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martedì 21 maggio 2013

SANTI E GRUPPI ETNICI SETTENTRIONALI TRASFERITI NEL MEZZOGIORNO IN ETA’ LONGOBARDA

S.Ambrogio, S. Nazaro, S.Vittore, S.Tecla. Non sono località lombarde o piemontesi dove i nomi delle località e dei quartieri evocano il duomo, il carcere, e la casa di don Abbondio dei manzoniani Promessi Sposi nelle cui pagine si parla di quella Tecla che aveva dovuto cedere al parroco una collana come pegno di un prestito. Siamo invece in una terra lontana centinaia di chilometri, nel Sud, in posti dove i nomi sono piuttosto Maria, Assunta, Antonio, Gennaro e Matteo e quelli dei Santi medievali sembrano oggi estranei o fuori moda, come lo sono quegli onomastici medievali e rinascimentali che facevano chiamare gli abitanti Ascanio, Diamante, Febe, Floribella e Primavera. O dove il vezzeggiativo Zeza ricordava il ben più aulico nome di Lucrezia oltre che la popolare danza riservata alle fanciulle da marito. Eppure sono proprio questi nomi di luoghi, insieme a quelli di persona (come Ambrogio, Apollinare, Celso, Cirino, Eusterio, Genesio, Nazaro, Tecla o Vittore), a parlare e a ricordare, e a far riemergere vicende altrimenti del tutto dimenticate. Come si spiega il rinvenimento di onomastici e toponimi lombardi in campagne del Meridione, per di più in un’area abbastanza omogenea e concentrata, quasi fossero stati inseriti non a caso in località fra loro molto vicine?  La risposta è che non a caso queste località sono vicine; e che solo pochissimi chilometri separano i resti della chiesa campestre di S.Vittore da quelli di S.Ambrogio (a Giffoni valle Piana), dalla frazione di S.Tecla (Montecorvino Pugliano), dal casale di Faiano dove si veneravano i corpi di Cirino e Genesio. O dalla località del Picentino dove ancor oggi una parrocchia dedicata a S.Eusterio non ricorda il Santo omonimo vescovo salernitano come si è erroneamente creduto ma S. Astore senatore romano e martire, venerato in Lombardia. Un eroe ucciso dal clero pagano di Paneade di Palestina dopo che il Santo aveva scoperto i loro inganni per far credere al popolo di poter compiere miracoli; e di cui portò anche l’onomastico il famoso Estorre Visconti (1346-1413), figlio illegittimo di Bernabò, signore di Monza e per poco anche Duca di Milano (nel museo del duomo di Monza se ne trova una reliquia). Non esistono solo i resti delle chiese e dei castelli a raccontare la nostra storia: capillarmente sparsi in Italia e in Europa sopravvivono infatti altri segni apparentemente incomprensibili se non interpretati. Sono gli avanzi linguistici; avanzi che a volte ancora raccontano molto più che non quelli delle case e più che gli stessi fogli delle cronache. Si tratta di quelle che gli storici qualificano come le fonti preterintenzionali: spesso nomi, toponimi, lapidi, parole e modi di dire che sono stati conservati senza la volontaria intenzione di fare una narrazione delle antiche vicende.Tutti questi onomastici settentrionali corrispondono infatti a fatti storici ben riconoscibili, e ci riportano indietro nei secoli fino all’epoca di Carlo Magno. Tutti ricorderanno la famosa tragedia di Alessandro Manzoni (lo nomino ancora una volta) che prese il titolo di Adelchi, il nome del figlio del re dei Longobardi e re d’Italia Desiderio. E tutti ricorderanno la famosa Ermengarda (“sparse le trecce morbide sull’affannoso petto”), la sfortunata figlia del sovrano, sposata e poi ripudiata dal futuro Carlo Magno. Ma Desiderio aveva anche un’altra figlia: Adelperga, colei che sarebbe andata sposa ad Arechi II, Duca longobardo di Benevento. Si conoscono bene i fatti di quel periodo. Il pontefice per liberarsi dalla stretta politica dei Longobardi, si alleava con i Franchi e consentiva il passaggio della Penisola alla loro dominazione mentre Desiderio e la moglie venivano portati prigionieri nel Regno di Carlo. Il dominio longobardo crollava rapidamente nel 774, e l’unico ducato in Italia governato dall’antica stirpe nordica rimaneva quello di Benevento, nella lontana Longobardia minore. Arechi II, ormai sovrano indipendente senza più un re e senza aver ancora subìto l’aggressione di Carlo, univa all’avversione politica anche il rancore per la sorte cui era destinata la famiglia della moglie. Così, per paura che Carlo scendesse anche al Sud per conquistare il suo Ducato, egli si trasferì a Salerno, allora piccola città costiera che offriva la possibilità di ricevere aiuti via mare dall’Impero bizantino, e che egli trasformò nella sua capitale, munita di una reggia, chiese, palazzi e imprendibili fortificazioni. Fu allora a Salerno che giunsero molti nobili esuli della Longobardia maggiore: da Pavia e da Milano, conquistate dai Franchi e insicure per l’antica e sconfitta classe dirigente. I fuggiaschi portavano certamente nel Ducato dei connazionali ancora liberi i parenti, i loro fedeli, i servi, le rimanenti ricchezze trasportabili. Ma anche i ricordi delle antiche devozioni, e di sicuro le insigni reliquie dei Santi più venerati. Arechi che stava dissodando e popolando in quegli anni le terre immediatamente vicine alla capitale per assicurare alla città i rifornimenti alimentari necessari, affidò loro i territori boschivi e quasi disabitati nell’area dell’antico picentino, corrispondente oggi ai comuni di Giffoni, Montecorvino, Olevano e Pontecagnano.  Sono esplicativi di questo fenomeno due toponimi di Giffoni Sei Casali: Malche e Sieti. Il primo è di chiara derivazione germanica, e ricorda la lavorazione della terra non coltivata, collegandosi direttamente al nome delle fattorie trentine: le “malghe”. Il secondo sembra derivare da un sostantivo dialettizzato come “seide” che significa proprio “incolto”. Incolto da dissodare e seminare, come si fece in quella zona di Faiano, il cui toponimo significa “faggio”: memoria dei grandi alberi che costellavano le colline, di cui iniziava l’ampio disboscamento. In altre aree vicine, del resto, già vivevano i Longobardi giunti molti anni prima dal Beneventano, come testimoniano i nomi dei protettori celesti del popolo nordico: Gesù Salvatore e S.Michele Arcangelo, titoli ereditati dalle antiche parrocchie della zona popolate o fondate a quell’epoca. E proprio nell’hinterland salernitano ritroviamo le località che assumono i nomi dei santi più venerati dall’etnia longobarda settentrionale; o che conservano i corpi dei martiri Cirino e Genesio (poi confusi con inesistenti santi Quirino e Quinegisio), corpi che saranno più tardi traslati a Salerno per offrire alla città la tuitio, ossia la protezione celeste che i Longobardi erano sicuri procedesse dalla presenza di reliquie conservate all’interno delle mura. Isole etniche isolate per qualche secolo, le colonie longobarde del Nord, composte da guerrieri divenuti nobili di provincia e agricoltori, finirono presto per essere inglobate dalla popolazione circostante. Non senza però che le devozioni “importate” dalla migrazione a rovescio si trasferissero in ampie parti del Salernitano. Sarebbero interessanti indagini genetiche per andare alla ricerca di eventuali legami di sangue fra gli abitanti di alcune frazioni del Sud e quelli di altre aree lombarde. Una volta tanto per aiutare la scienza e la storia, e non come strumento di un’indagine di polizia.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati

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