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domenica 12 maggio 2013

I RACCONTI DI CANTERBURY - FRAMMENTO 9 - IL RACCONTO DELL'ECONOMO SUL CORVO

Sapete dove sorge quel piccolo borgo che si chiama Bop-up-and-down, vicino al bosco di Blean sulla strada per Canterbury? Ebbene, là il nostro Oste, volendo un po' scherzare e burlare, disse: «Signori, pronti! Baio è nel pantano! Non c'è nessuno che, per piacere o a pagamento, voglia svegliare quel nostro amico rimasto indietro? I ladri potrebbero legarlo e portarselo via. Guardate come pisola! Guardate, ossa di gallo, fra poco casca da quel ronzino! E forse per disgrazia il Cuoco di Londra? Che venga avanti, ormai conosce la penitenza e, parola mia, bisogna che anche lui ci narri il suo racconto, pur se non vale un pugno d'erba secca... Ehi, cuoco, svegliati! Dio ti mandi un accidente, che ti succede per dormire già di mattina? Hai avuto le pulci stanotte o ti sei ubriacato o hai montato tutta la notte qualche regina, che non puoi tener su la testa?»,
Il Cuoco, ch'era pallidissimo, senza un minimo di colore, rispose: «Dio mi benedica l'anima, m'è venuta addosso una tale pesantezza, non so perché... darei un gallone del miglior vino di Cheapside, se potessi un po' dormire».
«Ebbene» fece l'Economo «se ti può far piacere, messer Cuoco, sempre che nessuno della compagnia si offenda e il nostro cortese Oste sia d'accordo, io per ora ti dispenserei dal tuo racconto. La tua faccia, parola mia, è molto pallida, i tuoi occhi mi sembrano annebbiati e sento che ti puzza schifosamente il fiato: si vede che non stai bene. Da me, però, non aspettarti complimenti... Guardate come sbadiglia, quest'ubriacone! Come volesse ingoiarci tutti in una volta... Ehi, chiudi quella bocca, per la stirpe di tuo padre! Ci sta dentro un piede del demonio dell'inferno! C'infetti tutti quanti con quel tuo dannato fiato! Puh, fetente porco! Puh, ti venga un accidente! Ah, signori miei, alla larga da questo sporcaccione!... Dico, signorino, vuoi mica correre la quintana? Saresti proprio nelle condizioni adatte! Scommetto che sei già arrivato al vino della scimmia, e non ti resta che ruzzare nella paglia...»
A tali discorsi, il Cuoco si risentì e s'infuriò e, non essendo in grado di parlare, prese ad agitarsi così violentemente contro l'Economo, che cadendo da cavallo andò a sbattere a terra, da dove bisognò risollevarlo. Bella impresa cavalleresca per un cuoco! Ahimè, non avrebbe saputo reggere neppure il mestolo! E prima di rimetterlo in sella, spingi di qua e tira di là, ce ne volle per rialzare quel pesante disgraziato, che a vederlo, pareva un fantasma...
A questo punto il nostro Oste disse: «Quest'uomo, per la mia anima, è ormai dominato dal bere, e non credo che sia in grado di mettersi a raccontare. Che abbia trincato vino, birra stagionata o nuova, certo ora è lì che parla nel naso e stronfia ed ha pure il catarro... Con quella sua rozza, ha già il suo da fare a tenersi fuori dal pantano; se poi cade ancora di sella, saremo noi ad avere tutti il nostro da fare per tirar su di nuovo la sua pesante carcassa d'ubriacone... Va' pure avanti tu col tuo racconto; lui è meglio lasciarlo stare. Però anche tu, Economo, parola mia, sei stato un balordo a rinfacciargli così il suo vizio. Un'altra volta magari è lui che t'acchiappa e ti mette nel sacco; voglio dire che potrebbe parlare di tante cosette e insinuare che i tuoi conti non risulterebbero onesti se sottoposti a revisione...».
«Certo» disse l'Economo «sarebbe una gran disgrazia! Così facendo potrebbe benissimo rovinarmi. Preferirei pagargli subito la cavalla che sta montando, che attaccar briga con lui. Mi venga un po' di bene, non volevo farlo arrabbiare. Quel che ho detto, l'ho detto scherzando... sapete una cosa? Ho qui dentro in una zucca un po' di vino, ma di quello d'uva buona, ed ora vedrete che bel divertimento. Se permettete, vorrei offrirlo al Cuoco: scommetto la vita che non mi dirà di no!»
E infatti, per dirvi come andarono le cose, il Cuoco, ahimè, proprio s'azzuffò su quel boccale. Che bisogno c'era? Aveva già bevuto tanto... E quand'ebbe ben lappato dal corno, riconsegnò la zucca all'Economo, sentendosi magnificamente bene dopo quella bevuta e pieno di riconoscenza...
Allora il nostro Oste scoppiò rumorosamente a ridere, e disse: «Ben vedo quanto sia necessario, dovunque andiamo, portare con noi del buon bere, perché questo trasforma il rancore e l'ira in affetto ed armonia, rimediando a parecchi torti... O Bacco, benedetto sia il tuo nome, che sai trasformare la tristezza in gioia! Onori e grazie siano resi alla tua divinità!... Ma è meglio ch'io la smetta. Prosegui tu col tuo racconto, Economo, ti prego».
«Bene, messere,» disse quello «ecco, ascoltate.»

RACCONTO DELL'ECONOMO
Qui comincia il Racconto dell'Economo sul Corvo.

Quando Febo abitava quaggiù su questa terra, come testimoniano certi antichi libri, egli era il più gagliardo baccelliere del mondo ed anche il miglior arciere. Uccise il serpente Pitone, mentre costui un giorno se ne dormiva al sole, e sta scritto che col suo arco compì parecchie altre nobili imprese...
Sapeva suonare qualsiasi strumento e cantare così bene, ch'era un piacere sentire il chiaro e melodioso accento della sua voce. Certo Anfione, il re di Tebe che pure innalzò col canto le mura della sua città, non valeva neppure la metà di lui ..
Oltre a ciò, egli era il più bell'uomo che sia o fosse mai esistito al mondo. C'è bisogno ch'io vi descriva le sue fattezze? Più bello di lui non è mai vissuto nessuno su questa terra! E poi colmo di nobiltà, d'onore, di perfetta dignità...
Narra la storia che questo Febo, fiore di liberalità e cavalleria fra tutti i baccellieri, sia per suo piacere che in segno della sua vittoria su Pitone, portava sempre un arco in mano.
Ora questo Febo aveva in casa un corvo, che per parecchi giorni aveva tenuto in gabbia insegnandogli a parlare, come s'insegna a una gazza. Questo corvo, bianco come un cigno color neve, sapeva perciò imitare la voce di chiunque dovesse raccontar qualcosa. E non c'era davvero al mondo usignolo che sapesse, neanche per una centomillesima parte, cantar altrettanto bene e allegramente.
Questo Febo aveva in casa anche una moglie, e l'amava più della vita, e faceva notte e giorno quanto poteva per compiacerla e riverirla, senonché, essendo a dire il vero un po' geloso, avrebbe voluto sempre sorvegliarla, per timore d'esser tradito... Succede spesso, ma è inutile, non vale niente. Una brava moglie, che sia pura d'atti e di pensieri, non andrebbe certo tenuta sotto scorta; e ad ogni modo sarebbe vana fatica sorvegliarne una disonesta, perché intanto non servirebbe. Credo, insomma, che sia una vera sciocchezza sprecar fatica a sorvegliar le mogli: così scrivono anche gli antichi dotti nelle loro storie...
Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti. Questo valente Febo faceva dunque quanto poteva per compiacere la sua donna, credendo che per questa sua compiacenza, come per la sua virilità e gagliardia, nessun altro l'avrebbe mai soppiantato nelle grazie di lei. Ma Dio sa che nessuno può tener stretto per sé qualcosa che la natura ha spontaneamente posto in un altro essere...
Prendi un qualsiasi uccello e mettilo in gabbia, e cerca con ogni cura e attenzione di provvedergli teneramente da mangiare e da bere, qualsiasi leccornia a cui tu possa pensare, e tienilo più pulito che puoi: quand'anche la sua gabbia d'oro fosse la più bella mai esistita, quest'uccello preferirebbe ventimila volte di più andare in una foresta selvaggia e fredda, a mangiare vermi ed altre porcherie. E finché potrà, quest'uccello cercherà sempre di fuggire dalla gabbia... quel che conta per lui è la propria libertà!
Prendiamo un gatto, manteniamolo bene a latte e a carne tenera, facciamogli una cuccetta di seta, e mostriamogli poi un topo che cammina lungo la parete: ecco che subito pianta latte e carne e tutto, qualsiasi leccornia sia in casa, per la gran voglia di mangiare un topo... Una volta eccitato il desiderio, l'appetito perde ogni discrezione!
Anche la lupa è per natura di costumi vili: è capace di prendersi il più rozzo lupo che possa mai trovare o quello di minor reputazione, nella stagione che ha voglia di un maschio!
Tutti questi esempi li cito più per gli uomini che sono infedeli, che per le donne. Sono gli uomini, infatti, che sempre hanno il lascivo appetito di sfogare in basso il piacer loro, piuttosto che con le loro mogli, per quanto queste non siano mai state più belle, più oneste o più accoglienti. La carne è così vogliosa di novità, maledizione, che mai riusciamo a trovar piacere che s'accordi con la virtù!
In questo caso tuttavia era Febo che, senz'aver mai pensato a infedeltà, veniva tradito, pur con tutta la sua prestanza. A sua insaputa, infatti, lei aveva un altro uomo, un uomo da poco, indegno d'esser paragonato con Febo. Il guaio è che ciò succede spesso, pur con tutte le disgrazie e i dispiaceri che ne derivano...
Così, ogni volta che Febo s'assentava, sua moglie mandava subito a chiamare il suo amante... il suo amante? Uh, che brutta parola! Scusatemi, vi prego...
Il saggio Platone, però, dice (come tutti possono leggere) che le parole devono accordarsi ai fatti; che in un discorso appropriato, la parola deve imparentarsi con la cosa. Io sono una persona rude e vi dico che per me non esiste alcuna differenza fra una nobildonna che del corpo sia disonesta e una povera ragazza, se non questa (posto che tutte e due si comportino male): che la nobildonna, di condizione superiore, è per l'uomo la sua dama, mentre l'altra, essendo povera, viene chiamata la sua amante o la sua concubina. Eppure Dio sa, mio caro fratello, che sia l'una che l'altra si fan metter sotto nello stesso modo!
Così per me, come un tempo fu detto ad Alessandro, (7) non esiste alcuna differenza fra un tiranno usurpatore e un fuorilegge o un ladro vagabondo; senonché, siccome il tiranno ha maggior potenza, con la forza delle sue masnade, di seminar morte e d'incendiar case e abitazioni, radendo tutto al suolo, ecco che a lui viene dato il nome di condottiero; mentre, siccome il fuorilegge non ha che una piccola masnada e non può recare al paese altrettanta sventura, la gente lo chiama appunto fuorilegge o ladro!
Ora però, siccome non m'intendo troppo di libri, non starò a portarvi altre citazioni; e, già che ho cominciato, andrò avanti col mio racconto. Quando dunque la moglie di Febo ebbe mandato a chiamare il suo amante, insieme si tolsero subito le loro frivole voglie. Il corvo bianco, appeso nella sua gabbia, li guardò all'opera senza dir nulla. Ma appena Febo, il padrone, tornò a casa, il corvo si mise a gracidare: «Cucù! cucù! cucù!».
«Ehi, uccello!» disse Febo «che canzone canti? Non sei tu che prima cantavi così allegramente, ch'era una gioia per il mio cuore sentire la tua voce? Ahimè, che canzone è mai questa?»
«Perdio,» rispose l'uccello «non è ch'io non sappia più cantare ...» e proseguì: «Febo, pur con tutti i tuoi meriti, con tutta la tua bellezza e nobiltà, con tutti i tuoi canti, le tue musiche e le tue attenzioni, c'è uno che t'annebbia gli occhi, uno di poco conto, indegno di te, uno che al tuo confronto vale quanto un pidocchio... Eppure io l'ho visto a letto montare tua moglie!».
Che altro volete? Il corvo gli raccontò subito, con gravi segni e parole franche, come la moglie avesse soddisfatto la propria lussuria, a gran vergogna e scorno di lui, ripetendogli d'aver visto tutto coi propri occhi.
Febo vacillò, credette che il cuore gli si spezzasse in due. Piegò l'arco, vi depose una freccia e, vinto dall'ira, ammazzò sua moglie. Ecco la conclusione, non c'è altro da dire.
Preso poi dal rimorso, spaccò i suoi strumenti, arpa e liuto e cetra e saltarello, e spaccò anche le frecce e l'arco; dopo di che, così si rivolse al corvo: «Traditore» gli disse «lingua di scorpione, tu m'hai portato alla rovina... Ah, non fossi mai nato! Perché non sono morto? O cara moglie, o gemma di piacevolezze, eri così seria, così onesta, ed eccoti morta, col volto esangue, e senza alcuna colpa, lo giuro! O precipitosa mano, commettere un così nefando errore! O mente confusa, o irragionevole ira, che colpisci sconsiderata chi è innocente! O diffidenza, colma di falso sospetto, dov'erano il tuo lume e la tua discrezione? O uomini, attenti all'irruenza! Non credete a nulla senza una sicura prova. Non colpite troppo presto, prima ancora di sapere perché, e consigliatevi bene e saggiamente prima di passare furiosamente ai fatti per puro sospetto! Ah, migliaia di persone sono state completamente rovinate dal loro furore e trascinate nel fango! Ah, m'ucciderò per il dolore!».
E rivolto al corvo continuò: «O ipocrita ladro, te la farò pagare per il tuo falso racconto! Una volta cantavi come un usignolo, ma ora, ipocrita ladro, perderai la tua voce e le tue bianche penne, ad una ad una, e in vita tua non potrai più parlare. Ecco come va trattato un traditore! D'ora in avanti tu e la tua discendenza diverrete per sempre neri, né saprete produrre alcun dolce suono, ma andrete per sempre gracchiando sotto la pioggia e nella tempesta, ricordando a tutti che per colpa tua la mia donna è morta!».
E si scagliò contro il corvo, e gli strappò tutte le bianche penne ad una ad una, e lo fece nero, e lo privò del canto e della parola, scaraventandolo fuori della porta al demonio che se lo prendesse... Ecco perché ancora oggi i corvi sono tutti neri!
Vi prego, signori, imparate da questo esempio e state attenti prima di parlare. In vita vostra non dite mai a un uomo che un altro è stato con sua moglie, perché v'odierebbe a morte. Anche messer Salomone, come dicono saggiamente i dotti, insegna che bisogna trattener la lingua... Ma, come ho detto, di libri non me ne intendo. Eccovi, invece, che cosa m'ha insegnato la mia vecchia:
«Figlio mio, pensa, in nome di Dio, al corvo! Trattieni la lingua, figlio mio, e tratterrai l'amico. Una mala lingua è peggio d'un demonio, figlio mio, perché contro un demonio si può almeno esser benedetti... Figlio mio, nella sua infinita bontà Dio ha murato la lingua fra denti e labbra, perché uno ci pensi prima di parlare. Figlio mio, insegnano i dotti che spesso la gente per troppo parlare si rovina, ma in genere nessuno s'è mai rovinato per parlar poco e saggiamente. Figlio mio, devi sempre frenare la lingua, a meno che tu non ti dia pena di rendere onore a Dio nella preghiera. Se dunque vuoi imparare, figlio, la prima virtù è di trattenere e moderare la lingua: lo sanno anche i bambini! Figlio mio, da parlar molto e sconsideratamente, quando basterebbe parlar poco, derivano parecchi guai: così m'è stato detto e insegnato. In troppo parlare si nasconde il peccato. Sai a che serve una lingua sciolta? Come una spada taglia e spezza in due un braccio, figlio mio caro, così una lingua spacca in due l'amicizia. A Dio non è gradito chi parla troppo. Leggi Salomone, così saggio e ammirevole; leggi Davide nei suoi salmi e leggi Seneca... Figlio mio, non parlare quando basta un cenno del capo, e fa' finta d'esser sordo quando senti discorsi scabrosi. I fiamminghi dicono, e tu per piacere impara, che parlar poco fa riposare! Figlio mio, male non dire e paura non avere; ma certo, una volta che hai detto, non puoi più ritirare la parola. Quel che è detto è detto, e se ne va: è inutile pentirsene, godere o rammaricarsi. Così uno diventa schiavo di colui al quale ha detto qualcosa di cui poi si pente. Figlio mio, non essere il primo a spargere notizie, siano esse vere o false. Dovunque tu capiti, fra altolocati o umili, trattieni, mi raccomando, la lingua... e ricordati del corvo!»
Qui termina il Racconto dell'Economo sul Corvo.

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