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venerdì 31 maggio 2013

IL RE DI BUNYORO: UN LUNGO MEDIOEVO DEI RE SACRI

Il titolo ufficiale del Re di Bunyoro nel corso dei secoli è stato “il Signore che è al di sopra di tutti e che può curare tutti i mali” (1). Non è certo una intitolazione che richiama un ipotetico ed oscuro Medioevo europeo o le credenze ancestrali dei Popoli africani. Fino al pieno XIX secolo, una lunga serie di Re cristiani che curano la scrofola, gli organi o la mente, siedono sui troni europei e richiamano milioni di devoti (2). L’immagine di un Re che è in grado di apportare la guarigione, di chiamare la pioggia per i raccolti o di colmare i granai riempie l’immaginazione e la fiducia di intere popolazioni, dal vecchio Continente all’Africa all’America. Basterebbe ricordare l’uso degli Incas di mescolare al contenuto dei loro granai una piccola quantità del grano proveniente dalle piantagioni imperiali che si trovavano presso il lago Titicaca, luogo di origine della Famiglia regnante, ritenuto in grado di propiziare buoni raccolti e un’ottimale conservazione.
La denominazione del Re di Bunyoro proveniva dunque da una religiosità ancestrale ma anche dalla storia stessa della sua etnia. “Il Signore che è al di sopra di tutti” ricorda infatti quell’ insieme degli uomini liberi che popolò una vasta area prossima all’antico Regno del Kitara, e che era composto da conquistatori di origine camitica e dai discendenti degli antichi agricoltori locali, tutti considerati “uomini liberi”, ossia “banyoro”, sottratti alle più pesanti forme di vassallaggio e di restrizione sociale. Secondo Giorgio Gualco, i pastori liberi provenienti dalla etnia conquistatrice, ebbero il permesso di sposare le figlie di coloro che lavoravano le immense terre occupate nell’area del lago Alberto, ottenendo, grazie a questa commistione di sangue, la possibilità di rimanere in una condizione di libera sudditanza (3). 
Essi tuttavia, pur introducendo con molta probabilità nuovi elementi fonetici,  avrebbero adottato l’antica lingua dei popoli conquistati, oltre ad introdurre e mantenere in vita differenze notevoli di comportamento sociale. L’allevamento del bestiame, per esempio, sarebbe rimasto appannaggio dell’etnia dominante mentre la coltivazione delle terre veniva lasciata alle antiche popolazioni locali; e la stessa alimentazione avrebbe rimarcato per secoli le differenze etniche, poiché il gruppo proveniente dal Kitara si nutriva quasi esclusivamente di prodotti lattieri mentre i locali riservano per sé il consumo di ortaggi e cereali. 
Le invidiabili condizioni economiche e sociali dei nuovi gruppi consentirono già nel corso del XV secolo la strutturazione di un Regno indipendente che può dunque essere annoverato fra le altre grandi compagini statali africane, come lo Stato degli Ashanti, il Regno di Monomotapa, quello del Congo o l’Impero dei Mossi. Una organizzazione che fece poi considerare di più facile applicazione le strutture coloniali che si  mutuavano e adattavano dalle società occidentali.
Il Re di Bunyoro divenne solo pochi decenni dopo il più potente Sovrano dell’attuale Uganda: una supremazia che si mantenne fino a metà del XIX secolo. Un predominio che dovette essere prima di tutto socio-culturale, esteso progressivamente dalle tribù vicine fino a comprendere le regioni dominate dall’antico Regno di Kitara. Qui, quasi come un Sovrano normanno “primo fra i pari” che veniva eletto e riconosciuto fra i grandi cavalieri delle terre conquistate, il Re di Bunyoro era guardato dai sudditi e dagli altri capi e principi proprio come colui che si trovava in una condizione di superiorità che non era dovuta solo alla potenza e alla ricchezza. Il fatto che colui il quale si trovava “al di sopra di tutti” fosse anche in  grado di “curare tutti i mali”, lo sottraeva più tardi alla semplice condizione sociale di capo degli uomini liberi. 
Il Re entrava nell’altra, ben più elevata, di uomo prescelto dalla stessa divinità con il compito di  guidare ed aiutare il suo popolo, servendosi di conoscenze e di misticismo, alla stregua delle capacità sovrannaturali vantate dai Sovrani europei in grazia di una scelta venuta dall’alto. Per questi ultimi, del resto, la dottrina politica a cavallo fra Medioevo e Rinascimento cercava di elaborare sempre più precisamente la convinzione che il Sovrano fosse un uomo non superiore ma prescelto. Nella derivazione da modelli del Vecchio Testamento come il sacerdote-Re Melchisedech e il Re Davide, al Re medievale vengono riconosciute potestà diverse da quelle degli altri uomini, ed il cerimoniale dell’incoronazione prevede per loro anche una sorta di consacrazione e di unzione.
Anche per altri sovrani africani hanno potuto assimilare nella propria figura umana le caratteristiche di una autentica investitura divina. In questi casi, tuttavia, il Re è discendente stesso della divinità, e il suo potere deriva appunto dalla consanguineità celeste.  E’ sintomatico come presso gli stessi vicini Buganda il Re fosse considerato il discendente diretto del mitico capostipite Kintu e genero dell’essere supremo Musaka. Egli era scelto tra fratelli e fratellastri dal consiglio di successione con a capo il katikiro: il primo ministro che era anche tutore dei principi e custode del cordone ombelicale del Re defunto. I Buganda pensavano che il sangue reale fosse sacro (come nella dottrina politica europea degli stessi secoli a cavallo tra Medioevo e Rinascimento), e conferma la loro convinzione il fatto che anche in occasione di duelli o assassinii tra membri della Casa reale per motivi di successione, l’avversario cercava di avere ragione del contendente uccidendolo per strangolamento. Così non veniva commesso sacrilegio versando sangue di un principe. Si credeva anche che il dio Musaka risiedesse su un’isola in mezzo al lago Vittoria e che ogni anno facesse giungere un dono al Re sotto forma di pesci di ogni genere tramite i sacerdoti locali i quali ricevevano a loro volta i regali reali (4). 
Nelle credenze bunyoro, il Re non opera tramite quelle che gli Europei potrebbero considerare superstizioni locali. Piuttosto possiamo pensare che i Sovrani, arrivando in aree che non avevano il loro stesso retaggio culturale, abbiano potuto diffondere quelle conoscenze pratiche di medicina e farmacopea che agli abitanti locali dovevano apparire non solo nuove ma strane, originali, efficaci, miracolose; in grado di operare non solo in forza di un effetto placebo. 
Ma quel che più dovette impressionare le popolazioni che abitavano gli altipiani fu la capacità di rendere sicure terre fertili in grado di ospitare popolazioni di etnia e cultura completamente diverse. Quando a più riprese occuparono la zona dei Grandi Laghi, gli antichi Kitara riuscirono a compiere la grande opera di fortificazione e irreggimentazione  delle acque. Un sistema di camminamenti monumentale, che rendeva sicuro il territorio dagli attacchi esterni e lo preservava dal pericolo delle terribili siccità che erano state causa primaria degli spostamenti di tante popolazioni dalle originarie sedi nubiane ed etiopiche (5). Per le popolazioni autoctone si trattava di realizzazioni a prima vista incredibili, portentose, degne di un Sovrano più divino che umano.
 All’interno di questa rete si conseguiva però anche un altro grande traguardo, ossia il superamento della drammatica dicotomia pastori-agricoltori che per millenni e fino a tempi recenti ha turbato i rapporti fra gruppi ed etnie, dall’Africa all’Europa all’Italia meridionale. La distruzione delle colture dalla diffusione delle mandrie e i contrasti che ne derivano, ricordati già nell’episodio biblico dell’omicidio di Abele da parte di Caino, ha trovato nell’area dei Grandi Laghi una soluzione nella ripartizione della popolazione in ceti e in compiti all’interno dei ceti. La divisione del regime economico e alimentare fra le diverse vocazioni economiche delle etnie, consentiva evidentemente un adattamento anche fra le popolazioni dei pastori aristocratici e dei servi contadini, senza che l’una operasse una traumatica sopraffazione sull’altra. E’ un modello attuato anche al di là della zona dei Grandi Laghi, simile a quello che si ritrova fra i Bertha dell’Etiopia. Qui la spartizione della terra fra i due gruppi che si erano rifugiati sulle colline per motivi di difesa, ha eliminato i conflitti tra le etnie, in modo da poter ottenere anche una pacifica sopravvivenza economica (6).
Nei Regni nilotici la strategia politica elabora un sistema dottrinale ancora più perfezionato, che fa capo proprio alla figura del Sovrano. Il Re dell’etnia dominante viene infatti considerato come il discendente di un progenitore comune anche all’etnia degli agricoltori sottomessi. Nel Bunyoro, da Kahuma sono discesi gli allevatori nobili e da suo fratello Kairu i servi contadini, entrambi figli del primo uomo Kintu. Nel Rwanda Gatutsi e Gahutu, avi delle due etnie, sono creduti figli del comune antenato chiamato Kanyarwanda (7).
La denominazione reale, dunque, perfezionata dall’etichetta di Corte e da una propaganda politica che deve essere stata precisata e amplificata nel corso dei secoli, poggiava sul valore, la comprensione, la constatazione e l’applicazione di esperienze. Tutte queste capacità furono essenziali per edificare lo Stato intorno alla figura del Re. Ed oggi molte di esse non sembrano di minore importanza. Se alla cura dei mali del corpo si sostituisce l’assistenza e la volontà di alleviare i mali dello spirito, la figura di colui che deve coordinare questi sforzi sarà in grado di apparire davvero superiore a quanti lo circondano.
Carmelo Currò 

                                                                                     Note

(1)Cf. G.GUALCO, Uganda, Usi e costumi, in  Il Milione, XIII, Novara 1964, p. 562.
(2)Cf. M. BLOCH, I re taumaturghi, Torino 1973.
(3)Cf. GUALCO, cit., p. 563.
(4)Id., pp. 564-565.
(5)Cf. C. CURRO’, Medioevo africano: Bunyoro, Uganda e Regni dei Grandi Laghi – La storia scritta dalle fonti non scritte, in Sguardo sul Medioevo, 28 maggio 2013.
(6)Cf. C. MOFFA, L’Africa alla periferia della storia, Napoli 1993, p. 283.
(7)Id., p.282.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati.

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