è la cosa stessa di cui è ombra. Questo vale per la pena dell'inferno: essa è senz'altro simile alla morte per la sua terribile angoscia; e tuttavia, pur soffrendo una morte eterna, nessuno all'inferno muore mai. San Gregorio dice: «Per i miseri dannati ci sarà morte senza morte, fine senza fine e privazione senza difetto, perché la loro morte sarà sempre in vita, la loro fine comincerà sempre e la loro privazione non verrà mai meno». San Giovanni Evangelista dice: «Cercheranno la morte e non la troveranno, desidereranno morire e la morte li sfuggirà». Giobbe poi dice che all'inferno non esiste alcun ordine. Infatti, sebbene Iddio abbia creato tutte le cose secondo un preciso ordine, nessuna senza un proprio assetto, ma tutte ordinate e numerate, pure i dannati non sono nell'ordine e non hanno ordine alcuno: per loro la terra non produrrà alcun frutto, anzi, come dice il profeta Davide, «in quanto a loro, Dio distruggerà i frutti della terra; né l'acqua darà loro refrigerio, né l'aria alcuna freschezza, né il fuoco alcuna luce». San Basilio dice: «A coloro che sono all'inferno dannati Dio serberà il bruciore del fuoco del mondo, mentre darà luce e chiarore ai suoi figli in cielo», proprio come il buon padre che dà la carne ai figli e le ossa ai cani. E poiché nessuno avrà speranza di fuggire, il santo Giobbe alla fine dice che «vi sarà orrore e cieco terrore senza fine». E' orrore la continua paura d'un male che sta per venire, e sarà questa la paura che per sempre rimarrà nel cuore dei dannati. Essi non avranno più alcuna speranza per sette motivi: innanzi tutto perché Dio, il loro giudice, non avrà per loro nessuna misericordia, poi perché essi non potranno più appellarsi né a lui né ai suoi santi, non potranno offrir nulla per il loro riscatto, non avranno voce per parlargli, non potranno ormai evitare la punizione, non avranno in sé e non potranno perciò dimostrare bontà alcuna che possa liberarli dalla pena. Dice infatti Salomone: «Il malvagio morirà e, una volta morto, non avrà speranza di sfuggire alla pena». Chi dunque ben comprenda queste pene e ben rifletta d'averle meritate per propria colpa, dovrebbe sicuramente aver più voglia di singhiozzare e piangere che di cantare e ridere. Salomone dice infatti: «Triste sarebbe chi avesse la capacità di conoscere quali pene siano stabilite e ordinate per il peccato». Quella è una scienza, dice Sant'Agostino, che fa piangere il cuore!
Il quarto punto che dovrebbe indurre un uomo alla contrizione è il triste ricordo del bene ch'egli su questa terra ha tralasciato di fare nonché del bene ch'egli ha perduto. Le buone opere ch'egli ha perduto, o sono le buone opere da lui compiute prima di cadere in peccato mortale, o sono altrimenti le buone opere da lui compiute mentre era in peccato. Le buone opere da lui compiute prima di cadere in peccato sono tutte mortificate e svilite e annullate dal frequente peccare. Le altre buone opere, da lui compiute mentre era in peccato mortale, quelle sono del tutto morte per la vita eterna in cielo. Inoltre le buone opere mortificate dal frequente peccare, opere da lui compiute mentre era in stato di carità, non possono mai ravvivarsi senza vera penitenza. E perciò Dio dice per bocca di Ezechiele: «Vivrà il giusto che si ritrae dalla sua rettitudine ed opera malamente?». No, perché tutte le buone opere da lui compiute non verranno mai ricordate, perché egli morirà nel suo peccato. A questo proposito San Gregorio dice: «Dobbiamo principalmente comprendere questo: che una volta commesso un peccato mortale, è inutile rivangare o richiamare alla memoria le buone opere che abbiamo compiuto prima». Infatti, commettendo il peccato mortale, non possiamo più confidare nelle opere buone che abbiamo prima compiuto, ossia non possiamo più sperare d'ottenere per esse la vita eterna in cielo. Le buone opere tuttavia si ravvivano e ritornano e giovano e valgono ad ottenere la vita eterna in cielo, quando noi abbiamo la contrizione. Certo, le buone opere che si compiono in peccato mortale, proprio perché compiute in peccato mortale, non possono ravvivarsi: non può infatti ravvivarsi ciò che non ha mai avuto vita! Eppure, quantunque non valgano ad ottenere la vita eterna, esse giovano ad abbreviare la pena dell'inferno o ad ottenere la ricchezza temporale oppure Dio può valersene per illuminare ed accendere il cuore del peccatore affinché si penta; ed esse così servono anche in quanto danno all'uomo l'abito al buon operare, cosicché il demonio ha minor potere sulla sua anima. Ecco perché il Signore nostro Gesù Cristo non vuole che alcuna opera buona sia perduta, ma a qualcosa valga. Ora, siccome le buone opere compiute in vita onesta vengono tutte annullate dal peccato seguente, e poiché le buone opere compiute in peccato mortale sono completamente morte agli effetti della vita eterna, ben potrebbe colui che nessuna opera compie intonare quel nuovo canto francese: «"J'ay tout perdu mon temps et mon labour"». Il peccato infatti priva l'uomo sia della bontà naturale che della bontà della grazia. La grazia dello Spirito Santo fa come il fuoco, che non può mai star fermo; e come il fuoco si spegne appena cessa la sua opera, così manca la grazia appena la sua opera cessa. E allora il peccatore perde il bene di quella gloria che è soltanto promessa ai giusti che operano e lavorano. Ben potrà allora lamentarsi chi, dovendo a Dio tutta la sua vita, per quanto l'abbia vissuta e la vivrà, non abbia alcun bene con cui pagare il proprio debito a Dio, al quale deve tutta la vita. Perché, badate bene, «egli dovrà rendere conto», come dice San Bernardo, «di tutti i beni che gli siano dati in questa vita, e di come li abbia spesi, in quanto non ci sarà capello caduto dal capo né un'ora consumata del suo tempo, di cui non debba rendere conto!».

La quinta cosa che dovrebbe muovere un uomo alla contrizione è il ricordo della passione che nostro Signore Gesù Cristo soffrì per i nostri peccati. San Bernardo dice: «Finché vivo devo aver ricordo dei travagli che nostro Signore Cristo soffrì nel predicare, della sua stanchezza nel viaggiare, della sua tentazione nel digiuno, delle sue lunghe veglie nella preghiera, delle lacrime ch'egli pianse per pietà dei buoni, del dolore e della vergogna per le scurrilità che gli dissero, dello schifoso sputo che gli sputarono in faccia, degli schiaffi che gli diedero, delle sconce parole e delle brutalità che gli dissero, dei chiodi con cui fu inchiodato alla croce, e di tutto il resto della passione ch'egli sofferse per i miei peccati, e non per sua colpa!». Dovete capire che col peccato dell'uomo qualsiasi ordine e ordinamento viene capovolto. E' vero che Dio, la ragione, i sensi e il corpo dell'uomo sono ordinati in modo che ognuno dei quattro abbia autorità sull'altro, cioè che Dio abbia autorità sulla ragione, la ragione sui sensi e i sensi sul corpo umano: ma appena l'uomo pecca, tutto quest'ordine e ordinamento viene capovolto. E allora la ragione umana, non volendo esser soggetta ed obbediente a Dio, che è per diritto suo signore, perde l'autorità che dovrebbe avere sui sensi e sul corpo dell'uomo. Sapete perché? Perché i sensi si ribellano alla ragione: ecco perché la ragione perde l'autorità sui sensi e sul corpo! E come la ragione si ribella a Dio, così i sensi e il corpo si ribellano alla ragione. In verità nostro Signore Gesù Cristo col suo prezioso corpo pagò assai caro questo disordine e questa ribellione, e sentite in che modo. Siccome la ragione si ribella a Dio, l'uomo merita di soffrire e d'essere mandato a morte: questo patì per l'uomo nostro Signore Gesù Cristo, dopo che fu tradito dal suo discepolo, preso e legato, col sangue che gli stillava da ogni unghia delle mani, come dice Sant'Agostino. Inoltre, siccome la ragione umana, pur potendo, non vuol domare i sensi, l'uomo merita d'essere svergognato: e anche questo patì per l'uomo nostro Signore Gesù Cristo, quando gli sputarono in viso. E poi ancora, siccome il misero corpo dell'uomo si ribella sia alla ragione che ai sensi, esso merita la morte: e questo patì per l'uomo nostro Signore Gesù Cristo senza avere mai peccato. Perciò a ragione di Gesù si può dire: «Troppo ho sofferto per cose che non ho meritato, e troppo sono stato macchiato dall'onta dell'uomo». Il peccatore poi dovrebbe dire come dice San Bernardo: «Maledetta sia l'amarezza del mio peccato, per cui tant'amarezza dev'essere sofferta». Difatti ai vari sconvolgimenti prodotti dalla nostra malvagità, corrisponde col suo ordine la passione di Gesù Cristo, proprio così. L'anima del peccatore è certamente ingannata dal demonio per cupidigia di prosperità temporale, e scornata con doppiezza quando sceglie i piaceri della carne, ed è pure tormentata dall'insofferenza alle avversità, e avvilita dalla schiavitù e dalla soggezione al peccato; e alla fine viene inevitabilmente uccisa. Per questo sconvolgimento del peccatore Gesù Cristo prima fu tradito, e dopo venne legato, lui che era qui per scioglierci dal peccato e dal dolore; poi venne insultato, lui che avrebbe dovuto essere in tutto e per tutto onorato; poi il suo volto, che tutti gli uomini dovrebbero desiderare di vedere, quel volto in cui gli angeli desiderano contemplare, fu villanamente coperto di sputi; poi venne flagellato, lui che non aveva nessuna colpa; e alla fine poi fu crocifisso e ucciso. Allora si compì la parola d'Isaia che dice: «Egli fu trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità». Ora, siccome Gesù Cristo si prese su di sé la pena d'ogni nostra malvagità, il peccatore dovrebbe piangere e lamentare che, per i suoi peccati, il Figlio di Dio del cielo debba sopportare tutta questa pena.
La sesta cosa che dovrebbe muovere alla contrizione è la speranza di tre cose, vale a dire: il perdono dei peccati, il dono della grazia per operar bene e la gloria del cielo, con la quale Dio compenserà l'uomo per le sue buone opere. Siccome è Gesù Cristo che, nella sua magnificenza e sovrana bontà, ci fa questi doni, ecco ch'egli viene chiamato "Jhesus Nazarenus rex Judeorum". "Jhesus", cioè «salvatore» o «salvazione», in cui bisogna sperare per ottenere il perdono dei peccati, che è appunto salvezza dei peccati. Ecco perché l'angelo disse a Giuseppe: «Tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati». E San Pietro dice: «Non vi è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati, eccetto Gesù». "Nazarenus" vuol dire «fiorente», onde l'uomo spera che chi gli concede la remissione dei peccati gli concederà anche la grazia per operar bene, perché nel fiore sta la speranza del frutto in un tempo venturo, e nel perdono dei peccati la speranza della grazia per operar bene. «Ero alla porta del tuo cuore» dice Gesù «e chiamavo per poter entrare. Chi mi aprirà avrà il perdono dei peccati: per mia grazia entrerò da lui e cenerò con lui, con le buone opere da lui compiute, le quali opere sono il cibo di Dio, ed egli cenerà con me, con la gioia grande che io gli darò.» Così deve sperare l'uomo che, per le sue opere di penitenza, Dio gli conceda il regno che gli promette nel vangelo.
Bisogna ora comprendere come debba essere la contrizione. Io dico che dev'essere universale e totale. Ciò vuol dire che bisogna veramente pentirsi di tutti i peccati, anche di quelli commessi per distrazione di pensiero, perché è una distrazione assai pericolosa. Ci sono infatti due maniere di consentimento: una si chiama consentimento per predilezione, quando qualcuno, mosso a far peccato, si diverte a pensare a lungo su quel peccato; e la sua ragione, pur scorgendo bene che si tratta di peccato contro la legge di Dio, non raffrena il suo folle piacere o talento, anche se vede chiaramente che è contro il rispetto di Dio. E pur se la ragione non consente che il peccato sia effettivamente commesso, certi dotti affermano che quel piacere nutrito a lungo, per quanto sia piccolo, è assai pericoloso. E bisognerebbe dolersi anche specialmente per tutto ciò che s'è mai desiderato contro la legge di Dio col perfetto consentimento della ragione; perché allora non c'è dubbio che quel consenso sia peccato mortale. Perché, in effetti, non c'è peccato mortale che prima non sia nel pensiero dell'uomo, poi nel suo diletto, e così di seguito fino al consentimento e al fatto. Vi assicuro che molti non si pentono mai di questi pensieri e di questi diletti, e non se ne confessano mai, a meno che non diventino di fatto peccati gravi. Vi dico invece che questi malvagi diletti e malvagi pensieri sono sottili tentatori che portano alla dannazione. Bisognerebbe dolersi anche delle parole cattive oltre che delle cattive azioni. Perché in realtà, pentirsi di un solo peccato, senza pentirsi di tutti gli altri, oppure pentirsi di tutti gli altri, ma non di quello, non serve a nulla. Dio onnipotente infatti è tutto bontà; e quindi perdona tutto o non perdona nulla. E perciò Sant'Agostino dice: «So con certezza che Dio è nemico di tutti i peccatori». Potrà allora, chi conserva anche un solo peccato, ottenere il perdono per tutti gli altri? No. E anzi, occorre una contrizione estremamente amara e angosciosa, perché Dio conceda pienamente la sua misericordia: ecco perché, quando dentro avevo l'animo pieno d'angoscia, pensavo che la mia preghiera potesse giungere a Dio. E occorre anche che la contrizione sia continua, e bisogna aver fermo proposito di confessarsi e di cambiar vita. Difatti, finché dura la contrizione, si può sempre aver speranza di perdono; e deriva da ciò un odio del peccato che distrugge il peccato, tanto in noi che negli altri, secondo la sua forza. Ecco perché Davide dice: «Voi che amate Dio, odiate il male». Convincetevi, infatti, che amar Dio significa amare ciò ch'egli ama e odiare ciò ch'egli odia.
L'ultima cosa che bisogna capire sulla contrizione è questa: a che serve la contrizione. Ebbene, vi dico che qualche volta la contrizione libera dal peccato; e a questo proposito Davide dice: «Io affermai» dice Davide, (come per dire, io mi proposi fermamente) «di confessarmi, e tu, o Signore, mi liberasti dal peccato». Come dunque non serve a nulla la contrizione senza il fermo proposito di confessarsi, appena se ne presenti l'occasione, così la confessione e la penitenza senza contrizione valgono ben poco. La contrizione poi distrugge la prigione dell'inferno, e rende deboli e fiacche tutte le forze dei diavoli, ristabilisce i doni dello Spirito Santo e di tutte le buone virtù; e purifica l'anima dal peccato, liberandola dalle pene dell'inferno, dalla compagnia del demonio e dalla schiavitù del peccato, e la restituisce a tutti i beni spirituali, alla compagnia e alla comunione della Santa Chiesa: e rende inoltre chi prima era figlio dell'ira, figlio della grazia: tutte queste cose sono confermate dalla sacra scrittura. E perciò chi volesse prestarvi attenzione, sarebbe molto saggio; perché non avrebbe poi, per tutta la vita, intenzione di peccare, ma si darebbe corpo e anima al servizio di Gesù Cristo e di essi gliene farebbe omaggio. In verità, il nostro dolce Signore Gesù Cristo ci ha risparmiati così benevolmente nelle nostre follie che, se non avesse avuto pietà dell'anima umana, dovremmo tutti cantare una ben triste canzone.
EXPLICIT PRIMA PARS PENITENTIAE.
ET SEQUITUR SECUNDA PARS EIUSDEM.
La seconda parte della penitenza è la confessione, che è il segno della contrizione. Bisogna perciò comprendere in che cosa consista la confessione, se debba o non debba praticarsi, e quali cose siano necessarie per una buona confessione.
Occorre innanzi tutto comprendere che la confessione consiste in una verace esposizione dei propri peccati al sacerdote. «Verace», in quanto bisogna confessargli nel modo più completo possibile tutte le condizioni che determinarono il peccato. Bisogna dire tutto, senza scusare, nascondere o coprire nulla, e senza vantarsi delle proprie buone azioni. Dopo di che, è necessario comprendere da dove sorgano i peccati, come crescano e in che cosa consistano.
Del sorgere dei peccati San Paolo parla in questo modo: «Siccome per mezzo d'un uomo il peccato è entrato la prima volta nel mondo, e per mezzo del peccato v'è entrata la morte, così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato». E quest'uomo fu Adamo, per mezzo del quale il peccato entrò in questo mondo, appena lui infranse il comandamento di Dio. E così, lui che prima era così forte da non dover mai morire, diventò tale da dover morire per forza, sia che lo volesse o no; e con lui tutta la progenie di questo mondo, che peccò in quell'unico uomo. Ecco infatti che in quello stato d'innocenza, nel quale Adamo ed Eva se ne stavano nudi nel paradiso, senza vergognarsi affatto della loro nudità, venne il serpente, il più scaltro degli animali che Dio avesse creato, e disse alla donna: «Perché Dio vi ha comandato di non mangiare del frutto di tutti gli alberi del giardino?». La donna rispose: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell'albero ch'è in mezzo al giardino, Dio ci ha proibito di mangiare, e di toccarlo, che non abbiamo a morire». Il serpente disse alla donna: «No, no, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s'apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». La donna allora vide che il frutto dell'albero era buono da mangiare, piacevole all'occhio e attraente allo sguardo. Prese del frutto dell'albero, ne mangiò e ne diede a suo marito, ed egli ne mangiò, e improvvisamente a tutte e due si apersero gli occhi. E appena si resero conto d'essere nudi, cucirono con foglie di fico delle cinture per nascondere le loro membra. Si può dunque vedere che il peccato mortale dispone, prima di tutto, del suggerimento del demonio, qui rappresentato dal rettile; poi del piacere della carne, qui rappresentato da Eva; e infine, dal consenso della ragione, qui rappresentato da Adamo. Potete infatti star certi che, pur avendo il serpente tentato Eva, cioè la carne, e pur trovando la carne piacere nella bellezza del frutto proibito, tuttavia, finché la ragione, cioè Adamo, non avesse consentito a mangiare il frutto, l'uomo sarebbe ancora in stato d'innocenza. Da Adamo noi abbiamo preso il peccato originale: difatti noi carnalmente discendiamo tutti da lui, generati da una materia vile e corrotta. Il peccato originale viene contratto appena l'anima è posta nel corpo; e ciò che prima era soltanto pena di concupiscenza, diventa poi sia pena che peccato. E così nasceremmo tutti come figli dell'ira e della dannazione eterna, se non fosse per il battesimo che riceviamo, che ci toglie quella colpa. In realtà però, la pena ci rimane come tentazione, pena che si chiama di concupiscenza. E questa concupiscenza, quando nell'uomo sia ordinata o disposta erroneamente, gli fa desiderare, col desiderio della carne, il peccato carnale, con la vista degli occhi le cose terrene, e la smania d'eccellere con la superbia di cuore.
Ora, per parlare del desiderio primo, cioè della concupiscenza, secondo la legge delle nostre membra, che furono create ordinatamente e secondo il giusto giudizio di Dio, io dico che, siccome l'uomo non è obbediente a Dio, suo signore, la carne è disobbediente a lui per concupiscenza, che è detta anche nutrimento e occasione di peccato. Perciò, finché un uomo abbia in sé pena di concupiscenza, è impossibile che ogni tanto non venga tentato e spinto a peccare nella sua carne. E finché egli vive, questa cosa non può cessare; può senz'altro indebolirsi o venir meno per virtù del battesimo e, per grazia di Dio, attraverso la penitenza; ma non si spegnerà mai completamente, e ogni tanto lui si sentirà rimescolare dentro, a meno che non sia tutto intirizzito da una malattia, da un malefizio di stregoneria o da bevande fredde. Ecco infatti che cosa dice San Paolo: «La carne ha desideri contro lo spirito, e lo spirito contro la carne; essi sono così diversi e in contrasto tra loro, che non si può sempre fare quel che si vorrebbe». Lo stesso San Paolo, dopo tanti patimenti per mare e per terra (notte e giorno per mare, in gran pericolo e pena; per terra, nella carestia e nella sete, nel freddo e nella nudità, e una volta lapidato quasi a morte), pure disse: «Ahimè, misero uomo! chi mi trarrà dalla prigione del mio misero corpo?». E San Gerolamo, dopo aver a lungo dimorato nel deserto, senza nessuna compagnia eccetto quella di animali selvaggi, senza nessun cibo eccetto erba e acqua per bere, né alcun letto eccetto la nuda terra, tanto che la sua carne per il caldo diventò nera come quella d'un etiope, e poi quasi dissolta dal freddo, pure diceva che «il fuoco della lussuria gli bolliva per tutto il corpo». Io so perciò sicuramente che s'ingannano quanti dicono di non essere tentati nel corpo. Lo conferma San Giacomo apostolo, quando dice che «ognuno è tentato dalla propria concupiscenza»; ciò significa che ognuno di noi ha motivo ed occasione d'essere tentato da quel nutrimento di peccato ch'egli ha nel proprio corpo. E perciò San Giovanni Evangelista dice: «Se diciamo d'esser senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi».
Bisogna ora comprendere in che modo il peccato si sviluppi e cresca nell'uomo. La prima cosa è quel nutrimento di peccato, di cui prima parlavo, quella concupiscenza carnale. Segue ad essa l'istigazione del demonio, cioè il mantice del demonio, col quale egli soffia nell'uomo il fuoco della concupiscenza carnale. Dopo di che l'uomo si mette a riflettere se voglia o non voglia fare quella tal cosa per cui è tentato. Se resiste e allontana da sé le prime tentazioni della carne e del diavolo, allora peccato non c'è; ma se non fa così, verrà ben presto avvolto dalla fiamma del piacere. E' bene perciò che stia attento e si contenga, altrimenti cadrà presto nel consentimento del peccato; e poi lo commetterà, appena ne avrà il tempo e l'occasione. A questo proposito, parlando del diavolo, Mosè si esprime in questa maniera: «Dice il maligno: 'Caccerò e perseguiterò l'uomo con malvagia istigazione, e lo manderò alla rovina tentandolo e invogliandolo al peccato. E spartirò il mio premio o la mia preda con deliberazione, e la mia voglia verrà soddisfatta nel piacere. Trarrò la mia spada nel consentimento (infatti, appunto come una spada spacca una cosa in due, così il consentimento separa l'uomo da Dio) e allora lo ucciderò con le mie mani nell'atto di peccare!'. Ecco che cosa dice il maligno». E allora l'uomo è completamente morto nell'anima. Così il peccato si compie attraverso la tentazione, il piacere e il consentimento; e si chiama allora peccato attuale.
In realtà, vi sono due maniere di peccato: peccato veniale o peccato mortale. Quando si ama una creatura qualsiasi più di Gesù nostro Creatore, allora è peccato mortale. Ed è peccato veniale se si ama Gesù Cristo meno di quanto si dovrebbe. In verità, l'effetto di questo peccato veniale è pericolosissimo, perché diminuisce l'amore che per Dio dovrebbe sempre più aumentare. E perciò, se un uomo si addossa molti di questi peccati veniali, certo, quand'anche ogni tanto se ne scarichi con la confessione, questi a poco a poco diminuiscono in lui tutto il suo amore per Gesù Cristo; e in questo modo, da veniale diventa mortale. Perché infatti, più uno si carica l'anima di peccati veniali, più è inclinato a cadere in peccato mortale. Cerchiamo perciò di non essere negligenti nello sgravarci dei peccati veniali. Dice infatti il proverbio che «il molto vien dal poco». E sentite questo esempio. Ogni tanto viene una grande onda di mare, così violenta che la nave affonda. La stessa disgrazia qualche volta viene invece provocata da tante piccole gocce d'acqua che penetrano, attraverso una piccola fenditura, nella chiglia, e poi nella stiva della nave, se si è tanto negligenti da non sgombrarle in tempo. E perciò, per quanto vi sia differenza fra queste due cause di affondamento, la nave ad ogni modo affonda. Succede lo stesso per il peccato mortale, e per i peccati veniali minori, quando in un uomo questi si moltiplicano tanto che l'amore delle cose terrene, per le quali pecca venialmente, diventa nel suo cuore grande come l'amore di Dio, o più grande. E perciò, l'amore di ogni cosa che non sia rivolta a Dio o fatta principalmente per amor suo, per quanto la si ami meno di Dio, è tuttavia peccato veniale; ed è peccato mortale, quando l'amore di qualcosa ha nel cuore dell'uomo lo stesso peso dell'amore di Dio, o maggiore. «Il peccato mortale» come dice Sant'Agostino «si ha quando l'uomo distoglie il suo cuore da Dio, che è pura bontà sovrana che non può mutare, e rivolge il suo cuore a cosa che può cambiare e finire», cioè a tutto, fuorché a Dio del cielo. Perché in realtà, se un uomo dà il suo amore, ch'egli tutto e con tutto il cuore dovrebbe a Dio, a una creatura, certo, quanto egli del proprio amore concede a tale creatura, tanto ne toglie a Dio, e quindi pecca. Perché egli, che è debitore a Dio, non rende a Dio tutto il suo debito, cioè tutto l'amore del suo cuore.
Ora siccome in genere si comprende quale sia il peccato veniale, conviene parlare particolarmente di peccati che forse molti non riconoscono come tali, e non se ne confessano, e invece sono peccati; come infatti hanno scritto i dotti, ogni volta che uno mangi o beva più di quanto sia necessario al sostentamento del suo corpo, egli in realtà pecca. E anche quando parli più che non sia necessario, è peccato. Anche quando non ascolti benevolmente il lamento del povero; anche quando è in salute di corpo e non vuol digiunare mentre altri digiunano, senza un ragionevole motivo; anche quando dorme più del necessario, o quando per la stessa ragione arriva tardi in chiesa, o ad altre opere di carità; anche quando si serve della moglie, senza il sovrano desiderio di procreare in onore a Dio, o con l'intento di concedere il debito del proprio corpo alla moglie; anche quando, potendo, non vuol visitare gli ammalati e i prigionieri; anche s'egli ami la moglie o il figlio o altra creatura terrena, più di quanto la ragione non richieda; anche se per qualche necessità lusinghi o blandisca più di quanto dovrebbe; anche se diminuisca o sopprima l'elemosina ai poveri; anche se prepari il proprio cibo più delicatamente di quanto occorra, o mangi troppo rapidamente per ingordigia; anche se parli di frivolezze in chiesa o durante il servizio divino, o chiacchieri con parole oziose d'insensatezza o vituperio, perché ne dovrà rendere conto nel giorno del giudizio; anche quando prometta o assicuri di fare cose che non sa compiere; anche quando per leggerezza o per frenesia critichi o schernisca il suo vicino; anche quando abbia cattivi sospetti di cosa che non conosca con sicurezza: queste cose e innumerevoli altre, secondo quanto dice Sant'Agostino, sono peccati.
Bisogna ora comprendere che, anche se nessuno su questa terra riesce ad astenersi da tutti i peccati veniali, può tuttavia contenersi con l'ardente amore che ha per nostro Signore Gesù Cristo, con le preghiere, la confessione ed altre opere buone, così da non aver che poco da dolersi. Come infatti dice Sant'Agostino, «se si ama Dio tanto da compiere tutto sempre e solo per amor suo, ardendo d'amore per lui, ecco, come disturba o dà noia una goccia d'acqua che cade in una fornace piena di fuoco, così dà noia un peccato veniale a chi sia perfetto nell'amore di Gesù Cristo». Il peccato veniale si può anche frenare ricevendo degnamente il prezioso corpo di Gesù Cristo, e ricevendo anche l'acqua benedetta, facendo elemosine, recitando tutto il "Confiteor" sia alla messa che al vespro, e ottenendo la benedizione di vescovi e di sacerdoti e facendo altre opere buone.
EXPLICIT SECUNDA PARS PENITENTIE.
Sequitur de septem peccatis mortalibus et eorum dependenciis, circumstanciis et speciebus.
E' ora opportuno parlare dei sette peccati mortali, vale a dire dei peccati capitali. Percorrono tutti la stessa linea, ma in maniera diversa. Essi dunque vengono detti capitali in quanto sono i maggiori, e da loro derivano tutti gli altri peccati. Radice di questi sette peccati è la superbia, che è in genere radice di tutti i mali: da questa radice spuntano rami diversi, come l'ira, l'invidia, l'accidia o pigrizia, l'avarizia o ingordigia (come comunemente s'intende), la gola e la lussuria. E ciascuno di questi principali peccati ha i suoi rami e ramoscelli, come si dirà nei capitoli seguenti.
DE SUPERBIA.
Anche se non si può dire con esattezza il numero dei rami e dei mali che derivano dalla superbia, ve ne voglio indicare una parte, perché voi comprendiate. C'è la disobbedienza, la millanteria, l'ipocrisia, il disprezzo, l'arroganza, l'impudenza, la gonfiezza d'animo, l'insolenza, l'esaltazione, l'impazienza, la litigiosità, la contumacia, la presunzione, l'irriverenza, la pertinacia, la vanagloria e molte altre ramificazioni che non sto ad elencare. Disobbediente è chi trasgredisce per dispetto i comandamenti di Dio, dei superiori e del padre spirituale. Millantatore è chi si vanta del male o del bene che ha fatto. Ipocrita è chi evita di mostrarsi com'è e si mostra invece come non è. Sprezzante è chi reputa di nessun pregio il suo vicino, cioè il cristiano suo simile, o non si degna di fare quel che dovrebbe. Arrogante è chi crede di avere delle virtù che non ha o pensa che dovrebbe averle per i suoi meriti o ritiene comunque di essere ciò che non è. Imprudente è chi per superbia non si vergogna dei suoi peccati. Gonfiezza d'animo si ha quando qualcuno è contento del male che ha fatto. Insolente è chi giudica e disprezza tutti gli altri vantando il proprio valore, le
proprie capacità, il proprio parlare e il proprio comportamento. Esaltazione si ha quando uno non riesce a tollerare d'aver padroni o compagni. Impaziente è chi non vuole essere ammaestrato o rimproverato per il suo vizio, e che con litigi combatte puntigliosamente la verità e difende la propria insensatezza. "Contumax" è chi per indignazione si mette contro ogni autorità o potere di coloro che invece sono i suoi superiori. Presunzione si ha quando uno pretende di fare quel che non dovrebbe o non sa fare; e questa si chiama anche saccenteria. Irriverenza si ha quando non si fa atto d'omaggio a chi si dovrebbe e s'aspetta d'esser riveriti. Pertinacia si ha quando qualcuno persiste nella propria pazzia o si fida troppo del proprio giudizio. Vanagloria è menar vanto o compiacimento per il proprio successo temporale, gloriandosi del proprio stato mondano. Vaniloquio si ha quando si parla troppo in presenza della gente e si macina come mulini senza tener conto di ciò che si dice.
E vi è anche una specie nascosta di superbia, in chi aspetta d'esser salutato prima di voler salutare, pur essendo forse di minor conto dell'altro; in chi aspetta o desidera di sedersi o d'aver precedenza per via, di baciar la pace, d'essere incensato e di passare all'offertorio prima del vicino, e altre cose simili; contro il proprio dovere, forse, ma sempre con l'intenzione e col proposito fissi nel superbo desiderio d'essere magnificati e onorati prima degli altri.
Ci sono dunque due maniere di superbia: una è dentro il cuore dell'uomo e l'altra fuori. Molte di queste cose che ho nominato, infatti, e molte altre che non ho nominato, appartengono alla superbia che sta nel cuore dell'uomo; le altre specie di superbia sono, invece, esterne. Ma tuttavia ciascuna di queste specie di superbia è indizio dell'altra, come la gaia pergola alla porta della taverna lo è del vino che è in cantina. Lo si vede da molte cose, come dal modo di parlare e di comportarsi, e dal modo sfacciato di vestirsi. Se veramente non ci fosse peccato nel modo di vestirsi, Cristo nel vangelo non avrebbe tanto insistito a parlare degli abiti del ricco. Come infatti dice San Gregorio, «l'abito prezioso può essere criticabile per scarsità, per mollezza, per stravaganza e smanceria, come per essere eccessivamente sfarzoso o sregolatamente succinto». Ahimè! non vedete come, anche al giorno d'oggi, sia peccaminoso e caro il modo di vestire, e tutto appunto per sfarzo eccessivo o per sregolata insufficienza?
Quanto al primo peccato, vale a dire l'eccessivo sfarzo nel vestire, esso è così caro, da mandare la gente in rovina; e non si tratta solo del costo dei ricami, delle dentellature o delle smerlature alla moda, delle pieghettature, delle riportature, delle increspature o delle bendature e simile sperpero di stoffa in cose inutili; ma ci sono anche le costose pellicce dei mantelli, il lungo sforbiciare per far buchi e un gran smerlettare di cesoie; e poi l'eccessiva lunghezza di detti mantelli, strascicati nel letame e nel fango, sia a cavallo che a piedi, tanto da uomo che da donna, e tutto lo strascico è in realtà sprecato veramente, consumato, liso e insozzato nel letame, invece d'essere distribuito ai poveri, con grave danno della sopra detta povera gente. E questo in diversi modi; vale a dire che quanto più la stoffa viene sperperata, tanto più essa aumenta di costo per il popolo, data la scarsità. E per di più, se anche si distribuissero alla povera gente quei vestiti a buchi e merletti, essi non sarebbero convenienti alla loro condizione, né basterebbero a proteggerli dalle intemperie della stagione. D'altra parte, per parlare d'orribili abiti esageratamente succinti, ci sono uomini che portano certi striminziti giubbetti o giacchettini, che sono così corti da non coprire a bella posta i loro vergognosi membri. Ahimè! ce ne sono alcuni che, anzi, ne mettono in mostra la protuberanza della forma, con certi orribili gonfiori, che sembra abbiano la malattia dell'ernia sotto le brache; e le loro natiche si muovono come il posteriore d'una scimmia femmina nel plenilunio. E oltre a quei miseri membri rigonfi che mettono in mostra per moda, con le brache spartite a colori bianco e rosso, sembra che abbiano le loro segrete vergogne divise a metà. Se poi per caso le loro brache sono spartite in altri colori, come bianco e nero, bianco e blu, oppure nero e rosso, allora dalla varietà dei colori sembra che i loro membri segreti siano infetti a metà dal fuoco di Sant'Antonio, dal cancro o altro simile malanno. La parte inferiore delle loro natiche, poi, è schifosa da guardare. E' infatti da quella parte del corpo che spurgano la loro fetida sozzura, eppure la mettono orgogliosamente in mostra alla gente a sprezzo d'ogni decenza, quella decenza che Gesù Cristo e i suoi amici cercarono sempre in vita loro di rispettare. Riguardo poi allo sfacciato abbigliamento delle donne, Dio sa che, per quanto dal viso alcune sembrino molto caste e buone, si vede dallo sfarzo degli abiti che in realtà sono lussuriose e superbe. Io non dico che sia sconveniente, sia per l'uomo che la donna, vestirsi decentemente, ma quello che è vituperevole è vestirsi in modo superfluo o sregolatamente succinto. C'è anche peccato di lusso e di sfarzo in cose che appartengono al cavalcare, come molti eleganti cavalli che vengono mantenuti per diletto, belli, grassi e costosi; e così molti viziosi garzoni che devono accudirli, e poi stravaganti bardature, selle, groppiere, pettorali, briglie coperte di stoffe preziose e ricche, traversini e piastre d'oro e d'argento. Per bocca del profeta Zaccaria Dio dice: «Quelli che sono montati su simili cavalli saran confusi». Questa gente fa poco caso a come cavalca il Figlio di Dio del cielo, alle bardature che aveva quando montò sull'asino, al fatto che per bardature aveva solo i poveri mantelli dei suoi discepoli; e non sta neppure scritto che si servisse mai d'altra cavalcatura. Dico questo contro il peccato di eccesso, non contro una ragionevole decenza quando sia veramente ragionevole. E poi è chiaro segno di superbia mantenere una gran masnada, quando sia di poco o di nessun vantaggio; per esempio, quando la masnada è rissosa e pericolosa verso la gente, per la durezza della sua gran prepotenza e per via di prestazioni. In realtà quei signori che appoggiano la cattiveria della loro masnada, vendono la loro signoria al diavolo dell'inferno. Ma ci sono anche uomini di basso rango, come quelli che tengono osteria, i quali nascondono le ruberie dei loro garzoni, il che è un modo come un altro d'ingannare. Gente simile s'assomiglia alle mosche che inseguono il miele, o ai cani che inseguono la carogna. E' gente che spiritualmente affoga la propria signoria; ecco che cosa ne dice il profeta Davide: «Scenda su quei signori la mala morte! E Dio voglia ch'essi precipitino nel profondo dell'inferno, perché nelle loro case c'è iniquità e malizia, e non Dio del cielo!». In verità se non faranno ammenda, come Dio diede la sua benedizione a Laban (4) mandandogli a servizio Giacobbe, e al Faraone mandandogli a servizio Giuseppe, così Dio a questi signori che sostengono le iniquità dei loro servi manderà la sua maledizione, sempre che non facciano ammenda. Anche a tavola compare molto spesso la superbia; perché mentre i ricchi vengono chiamati ai banchetti, i poveri vengono mandati via ed umiliati. Anche nell'eccesso di diversi cibi e bevande, come certi tipi di sfornati e manicaretti, bruciati a fuoco alto, dipinti e incastellati con carta, e simile spreco, tanto che vien vergogna a pensarci. E anche nella esagerata preziosità del vasellame e nella stravaganza delle musiche, per cui un uomo viene tanto più spinto alle delizie del lusso, e tanto meno rivolge il cuore a nostro Signore Gesù Cristo, e questo è certamente peccato; e anzi, in circostanze simili, le delizie possono essere tali da indurre in peccato mortale. Non c'è dubbio infatti che i peccati che derivano dalla superbia sono mortali, specialmente quando derivano da una viziosità rimuginata, pensata e preveduta, oppure dall'abitudine. Quando invece sorgono inaspettatamente da una debolezza improvvisa, e subito vengono di nuovo ritratti, pur essendo peccati gravi, non credo siano mortali. Qualcuno potrebbe poi chiedere da dove sorga e derivi la superbia: ebbene, vi dico che qualche volta sorge dai beni della natura, qualche volta dai beni della fortuna e qualche volta dai beni della grazia. I beni della natura praticamente consistono nei beni del corpo o nei beni dell'anima. I beni del corpo sono la salute del corpo, come la forza, l'agilità, la bellezza, la finezza e la distinzione. Beni naturali dell'anima sono buona intelligenza, mente acuta, ingegno sottile, virtù naturale e buona memoria. I beni della fortuna sono la ricchezza, le alte posizioni di comando e gli onori della gente. I beni della grazia sono la scienza, la capacità di sopportare travagli spirituali, la benignità, la virtuosa contemplazione, la resistenza alle tentazioni e cose simili. Di questi beni che ho detto, sarebbe certamente grandissima follia insuperbire, qualunque essi siano. Riguardo poi ai beni della natura, Dio sa che qualche volta in natura li abbiamo sia a nostro danno che a nostro vantaggio. Riguardo poi alla salute del corpo, essa, in realtà, passa molto facilmente, ed è anche molto spesso occasione d'infermità alla nostra anima, perché Dio sa che la carne è una grandissima nemica dell'anima; perciò, quanto più il corpo è sano, tanto più siamo in pericolo di cadere. Anche insuperbire per la forza del proprio corpo è una gran follia, perché in realtà la carne smania contro lo spirito, e quanto più la carne è forte, tanto più grama può essere l'anima; e oltre a tutto questo, la forza fisica e la mondana baldanza causano molto spesso pericoli e disgrazie. Anche insuperbire per il proprio nobilume è grandissima follia, perché spesso la nobiltà del sangue porta via la nobiltà d'animo; e poi siamo tutti d'un padre e d'una madre, tutti della stessa natura marcia e corrotta, sia ricchi che poveri. In verità c'è da ammirare solo un tipo di nobiltà, quella che dona all'animo dell'uomo virtù e moralità e lo rende figlio di Cristo. Perché, state pur certi, solo chi si fa comandare dal peccato diventa col peccato un vero plebeo.
Ci sono invece segni evidenti di nobiltà, come lo sfuggire il vizio, la ribalderia e la schiavitù del peccato, nelle parole, nelle opere e nel contegno; il praticare la virtù, la cortesia e la purezza, e l'essere liberali, vale a dire moderatamente generosi: oltrepassare la misura è infatti follia e peccato. Un altro è il ricordarsi dei benefici che si sono ricevuti dalla gente. Un altro ancora è l'essere benevoli verso i propri dipendenti, perché, come dice Seneca, «non c'è nulla che più convenga a un uomo d'alta condizione della benevolenza e della pietà. Perfino quegli insetti che si chiamano api, dovendosi scegliere una regina, se ne scelgono una che non abbia pungiglione col quale pungere». E un altro è avere un cuore nobile e diligente, rivolto a elevate cose virtuose. Ora, però, anche insuperbire per i beni della grazia è pazzia furiosa, perché allora, come dice San Gregorio, «quei doni della grazia che avrebbero dovuto far bene e guarire, fanno male e avveleniscono. Chi poi insuperbisce per i beni della fortuna è massimamente folle, perché succede spesso che chi al mattino è un gran signore si trova prima di notte in schiavitù e miseria; qualche volta sono i piaceri stessi che, provocando una grave malattia, fanno morire. In verità, l'applauso della gente è spesso completamente falso o troppo instabile per fidarsene: chi oggi ti loda, domani ti critica. Eppure Dio sa che il desiderio d'aver il plauso della gente ha fatto morire più d'un uomo intraprendente.
REMEDIUM CONTRA PECCATUM SUPERBIE.
Ora che avete compreso che cosa sia la superbia, e in quante specie si distingua, e da dove sorga e derivi questa superbia, ora capirete quale sia il rimedio contro il peccato della superbia, e cioè l'umiltà o modestia. Questa è una virtù mediante la quale l'uomo acquista vera conoscenza di se stesso, e di sé non tiene alcun conto o nota, né dei propri meriti, avendo sempre presente la propria fragilità. Vi sono infatti tre modi d'umiltà: umiltà di cuore, umiltà di parola e infine umiltà di opere. L'umiltà di cuore è di quattro specie: una è quando l'uomo si considera un nulla di fronte a Dio del cielo; l'altra, quando non disprezza nessun altro uomo; la terza è quando non si preoccupa anche se altri non lo tiene in nessun conto; la quarta è quando non gli dispiace umiliarsi. Anche l'umiltà di parola sta in quattro cose: nel parlar moderato, nella semplicità di parola, quando ciò che si dice con le labbra corrisponda a ciò che si pensa dentro il cuore, e infine quando si lodino le qualità d'un altro senza sminuirle. Anche l'umiltà di opere è in quattro modi: il primo è quando si pongano gli altri prima di sé; il secondo sta nello scegliere sempre il posto più basso, il terzo nell'accettare lietamente un buon consiglio; il quarto è di rallegrarsi sempre per la decisione dei propri superiori, di chi cioè sta più alto di grado. E questa davvero è una grande opera d'umiltà.
SEQUITUR DE INVIDIA. Dopo la superbia parlerò del turpe peccato d'invidia, la quale, secondo le parole del filosofo, è «dispiacere della prosperità altrui»; e, secondo le parole di Sant'Agostino, è «dispiacere del bene altrui e godimento dell'altrui danno. Questo turpe peccato è palesemente contrario allo Spirito Santo. Per quanto ogni peccato sia contrario allo Spirito Santo, tuttavia siccome allo Spirito Santo appartiene proprio la benevolenza, mentre a rigore l'invidia proviene dalla malvagità, ecco che questa è esattamente contraria alla benevolenza dello Spirito Santo. Ci sono poi due specie di malizia: vale a dire durezza d'animo nel male, ossia la carne è così accecata che non s'accorge d'essere in peccato e non se ne cura, il che è durezza del diavolo; l'altra specie di malizia si ha quando un uomo combatte la verità, sapendo che è verità, e anche quando combatte la grazia che Dio ha fatto al prossimo, e tutto questo per invidia. L'invidia è dunque certamente il peggior peccato che ci sia. Difatti mentre tutti gli altri peccati qualche volta s'oppongono a una sola speciale virtù, l'invidia sta sempre contro ogni virtù e ogni bontà. Essa infatti si dispiace per ogni bene altrui, ed è in questo modo diversa da tutti gli altri peccati. Certo è che non esiste quasi alcun peccato che non abbia in sé qualche piacere, all'infuori dell'invidia, che porta sempre con sé angoscia e dolore. Ed ecco le specie dell'invidia. La prima è dispiacere del bene e della prosperità altrui: la prosperità è per natura motivo di gioia, onde l'invidia è un peccato contro natura. La seconda specie d'invidia è il godimento per il danno altrui, ed è proprio come il demonio che si rallegra sempre per i mali dell'uomo. Da queste due specie deriva la maldicenza, e tale peccato di maldicenza o detrazione è, a sua volta, di diverse specie. C'è chi loda il vicino in mala fede, e alla fine gli prepara un brutto tiro, aggiungendo sempre alla fine del discorso un «ma» che implica assai più biasimo di tutte le lodi fatte. La seconda specie è che, per quanto un uomo sia buono, e faccia o dica tutto a buon fine, il maldicente girerà quella sua bontà sottosopra secondo le sue ignobili intenzioni. La terza sta nello sminuire le qualità del vicino. La quarta specie di maldicenza è questa: se si parla bene di qualcuno, allora il maldicente dirà: «Veramente, il tale è ancora migliore di lui», spregiando così colui che viene lodato. La quinta specie e questa: di consentire volentieri e volentieri ascoltare il male che la gente dice d'altri; questo peccato è gravissimo, ed aumenta ancora a seconda della mala fede del maldicente. Dopo la maldicenza viene il brontolamento o mormorazione, che deriva da impazienza, talvolta contro Dio e talvolta contro l'uomo; contro Dio è quando qualcuno brontola contro le pene dell'inferno, o contro la povertà, o la perdita di beni, o contro la pioggia e la tempesta; o borbotta altrimenti che i disonesti hanno prosperità, mentre la brava gente ha solo disgrazie. Tutte cose invece che andrebbero sopportate con pazienza, perché derivano dal giusto giudizio e ordinamento di Dio. Qualche volta il brontolamento deriva da avarizia, come quando Giuda brontolò contro la Maddalena perché lei unse di unguento prezioso il capo di nostro Signore Gesù Cristo. Questo tipo di brontolamento si ha quando qualcuno brontola del bene ch'egli stesso compie o che altri compie a suo vantaggio. Qualche volta il brontolamento deriva da superbia, come quando Simone il fariseo brontolò contro la Maddalena, perché lei si avvicinò a Gesù Cristo e pianse ai suoi piedi per i propri peccati. Qualche altra volta il brontolamento deriva dall'invidia, quando si rivelino i difetti altrui che altrimenti rimarrebbero nascosti o si attribuiscano ad altri cose che siano false. Spesso c'è mormorio tra i servi che brontolano anche se il padrone comanda di fare una cosa lecita; e pur non osando resistere apertamente al suo comando, si mettono però a dirne male, a brontolare e a mormorare di nascosto per puro dispetto: tali mormorii vengono chiamati il "Paternoster" del diavolo, anche se in realtà il diavolo non ha mai avuto un "Paternoster", ma è così che li chiama la gente ignorante. A volte il brontolamento deriva dall'ira o da un odio nascosto che, come poi vi dirò, nutre in cuore il rancore. Viene poi anche l'amarezza d'animo, attraverso la quale amarezza ogni buona azione del prossimo sembra amara e insipida. Viene poi la discordia che disunisce ogni genere d'amicizia. Viene poi il disprezzo, come quando si cerca ogni occasione per denigrare il prossimo, per quanto bene egli faccia. Viene poi l'insinuazione, come quando si cerca l'occasione d'incolpare il prossimo, con un'astuzia che è come quella del diavolo, il quale notte e giorno sta in agguato per incolparci tutti. Viene poi la malignità per via della quale, quando è possibile, si danneggia il prossimo; e se ciò non è possibile, non per questo diminuisce il mal volere, che anzi gli si può incendiare la casa di nascosto, avvelenargli o uccidergli il bestiame, e così via.
REMEDIUM CONTRA PECCATUM INVIDIE.
Vi parlerò ora del rimedio contro il turpe peccato d'invidia. Innanzi tutto sta nell'amar Dio sopra ogni cosa, e il prossimo come se stessi; perché l'uno non può stare senza l'altro. E bada bene che nel nome del tuo prossimo devi intendere il nome di tuo fratello; perché in realtà tutti abbiamo un solo padre carnale e una sola madre, vale a dire Adamo ed Eva; e anche un solo padre spirituale, cioè Dio del cielo. Il tuo prossimo sei tenuto ad amarlo e a volergli ogni bene; e perciò Dio dice: «Ama il tuo prossimo come te stesso», quanto a dire per la salvezza della vita e dell'anima. E inoltre devi amarlo con la parola, e con benevoli ammonimenti e rimproveri, e confortarlo nelle sue avversità, e pregare per lui con tutto il cuore. E in verità devi amarlo a tal punto, da fare per lui in carità quanto vorresti fosse fatto alla tua stessa persona. E pertanto non gli recherai alcun danno con malvagia parola, né alcun male al suo corpo, né ai suoi beni, né alla sua anima, con la lusinga del cattivo esempio. Non desidererai la sua donna, né alcuna delle sue cose. Bada che nel nome di prossimo è compreso anche il nemico. Certo bisogna amare il proprio nemico, secondo il comandamento di Dio; e sicuramente amerai l'amico in Dio. Dico che devi amare il nemico per amor di Dio, secondo il suo comandamento. Perché se fosse ragionevole che l'uomo odiasse il suo nemico, Dio sicuramente non avrebbe accolto nel suo amore noi che siamo suoi nemici. Contro tre specie di torti che il nemico gli fa, egli deve fare tre cose, così: contro l'odio e il rancore d'animo, egli in cuore deve amarlo; contro l'insulto e le male parole, egli deve pregare per il suo nemico; contro le male azioni dei suo nemico, egli deve fargli del bene. Perché Cristo dice: «Amate i vostri nemici, e pregate per coloro che v'inseguono e vi perseguitano, e usate bontà con coloro che vi odiano». Ecco, così nostro Signore Gesù Cristo ci comanda di fare con i nostri nemici. Perché, certo, per natura siamo portati ad amare i nostri amici, ma in verità i nostri nemici hanno maggior bisogno d'amore dei nostri amici; e certo il bene va fatto a chi ne abbia bisogno maggiormente; e certo così facendo dobbiamo avere in mente l'amore di Gesù Cristo che morì per i suoi nemici. E quanto più quell'amore è difficile da provare, tanto maggiore è il merito; onde l'amore del nostro nemico ha confuso il veleno del diavolo. Perché appunto come il diavolo viene sconfitto dall'umiltà, così si sente ferito a morte dall'amore verso il nostro nemico. L'amore è dunque certamente la medicina che espelle dal cuore il veleno dell'invidia. Le specie di questo passo saranno più ampiamente dichiarate nei capitoli seguenti.
SEQUITUR DE IRA.
Dopo l'invidia descriverò il peccato dell'ira. Perché in verità chi prova invidia contro il prossimo, generalmente trova presto motivo di sdegno, in parole o in atti, contro colui al quale porta invidia. E l'ira proviene anche dalla superbia, oltre che dall'invidia; perché in verità chi è superbo o invidioso è facilmente irascibile.
Questo peccato d'ira, secondo la descrizione di Sant'Agostino, consiste nel malvagio volere di vendicarsi sia a parole che a fatti. L'ira, secondo il filosofo, è sangue in effervescenza che s'agita nel cuore dell'uomo, facendogli desiderare il male di colui che odia. Perché certamente il cuore dell'uomo, per il fervore e la congestione del sangue, s'altera al punto ch'egli perde ogni giudizio di ragione. Ma dovete capire che l'ira è di due specie: una buona e l'altra cattiva. L'ira buona deriva da gelosia di bontà, per cui un uomo s'accanisce con la malvagità e contro la malvagità; e perciò dice un saggio che è meglio l'ira dello scherzo. Quest'ira è benigna e prorompe senza amarezza; e non prorompe contro l'uomo, ma prorompe contro le male azioni dell'uomo, come dice il profeta Davide: «"Irascimini et nolite peccare"». Comprendete ora che l'ira cattiva è di due specie: vale a dire ira improvvisa o repentina, senz'avviso o consenso di ragione. Il che significa e vuol dire che la ragione dell'uomo non consente a quest'ira improvvisa, e allora è veniale. L'altra è ira pienamente malvagia, che deriva da perfidia di cuore pensata e prestabilita, col malvagio proposito di far vendetta, e ad essa la ragione acconsente; e allora è sicuramente peccato mortale. Quest'ira è così sgradita a Dio, che ne conturba la casa, scaccia lo Spirito Santo dall'anima dell'uomo e ne guasta e distrugge la somiglianza con Dio, vale a dire la virtù che e nell'anima dell'uomo, e pone in lui l'impronta del demonio, e sottrae l'uomo a Dio, che è suo legittimo signore. Quest'ira è di massimo gradimento del demonio, perché essa è la fornace del demonio, che si riscalda col fuoco dell'inferno. Perché certamente, appunto come il fuoco è più potente d'ogni altro elemento nel distruggere tutte le cose materiali, così l'ira è capace di distruggere tutte le cose spirituali. Guardate come il fuoco di pochi tizzoni, quasi morti sotto la cenere, si riaccenda appena siano toccati dallo zolfo: appunto così si riaccende l'ira, appena è toccata dalla superbia che si nasconde nel cuore dell'uomo. Perché il fuoco non può certamente nascere da nulla, a meno che non sia già dall'inizio per natura in qualcosa, come dall'inizio il fuoco nella selce che s'estrae con l'acciaio. E come la superbia è spesso motivo d'ira, così il rancore ne fa da nutrice e da custode. C'è una specie d'albero, secondo quanto dice Sant'Isidoro, (6) con il quale basta far fuoco e coprire i carboni di cenere, perché quel fuoco duri per più di un anno. E lo stesso avviene del rancore: una volta che sia concepito nel cuore di qualche uomo, dura certamente da una Pasqua all'altra, e anche più. Ma per tutto quel periodo il cuore di quell'uomo è certo ben lontano dalla misericordia di Dio.
Nella suddetta fornace del demonio ci lavorano tre birbe: la superbia, che soffia sempre e alimenta il fuoco con insolenze e male parole; poi c'è l'invidia, e trattiene il ferro rovente sul cuore dell'uomo con un paio di lunghe tenaglie di lungo rancore; e poi c'è il peccato di contumelia, detta altrimenti ingiuria e vilipendio, che batte e forgia con villani insulti. Certo, questo peccato maledetto offende sia l'uomo stesso che il suo prossimo. In verità quasi tutto il male che ogni uomo fa al suo prossimo proviene dall'ira. Perché infatti la smisurata ira fa sempre tutto ciò che il demonio le comanda, ed egli non risparmia né Cristo né la sua dolce Madre. E nella sua rabbia ed ira smisurata, ahimè, ahimè, molto spesso in quel momento prova in cuor suo rancore sia verso Cristo che verso tutti i suoi santi. Non è questo un vizio maledetto? Sì, certamente. Ahimè, esso toglie all'uomo l'intelletto e la ragione ed ogni bene di vita spirituale che dovrebbe preservargli l'anima! Distrugge infatti ciò che giustamente appartiene a Dio, e cioè l'anima dell'uomo e il suo amore per il prossimo. E combatte continuamente contro il vero. Strappa la tranquillità dal cuore e sovverte l'anima.
Dall'ira provengono questi fetidi rampolli: prima l'odio, che è vecchia rabbia; la discordia, per cui un uomo abbandona il vecchio amico al quale ha voluto bene per lungo tempo; e poi viene la guerra ed ogni specie di male che l'uomo possa recare al suo prossimo, nella sua persona o nei suoi averi. Da questo maledetto peccato d'ira proviene anche l'omicidio. E badate bene che l'omicidio, cioè l'uccisione di una persona, si ha in diversi modi. C'è un omicidio spirituale ed uno corporale. L'omicidio spirituale consiste in sei cose. Prima nell'odio, onde San Giovanni dice: «Chi odia suo fratello è un omicida». L'omicidio consiste poi nella diffamazione, onde Salomone dice che i diffamatori «hanno due spade con le quali uccidono il loro prossimo». Togliere infatti a un uomo il suo buon nome è come togliergli la vita. L'omicidio sta anche nel dar cattivo consiglio con frode, come dar consiglio di aumentare dazi e tasse illecite. Onde Salomone dice: «Simili al leone ruggente e all'orso affamato sono quei crudeli signori che trattengono o sottraggono il gregge, il compenso o la paga dei propri servi, oppure praticano l'usura o non fanno elemosina alla povera gente». E perciò il saggio dice: «Da' da mangiare a chi sta per morire di fame»; perché in verità, non dandogli da mangiare, tu lo uccidi; e questi sono tutti peccati mortali. L'uccisione corporale d'una persona si ha quando in altro modo tu l'uccidi con la tua lingua, come quando comandi, oppure dai consiglio, d'assassinare un uomo. L'omicidio effettivo si ha in quattro maniere. La prima è per legge, quando appunto un giudice condanna a morte chi è colpevole. Badi, però, il giudice d'agire rettamente, e non lo faccia per il piacere di spargere sangue, ma per preservare la giustizia. Altro omicidio è quello compiuto per necessità, come quando un uomo uccide un altro per difesa, non potendo in altro modo evitare la propria morte. Ma certamente se, pur potendo scampare senza uccidere l'avversario, lo uccide, commette peccato e dovrà far penitenza come di peccato mortale. Anche se un uomo, per caso o fatalità, scaglia una freccia, oppure lancia un sasso, e uccide qualcuno, egli è un omicida. Così se una donna per negligenza si corica dormendo sul suo bambino, commette omicidio e peccato mortale. Anche quando qualcuno disturba la concezione d'un bambino, e rende sterile una donna facendole bere erbe velenose per mezzo delle quali non possa concepire, o uccide intenzionalmente il piccolo con beveraggi, o mette altrimenti certi materiali oggetti nelle parti segrete di lei per uccidere la creatura, o pecca altrimenti contro natura, cosicché uomo o donna sparga il suo seme in modo o in luogo dove non si possa concepire, o se altrimenti una donna, avendo concepito, si ferisca e uccida il piccolo, è sempre omicidio. E che dire delle donne che sopprimono le loro creature per paura d'aver disonore dal mondo? E' senz'altro un omicidio terribile. Omicidio è anche se l'uomo avvicini la donna per desiderio di lussuria, facendo perire il bambino, o altrimenti colpisca intenzionalmente una donna, facendole perdere la creatura. Tutti questi sono omicidi e orribili peccati mortali. Eppure dall'ira derivano molti altri peccati, sia nelle parole che nei pensieri e nelle azioni: come chi fa carico a Dio, o rimprovera Dio, per ciò di cui egli stesso è colpevole, oppure bestemmia Dio e tutti i suoi santi, come fanno in molti paesi certi dannati giocatori. E maledetto peccato si commette anche quando in cuore si pensa malvagiamente di Dio e dei suoi santi. Quando poi si tratta in modo irriverente il sacramento dell'altare, il peccato è così grave che non può essere assolto, se non dalla misericordia di Dio, che va oltre tutte le opere sue: tanto esso è grave e tanto egli è buono! Dall'ira deriva poi la velenosa rabbia. Appena qualcuno in confessione viene severamente ammonito ad abbandonare il peccato, ecco che s'arrabbia e risponde sprezzantemente e irosamente, e difende o scusa il suo peccato con la fragilità della carne, dicendo d'averlo commesso per far compagnia agli amici o perché tentato dal demonio o a causa della propria gioventù o della propria natura, così irruente da non potersi contenere, o perché a una certa età si è destinati o perché tutto proviene dalla nobiltà degli antenati e simili cose. Tutta questa gente è così avvolta nei suoi peccati, che ormai neppure vuole liberarsene. Nessuno, infatti, che si scusi intenzionalmente del suo peccato, può dal suo peccato liberarsi, finché non lo riconosca umilmente. Poi, ecco che viene il bestemmiare, che è espressamente contrario al comandamento di Dio; e questo succede spesso per rabbia e per ira. Dio dice: «Non nominerai il nome del tuo Signore Iddio invano o inutilmente». Anche nostro Signore Gesù Cristo dice per bocca di San Matteo: «Non giurate in alcun modo: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città d'un gran re; né per la tua testa, perché non puoi rendere bianco o nero neppure un capello. Ma sia il vostro parlare: "sì, sì", e "no, no", poiché il di più proviene dal maligno»... Così dice Cristo. E per amor di Cristo, non bestemmiate così peccaminosamente da smembrare Cristo in anima, cuore, ossa e corpo. Perché sembra veramente che pensiate non l'abbiano già smembrata abbastanza i maledetti ebrei, la preziosa persona di Cristo, per smembrarla ancora voi. E se la legge vi costringe a giurare, regolatevi allora secondo la legge di Dio nel vostro giuramento, come dice Geremia, quarto "capitulo": «Osserverai tre condizioni: giurerai con verità, con rettitudine e con giustizia». Vale a dire che giurerai il vero, perché ogni menzogna è contro Cristo. Cristo infatti è pura verità. Bada bene che chiunque giura, senza essere costretto dalla legge a giurare, avrà una ferita tale che non se ne andrà dalla sua casa finché continuerà così a giurare. Giurerai inoltre con rettitudine, quando sarai costretto dal giudice a testimoniare il vero. E poi non giurerai per invidia, né per favori o compensi, ma per giustizia, per renderne onore a Dio e per soccorrere i tuoi fratelli cristiani. E perciò chiunque pronunzi inutilmente il nome di Dio, o chi giuri falsamente con la bocca o chi adotti il nome di Cristo per esser chiamato cristiano, pur vivendo contrariamente alla vita di Cristo e al suo insegnamento, tutti questi nominano il nome di Dio invano. Guarda anche che cosa dice San Pietro, "Actuum, quarto, Non est aliud nomen sub celo, etc.": «Non v'è sotto il cielo alcun altro nome», dice San Pietro, «che sia dato agli uomini, per il quale debbano essere salvati»; all'infuori cioè del nome di Gesù Cristo. Pensa inoltre quanto sia prezioso il nome di Cristo! Dice San Paolo, "ad Philipenses, secundo, In nomine Jhesu, etc.": «Nel nome di Gesù dovrebbe piegarsi ogni ginocchio di creatura celeste o terrena o d'inferno». Esso infatti è così eccelso e venerabile, che il dannato demonio tremerebbe a sentirlo nominare. E allora sembrerebbe che quanti giurano così orribilmente per il suo santo nome, lo disprezzino ancora più baldanzosamente degli ebrei maledetti, o perfino del demonio, il quale trema a sentire il suo nome.
Ora però, se il giuramento è altamente proibito, a meno che non sia fatto per legge, assai peggio è giurare falsamente e invano.
Che dire di coloro che si divertono a giurare, e credono che sia un vanto o un atto virile far grandi giuramenti? E di coloro che a forza d'abitudine non smettono mai di far grandi giuramenti, fosse pure per un motivo che non vale una paglia secca? Questo è certamente un orribile peccato. Come pure è peccato giurare d'improvviso, senza pensare. Ma passiamo ora a quegli orribili giuramenti d'invocazione e di scongiuro, che fanno certi ipocriti incantatori e negromanti con bacini pieni d'acqua, o con una spada luccicante, con un cerchio, o con un fuoco, o con una scapola di pecora. Posso soltanto dire che agiscono maledettamente e dannabilmente contro Cristo e tutto il credo della Santa Chiesa.
Che dire poi di coloro che credono in divinazioni per mezzo del volo o del suono di uccelli o di bestie, oppure per mezzo di sortilegi, di negromanzia, di sogni, di porte che cigolano o di case che scricchiolano, di topi che rodono o altre simili calamità? Certo son tutte cose proibite da Dio e dalla Santa Chiesa. Sono perciò maledetti, finché non facciano ammenda, coloro che pongono fede a porcherie simili. Se per caso hanno qualche effetto incantesimi per mezzo di ferite o di malattie d'uomini o di bestie, è Dio che lo permette perché la gente presti maggior fede e rispetto al suo nome.
Vi parlerò ora delle menzogne, che sono generalmente falsa asserzione di parole allo scopo d'ingannare i propri simili cristiani. Vi sono menzogne dalle quali non deriva alcun vantaggio per nessuno; e vi sono menzogne che per alcuni sono di profitto e utile, e di perdita e danno per altri. Certe menzogne valgono per salvare la propria vita e i propri averi, certe menzogne invece derivano dal puro piacere di mentire, per il quale piacere s'inventa una lunga storia e la si colora di tutte le circostanze, mentre tutto il fondamento della storia è falso. Certe menzogne derivano dal voler sostenere la propria parola; e certe derivano da leggerezza senza riflessione e altre simili cose.
Passiamo ora al vizio dell'adulazione, che non proviene da alcun sentimento di gioia ma dal timore o dalla bramosia. L'adulazione è in genere il lodare a torto. Gli adulatori sono le balie del demonio, che nutrono i loro bambini col latte delle lusinghe. Salomone dice infatti che «l'adulazione è peggio della diffamazione». Perché talvolta la diffamazione rende più umile un uomo altezzoso che teme d'essere denigrato, mentre l'adulazione serve soltanto a esaltare un uomo nel suo animo e nel suo comportamento. Gli adulatori sono gl'incantatori del diavolo, perché inducono un uomo a credersi simile a chi in realtà non assomiglia affatto. Essi sono come Giuda e tradiscono un uomo per venderlo al suo nemico, cioè al demonio. Gli adulatori sono i cappellani del diavolo che cantano "Placebo" continuamente. L'adulazione va classificata fra i vizi dell'ira, perché molto spesso, quando qualcuno è in collera con un altro, si mette ad adulare per farsi sostenere nella sua lite. Parliamo ora della maledizione che proviene da un cuore irato. In genere si può dire che sia maledizione qualsiasi potere malefico. Tale maledizione, come dice San Paolo, allontana l'uomo dal regno dì Dio. E molto spesso tale maledizione si ritorce erroneamente su colui che maledice, come un uccello che ritorni al proprio nido. Bisognerebbe soprattutto evitare di maledire i propri figli, di mandare al diavolo la propria progenie come tutto ciò che ad essa appartiene. Si tratta in verità d'un gran pericolo e d'un gran peccato.
Parliamo poi dell'insulto e dell'offesa che sono ferite molto gravi nel cuore dell'uomo, in quanto scuciono nel cuore dell'uomo i vincoli dell'amicizia. Non c'è uomo infatti che possa andar d'accordo con chi l'abbia apertamente insultato e offeso e oltraggiato. E' questo un peccato orribile, come dice Cristo nel vangelo. E badate: chi insulta il suo prossimo, o lo insulta per qualche malanno o pena che abbia sul corpo chiamandolo «lebbroso... brutto storpio», o lo insulta per qualche peccato che abbia commesso. Ora, se lo insulta per qualche sua pena, l'insulto si rivolge allora a Gesù Cristo, in quanto non c'è pena che non sia inviata secondo giustizia e col permesso di Dio, si tratti pure di lebbra, mutilazione o altro malanno. Se poi lo accusa ingenerosamente di peccato, chiamandolo «scostumato... brutto ubriacone» e così via, questo allora contribuisce ad aumentare la gioia del demonio che è sempre contento quando gli uomini peccano. L'insulto, certo, non può derivare che da un cuore di villano. La bocca parla infatti come detta il cuore. Attenti dunque: dovendo rimproverare qualcuno, bisogna cercare di non scadere nell'insulto e nell'offesa. Se infatti non si sta attenti, si può facilmente accendere il fuoco della collera e dell'ira che invece andrebbe spento, uccidendo così forse chi con benevolenza si sarebbe potuto correggere. Salomone dice: «Una lingua amorevole è come un albero di vita». Di vita spirituale, vuol dire. Una lingua affilata, invece, uccide lo spirito sia di chi rimprovera come di chi viene rimproverato. Ecco che cosa dice Sant'Agostino: «Non v'è nessuno che assomigli tanto al figlio del diavolo quanto colui che spesso rampogna». E San Paolo: «Al servo di Dio non s'addice l'insulto». Se dunque l'insulto è fra chiunque un atto villano, sconveniente al massimo è fra uomo e donna: allora veramente non c'è più pace. Salomone dice: «Casa senza tetto e sgocciolante e moglie rissosa si equivalgono». Chi si trovi in una casa che in molti punti sgoccioli, anche se in un punto evita le gocce, in un altro esse gli cadono addosso. Così succede con una moglie rissosa: se non rampogna per un verso, rampogna per l'altro. Onde Salomone dice: «Meglio un tozzo di pan secco in tranquillità che una casa piena di delizie in agitazione». E San Paolo conclude: «Mogli, siate soggette ai vostri mariti come si conviene nel Signore, e voi mariti amate le vostre mogli». "Ad Colossenses, tertio".
Parliamo poi dello scherno, che è un iniquo peccato, specialmente quando si schernisca un uomo per le sue buone opere. Tali schernitori infatti si comportano come il sozzo rospo che non può tollerare di sentire il dolce profumo del vigneto in fiore. Questi schernitori sono fedeli compagni del diavolo, perché provano gioia quando il diavolo vince, e dolore quando egli perde. Essi sono gli avversari di Gesù Cristo, perché odiano ciò ch'egli ama, cioè la salvezza dell'anima.
Parliamo ora del cattivo consiglio. Colui che dà cattivo consiglio è un traditore, perché inganna chi si fida di lui, "ut Achitofel ad Absolonem. Ma tuttavia il suo cattivo consiglio si ritorce prima di tutto contro lui stesso. Dice infatti il saggio: «Ogni falso vivere ha questa proprietà in se stesso, che chi vuol danneggiare gli altri reca prima danno a se stesso». Occorre dunque capire che non bisogna prendere consiglio da gente ipocrita, né da gente in collera o piena di rancore, né da gente che badi troppo al proprio interesse o da gente troppo mondana, specialmente nel consiglio di anime.
Viene ora il peccato di coloro che seminano e producono discordia fra la gente, il che è un peccato che Cristo odia sommamente. E non c'è da meravigliarsene, perché egli morì appunto per portare concordia. Essi recano a Cristo maggior oltraggio di quanto non ne recassero coloro che lo crocifissero, perché Dio ama più che vi sia amicizia fra la gente di quanto non amasse il suo stesso corpo, che offrì appunto perché vi fosse unione. Perciò sono come il diavolo coloro che stanno sempre intorno a spargere discordia.
Viene poi il peccato di doppiezza, di coloro che davanti alla gente parlano bene, e male alle spalle; oppure che fingono di parlare in buona fede, per gioco o per scherzo, mentre in realtà parlano in mala fede.
Viene poi il tradimento di consiglio, per cui un uomo viene diffamato e a stento può rimediare al suo danno.
Viene poi la minaccia, che è aperta follia, perché colui che spesso minaccia, spesso promette più di quanto non sappia compiere.
Vengono poi le parole oziose, che non servono né a chi le dice né a chi le ascolta, Sono parole oziose quelle che sono inutili o non tendono ad alcun vantaggio naturale. E per quanto talvolta le parole oziose siano peccato veniale, bisognerebbe tuttavia temerne perché poi dobbiamo renderne conto a Dio.
Viene poi il chiacchierare che non può essere senza peccato e, come dice Salomone, «è segno di aperta follia». Onde un filosofo, al quale fu chiesto come si potesse piacere alla gente, rispose: «Compi molte opere buone e fa' poche chiacchiere».
Poi viene il peccato dei beffatori che sono le scimmie del demonio, perché con le loro beffe fanno ridere la gente con atti da scimmia. San Paolo proibisce tali beffe. Badate che, come le parole virtuose e sante confortano coloro che lavorano al servizio di Cristo, così le parole volgari e i lazzi beffardi incoraggiano coloro che lavorano al servizio del diavolo. Sono peccati che provengono dalla lingua e derivano dall'ira e da altri peccati ancora.
SEQUITUR REMEDIUM CONTRA PECCATUM IRE.
Il rimedio contro l'ira è una virtù che si chiama mansuetudine, cioè bonarietà; e anche un'altra virtù, che si chiama pazienza o tolleranza.
La bonarietà limita e raffrena gli stimoli e le spinte impetuose che l'uomo ha nel cuore, in modo che non trabocchino fuori in collera e ira. La tolleranza sopporta dolcemente tutte le seccature e i torti che ogni uomo infligge all'altro. Così dice San Gerolamo della bonarietà: «Essa non fa o dice male ad alcuno; né per male che sia fatto o detto ad alcuno, essa si riscalda oltre ragione». Talvolta questa virtù proviene da natura, onde il filosofo dice: «Per natura l'uomo è pronto, disposto e inclinato alla bontà; ma quando la bonarietà è ispirata dalla grazia, allora è ancor più meritevole».
La pazienza, che è un altro rimedio contro l'ira, è una virtù che tollera benignamente la bontà di ciascun uomo e non s'adira per alcun torto che le venga fatto. Dice il filosofo che la pazienza è quella virtù che sopporta benignamente tutti gli oltraggi dell'avversità e qualsiasi cattiva parola. Questa virtù rende l'uomo simile a Dio, anzi, dice Cristo, lo rende suo figlio diletto. Questa virtù sconfigge il tuo nemico, onde il saggio dice: «Se vuoi vincere il nemico, impara a sopportare». E bisogna capire che quattro sono i modi in cui l'uomo soffre offesa nelle cose esterne, contro i quali deve avere quattro modi di pazienza.
La prima offesa sta nelle cattive parole: ne soffrì Gesù Cristo senza lamentarsi, molto pazientemente, ogni volta che i giudei insultarono e l'oltraggiarono. Sopporta dunque pazientemente; il saggio dice infatti: «Se te la prendi con uno stolto, sia che lo stolto s'incollerisca o rida, tu non avrai mai pace». L'altra offesa esterna è l'aver danno nei tuoi beni: anche dì ciò Cristo soffrì molto pazientemente, quando venne
spogliato di tutto ciò che in vita possedeva, e non era che la sua veste. La terza offesa è che un uomo abbia danno alla sua persona: e di questo soffrì molto pazientemente Cristo in tutta la sua passione. La quarta offesa sta nel costringere a lavori gravosi, ond'io dico che chi fa lavorare i propri servi troppo duramente o fuori tempo, come nei giorni santificati, commette senz'altro peccato grave: e anche di questo soffrì molto pazientemente Cristo e ci ammaestrò nella pazienza portando sulle sue sante spalle la croce sulla quale dovette poi subire una vile morte. Bisogna dunque imparare ad essere pazienti. Infatti non soltanto i cristiani furono pazienti per amore di Gesù Cristo e per il premio di quella beata vita che è eterna, ma perfino gli antichi pagani, che cristiani non furono mai, elogiarono e praticarono la virtù della pazienza. Una volta un filosofo, volendo picchiare un suo discepolo per una grave mancanza che l'aveva molto irritato, prese una verga per battere il ragazzo. Vedendo la verga, il ragazzo disse al suo maestro: «Che intendete fare?» «Voglio batterti» disse il maestro «per castigo!» «In realtà» disse il ragazzo «dovreste prima castigare voi stesso che avete perduto tutta la vostra pazienza per un ragazzo!» «È vero» disse il maestro in lacrime «hai ragione: prendi tu la verga, figlio mio caro, e castigami per la mia impazienza.» Dalla pazienza deriva l'obbedienza, per cui l'uomo obbedisce a Cristo e a tutti coloro ai quali dovrebbe essere obbediente in Cristo. Voi capite che l'obbedienza è perfetta quando si fa, lieti e svelti e di buon animo, tutto ciò che bisogna fare. L'obbedienza sta in genere nel praticare la dottrina di Dio e dei propri superiori, ai quali bisognerebbe sempre rettamente obbedire.
SEQUITUR DE ACCIDIA.
Dopo il peccato d'invidia e d'ira, ora voglio parlarvi del peccato d'accidia. L'invidia acceca il cuore dell'uomo, l'ira l'uomo lo sconvolge, ma l'accidia lo rende greve, penoso e triste. Invidia ed ira producono amarezza di cuore, la quale amarezza è madre d'accidia e lo priva dell'amore d'ogni cosa buona. L'accidia è dunque angoscia e turbamento di cuore, e Sant'Agostino dice: «È noia del bene e gioia del danno». Si tratta certamente d'un abominevole peccato, perché fa torto a Gesù Cristo in quanto lo priva del servizio che ciascuno dovrebbe rendergli con ogni diligenza, come dice Salomone. Ma l'accidioso non ha tale diligenza: egli fa tutto con noia e rabbia e torpore e pretesti e indolenza e malavoglia; e perciò sta scritto: «Maledetto chi serve Dio con negligenza!». L'accidia è poi nemica d'ogni stato umano, il quale stato può essere in tre maniere: uno è lo stato d'innocenza com'era quello di Adamo prima che cadesse nel peccato, nel quale stato egli era tenuto a operare in lode e onore di Dio; altro stato è quello dei peccatori, nel quale gli uomini sono tenuti a faticare pregando Dio per la remissione dei loro peccati e perché egli voglia concedere loro di sollevarsi dai loro errori; altro stato è quello di grazia nel quale l'uomo è tenuto alle opere di penitenza. L'accidia è nemica e contraria a tutte queste cose, perché non ama alcuna occupazione: si tratta veramente d'un turpe peccato, contrario perfino al mantenimento della vita del corpo, in quanto non provvede alle necessità temporali e tralascia e trascura e distrugge per noncuranza qualsiasi bene.
La quarta cosa è che l'accidioso, per il suo torpore e la sua indolenza, è come quelli che sono già nelle pene infernali: i dannati, infatti, sono così vincolati, che ormai non possono né fare né pensare bene. Deriva soprattutto dall'accidia il fatto che l'uomo s'annoi e s'infastidisca a compiere qualsiasi bene, facendo sì che Dio, come dice San Giovanni, abbia quest'accidia in abominio.
Viene poi l'indolenza che non sopporta alcuna durezza o pena. Dice infatti Salomone che l'indolente è così molle e delicato, che non riesce a tollerare asperità o molestia e sforma tutto ciò che fa. Contro questo putrido peccato d'accidia e d'indolenza bisogna invece esercitarsi nelle buone opere, avendo virilmente e virtuosamente animo di fare bene e pensando che nostro Signore Gesù Cristo ripaga ogni opera buona, per piccola che sia. Gran cosa è l'abitudine di lavorare, perché, come dice San Bernardo, fa sì che chi lavora abbia braccia forti e muscoli saldi, mentre l'indolenza li rende deboli e molli. S'aggiunge poi a ciò il timore di cominciare qualsiasi opera buona; infatti, chi è incline al peccato crede che sia così grande impresa il dedicarsi a far opere di bene e si mette in mente che le circostanze del bene siano così gravose e pesanti da sostenere, che, come dice San Gregorio, non ha proprio il coraggio di intraprendere opere di bene.
Viene poi lo sconforto che è disperazione della misericordia di Dio e deriva o da eccessivo dolore o da eccessiva paura, per cui s'immagina d'aver talmente peccato, che ormai non servirebbe più pentirsi e ravvedersi: è per tale disperazione e paura, dice Sant'Agostino, che l'uomo s'abbandona con tutto il cuore a ogni sorta di peccati. Si tratta d'un detestabile traviamento che, portato alle sue estreme conseguenze, diventa peccato contro lo Spirito Santo. Quest'orribile peccato è assai pericoloso, perché chi è disperato non esita di fronte ad alcun traviamento o perfidia, come ben dimostra Giuda. E' questo, al di sopra di tutti i peccati, il più spiacente a Cristo e a lui più avverso. Colui che dispera fa esattamente come il vigliacco campione che indietreggia e dice «mi ritiro» senza necessità. Ah, non bisogna mai tirarsi indietro e disperare! La misericordia di Dio è sempre pronta a offrirsi al penitente, al di sopra di tutti i peccati ch'egli possa aver commesso. Ahimè, non può l'uomo ricordarsi del vangelo di San Luca, dove Cristo dice che «vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravveda, che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di ravvedimento»? Guardate più avanti, nello stesso vangelo, la gioia e la festa del buon uomo che aveva perduto il figlio, quando il figlio pentito fece ritorno al padre. E perché non ricordare anche, come dice San Luca, il ladrone appeso accanto a Gesù Cristo, che disse: «Signore, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno»? «In verità» rispose Gesù «io ti dico che oggi tu sarai meco in paradiso.» Non esiste dunque nell'uomo alcun peccato che sia tanto orribile da non poter in qualche modo essere annullato dalla penitenza, in virtù della passione e della morte di Cristo. Ah, perché disperare quando la sua misericordia è così pronta e generosa? Chiedete e otterrete!... Viene poi la sonnolenza ossia quel greve torpore che rende l'uomo pesante e torpido di corpo e di mente: è un peccato che deriva dall'indolenza. Così la mattina, per esempio, non bisognerebbe mai dormire, a meno che non vi sia qualche ragionevole motivo: l'ora mattutina, infatti, è la più opportuna per dire le preghiere, pensare a Dio, onorare Dio e fare elemosina al povero che primo si presenti nel nome di Cristo. Ecco che cosa dice Salomone: «Coloro che la mattina si destano e mi cercano, mi troveranno...». Viene poi la negligenza ossia la svogliataggine che non si cura mai di nulla: se l'ignoranza è madre d'ogni danno, la negligenza ne è certo la nutrice. Chi è negligente infatti non bada mai, quando fa qualcosa, se la fa bene o male.
Il rimedio di questi due peccati, dice il saggio, sta nel fatto che «chi teme Dio non risparmia di fare quel che deve fare». Chi poi Dio lo ama, farà in modo di compiacerlo con le proprie opere, dedicando se stesso e tutte le proprie forze a compiere il bene... Viene poi l'ozio che è come una porta aperta a tutti i vizi. Un uomo pigro è infatti come una città senza mura: i diavoli possono entrarvi da ogni lato o colpire allo scoperto con tentazioni da ogni parte. L'ozio è il bacino in cui si raccolgono tutti i cattivi e malvagi pensieri, tutte le ciarle, le truffe ed ogni sozzura. Il paradiso verrà concesso a chi per esso lavora, non agli oziosi! Anche Davide dice che «quanti con gli uomini non saranno stati al lavoro, con gli uomini non saranno sferzati», intendendo in purgatorio; onde sembra senz'altro che saranno tormentati dal diavolo all'inferno, a meno che non facciano penitenza.
Viene poi il peccato che si chiama "tarditas": si commette quando si è troppo tardi ossia lenti nel rivolgersi a Dio, ed è certamente una gran follia. E come se uno cadesse in un fosso e non volesse risollevarsi. È un vizio che deriva dalla speranza illusoria d'aver sempre tempo, ma è una speranza che vien spesso delusa. Viene poi la fiacchezza, per cui appena s'incomincia un'opera buona, subito la si tralascia e abbandona, come fa certa gente che abbia in custodia qualche creatura e subito non se ne curi appena incontri qualche contrarietà o noia. Così fan certi pastori novelli che consapevolmente lasciano correre il loro gregge incontro al lupo che sta in mezzo ai rovi, o neppure vi badano. Da ciò deriva povertà e distruzione di cose sia spirituali che temporali... Viene poi una specie di freddezza che raggela completamente il cuore dell'uomo... Poi viene la mancanza di devozione, per cui l'uomo, dice San Bernardo, diventa così cieco e prova nella sua anima un tale languore che non può né leggere o cantare pienamente in chiesa, né ascoltare o pensare qualche devozione, né attendere con le proprie mani a qualche opera buona, senza sentirsi scontento e insoddisfatto: diventa perciò torpido e pigro e presto monta in collera e si lascia prendere dall'odio e dall'invidia... Viene poi il peccato del tedio del mondo, che si chiama "tristicia", il quale, dice San Paolo, uccide: esso produce infatti la morte dell'anima e del corpo, in quanto rende l'uomo stanco della sua stessa vita, portandolo spesso ad abbreviarsela prima ancora che per via naturale giunga la sua ora.
REMEDIUM CONTRA PECCATUM ACCIDIE.
Contro quest'orribile peccato d'accidia e le sue ramificazioni c'è una virtù che si chiama "fortitudo" o forza, che è un moto dell'animo per cui un uomo disprezza il tedio. Questa virtù è così potente e vigorosa da dar coraggio a resistere validamente e saggiamente contro malèfici pericoli e a lottare contro gli assalti del demonio. Essa infatti innalza e invigorisce l'anima, proprio dove l'accidia l'abbatte e l'indebolisce, in quanto questa "fortitudo" riesce con prolungata tolleranza a sopportare qualsiasi travaglio che si presenti.
Questa virtù è di diverse specie, di cui la prima si chiama magnanimità, vale a dire grandezza d'animo: occorre infatti un animo veramente grande contro l'accidia, affinché essa non inghiottisca l'anima col peccato della tristezza o l'annienti con la disperazione. E' una virtù che saviamente e ragionevolmente porta la gente a intraprendere di sua spontanea volontà anche imprese ardue e compiti gravosi. Siccome il demonio combatte contro l'uomo più con l'astuzia e la malizia che con la forza, l'uomo deve sapergli resistere con l'intelligenza, con la ragione e con la discrezione. Vi sono poi le virtù della fede e della speranza in Dio e nei suoi santi per iniziare e intraprendere opere buone col fermo proposito di portarle a termine... Viene poi la confidenza ossia la sicurezza, e si ha quando non si teme d'alcuna fatica che col tempo possa derivare dalle buone opere intraprese... Viene poi la magnificenza che si ha quando l'uomo fa e compie grandi opere di bene, che è il fine per cui bisognerebbe sempre operare, le quali opere di bene contengono già in sé la ricompensa... C'è poi la costanza che è fermezza d'animo, e questa con la fermezza di fede dovrebbe essere nel cuore e sulle labbra e nell'aspetto e nel portamento e nelle azioni... Altri speciali rimedi contro l'accidia si trovano ancora in diverse opere e nel considerare le pene dell'inferno e le gioie del paradiso e nell'aver fiducia nella grazia dello Spirito Santo che dà la capacità di portare a termine ogni buon intendimento.
SEQUITUR DE AVARICIA.
Dopo l'accidia parlerò dell'avarizia e della cupidigia, peccato di cui San Paolo dice "ad Thimoteum Sexto" che «è radice di tutti i mali». Quando infatti il cuore dell'uomo è in sé confuso e turbato e l'anima ha perduto il conforto di Dio, allora egli cerca un vano sollievo nei beni di questo mondo. L'avarizia, secondo la definizione di Sant'Agostino, è una brama che si ha nel cuore di possedere cose terrene. Altri dicono che l'avarizia consiste nell'ammassare molti beni, senza dar nulla a chi è nel bisogno. Si capisce che l'avarizia non riguarda soltanto la terra e gli averi, ma talvolta anche il sapere e la gloria: in ogni specie d'eccesso c'è avarizia e cupidigia! E la differenza tra l'avarizia e la cupidigia è questa: la cupidigia consiste nel bramare quello che non si ha e l'avarizia sta nel tenere e serbare quello che si ha senza giusta necessità. L'avarizia è certamente un peccato abominevole: tutta la sacra scrittura condanna e biasima questo vizio che fa torto a Gesù Cristo, in quanto lo priva dell'amore che gli è dovuto, rivolgendolo indietro contro ogni ragione e facendo sì che l'avaro speri più nei suoi beni che in Gesù Cristo e badi maggiormente a conservare il proprio tesoro che a rendere omaggio a Gesù Cristo. Ecco perché San Paolo dice "ad Ephesios quinto" che l'avaro è schiavo d'idolatria.
Che differenza c'è fra un idolatra e un avaro? L'idolatra non ha forse che un feticcio o due, mentre l'avaro ne ha parecchi: per lui ogni fiorino che ha nello scrigno è Maometto. E sì che il peccato d'idolatria è il primo che Dio abbia proibito nei dieci comandamenti! Sta infatti scritto in "Exodi capitulo vicesimo": «Non avrai falsi dèi avanti a me, né ti farai scultura alcuna». L'avaro, invece, amando più il suo gruzzolo che Dio, è un idolatra appunto per questo dannato peccato d'avarizia... Dalla cupidigia derivano poi diversi soprusi per cui la gente viene gravata d'imposizioni e contributi e carichi più di quanto sia dovuto o ragionevole, e s'infliggono ai propri sudditi multe che si potrebbero a ragione chiamare estorsioni più che multe, le quali estorsioni e riscatti da schiavitù dicono certi castaldi che siano legittimi, perché secondo loro non c'è suddito che possegga beni temporali che non appartengano al suo signore. Ma non c'è signore che possa togliere al suo suddito ciò che a lui non ha mai dato, "Augustinus, de Civitate, libro nono": la prima condizione e causa di schiavitù sta infatti soltanto nel peccato, "Genesis, nono".
Onde si può vedere che merita schiavitù la colpa, non la natura. I signori perciò non dovrebbero gloriarsi troppo delle loro signorie, giacché non è per condizione naturale che sono signori di servi, ma è che la schiavitù è una conseguenza del peccato. Se poi la legge dice che i beni temporali dei sudditi appartengono in realtà al loro signore, è chiaro ch'essa intende i beni dell'imperatore il quale ha il diritto di difenderli ma non di carpirli o sottrarli. Seneca pertanto dice: «Nella tua saggezza comportati bene coi tuoi servi». Coloro che tu chiami servi sono creature di Dio: gli umili infatti sono amici di Cristo e confidenti del Signore.
Pensate poi che dallo stesso seme da cui nascono i servi nascono anche i padroni, e che tanto può salvarsi il servo quanto il padrone, e che la stessa morte che prende il servo prende il padrone. Perciò io dico: agisci verso il tuo servo come vorresti che il tuo padrone agisse con te se tu fossi alle sue dipendenze. Ogni peccatore è servo del peccato. E soprattutto a te, padrone, raccomando di far saggiamente in modo che i tuoi servi debbano amarti piuttosto che temerti. So bene che ci son gradi su gradi, com'è di ragione, ed è giusto che si faccia il proprio dovere quand'è dovuto, ma passare alle estorsioni e al disprezzo dei propri sudditi è abominevole.
Dovete poi rendervi conto che molto spesso tiranni e conquistatori fanno schiavi certi che sono invece di sangue reale come chi li ha vinti. Questo termine schiavitù non fu mai conosciuto prima, finché Noè non ordinò che suo figlio Canaan diventasse per il suo peccato servo dei suoi fratelli. Che dire poi di coloro che compiono saccheggi ed estorsioni contro la Santa Chiesa? Certo la spada che viene consegnata ad un cavaliere durante l'investitura, significa ch'egli dovrebbe difendere la Santa Chiesa, e non derubarla o saccheggiarla: chi dunque fa questo è traditore di Cristo. Sant'Agostino dice: «Son lupi del demonio coloro che sgozzano le pecore di Gesù Cristo». Ma peggio dei lupi: quando un lupo s'è riempito il ventre, smette di sgozzar pecore, mentre coloro che saccheggiano e distruggono i beni della Santa Chiesa no, non smettono mai di depredare... Ora, dicevo, fu il peccato la causa prima d'ogni schiavitù, e come il mondo cadde in peccato, così cadde pure in schiavitù e soggezione. Ma venne poi il tempo della grazia e Dio stabilì che alcuni fossero di stato e grado più elevato, ed altri più basso, e che ciascuno fosse servito nel proprio stato e grado: da allora nei paesi dove vi sono schiavi, purché si convertano alla fede, questi schiavi vengono liberati, e il padrone deve al servo ciò che il servo deve al padrone. Il papa stesso si chiama servo dei servi di Dio! Ma la Santa Chiesa non avrebbe mai potuto provvedere al bene comune e alla pace e alla concordia sulla terra, se Dio non avesse stabilito che alcuni fossero di grado più alto ed altri più basso: ecco perché a certi fu ordinato di reggere e governare e difendere secondo ragione sudditi e soggetti, nel miglior modo possibile, senza gravarli ed opprimerli. Dico perciò che quei signori che come lupi divorano a torto, senza pietà o criterio, i beni e gli averi della povera gente, riceveranno la misericordia di Gesù Cristo nella stessa misura usata verso quei poveretti, a meno che non si ravvedano... C'è poi la truffa fra mercante e mercante. E si capisce che vi sono diversi modi di mercanteggiare: l'uno tratta di beni materiali e l'altro di beni spirituali, l'uno è onesto e legittimo, e l'altro illegittimo e disonesto. Nel commercio di beni materiali di legittimo e onesto c'è questo: se Dio ha ordinato che un regno o un paese basti a se stesso, legittimo e onesto è che con ciò che abbonda in questo paese se ne aiuti un altro che invece è nel bisogno. Ecco perché devono esserci mercanti che trasportano da un paese all'altro la loro merce. Ogni altro commercio praticato con frode e inganno e tradimento con menzogne e falsi giuramenti, è tristo e abominevole. Vero e proprio commercio spirituale è la simonia, che consiste nell'intenso desiderio d'acquistare beni spirituali, beni cioè che appartengono al tempio di Dio e alla cura delle anime. Chi soltanto cerchi di soddisfare questo desiderio, anche se ciò non abbia effetto, commette peccato mortale; e se si tratta di chi ha preso gli ordini sacri, commette sacrilegio. La simonia prende nome da Simon Mago, che voleva acquistare a prezzo i doni che Dio, per mezzo dello Spirito Santo, aveva fatto a San Pietro ed agli apostoli. Si capisce che simoniaci sono tanto coloro che vendono come coloro che comprano beni spirituali, sia col denaro che per mezzo di favori o personali richieste di amici, amici personali o spirituali. Personali in due modi: per parentela o perché amici d'altri amici. Se essi chiedono per qualcuno che sia indegno e costui ne ottiene beneficio, ciò è simonia: non lo sarebbe se invece costui fosse persona degna e capace. Quando poi un uomo o una donna chiedono d'avvantaggiare qualcuno soltanto per la turpe affezione carnale ch'essi provano per quella persona, ciò è immonda simonia. Se d'altronde per certi servizi resi, taluni concedono beni spirituali ai loro dipendenti, bisogna badare che tali servizi siano onesti, altrimenti anche ciò non è bene, pur se si faccia senza mercanteggiare e la persona sia degna. Dice San Damiano: «A paragone di questo, tutti i peccati del mondo son cose da nulla». Questo infatti è il più grande peccato che ci possa essere, dopo il peccato di Lucifero e dell'Anticristo, perché con questo peccato Dio perde la chiesa e l'anima ch'egli riscattò col suo prezioso sangue, per colpa di coloro che danno chiese a quanti non ne sono degni, introducendovi ladri che rubano le anime a Gesù Cristo e distruggono il suo patrimonio. E' per colpa d'indegni preti e curati che la povera gente perde rispetto verso i sacramenti della Santa Chiesa. Eppure questi donatori di chiese mandano via i figli di Cristo e introducono nelle chiese i figli del demonio. Essi vendono le anime di cui dovrebbero aver cura al lupo che le sgozza come agnelli. E perciò non faranno mai parte di quel pascolo che è la beatitudine del cielo... C'è poi il gioco d'azzardo con tutto ciò che ad esso appartiene, carte e dadi, da cui derivano inganni, falsi giuramenti, accuse, ruberie d'ogni genere, bestemmie e imprecazioni contro Dio, odio verso il prossimo, sperpero di beni, perdita di tempo e talvolta omicidi. I giocatori d'azzardo non possono certo non essere senza peccato grave finché coltivano quell'arte... Dall'avarizia derivano inoltre imposture, furto, falsa testimonianza e giuramenti falsi. Si capisce che anche questi sono peccati gravi e, come ho detto, direttamente contrari ai comandamenti di Dio. La falsa testimonianza sta nelle parole e nei fatti: nelle parole, quando si priva il prossimo del suo buon nome testimoniando il falso, oppure quando, testimoniando il falso, lo si priva dei suoi beni e dei suoi averi; testimoniando il falso per rabbia o per denaro o per invidia, accusando o giustificando se stessi o gli altri con attenzioni false. Attenti, dunque, a deporre e notificare! Fu per causa di testimoni falsi che Susanna si trovò in gran dolore e pena, e lo stesso accadde a parecchi altri... Anche il furto è direttamente contrario al comandamento di Dio e può essere di due specie, materiale o spirituale: materiale, se effettivamente derubi il prossimo dei suoi averi, sia con la forza che con l'astuzia, in tutto o in parte, ma anche valendoti di false accuse e prendendo a prestito i suoi beni con l'intenzione di non restituirglieli più e così via. Furto spirituale è il sacrilegio ossia la violazione di cose sacre, cose cioè che sono sacre a Cristo per due ragioni: o si tratta di luoghi santi, come chiese o cimiteri, onde si può chiamare sacrilegio qualsiasi ignobile peccato o qualsiasi violenza commessa in tali luoghi, oppure si tratta d'indebita appropriazione di ciò che per diritto appartiene alla Santa Chiesa. Semplificando e generalizzando, sacrilegio significa rubare cose sacre da luoghi sacri, o cose non sacre da sacri luoghi, o sacre cose da luoghi non sacri.
RELEVACIO CONTRA PECCATUM AVARICIE.
Ora dovete capire che il rimedio contro l'avarizia sono la misericordia e la pietà in senso lato. Qualcuno potrebbe chiedere perché proprio la misericordia e la pietà siano il rimedio contro l'avarizia. Il fatto è che l'avaro non dimostra né pietà né misericordia verso il bisognoso, in quanto tutto il suo godimento sta nel tenere in serbo il proprio tesoro e non nel soccorrere o aiutare i propri fratelli in Cristo. Ecco perché parlo innanzi tutto di misericordia. La misericordia infatti, dice il filosofo, è la virtù che spinge l'animo dell'uomo a soccorrere le miserie altrui. Segue a tale misericordia la pietà nel compiere opere caritatevoli e misericordiose. E son queste le cose che muovono l'uomo alla misericordia di Gesù Cristo: il fatto ch'egli si sia donato per la nostra colpa, abbia sofferto per misericordia la morte e ci abbia perdonato il peccato originale, liberandoci così dalle pene dell'inferno, attenuando le pene del purgatorio con la penitenza, concedendoci la grazia di ben operare e infine la beatitudine del cielo. Le specie di misericordia sono: il prestare e il dare, il perdonare e l'assolvere, l'avere in cuore pietà e compassione per le disgrazie dei propri fratelli in Cristo, e anche il castigare quando sia necessario. Altro rimedio contro l'avarizia è una ragionevole liberalità; ma in verità qui conviene tener conto della grazia di Gesù Cristo, dei suoi beni temporali, ed anche dei beni eterni che Cristo ci ha dato, ricordando che ci aspetta la morte, non si sa quando, né dove, né come, e che allora dovremo lasciar tutto ciò che possediamo, eccetto quanto abbiamo speso in opere buone.
Ma poiché certa gente manca di misura, bisogna evitare l'eccessiva larghezza detta altrimenti sperpero. In verità chi è prodigo non dà, ma perde i propri averi. Chi poi dà per vanagloria a menestrelli e simili affinché propaghino la sua fama per il mondo, fa peccato, non elemosina. Certo dissipa pazzamente i propri beni chi non cerca se non il peccato coi propri doni: è come un cavallo che cerchi di bere acqua torbida e fangosa invece di bere pura acqua di sorgente. Chi dunque sperpera oltre il dovuto merita la maledizione che nel giorno del giudizio Cristo serberà a coloro che saranno dannati.
SEQUITUR DE GULA.
Dopo l'avarizia vien la gola, la quale pure è espressamente contraria al comandamento di Dio. Gola sta per smoderato desiderio di cibi e bevande o, meglio, il lasciarsi vincere da tale smoderato desiderio e sregolata voglia di cibi e bevande. Questo peccato ha corrotto il mondo intero, come ben dimostra la caduta di Adamo ed Eva. E pensate a quel che dice San Paolo della gola: «Vi sono molti» dice San Paolo «che si comportano, ve l'ho già detto e ve lo ripeto ora piangendo, da nemici della croce di Cristo: morte è la loro fine, il ventre il loro dio e la loro gloria l'onta d'aver assaporato terra». Chi s'abitua al peccato di gola, non può resistere ad alcun altro peccato: deve per forza diventar schiavo d'ogni vizio, in quanto esso è il covo in cui si nasconde a riposare il demonio. Questo peccato è di molte specie. La prima è l'ubriachezza, orrida tomba della ragione umana, onde chi ubriacandosi perde l'uso della ragione, commette peccato mortale. Certo però che se uno non è abituato a bere forte o non conosce forse la gradazione delle bevande oppure ha mal di capo, è affaticato e quindi beve di più, allora, anche se improvvisamente s'ubriaca, quello non è peccato mortale, ma veniale. La seconda specie di peccato di gola si ha quando lo spirito dell'uomo tutto s'intorbida e la sua mente perde per ubriachezza ogni discrezione. La terza specie di peccato di gola si ha quando uno il cibo lo divora ed è senza creanza nel mangiare. La quarta si ha quando per sovrabbondanza di cibo si alterano gli umori del corpo. La quinta quando a forza di bere si perde la memoria, per cui succede a volte che si dimentichi prima di giorno ciò che s'è fatto la sera o la notte prima.
Secondo San Gregorio, invece, vanno distinti in altro modo i peccati di gola: il primo sta nel mangiare prima dell'ora, il secondo si ha quando qualcuno si procuri cibi o bevande troppo delicati, il terzo quando ci si serva oltre misura, il quarto sta nella stravaganza con cui si fa e si prepara da mangiare e il quinto nel mangiare troppo voracemente. Son queste la cinque dita della mano del demonio, con le quali egli attira la gente al peccato.
REMEDIUM CONTRA PECCATUM GULE.
Contro il peccato di gola c'è il rimedio dell'astinenza, dice Galeno; ma secondo me non vale, se viene messo in atto soltanto come igiene corporale. Sant'Agostino vuole che l'astinenza sia praticata per virtù e con sopportazione. «L'astinenza» dice «vale ben poco se non è accompagnata dal buon volere, fortificata dalla pazienza e dalla carità e messa in atto per amor di Dio e con la speranza d'ottenere la beatitudine del cielo.»
Compagne dell'astinenza sono: la temperanza che in tutte le cose mantiene la misura, la vergogna che rifugge da ogni disonestà, la moderazione che non ricerca vivande e bevande prelibate né si preoccupa d'eccessive imbandigioni di cibi, la misura che raffrena con la ragione il desiderio sregolato di mangiare, la sobrietà che modera gli eccessi nel bere ed infine la discrezione che trattiene dalla fiacca abitudine di sedersi a lungo e mollemente a tavola, onde alcuni decidono di propria volontà di mangiare con minor comodo.
SEQUITUR DE LUXURIA.
Dopo la gola vien la lussuria, essendo queste due talmente imparentate fra dì loro da non potersi tanto facilmente separare. Dio sa quanto gli sia sgradito questo peccato, e lo disse espressamente: «Non commettere lussuria». E stabilì contro questo peccato pene gravissime nel Vecchio Testamento: se una schiava fosse stata sorpresa in tale colpa, avrebbe dovuto essere bastonata a morte; se si fosse trattato d'una gentildonna, avrebbe dovuto esser lapidata; e se poi fosse stata la figlia d'un gran sacerdote, secondo il comandamento di Dio avrebbe dovuto essere bruciata. Inoltre, sempre a causa del peccato di lussuria, Dio sommerse tutto il mondo col diluvio; e poi bruciò cinque città col fulmine e le sprofondò giù all'inferno.
Ora parliamo dunque del fetido peccato di lussuria che fra gente sposata si chiama adulterio, sia che uno soltanto o entrambi siano sposati. San Giovanni dice che all'inferno gli adulteri staranno in una pozza ardente di fuoco e di zolfo: nel fuoco, per la loro libidine; nello zolfo, per il fetore della loro sozzura. È certo una cosa orribile la violazione di questo sacramento. Esso fu decretato da Dio stesso in cielo, e confermato poi da Gesù Cristo, come attesta San Matteo nel vangelo: «L'uomo lascerà il padre e la madre, e s'unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne». Questo sacramento rappresenta il congiungersi insieme di Cristo e della Santa Chiesa. E non soltanto Dio proibì di commettere adulterio, ma comandò che la donna d'altri non si deve neppure desiderare. «In tal comando» dice Sant'Agostino «è compreso qualsiasi desiderio lussurioso.» Ed ecco che cosa dice San Matteo nel vangelo: «Chiunque guardi una donna per appetirla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». Donde si può vedere che non è soltanto proibito l'atto di questo peccato, ma perfino il pensiero di compierlo. E' un maledetto peccato che sconvolge gravemente coloro che lo commettono: prima nell'anima, obbligandola a peccare e a subire la pena d'una morte eterna; e li sconvolge poi gravemente nel corpo, in quanto lo dissecca, lo corrompe e lo sconcia, facendo del sangue sacrificio al demonio dell'inferno; e li priva infine dei loro beni e dei loro averi. Certo è orribile che un uomo sperperi i propri averi per le donne, ma ancor più orribile è che per tale sozzura siano le donne a spendere con uomini i propri averi e le proprie sostanze. Questo peccato, dice il profeta, priva sia uomo che donna di buona fama e d'ogni onore, e fa un gran piacere al demonio che con esso si conquista quasi tutto questo mondo. Proprio come il mercante è più contento degli affari che gli procurano maggior profitto, così il maligno gode di questa turpitudine.
Essa è l'altra mano (14) del demonio con cinque dita per ghermire la gente e trascinarla al male. Il primo dito è l'insano spiare di donna e uomo insani, il che uccide, proprio come fa il basilisco che uccide la gente col veleno del suo sguardo, giacché alla cupidigia degli occhi segue la cupidigia del cuore. Il secondo dito è il palpare sozzo in maniera perversa. Onde Salomone dice che «chi tocca e palpeggia una donna, fa come chi tocca lo scorpione che punge e subito uccide col suo veleno»: nello stesso modo chi tocca pece bollente si brucia le dita. Il terzo sono le parole sconce, che come fuoco bruciano improvvisamente il cuore. Il quarto dito è il baciare: gran pazzo sarebbe veramente chi volesse baciare la bocca d'un forno ardente o d'una fornace, e più pazzi ancora sono coloro che baciano in libidine, perché quella è la bocca dell'inferno, specialmente quei vecchi balordi lussuriosi che, pur non potendo, s'ostinano a voler baciare e profanare. S'assomigliano proprio ai cani: infatti appena un cane passa accanto a un roseto o altro, pur non potendo pisciare, alza tuttavia la gamba e ne fa l'atto. Quanto poi a coloro, e sono parecchi, che credono di non peccare per quante porcherie commettano con la loro moglie, di sicuro sbagliano: Dio sa che un uomo può anche uccidersi col proprio coltello o ubriacarsi bevendo dal proprio barile. In verità, sia moglie che figlio, qualunque sia l'oggetto terreno ch'egli ami prima di Dio, esso diventa per lui il suo idolo ed egli un idolatra. L'uomo dovrebbe invece amare la propria moglie con discrezione, pazienza e temperanza, trattandola come fosse sua sorella. Il quinto dito della mano del demonio è il fetido atto di lussuria. In verità, cacciate le cinque dita dell'ingordigia nel ventre dell'uomo, con le cinque dita della lussuria il demonio lo afferra per i lombi gettandolo nella fornace dell'inferno, dove ci sono fuoco e vermi che non muoiono mai, pianti e lamenti, atroce fame e sete, e orribili diavoli che tutto calpestano senza tregua e senza fine.
Di lussuria, dicevo, se ne formano diverse specie, come la fornicazione, che si ha fra uomo e donna non sposati e che è un peccato mortale contro natura. E' contro natura in quanto è ad essa ostile e la distrugge. Che sia poi un peccato mortale lo dice anche la ragione umana, avendo Iddio proibito ogni lussuria: tanto è vero che San Paolo assegna, a chi lo commette, il regno che a nessuno è dovuto se non a chi sia in peccato mortale.
Altro peccato di lussuria è privare una vergine della sua verginità. Chi in verità compie questo, scaccia una fanciulla dal più alto grado che esista in questa presente vita e la deruba di quel prezioso frutto che il libro chiama «centesimo frutto»: non so come altrimenti si dica nella nostra lingua, ma in latino è proprio "centesimus fructus". Certo chi compie questo, causa molti più danni e malanni di quanti se ne possano calcolare, come chi talvolta abbattendo una siepe o un recinto è cagione del danni prodotti dal bestiame nel campo e guasta così ciò che non può essere più riparato. E' vero infatti che non si può ricuperare la verginità più di quanto si possa far crescere un braccio che sia ormai staccato dal corpo. Lei potrà ottenere misericordia, questo si sa, purché faccia penitenza, ma non sarà mai come se non fosse stata contaminata.
Vi ho già parlato abbastanza d'adulterio, ma è bene che ve ne mostri altri pericoli affinché veramente si eviti questo schifoso peccato. Adulterio in latino vuoi dire avvicinarsi al letto altrui, onde coloro che prima erano una sola carne cedono ad altri il loro corpo. Da questo peccato, dice il saggio, derivano parecchi mali. Il primo è l'infrangersi della fede, di quella fede in cui sta la chiave del cristianesimo. Questo peccato inoltre costituisce un furto, proprio in quanto rubare significa togliere a qualcuno qualcosa contro il suo volere. Ed è certo il furto più orribile che possa esservi quello che una donna compie sottraendo il proprio corpo al marito per darlo al proprio amante che lo sconci e rubando la propria anima a Cristo per darla al demonio. E' un furto più orribile che irrompere in una chiesa e portarne via il calice: spiritualmente infatti gli adulteri violano il tempio di Dio e ne sottraggono il vaso della grazia, che altro non sono che il corpo e l'anima, onde Cristo, come dice San Paolo, li annienterà. Era sicuramente questo il furto di cui Giuseppe aveva tanto timore quando, invitato alla disonestà della moglie del suo padrone, egli disse: «Ecco, signora mia, il mio padrone ha messo nelle mie mani tutto quello che possiede al mondo, e nulla di ciò che è suo mi ha vietato, tranne voi, che siete sua moglie: come potrei dunque commettere tanto male e peccare tanto orribilmente contro Dio e contro il signor mio? Dio me ne guardi!». Ah, ben di rado si trova ormai tanta onestà! Il terzo male è la sozzura con cui s'infrange il comandamento di Dio e si contamina l'ordinatore stesso del matrimonio, che è Cristo. Quanto più il sacramento del matrimonio è nobile e degno, tanto più grave è il peccato che lo infrange. Dio istituì il matrimonio in cielo in condizione di purezza per la moltiplicazione del genere umano al servizio divino. E perciò tanto più grave ne è la violazione quando da essa nascono illegittimi eredi che contro diritto usurpano beni appartenenti ad altri, onde Cristo li scaccerà dal regno dei cieli che invece spetta alla gente buona. Da tale violazione spesso deriva anche che qualcuno senza saperlo si sposi o pecchi con qualche sua parente: ciò accade specialmente a quei libertini che frequentano donnacce di bordello, le quali si potrebbero paragonare a una pubblica latrina in cui vanno gli uomini ad espellere sozzure. Che dire poi dei ruffiani che appunto campano dell'orribile peccato di ruffianeria e costringono le donne a consegnar loro un certo nolo sulla prostituzione del proprio corpo, giungendo a questo perfino con la loro moglie o la loro figlia? Questi sono peccati che certamente portano alla dannazione.
Ben si capisce perché l'adulterio sia apposta messo, nei dieci comandamenti, tra il furto e l'omicidio: si tratta infatti del maggior furto che possa esistere, essendo furto di corpo e d'anima, e s'assomiglia all'omicidio in quanto taglia e spezza in due coloro che prima erano una carne sola. Essi perciò, secondo l'antica legge di Dio, avrebbero dovuto essere mandati a morte. Ma ora non più, per la legge di Gesù Cristo, che è legge di pietà, com'egli stesso disse alla donna colta in adulterio che stava per essere lapidata per volere degli ebrei: «Va'» disse Gesù Cristo «e non peccar più» o «non fare più peccato». L'adulterio infatti verrà punito con le pene dell'inferno, a meno che non vi si ponga rimedio per mezzo della penitenza.
Vi sono poi ancora altre specie di questo maledetto peccato, come quando uno dei due sia un religioso o lo siano entrambi o si tratti di gente che abbia preso gli ordini, come suddiaconi, diaconi, preti o frati ospitalieri: quanto più elevato sia uno nel suo ordine, tanto più serio è il peccato. Ciò che è enormemente grave in questi casi è la violazione del voto di castità fatto al momento della consacrazione. Vero è infatti che gli ordini religiosi sono a capo di tutto il tesoro di Dio e che il loro segno e marchio particolare è la castità, per dimostrare ch'essi sono uniti nel più prezioso modo di vivere che vi sia. Coloro poi che sono stati ordinati godono di speciali titoli presso Dio e appartengono alla sua speciale schiera, e perciò, quando commettono peccato mortale, diventano speciali traditori di Dio e del suo popolo: essi dovrebbero vivere pregando per il prossimo, ma finché son tali traditori, le loro preghiere non valgono a nulla. Per la dignità dei loro ufficio i sacerdoti sono angeli, ma in verità dice San Paolo che perfino Satana si traveste da angelo di luce. Così il sacerdote che commette peccato mortale può essere paragonato all'angelo delle tenebre travestito da angelo di luce: sembra angelo di luce, ma è in effetti angelo d'oscurità. Sacerdoti simili son come i figli di Eli, come dimostra il libro dei Re, i quali erano figli di Belial, cioè del demonio. Belial vuol dire «senza giudice», ed essi si comportano appunto come se così fosse: credono di essere più liberi e ancor più privi di controllo del toro slegato che può prendersi al villaggio la vacca che vuole. Proprio così fanno loro con le donne. Come infatti un toro libero basta per un villaggio intero, così un prete corrotto basta a contaminare un'intera parrocchia o tutto un paese. Questi preti, dice il libro, non sapevano verso il popolo adempiere all'ufficio del sacerdozio e Iddio non li riconobbe. Essi non s'accontentavano, sta scritto, della carne cotta che veniva loro offerta, ma si prendevano con la forza la carne viva: così a questi perversi non basta certamente la carne rosolata o lessa con cui il popolo con grande ossequio li nutre, ma vogliono la viva carne delle sue mogli e delle sue figlie. Queste donne poi che acconsentono alla loro lussuria fanno gran torto a Cristo, alla Santa Chiesa, a tutte le anime e a tutti i santi, allontanando da tutti costoro chi invece Cristo e la Santa Chiesa dovrebbe venerare, pregando per le anime dei cristiani. Onde simili preti e le concubine che cedono alla loro lussuria hanno la maledizione di tutta la cristianità finché non si ravvedono.
La terza specie d'adulterio si ha talvolta fra marito e moglie, quando essi nella loro unione non abbiano alcun riguardo che per il loro piacere carnale, come dice San Gerolamo, e non si preoccupino d'altro che di copulare, giacché, essendo sposati, credono ormai che tutto sia lecito. Ma gente simile è in potere del demonio, come disse l'angelo Raffaele a Tobia, poiché nel loro congiungimento, scacciato dal cuore Gesù Cristo, s'abbandonano ad ogni sozzura.
La quarta specie sta nell'accoppiarsi fra coloro che sono della stessa famiglia o stretti da parentela, o fra coloro i cui padri e i cui parenti abbiano avuto altrimenti rapporti lussuriosi. Questo peccato li rende simili ai cani, i quali non badano affatto a parentela. E in verità di parentela ve ne sono due tipi: spirituale o carnale, spirituale ad esempio nel caso di padrini. Come infatti chi genera un figlio è suo padre carnale, così il padrino è suo padre spirituale. Una donna perciò non commetterebbe minor peccato unendosi col suo compare anziché con suo fratello.
La quinta specie è quell'abominevole peccato di cui non bisognerebbe mai parlare né scrivere, per quanto nella sacra scrittura se ne tratti apertamente. Uomini e donne commettono quest'abominio per deviazioni d'istinti e di maniere, ma certamente non è che, parlandone, la sacra scrittura se ne possa contaminare, come non potrebbe il sole che risplende sul letame.
Appartiene alla lussuria un altro peccato che sorprende nel sonno, e ciò accade tanto a coloro che sono vergini quanto a coloro che son corrotti. Questo peccato si chiama polluzione e avviene in quattro modi: talvolta per languore corporale, essendo gli umori troppo maturi e abbondanti nell'organismo: talvolta per infermità, per debolezza di virtù ritentiva, come dice la medicina; talvolta per sovrabbondanza di cibi e bevande; e talvolta infine per cattivi pensieri chiusi nella mente quando ci si addormenta, il che non può esser senza peccato, onde occorre mantenersi accorti se non si vuol peccare assai gravemente.
REMEDIUM CONTRA PECCATUM LUXURIE. Or viene il rimedio contro la lussuria, che consiste in castità e continenza in genere, le quali raffrenano tutti gli impulsi disordinati che derivano da voglie carnali. Tanto maggior merito avrà chi più reprimerà l'empie folate d'ardore di questo peccato, e ciò in due modi, cioè con castità nel matrimonio e castità di vedovanza. Bisogna dunque comprendere che il matrimonio è legittima unione d'uomo e donna che ricevono, per virtù di quel sacramento, il legame dal quale in vita loro non potranno più dividersi, finché almeno vivranno tutti e due. Questo, dice il libro, è un grandissimo sacramento. Dio lo istituì, come vi ho detto, in paradiso, e volle egli stesso nascere da un matrimonio. E per santificare il matrimonio egli fu presente a nozze dove tramutò l'acqua in vino, e fu questo il primo miracolo ch'egli compì su questa terra di fronte ai suoi discepoli. Il vero effetto del matrimonio è di purificare la lussuria e di riempire di buona figliolanza la Santa Chiesa, questo è lo scopo del matrimonio, ed esso muta il peccato mortale in peccato veniale fra coloro che son sposati e rende tutti uniti i loro cuori così come i loro corpi. Questo è il vero matrimonio stabilito da Dio prima del peccato, quando la legge naturale era nel suo punto giusto in paradiso e venne stabilito che l'uomo non dovesse avere che una donna e la donna un solo uomo, come dice Sant'Agostino, per molte ragioni.
Innanzi tutto perché il matrimonio rappresenta l'unione di Cristo e della Santa Chiesa, e poi perché l'uomo è superiore alla donna e così per comandamento deve sempre essere. Se una donna avesse infatti più d'un marito, dovrebbe allora avere anche più d'un superiore e ciò davanti a Dio sarebbe orribile, né potrebbe una donna accontentare più d'un marito nello stesso tempo, né vi sarebbe mai fra loro tranquillità e pace volendo ciascuno sempre la propria parte. Inoltre nessun uomo riconoscerebbe i propri figli, né saprebbe a chi lasciare la propria eredità, mentre la donna sarebbe meno amata dal momento che s'unisse a molti uomini.
Or viene come dovrebbe comportarsi un uomo con sua moglie, e cioè in due modi, vale a dire con tolleranza e con rispetto, come dimostrò Cristo quando creò la prima donna. Egli infatti non la creò dal capo di Adamo, affinché non pretendesse poi di comandare, giacché dove la donna comanda si crea confusione: di questo non occorrono esempi, dovendo ben bastarci l'esperienza quotidiana. Ma Dio non creò certo la donna dal piede di Adamo, perché neppure troppo in basso dev'essere tenuta non potendolo pazientemente sopportare. Iddio, invece, creò la donna dalla costola d'Adamo, perché la donna dovrebbe essere dell'uomo la compagna e l'uomo dovrebbe comportarsi verso la moglie con fedeltà, onestà, amore. Come dice San Paolo, l'uomo dovrebbe amare la moglie quanto Cristo amò la Santa Chiesa, il quale l'amò tanto da morire per essa: così dovrebbe fare un uomo per sua moglie, se fosse necessario.
Vediamo ora in che modo debba una donna, secondo quanto dice San Pietro, esser soggetta al marito. Primo, nell'obbedienza. Come sta infatti scritto, una donna che sia moglie, finché è moglie, non ha autorità alcuna di giurare né di far da testimone senza il permesso del marito, che è suo signore e sempre dovrebbe esserlo secondo ragione. Lei dovrebbe inoltre servirlo in tutta onestà ed essere moderata nel vestire. Ben so che le donne devono cercare di piacer sempre al marito, ma non per mezzo di bizzarrie nel vestire. San Gerolamo dice che «le mogli agghindate di seta e di preziosa porpora non possono ammantarsi di Gesù Cristo». Sentite, che dice anche San Giovanni a questo proposito? Perfino San Gregorio sostiene che «nessuna cerca vesti preziose se non per vanagloria, per esser stimata di fronte alla gente». Gran follia è che una donna indossi un bell'abito in apparenza e sia dentro di sé immonda!
Una moglie dovrebbe inoltre esser misurata nello sguardo e nel portamento e nel ridere, discreta in ogni sua parola e gesto. E più d'ogni altra cosa al mondo dovrebbe amare suo marito con tutto il cuore ed essergli fedele col suo corpo. Così dovrebbe essere anche il marito verso la moglie. E come il corpo di lei appartiene interamente al marito, così a lui dovrebbe appartenere il cuore, ché altrimenti non vi sarebbe fra i due perfetto matrimonio. Occorre poi comprendere che tre son le cose per cui marito e moglie possono unirsi carnalmente: la prima è l'intenzione di generar figli al servizio di Dio, essendo senz'altro questa la cagione ultima del matrimonio; la seconda è concedersi a vicenda il debito dei proprio corpo, non avendo alcuno dei due sul proprio corpo alcun potere; la terza è sfuggire la lussuria e ogni bassezza. Ve n'è una quarta che veramente è peccato mortale. Mentre infatti la prima è meritoria, e così pure la seconda, essendo stabilito che abbia il merito della castità colei che concede al marito il debito del proprio corpo quand'anche fosse contro il suo piacere e l'inclinazione del suo cuore, la terza è peccato veniale (e in verità difficilmente potrebbe alcuna di queste cose esser priva di peccato veniale per la presenza del godimento e del piacere). Per la quarta s'intende invece il congiungersi soltanto per amorosa passione e non per le suddette cause, ma per soddisfare appunto quel piacere ardente, senza neppure contare quante volte ciò avvenga: si tratta certamente di peccato mortale, eppure, per quanto ciò sia triste, c'è chi s'affanna a far più di quanto basti al suo appetito.
La seconda forma di castità sta nell'esser vedova onesta e nell'evitare gli abbracciamenti degli uomini e nel desiderare l'abbraccio di Gesù Cristo. Ciò riguarda coloro che sono state mogli ed hanno perduto i loro mariti ed anche donne che hanno commesso lussuria e si sono risollevate con la penitenza. Certo, se una moglie potesse, col permesso del marito, mantenersi completamente casta senza mai dargli occasione di colpa, per lei sarebbe un gran merito. Le donne che osservano la castità devono esser pure sia nel cuore che nel corpo e nel pensiero, modeste nel vestire e nel portamento e misurate nel mangiare e nel bere, nel parlare e nell'agire: son esse il vaso o ampolla della beata Maddalena che riempie la Santa Chiesa di profumo. La terza forma di castità è la verginità, e si ha quando una è pia nel cuore e pura nel corpo: essa è allora sposa di Gesù Cristo e vita degli angeli, pregio di questo mondo e in tutto pari ai martiri; ha in sé ciò che la lingua non può dire né la mente immaginare. Da vergine nacque nostro Signor Gesù Cristo e vergine fu egli stesso.
Altro rimedio contro la lussuria è astenersi da quelle cose che danno occasione a tale bruttura, come l'ozio, il mangiare e il bere: quando infatti la pentola bolle forte, meglio è toglierla dal fuoco. Anche dormire a lungo in gran tranquillità alimenta molto la lussuria.
Altro rimedio contro la lussuria è tanto per un uomo quanto per una donna evitar la compagnia di coloro dai quali si teme d'esser tentati, perché, pur se si resiste, rimane tuttavia la tentazione. E una parete bianca, anche se proprio non brucia al contatto della fiamma, pur diventa nera per la fuliggine. Molte volte ho letto che nessuno dovrebbe fidarsi della propria perfezione, fosse più forte di Sansone, più santo di Davide e più saggio di Salomone.
Or che vi ho spiegato, come ho potuto, i sette peccati capitali e alcune delle loro diramazioni e medicine, vorrei senz'altro, se potessi, parlarvi dei dieci comandamenti. Ma un argomento così elevato lo lascio ai teologi, sperando tuttavia d'avervi a tutti accennato in questo trattato.

SEQUITUR SECUNDA PARS PENITENCIE.
Ora siccome la seconda parte della penitenza consiste, come ho iniziato a dire nel primo capitolo, nella confessione orale, eccovi quel che afferma Sant'Agostino: «Peccato è ogni parola, azione o desiderio che sia contro la legge di Gesù Cristo, e si può peccare nel cuore, sulle labbra e negli atti per via dei cinque sensi che sono: la vista, l'udito, l'odorato, il gusto o sapore e il tatto». È dunque bene comprendere le circostanze che molto aggravano ogni peccato. Occorre considerar chi sia colui che commette peccato, se maschio o femmina, giovane o vecchio, nobile o schiavo, libero o servo, sano o malato, sposato o celibe, con o senza ordini, saggio o pazzo, chierico o secolare, se lei sia sua parente carnale o spirituale o meno, se qualcuno della sua famiglia abbia con lei peccato o no, e molte altre cose.
Altra circostanza è questa: se sia commesso in fornicazione o in adulterio o meno, se in incesto o no, se con vergine o meno, se per via d'omicidio o meno, se si tratti d'orribile peccato grave oppure lieve e per quanto tempo si sia seguitato a peccare. La terza circostanza è il luogo in cui si sia commesso il peccato: se in casa d'altri o in casa propria, in un campo, in chiesa o in un cimitero, se in una chiesa consacrata o meno. Se infatti la chiesa fosse consacrata e uomo o donna vi spargesse del proprio umore in peccato o per malvagia tentazione, quella chiesa verrebbe interdetta finché il vescovo non la riconsacrasse, ed anche il prete che avesse commesso tal bruttura verrebbe interdetto e non dovrebbe mai più, fino al termine dei suoi giorni, cantar messa, perché, così facendo, commetterebbe ogni volta mortale peccato. La quarta circostanza riguarda per quali mezzani o mediatori si pecchi, se sia per sollecitazione o per consenso che alcuno cerchi compagnia: molti sventurati infatti, pur di stare in compagnia, si metterebbero perfino col demonio dell'inferno. Coloro perciò che inducono o istigano al peccato sono anch'essi partecipi del peccato e della dannazione del peccatore.
La quinta circostanza si riferisce a quante volte si sia peccato, se ciò sia rimasto soltanto nell'intenzione o sia accaduto effettivamente. Chi infatti spesso cade nel peccato, disprezza la misericordia di Dio rendendo il suo peccato ancor più grave, è scortese verso Cristo, diventa più debole a resistere e più facile a cadere nel peccato, più lento a riprendersi e più restio a confessarsi, specialmente al proprio confessore. C'è infatti gente che, ricadendo sempre nelle antiche colpe, abbandona completamente il suo abituale confessore o spezza altrimenti in più parti la confessione: ora è certo che chi scinde la propria confessione non merita da Dio alcuna misericordia per i suoi peccati. La sesta circostanza riguarda il motivo per cui un uomo pecchi ossia per quale tentazione: s'egli stesso si procuri quella tentazione o da altri sia istigato: o se, avendo peccato con una donna, ciò sia avvenuto con la forza o col di lei consenso oppure se la donna, pur non volendo, sia stata costretta o meno. Questo dovrà dirlo lei: se per smania o per miseria, se di proprio impulso o meno ed altre simili condizioni. La settima circostanza si riferisce al modo in cui lui abbia commesso il peccato o in cui lei abbia tollerato che così le si facesse fare. Lo stesso dovrà fare l'uomo confessando chiaramente e con ogni particolare se abbia peccato con comuni donne da bordello o no, se abbia commesso peccato in tempo di precetto o meno, in tempo di digiuno o no, prima della confessione o dopo l'ultima confessione e se per caso abbia con ciò violato la penitenza che gli era stata imposta, con l'aiuto e il consiglio di chi, per quale incantesimo o magia, tutto insomma va confessato. Queste cose, grandi o piccole che siano, pesano tutte sulla coscienza. E bisogna liberarsene, affinché il sacerdote che deve giudicare possa esser più sicuro nel suo giudizio quando assegna la penitenza. Ben si capisce infatti che, dopo aver insozzato il proprio battesimo col peccato, se si vuol ottenere la salvezza, non si ha altra via che la penitenza e la confessione e la soddisfazione dei peccati, posto sempre che per le prime due vi sia un confessore al quale potersi confessare e che per la terza si abbia abbastanza vita per attuarla.
Bisogna poi osservare e considerare che per una reale e vantaggiosa confessione occorrono quattro condizioni. Occorre innanzi tutto essere in dolorosa afflizione di cuore, come a Dio disse re Ezechiele: «Mi ricorderò di tutti i miei anni di vita in amarezza di cuore». Tale condizione d'amarezza ha cinque segni. Il primo è che la confessione sia pudica, non per coprire o nascondere il peccato, ma perché si è offeso Dio e insozzata la propria anima, onde Sant'Agostino dice: «Il cuore è in travaglio per vergogna del peccato». Quanto più grande è la vergogna che si prova, tanto più grande è la misericordia che si merita da Dio. Tale fu la confessione del pubblicano che non volle alzare gli occhi al cielo, perché in cielo aveva offeso Iddio, e per tale sua vergogna da Dio ottenne subito misericordia; onde Sant'Agostino dice che chi prova vergogna è ormai prossimo al perdono ed alla remissione. Altro segno è l'umiltà nella confessione, onde San Pietro dice: «Umiliatevi di fronte alla potenza di Dio», giacché potente è la mano di Dio che perdona in confessione tutti i peccati, avendone il potere egli soltanto. E tale umiltà dev'essere nel cuore e nel portamento esterno, perché soltanto chi prova in cuore umiltà verso Dio, sarà umile esternamente nella persona verso il sacerdote che siede al posto di Dio. Pertanto, poiché Cristo è sovrano e il sacerdote strumento e intermediario fra Cristo e il peccatore che giustamente viene ultimo, il peccatore non deve in alcun modo sedere alla stessa altezza del confessore, ma inginocchiarsi davanti a lui o ai suoi piedi, a meno che non sia malato, badando non a chi sia il sacerdote ma a chi egli rappresenta. Chi, avendo offeso il proprio padrone, andasse a chiedergli pietà e a far pace mettendosi a sedere accanto a lui, sarebbe giudicato arrogante e indegno di ricever tanto presto remissione o misericordia. Il terzo segno son le lacrime che chi può dovrebbe versare in confessione: se non si può piangere esternamente, si pianga almeno dentro il cuore. Tale fu la confessione di San Pietro, il quale, dopo aver abbandonato Gesù Cristo, uscì fuori e pianse amaramente. Il quarto segno è che non si tralasci per vergogna di far vedere che ci si è confessati. Così fece la Maddalena che non temette, per vergogna di coloro ch'erano al banchetto, di andare da nostro Signore Gesù Cristo a confessargli il suo peccato. Il quinto segno è che il peccatore, uomo o donna che sia, riceva con sottomissione la penitenza a lui assegnata per i suoi peccati, dopo che Gesù Cristo fu per colpa dell'uomo obbediente fino alla morte.
La seconda condizione d'una vera confessione è ch'essa venga fatta prontamente. Poniamo infatti che un uomo sia ferito a morte: quanto più egli tarda a curarsi, tanto più la ferita si corrompe e lo affretta alla morte, essendo sempre più difficile guarirla. Così succede appunto al peccato che a lungo rimanga inconfessato. Molte son le ragioni per cui occorre confessarsi prontamente: fra esse, il timore della morte che arriva spesso improvvisamente, senz'avvertire né quando né dove. Inoltre un peccato tira l'altro, e più s'indugia, più da Cristo ci s'allontana. Se poi si aspetta fino al giorno estremo, difficile sarà potersi confessare e rammentare i propri peccati e pentirsi quando ormai si è prossimi alla morte. Non avendo ascoltato in vita Gesù Cristo quando ha parlato, inutilmente lo si invocherà nel giorno estremo, giacché egli non presterà più ascolto. Quattro sono infatti le cose che a tal fine si richiedono: che la confessione sia per tempo preparata e meditata, giacché nulla s'ottiene con la fretta; che i peccati vengano tutti confessati, superbia, invidia e così via, secondo la specie e la circostanza; che si abbiano impressi bene in mente il numero e la gravità e la durata dei peccati; che se ne provi contrizione, col fermo proposito di non cadere mai più per grazia di Dio in peccato, ponendo cura e badando di fuggirne ogni occasione. Bisogna inoltre confessare tutti i peccati ad un solo sacerdote, non una parte a questo e una parte a quello, spezzando per vergogna o paura la propria confessione, perché ciò sarebbe come soffocare la propria anima. Il fatto è che Gesù Cristo è tutto bontà senz'alcuna imperfezione: egli perciò o perdona tutto perfettamente o non perdona affatto. Con ciò non dico che, essendo assegnato ad un certo penitenziere per certe particolari colpe, uno sia obbligato a rivelargli anche quei peccati dai quali sia già stato assolto dal suo curato, pur volendo con ciò ancor più umiliarsi: non vuol dir questo spezzare la confessione. Né, quando parlo di spezzare la confessione, intendo dire che, avendo dal proprio curato il permesso di confessarsi con un sacerdote discreto e onesto, non si possa, volendo, confessare a lui tutti i peccati: quel che conta è non tralasciare alcuna colpa, non tacere alcun peccato di cui si abbia ricordo. E quando ci si confessa dal proprio curato, gli si dicano pure soltanto i peccati commessi dopo l'ultima confessione: non è che con ciò si abbia il malvagio intento di spezzare la confessione.
Essa poi richiede di per sé certe condizioni. Primo, che ci si confessi di propria spontanea volontà, senza costrizioni, né per rispetto umano, in seguito a malattia o cose simili: è giusto infatti che chi di propria volontà abbia peccato, di propria volontà confessi il suo errore, e che nessun altro riveli i suoi peccati all'infuori di lui, senza contestare o negare la propria colpa né adirarsi contro il sacerdote che l'ammonisca ad abbandonare il male. La seconda condizione è che la confessione sia lecita, ossia che tanto colui che si confessa quanto il sacerdote che ne ascolta la confessione seguano veramente il credo della Santa Chiesa, senza che alcuno disperi della misericordia di Gesù Cristo come Caino o Giuda. E bisogna poi incolpare se stessi e non gli altri, biasimando e riprovando se stessi e la propria malizia per i propri peccati. Se però sia stato qualcun altro occasione e motivo di peccato o le condizioni di quella tal persona abbiano contribuito ad aggravare il peccato o non si possa compiutamente confessarsi se non menzionando la persona con la quale si abbia peccato, allora si può farne il nome, purché l'intenzione non sia di ferire quella persona, ma soltanto di chiarir meglio la propria confessione.
In confessione inoltre non bisogna mai mentire, neppure per umiliazione, dicendo forse d'aver commesso peccati di cui invece non si ha alcuna colpa. Dice infatti Sant'Agostino: «Se per umiliarti arrivi al punto di mentire, mentre prima non eri in peccato, vi sei ora per le tue menzogne». Bisogna inoltre dichiarare il proprio peccato a voce e non per iscritto, a meno che proprio uno non sia muto, perché chi ha commesso il peccato deve subirne anche la vergogna. Non è dunque necessario colorare la propria confessione di belle e sottili parole in modo da nascondere il proprio errore, perché così facendo uno inganna se stesso e non il sacerdote: occorre invece ammettere francamente il proprio peccato, per brutto e orribile che sia. E bisogna poi confessarsi con un prete che sia discreto nel dar consigli e non confessarsi per vanità, ipocrisia o altro motivo che non sia il timore di Gesù Cristo e la salute della propria anima. Non è neppure necessario correre alla sprovvista dal sacerdote a confessargli con leggerezza il proprio peccato, come se si trattasse d'un gioco o d'una burla, ma ponderatamente e con gran devozione. Di regola è bene confessarsi spesso: se spesso si cade, altrettanto spesso con la confessione ci si risolleva, e quante più volte si confessa un peccato, tanto maggior merito se ne acquista e, come Sant'Agostino dice, tanto più facilmente s'ottiene per grazia di Dio il proscioglimento sia del peccato che della pena. E poi almeno una volta all'anno è bene comunicarsi, come infatti una volta all'anno tutte le cose si rinnovano.
Eccovi così dunque spiegata la confessione che costituisce la seconda parte della penitenza.
EXPLICIT SECUNDA PARS PENITENCIE, ET SEQUITUR TERCIA PARS EIUSDEM.
La terza parte della penitenza è la soddisfazione, la quale per lo più consiste generalmente in elemosine e mortifìcazione corporale. Vi sono infatti tre specie d'elemosine: la contrizione di cuore con cui uno offre se stesso a Dio, l'altra è l'aver pietà dei difetti del prossimo e la terza sta nel dare buon consiglio e conforto, spirituale e corporale, dovunque ve ne sia bisogno, provvedendo soprattutto al cibo. Badate che son queste le cose di cui un uomo in genere ha bisogno: bisogno di cibo, bisogno di vestiti e alloggio, bisogno di buoni consigli e d'esser visitato in prigione e durante la malattia, e d'esser sepolto quando muore. Se non puoi visitare il bisognoso di persona, visitalo almeno con messaggi e doni. Queste sono in genere elemosine e opere di carità che si possono compiere se si posseggono ricchezze temporali o discrezione nel dar consigli, e verranno ricordate nel giorno del giudizio.
Tali elemosine vanno fatte di cose proprie e premurosamente e, se possibile, segretamente. Se tuttavia segretamente non si posson compiere, non bisogna perciò trattenersi dal far elemosina quando altri stanno a guardare, purché ciò non sia per aver la gratitudine del mondo, ma per ottener grazia presso Gesù Cristo. Come infatti testimonia San Matteo, "capitulo quinto", «una città posta sopra un monte non può rimaner nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, anzi la si mette sul candeliere per far lume a tutti quelli che sono in casa: così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». In quanto alla mortificazione corporale, essa consiste in preghiere, veglie, digiuni e nella virtuosa pratica delle orazioni. Orazioni e preghiere vanno intese come un pietoso lamento del cuore rivolto a Dio, che s'esprime esternamente a parole e serve ad allontanare i pericoli e ad acquistar beni spirituali e duraturi e talvolta anche beni temporali: fra tali orazioni è certamente il "Paternoster" quella in cui Gesù Cristo ha racchiuso il più delle cose. Essa infatti è tre volte privilegiata rispetto alle altre preghiere, in quanto la compose Gesù Cristo stesso, ed è breve, può esser perciò più facilmente appresa e ricordata, e uno può valersene spesso senza mai stancarsi di recitarla, né può trovar scuse per non impararla, breve e facile com'è: essa comprende in sé tutte le migliori preghiere. Lascio l'esposizione di questa santa orazione, così eccellente e degna, ai maestri di teologia; questo soltanto voglio dire, che quando si prega Dio di rimettere i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, bisogna esser ben sicuri di non aver mancato di carità. Questa santa orazione attenua anche i peccati veniali e perciò s'addice particolarmente alla penitenza.
E' una preghiera che va recitata in tutta onestà e buona fede: bisogna rivolgersi a Dio ordinatamente, con discrezione e devozione, ponendo sempre la propria volontà soggetta alla volontà divina. E' un'orazione che va detta con grande umiltà e purezza e integrità e non per recar danno ad alcuno, uomo o donna che sia, e va inoltre posta in pratica con opere di carità. Essa vale soprattutto contro i vizi dell'anima, giacché, come San Gerolamo dice, «mentre digiunando si curano i vizi della carne, pregando si curano quelli dell'anima».
Dopo di che occorre intendere che la mortificazione corporale consiste in veglie, poiché Gesù Cristo disse: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione». Bisogna poi intendere che il digiuno consiste in tre cose: nell'astenersi da cibi e bevande, nell'evitar baldorie e nello sfuggire il peccato mortale o, meglio, nello star lontano dal peccato mortale con tutte le forze.
Bisogna anche comprendere che Dio ordinò il digiuno e che al digiuno si addicono quattro cose: generosità verso i poveri, letizia spirituale del cuore, non esser adirati né annoiati o seccati perché si digiuna, ed esser ragionevoli riguardo al tempo per mangiare, senza cioè mangiare fuori ora né sedersi a tavola più del dovuto poiché si digiuna.
Si deve poi comprendere che la mortificazione corporale consiste anche nell'istruire o ammaestrare con la parola, gli scritti o con l'esempio, nell'indossare per amor di Cristo indumenti di crine, di canapa o di orbace sulla nuda carne ed altre simili penitenze. Ma bada che tali penitenze contro la carne non ti rendano adirato o seccato contro te stesso, perché è meglio buttar via il saio che allontanare da sé la mitezza di Gesù Cristo. San Paolo infatti dice: «Vestitevi come eletti di Dio, col cuore adorno di misericordia, benignità, tolleranza ed altre simili vesti», di cui Cristo si sente meglio ripagato che non dei crini, delle cotte o delle maglie di ferro.
C'è poi anche disciplina nel battersi il petto, nel colpirsi con la sferza, nel genuflettersi, nel tribolare, nel sopportare pazientemente il male che ci vien fatto come anche nel soffrire pazientemente le infermità, la perdita di beni terreni, della moglie, di figli o amici.
Occorre poi capire quali son le cose che turbano la penitenza, ed esse sono di quattro tipi, cioè timore, vergogna, speranza e sconforto ossia disperazione. In quanto al timore, esso è quel sentimento per cui si crede di non poter tollerare alcuna penitenza: per rimediarvi, occorre tener presente che la penitenza corporale è breve ed effimera rispetto alle pene infernali che sono così crudeli e lunghe e interminabili.
C'è poi la vergogna che alcuni provano a confessarsi, specialmente certi ipocriti che vorrebbero esser considerati perfetti al punto da non aver bisogno di confessione: contro tal vergogna occorre pensare, ragionando, che chi non s'è vergognato a far cose sporche, non dovrebbe certo vergognarsi a farne di pulite quali sono le confessioni. Bisogna poi pensare che Dio vede e conosce ogni pensiero e tutto ciò che è opera sua, e che a lui non si può celare o nascondere nulla. Bisognerebbe pure ricordarsi della vergogna che deve venire il giorno del giudizio a coloro che in questa vita non hanno fatto penitenza e non si sono confessati: allora tutte le creature del cielo della terra e degli inferi dovranno mettere in mostra tutto ciò che a questo mondo tengono nascosto.
In quanto alla speranza di coloro che son tardi e negligenti nel confessarsi, essa è di due tipi. L'una si ha quando si spera di vivere a lungo e d'ottenere prima gran ricchezza a piacimento e di confessarsi poi, credendo d'aver sempre tempo per andare alla confessione; l'altra è l'eccessiva presunzione che si ha nella misericordia di Cristo. Contro il primo vizio occorre considerare che non c'è nulla di sicuro in questa vita e che tutte le ricchezze di questo mondo sono legate al caso e passano come un'ombra sulla parete. San Gregorio dice che spetta all'immensa giustizia di Dio stabilire che non cessi mai la pena di coloro che non vollero mai desistere dal peccato, ma a peccare continuarono sempre: per tale continua volontà di peccato avranno continua pena.
La disperazione è di due maniere: la prima è disperazione nella misericordia di Cristo, l'altra fa sì che non si possa credere di poter perseverare a lungo nella bontà. La prima disperazione deriva dal pensiero che, avendo peccato così gravemente e così spesso ed essendo così a lungo rimasti nel peccato, non ci si possa più salvare. In verità contro questa dannata disperazione basta riflettere che la passione di Gesù Cristo è assai più forte a sciogliere di quanto non sia il peccato a incatenare. Contro la seconda disperazione occorre pensare che, per quanto spesso si cada, altrettanto spesso ci si può risollevare con la penitenza, e che, per quanto a lungo si sia rimasti nel peccato, sempre è pronta la misericordia di Cristo ad accoglierci. Contro la disperazione per la quale si dubita di poter a lungo perseverare nella bontà, si pensi che la debolezza del demonio non può nulla purché non la si tolleri, e che, purché si voglia, si può ottenere forza dall'aiuto di Dio e della Santa Chiesa, nonché dalla protezione degli angeli.
Si comprenda dunque quale sia il frutto della penitenza, il quale, secondo la parola di Gesù Cristo, consiste nell'eterna beatitudine del cielo, dove la gioia non è contrastata da alcun dolore o dispiacere; dove tutti i mali di questa presente vita son passati; dove si è ormai al sicuro dalle pene dell'inferno; dove in beata compagnia sempre si gioisce e ciascuno partecipa della gioia dell'altro; dove il corpo dell'uomo, prima macchiato e impuro, risplende invece più del sole; dove il corpo, mentre prima era malato, fragile, debole e mortale, ora è immortale e così sano e forte, che nulla può più corromperlo; dove non c'è né fame, né sete, né freddo, ma ogni anima è colma della visione e della perfetta conoscenza di Dio. Questo beato regno s'acquista con la povertà spirituale, come la gloria con l'umiltà, la pienezza della gioia con la fame e con la sete, il riposo con la fatica, e la vita con la morte e la mortificazione del peccato.

QUI L'AUTORE DI QUESTO LIBRO PRENDE CONGEDO
Prego ora quanti ascoltano o leggono quest'umile trattato che, se in esso v'è qualcosa che a loro piace, ne rendano grazie al Signor nostro Gesù Cristo da cui proviene ogni saggezza e ogni bontà. Se invece v'è qualcosa che a loro non piace, li prego allora d'attribuirne la colpa alla mia ignoranza e non alla mia volontà che, potendo, avrebbe certo desiderato far meglio. Dice tuttavia il nostro libro: «Tutto ciò che è scritto, è scritto per nostro ammaestramento». E tale è stato anche l'intento mio.
Vi supplico perciò umilmente, per la misericordia di Dio, di pregare per me affinché Cristo abbia di me misericordia e perdoni i miei peccati, e affinché specialmente delle mie traduzioni e composizioni intorno a mondane vanità, ch'io qui rinnego in questa mia ritrattazione, ossia il libro di Troilo, il libro della Fama, il libro delle venticinque Dame, il libro della Duchessa, il libro del giorno di San Valentino o del Parlamento degli Uccelli, quei racconti di Canterbury che tendono al peccato, il libro del Leone, e quanti altri libri, canti e lascive poesie di cui io possa aver ricordo, Cristo nella sua gran misericordia mi rimetta dal peccato.
Per quanto riguarda invece la traduzione del "De consolacione" di Boezio ed altri libri di leggende di santi e omelie e moralità e devozioni, ringrazio il Signor nostro Gesù Cristo e la sua benedetta Madre e tutti i santi del cielo, implorandoli che d'ora in poi, fino al termine dei miei giorni, mi diano la grazia di poter lamentare le mie colpe e di attendere alla salvezza dell'anima mia, e mi concedano la grazia d'una vera penitenza, confessione e soddisfazione, cosicché in questa presente vita, per la benigna grazia di Colui che è Re dei Re e Sacerdote fra tutti i Sacerdoti e che ci redense col prezioso sangue del suo cuore, io possa essere fra coloro che saran salvi il giorno del giudizio. "Qui cum Patre, et Spiritu Sancto vivit et regnat Deus per omnia secula. Amen".

QUI TERMINA IL LIBRO DEI RACCONTI DI CANTERBURY COMPOSTO DA GEOFFREY CHAUCER, DELLA CUI ANIMA CRISTO GESU' ABBIA MISERICORDIA.
AMEN.

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