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domenica 12 maggio 2013

I RACCONTI DI CANTERBURY - FRAMMENTO 7 - IL RACCONTO DEL MONACO

Le allegre parole dell'Oste al Monaco.

Terminato il mio racconto su Melibeo e sulla virtù di Prudenza, il nostro Oste disse: «Per il prezioso corpo di San Madriano, quant'è vero che sono un uomo di fede, avrei dato un barile di birra se anche Godliva mia moglie avesse sentito questo racconto! Lei neppure s'immagina tanta pazienza quanta n'ebbe questa Prudenza moglie di Melibeo. Ossa di Dio, quand'io già picchio i miei garzoni, lei mi porge ancora certi grossi randelli nodosi e strilla: 'Ammazzali, quei cani! To', rompigli la schiena e tutte le ossa!'. Se poi qualcuno dei vicini in chiesa non le fa l'inchino o fa tanto di passarle avanti, appena viene a casa, mi salta agli occhi e grida: 'Miserabile vigliacco, fa' rispettare tua moglie! Per tutte le sante ossa, prenderò io il coltello e tu ti metterai col fuso a filare!'. E così continua dal mattino alla sera: 'Povera me!' dice 'proprio a me doveva capitare di sposare una pasta frolla, un babbuino vigliacco che si fa saltare in groppa da tutti! Non hai neppure il coraggio di sostenere i diritti di tua moglie!'... Ecco che vita è la mia, se non voglio litigare. E mi conviene prendere presto la porta, altrimenti sono spacciato, a meno che proprio io non diventi furente come un leone. Ah, lo so, un giorno o l'altro mi farà accoppare qualche vicino, e allora sì che dovrò tagliare la corda! Perché io sono pericoloso con un coltello in mano, anche se poi non ho il coraggio di starle a fronte, ma, parola mia, ha certe braccia così grosse... provate a farle o a dirle qualcosa di storto! Ma lasciamo perdere questa faccenda. Messer Monaco!» disse «su, allegro, perché ora veramente tocca a voi narrare un racconto. Guardate, siamo già quasi a Rochester. Su, avvicinatevi col cavallo e non interrompete il gioco. Ma, accidenti, non ricordo il vostro nome. Come devo chiamarvi: messer don Giovanni o don Tommaso oppure don Albono? Di che famiglia siete per parte di padre?... Ti giuro, perdio, che hai una pelle ch'è una bellezza: dev'esserci un buon pascolo dalle tua parti, perché non hai l'aria d'un penitente o d'uno spirito; parola mia, tu sei qualche funzionario, qualche sacrista di merito o qualche cellerario. Insomma, per l'anima di mio padre, secondo me, a casa tua sei un signore: mica un povero conventuale o un novizio, ma un rettore furbo e sensato. E sei anche ben piantato in carne ed ossa, un vero fusto. Che Dio mandi un accidenti a chi per primo t'ha messo in testa di farti frate: saresti stato un bel montapollastre! Se tu avessi la libertà, come ne hai il nerbo, di sfogarti nella voglia di figliare, ne avresti messo al mondo dei rampolli! Ah, ma perché cammini imbacuccato in quella palandrana? Che Dio mi fulmini, ma se fossi papa io, non soltanto te, ma tutti i maschi validi, anche se rapati con la tonsura, dovrebbero prender moglie. Altrimenti il mondo è bell'e spacciato. Gli ordini religiosi si sono presi tutto il grano della semina, e noi laici non siamo che dei granchi. Piante flosce danno germogli grami. Ecco perché i nostri rampolli sono così smilzi e fiacchi che manco sanno figliare bene; e le nostre mogli vogliono provare con i religiosi, perché con i pagamenti di Venere ci sapete fare meglio di noi: Dio sa che voi non battete mai moneta falsa. Ma non avertene a male, messere, io scherzo. E tante volte nel gioco ho sentito dire la verità».
Il degno monaco prese tutto con pazienza, e disse: «Nei limiti dell'onestà, farò del mio meglio per narrarvi un racconto, o anche due o tre, se avrete voglia di ascoltarli. Vi racconterò la vita di Sant'Edoardo, oppure vi reciterò prima alcune tragedie. Ne avrò cento nella mia cella! Sapete, tragedia significa una specie di storia così come ci viene ricordato nei libri antichi, di qualcuno vissuto in grande prosperità, poi caduto dal suo rango nella miseria e finito male. Di solito vengono composte in versi di sei piedi, detti 'esametri'. Ma molte vengono scritte anche in prosa o in versi d'altro tipo. Ecco, questa spiegazione dovrebbe bastare ... Ora, se vi fa piacere, statemi a sentire. Ma vorrei prima chiedervi un favore: s'anche non racconto per ordine queste cose, sia di papi che di re o imperatori, secondo le date che si trovano scritte, ma salto un po' avanti e un po' indietro come mi capita di ricordare, scusatemi per la mia ignoranza».

EXPLICIT.

Qui comincia il Racconto del Monaco.

De Casibus Virorum Illustrium.

Lamenterò, in forma di tragedia, la sventura di coloro che, essendo stati d'alta condizione, caddero nell'avversità senza che vi fosse alcun rimedio. Quando infatti la fortuna vuole andarsene, non v'è uomo che riesca a trattenerla. Nessuno perciò si fidi della cieca prosperità, ma si ricordi di questi antichi e veritieri esempi!
Lucifero.
Da Lucifero voglio incominciare, sebbene egli fosse un angelo e non un uomo, giacché, per quanto la fortuna non possa sfidare gli angeli, egli fu precipitato per sua follia dall'alto del suo rango giù negli abissi dell'inferno, dove ancora giace... O Lucifero, fulgidissimo fra gli angeli, Satanasso tu ora sei, e più non puoi svincolarti dalla miseria in cui sei caduto!
Adamo.
Ed ecco Adamo nella terra di Damasco, modellato dalle stesse dita di Dio, non generato dall'impuro sperma dell'uomo, padrone del paradiso intero eccetto soltanto un albero... Nessuno al mondo raggiunse mai grado più alto di quello d'Adamo, finché, per sua disobbedienza, venne cacciato dal sommo della sua prosperità alla fatica all'inferno e alla sventura!
Sansone.
Ed ecco poi Sansone, che venne annunziato dall'angelo molto prima della sua nascita, e fu consacrato a Dio onnipotente, e sempre visse nobilmente finché fu in grado di vedere. Nessuno gli fu mai pari, in quanto a forza e anche a coraggio, ma ne rivelò poi il segreto alle sue donne, e perciò in miseria dovette uccidersi... Sansone, questo nobile potentissimo campione, senz'altre armi che le proprie due mani, uccise e squartò il leone mentre per via si recava a nozze; ma la sua sleale sposa tanto lo lusingò e lo pregò, che riuscì alla fine a sapere il suo segreto, e ignobilmente lo rivelò ai suoi nemici, e, abbandonato lui, si prese un altro uomo. Furioso, Sansone acchiappò allora trecento volpi, legandole tutte insieme per la coda, e diede fuoco a tutte le volpi, appiccando un tizzone ad ogni coda; ed esse incendiarono tutto il grano dei campi, tutti gli ulivi e le viti, mentre da solo egli uccise mille uomini, non avendo altra arma che una mascella d'asino. E dopo averli uccisi, ebbe tanta sete che quasi si sentì mancare: perciò si mise a pregare che Dio avesse pietà della sua pena e gli mandasse da bere, altrimenti sarebbe morto. Ed ecco che da quella secca mascella d'asino, sprizzando da un dente molare, venne fuori una sorgente, ed egli poté bere a sazietà. Così Dio lo aiutò, come dice il libro dei Giudici. E una notte a Gaza, ad onta dei Filistei di quella città, scardinò a viva forza tutte le porte e le trasportò a spalla in cima a un monte, perché tutti le vedessero... O nobile potentissimo Sansone, amato e benvoluto, se tu non avessi confidato il tuo segreto alle donne, nessuno al mondo ti avrebbe mai uguagliato! Sansone non bevve mai né sidro né vino, mai si lasciò toccare il capo con le forbici o col rasoio, perché secondo il precetto d'un divino messaggero, la sua forza stava tutta nei suoi capelli. E per venti inverni, anno dopo anno, ebbe in mano il governo d'Israele. Ma dovette poi piangere a calde lacrime, trascinato dalle donne alla rovina! Rivelò alla sua amante Dalila che tutta la forza gli stava nei capelli, e lei lo tradì per venderlo ai suoi nemici. Mentre un giorno le dormiva in grembo, gli fece tosare o radere i capelli completamente, e così poté mostrare ai suoi nemici dove stava tutta la sua abilità; e quando quelli videro ch'era in quelle condizioni, lo legarono ben stretto e gli strapparono gli occhi. Se avesse avuto i capelli, nessun legame lo avrebbe trattenuto. Ora, invece, eccolo imprigionato in una cava, costretto a muovere la ruota d'un mulino. O nobile Sansone, tu ch'eri il più forte degli uomini, giudice un tempo nella gloria e nella ricchezza, non ti rimane che piangere dai tuoi occhi ciechi, ora che dal bene sei precipitato nella miseria! Ed ecco come finì questo sventurato: un giorno i suoi nemici diedero una festa, alla quale egli fu costretto a partecipare come buffone, dentro un tempio in gran parata. Alla fine si udì un terribile boato: smuovendo a viva forza due colonne, le fece precipitare e con esse fece crollare tutto il tempio, rimanendo ucciso con tutti i suoi nemici. Tutti i prìncipi e tremila uomini rimasero sotto le macerie del gran tempio di pietra! Ma ora basta con Sansone. Solo, imparate da questo famoso esempio antico che alle donne non bisogna mai confidare cose che dovrebbero restar segrete, riguardanti la propria persona e la propria vita.
Ercole.
Di quel sovrano conquistatore che fu Ercole, cantano la lode e l'alta rinomanza le sue stesse fatiche, essendo egli ai suoi tempi il fiore della forza. Egli infatti uccise e scuoiò il leone; demolì la boria dei centauri; uccise quegli orribili e crudeli uccelli ch'erano le arpie; rubò al drago le mele d'oro; andò a prendere Cerbero, il cane dell'inferno; uccise il crudele tiranno Busiride e ne fece mangiare carne ed ossa al suo cavallo; uccise il velenoso serpente di fuoco; spezzò uno dei due corni d'Acheloo; uccise Caco in una spelonca di pietra; uccise il forte gigante Anteo; atterrò in un attimo il terribile cinghiale e riuscì perfino a sostenere il cielo sulle spalle... Nessuno mai sterminò altrettanti mostri! Divenne famoso in tutto il mondo, sia per la sua forza che per la sua grande bontà, e si recò in visita in tutti i reami. Era così forte, che nessuno poteva resistergli. Dice Trofeo che giunse perfino a porre ai due termini del mondo un pilastro per confine. Questo nobile campione aveva un'amante che si chiamava Deianira ed era fresca come maggio. Un giorno, narrano gli storici, gli mandò una splendida camicia nuova. Ma, ahimè, quella camicia era così sottilmente impregnata di veleno che, dopo averla indossata neanche mezza giornata, gli fece cadere tutta la carne dalle ossa. Alcuni scusano la donna, sostenendo che la camicia sarebbe stata tessuta da un tale che si chiamava Nesso. Comunque sia, ora non la voglio accusare; solo vi dico che, indossando quella camicia sulla pelle, egli si trovò con le sue carni annerite dal veleno. E non trovando alcun rimedio, si fece serrare fra i carboni ardenti, sdegnando di morire come se si fosse avvelenato. Così si estinse il nobile possente Ercole... Ecco, chi può mai fidarsi della fortuna? Colui che la segue in questo mondo di sconvolgimenti, senz'accorgersene si trova scagliato giù sul fondo. Saggio è chi sa conoscere se stesso! Ma attenzione, perché se la fortuna vuole abbindolare, aspetta il suo uomo al varco, e lo assale quando meno se l'aspetta.
Nabucodonosor.
Non è possibile descrivere a parole il potente trono, i preziosi tesori, lo scettro glorioso e la maestà regale di re Nabucodonosor. Per ben due volte conquistò la città di Gerusalemme, portando via i vasi del tempio. La sua reggia era a Babilonia dov'egli godette d'ogni piacere e gloria. I più bei fanciulli di sangue reale d'Israele li fece castrare, e li tenne per schiavi; fra questi, Daniele, il più intelligente di tutti, che riuscì a spiegare al re certi sogni che nessun sapiente della Caldea sapeva interpretare. Questo superbo re si fece erigere una statua d'oro, alta sessanta cubiti e larga sette, e ordinò che tutti, giovani e vecchi, l'adorassero e ne avessero timore, e che chi non volesse ubbidire fosse gettato in una fornace ardente. Solo Daniele, con due suoi compagni, riuscì a non piegarsi mai a quell'ordine. Era superbo e tracotante, questo re dei re; credeva che neanche Dio nella sua maestà avrebbe mai potuto privarlo del suo stato. Ma ecco che improvvisamente perdette ogni dignità e diventò simile ad una bestia: mangiò per un certo tempo il fieno come un bue, si sdraiò all'aperto e camminò sotto la pioggia con gli animali della foresta. E i suoi peli diventarono come penne d'aquila e le sue unghie come artigli d'uccello, finché Dio non lo liberò dopo diversi anni, facendolo ritornare in senno. Allora piangendo ringraziò il Signore e visse nel timore di sbagliare e di peccare ancora, e finché non fu deposto nella bara, riconobbe che il Signore è onnipotente e pieno di grazia.
Baldassarre.
Suo figlio, che si chiamava Baldassarre, salito al trono dopo il padre, non seppe profittare dell'esempio paterno, perché era superbo d'animo e di contegno, ed era anche un idolatra. L'alta carica lo confermò ancor più nella sua superbia. Ma poi la fortuna lo gettò irrimediabilmente in basso, mentre il regno venne subito diviso. Un giorno diede una festa in onore dei suoi baroni, ordinando a tutti di stare allegri. Poi chiamò i suoi ufficiali: «Andate» disse «a prendere quei vasi che mio padre nella sua prosperità tolse al tempio di Gerusalemme, e brindiamo ai nostri sommi dèi per l'onore che i nostri, antenati ci hanno lasciato». Sua moglie e tutti gli altri, baroni e concubine, bevvero a volontà diversi vini da questi sacri vasi. Improvvisamente, volgendo lo sguardo sulla parete, il re vide una mano senza braccio che rapida scriveva, e tremando gettò un urlo di terrore. La mano, sotto lo sguardo sgomento di Baldassarre, scrisse: "Mane techel phares", e poi scomparve. In tutto il paese non c'era indovino che sapesse intepretare il senso di quelle parole. Daniele, invece, le spiegò subito dicendo: «O re, il Signore a tuo padre aveva dato gloria, onore, regno, tesori e rendite, ma egli fu superbo, senza timor di Dio, perciò il Signore gli mandò grandi sventure e lo privò del regno. Egli fu scacciato dalla società degli uomini, andò a vivere in mezzo agli asini, si nutrì di fieno come una bestia sotto la pioggia e nella siccità, finché con l'aiuto della grazia e della ragione, non riconobbe che Iddio del cielo domina su tutti i regni e su tutte le creature. Allora il Signore ebbe pietà di lui e gli ridonò il regno e il suo aspetto normale. Anche tu, che sei suo figlio, pur sapendo tutte queste cose, sei gonfio di superbia e ti ribelli a Dio e gli sei nemico. Hai perfino osato bere nei suoi calici, e così tua moglie e le tue amanti li hanno profanati tracannando vino in onore dei falsi dèi. E perciò ne avrai grande sventura. In verità, la mano che sul muro ha scritto "Mane techel phares" è stata mandata dal Signore. Ciò vuol dire che il tuo regno è ormai alla fine, che tu non hai più alcun peso, e che il paese verrà diviso e dato ai Medi e ai Persiani». Questo disse. E quella notte stessa il re fu assassinato, e Dario ne prese il posto senz'averne alcun titolo o diritto... Signori miei, di qui prendete esempio come neanche fra i potenti vi sia sicurezza: quando la fortuna vuole abbandonare un uomo, gli porta via regno e ricchezze, e tutti i suoi amici, dal primo all'ultimo. Chi ti è amico nella fortuna, nella sfortuna ti è nemico, dice il proverbio. Ed ha ragione e succede spesso.
Zenobia.
Zenobia, regina di Palmira, declamata tanto dai Persiani per la sua nobiltà, era così prode e valorosa nelle armi, che nessuno la sorpassava sia per coraggio che per stirpe o per altra distinzione. Discendeva dal sangue dei re di Persia. Non dico che fosse una bellezza suprema, ma d'aspetto non poteva essere migliore. Si trova scritto che sin dall'infanzia fuggiva le occupazioni femminili per scorrazzare nei boschi, colpendo a sangue numerosi cervi contro cui scagliava enormi frecce. Era così veloce che in un attimo li raggiungeva. E crescendo imparò ad uccidere leoni e leopardi, ad affrontare gli orsi stritolandoli come voleva fra le sue braccia. Osava perfino esplorare i covi di belve feroci, correva tutta la notte fra le montagne, dormiva sotto un cespuglio, ed era capace di gareggiare in pura forza ed energia con qualunque giovanotto che ne avesse mai avuto il coraggio. Non c'era nulla che resistesse alle sue braccia. Protesse sempre la sua verginità contro tutti senza mai legarsi ad alcun uomo. Ma alla fine, pur fra molti indugi, i suoi amici la convinsero a sposare Odenato, un principe di quel paese, e si capisce ch'egli avesse le stesse inclinazioni che aveva lei. Una volta uniti, vissero insieme felici e contenti, perché ciascuno sentiva per l'altro affetto e amore. Ma c'era un fatto: lei non voleva mai acconsentire, a nessun costo, che lui le si accoppiasse insieme per più d'una volta, perché a lei interessava solo avere un figlio, per moltiplicare il mondo. Appena poi poteva accorgersi che non era incinta dopo quell'atto, allora gli permetteva di prendersi quel gusto in fretta, e per non più d'una volta, sicuramente. E se a quella botta rimaneva incinta, lui non doveva più giocare a quel gioco per quaranta settimane intere, passate le quali, sempre per una volta, gli permetteva di fare lo stesso. Fosse tenero o furente, più di tanto Odenato non otteneva, perché lei sosteneva ch'era solo per lussuria e a vergogna delle donne che in altre occasioni gli uomini si divertivano con loro. Da questo Odenato ebbe due figli che allevò nella virtù e nella sapienza... Ma passiamo ora al nostro racconto. Dico dunque che non c'era al mondo, pur cercando dappertutto, creatura più ammirevole e saggia e misuratamente generosa, più corretta e leale nella lotta e che più sopportasse le fatiche di una guerra. Non si potrebbe mai descrivere la ricchezza dei suoi arredi, della sua argenteria e delle sue stoffe. Andava completamente vestita di gemme e d'oro e, pur amando la caccia, non tralasciava di studiare a fondo diverse lingue e, appena aveva un po' di tempo, tutto il suo piacere era di apprendere dai libri come spendere in virtù la propria vita. Insomma, per farla breve, sia lei che suo marito furono talmente valorosi, da conquistare in oriente diversi grandi regni, con città bellissime, appartenenti alla maestà di Roma; e riuscirono a tenerli così saldamente in mano che, finché visse Odenato, nessun nemico poté mai scacciarli. Chi avesse voglia di leggere la storia delle loro battaglie contro re Sapore e molti altri, come in realtà si susseguirono gli eventi, perché ella vinse sempre e quali titoli conquistò, e poi la storia delle sue disavventure e della sua rovina, e in che modo alla fine venne assediata e presa, si rivolga a Petrarca, il mio maestro, che di ciò scrisse abbastanza, vi assicuro. Alla morte di Odenato, ella mantenne valorosamente i regni, combattendo a corpo a corpo contro i nemici così spietatamente, che non c'era principe né re da quelle parti che non fosse lieto di trovar grazia presso di lei, convincendola a non guerreggiare sulle sue terre. Tutti stabilivano con lei trattati di alleanza, col patto di rimanere in pace e di lasciarla cavalcare a suo piacere. Neppure l'imperatore romano Claudio, né il romano Galieno prima di lui, ebbero mai il coraggio di sfidarla; nessun armeno, egiziano siriano o arabo osò mai affrontarla in campo, temendo di finire sotto le sue mani o di esser messo in fuga dalle sue schiere. In abito regale, i suoi due figli si avviavano ormai ad ereditare i regni del loro padre: Eremiano e Timolao erano i loro nomi, e già i persiani li acclamavano. Ma, ahimè, la fortuna ha il veleno nel suo miele: per questa potente regina ormai era finita. E dal trono la fortuna la fece precipitare nella miseria e nella sventura. Appena ebbe in mano il governo di Roma, Aureliano infatti decise di vendicarsi di questa regina e si mise in marcia con le sue legioni contro Zenobia e, insomma, per dirla in breve, dopo averla messa in fuga, finalmente la prese e l'incatenò con i due figli e, avendo ormai conquistato tutto il paese, fece ritorno a Roma. Tra le altre cose vinte, c'era anche il cocchio lavorato in oro e pietre preziose che il grande imperatore Aureliano condusse con sé, perché tutti lo vedessero... Ed ecco lei che precede a piedi l'ingresso trionfale, con le catene d'oro appese al collo, la corona che ne indica il grado e le vesti cariche di pietre preziose. Ah, fortuna, colei che una volta faceva paura a re e imperatori ora deve sottostare allo sguardo di tutto il popolo! Ahimè, colei che con l'elmo aveva partecipato ad aspri assalti e con valore aveva conquistato forti città e torrioni, ora è costretta a portare la cuffia; colei che prima reggeva uno scettro di fiori dovrà reggere la conocchia e guadagnarsi la vita filando!
Pietro re di Spagna.
O nobile, valoroso Pietro, gloria della Spagna, la fortuna t'innalzò a tale maestà, che ben si può compiangere la tua misera fine! Tuo fratello ti scacciò dalla tua terra e, durante un assedio, dopo che tu fosti con astuzia tradito e condotto alla sua tenda, egli t'uccise con le sue stesse mani usurpandoti trono e averi. Macchinò l'insidia e l'alto tradimento Aquila Nera in campo di neve, invischiata su di un ramo color della brace; Mal Nido ne fu l'esecutore: non l'Oliviero di Carlo che seguì sempre onestà e onore, ma Gano Oliviero d'Armorica che, corrotto dal denaro, trascinò nella trappola questo nobile re.
Pietro re di Cipro.
Anche tu, valoroso Pietro re di Cipro, che ad Alessandria vincesti da gran maestro, spargendo lo sterminio fra gl'infedeli, anche tu provasti l'invidia dei tuoi vassalli e per nient'altro che la tua cavalleria fosti ucciso all'alba nel tuo letto... Così la fortuna governa e gira la sua ruota, e dalla gioia trascina gli uomini nel dolore.
Bernabò di Lombardia.
Gran Bernabò Visconti di Milano, dio del piacere e flagello della Lombardia, perché non dovrei ricordare la tua sfortuna, dopo che tu fosti salito tanto in alto? Ti fece morire nella tua prigione il figlio di tuo fratello, a te due volte congiunto come nipote e genero. Ma come e perché nessuno lo seppe mai!
Ugolino conte di Pisa.
Del languire del conte Ugolino di Pisa non v'è lingua che per pietà possa parlare... Poco fuori di Pisa sorge tuttavia una torre, nella qual torre egli fu posto in prigione, e con lui i suoi tre bambini, il maggiore dei quali aveva appena cinque anni... Ahimè, fortuna, che crudeltà rinchiudere in tal gabbia simili uccelli... E in quella prigione egli era condannato a morire, giacché Ruggeri, vescovo di Pisa, gli aveva mosso contro
un'accusa falsa, in seguito alla quale il popolo era insorto e in prigione l'aveva cacciato nel modo che avete udito. Da mangiare e da bere ne aveva così poco, che a stento poteva bastare, ed era inoltre scadente e cattivo... E un giorno, proprio nell'ora in cui avrebbe dovuto portare il cibo, il carceriere venne invece a inchiodare l'uscio della torre. Egli lo sentì bene, ma non disse nulla, colpito al cuore dal pensiero che ormai di fame lo volessero far morire. «Ahimè» fece «ahimè, non fossi mai nato!» E gli vennero d'improvviso le lacrime agli occhi... Il figlio più piccolo, che aveva tre anni, gli disse: «Babbo, perché piangi? Quando verrà il carceriere a portarci la minestra? Non c'è neanche un pezzo di pane? Ho tanta fame, che non posso dormire... Dio volesse che per sempre m'addormentassi, così almeno la fame nel mio ventre non entrerebbe... Non vorrei altro che un pezzetto di pane!». Così di giorno in giorno questo bambino pianse, finché poi non si coricò in seno a suo padre, e disse: «Addio, babbo, devo morire!». E, baciando suo padre, morì quello stesso giorno. Appena si accorse ch'era morto, l'infelice padre si morse le braccia per il dolore, e disse: «Ah, fortuna, a mio danno gira ormai la tua ipocrita ruota!...». Gli altri suoi figli, credendo che si mordesse le braccia per la fame, non per il dolore gli dissero: «Babbo, ah, non fare così! Piuttosto mangia la carne addosso a noi due, la nostra carne che tu ci hai dato... riprendici la nostra carne e saziati!». Proprio così gli dissero. Poi, dopo un giorno o due, gli si adagiarono in grembo e morirono. Anch'egli, disperato, morì di fame, e così finì questo potente conte di Pisa. La fortuna lo falciò via dall'alto del suo stato. Questa, in breve, la sua tragedia. Quelli che vogliono udirla per disteso, leggano il grande poeta italiano, chiamato Dante, che sa dir tutto punto per punto, senza mai fallire una parola.
Nerone.
Benché Nerone fosse vizioso come un demonio dell'inferno, tuttavia, secondo quanto ci narra Svetonio, ebbe al suo comando il mondo intero, oriente e occidente, sud e settentrione. Le sue vesti erano tutte un ricamo di rubini, di zaffiri e di perle bianche, perché a lui le pietre preziose piacevano molto. Non ci fu mai nessun imperatore, più raffinato, più sfarzoso nel vestire e più superbo di lui. Un abito indossato un giorno non gli piaceva più, non lo voleva nemmeno più vedere. Per quando gli garbava pescare nel Tevere, usava reti d'oro. Ogni suo desiderio era legge, giacché la fortuna gli era amica e lo ubbidiva... Egli incendiò Roma per divertimento, e un giorno mandò a morte tutti i senatori per sentire come fanno gli uomini a piangere e a gridare; uccise suo fratello e si accoppiò con sua sorella... A sua madre, poi, serbò una fine orrenda: le squarciò il ventre per vedere dov'era stato concepito. Proprio così, ahimè! Ecco quanto gli importava di sua madre! E non versò neppure una lacrima, disse soltanto: «Che bella donna era!»... E' mostruoso pensare ch'egli potesse e osasse ancor giudicare la bellezza di quella morta. Ordinò poi che gli portassero del vino e si mise a bere, e quello fu tutto il suo lutto. Quando alla potenza si unisce la crudeltà, allora, ahimè, il veleno scende fino in fondo! Eppure, da giovane, questo imperatore aveva avuto un maestro che lo aveva educato nelle lettere e nella cortesia e, se i libri non mentono, allora era stato un fiore di virtù; e finché l'aveva avuto sotto la sua tutela, questo maestro aveva saputo renderlo così avveduto e cauto, che passò molto tempo prima che la tirannide o altri vizi si scatenassero in lui. Mi riferisco a Seneca. Di lui Nerone aveva timore, perché prudentemente lo puniva per le sue colpe con le parole e non con gli atti: «Sire,» gli diceva «un imperatore ha il dovere di essere virtuoso e di evitare la tirannide». Per questo motivo lo condannò a tagliarsi i polsi e a morire dissanguato dentro un bagno. Fin da giovane Nerone aveva avuto l'abitudine di porsi contro il suo maestro, poi col tempo ciò gli parve un gran fastidio: ecco perché lo costrinse a morire in quel modo. D'altronde Seneca, da saggio, preferì morire così in un bagno piuttosto che subire altri tormenti. E così Nerone ammazzò anche il suo buon maestro... A questo punto alla fortuna non garbò più di tener dietro all'immensa superbia di Nerone, perché se lui era forte, lei era più forte ancora. Così Pensò, 'Perdio, son stupida a mantenere in alta posizione un uomo pieno di vizi e a chiamarlo imperatore. Lo leverò io dal trono, perdio, e quando meno se l'aspetterà, si troverà per terra!'. Una notte il popolo, ormai stanco dei suoi vizi, insorse contro di lui e quand'egli se ne accorse, si trovò solo, cacciato fuori delle sue porte, e corse da quanti gli erano stati amici, ma sì, più chiamava, più violenti gli usci si chiudevano! Allora finalmente comprese di aver agito male, e se ne andò per la sua strada, senza chiamare più nessuno. Il popolo in tumulto gridava da ogni parte ed egli udì con le sue orecchie che diceva: «Dov'è quel tiranno ipocrita di Nerone?». E gli parve d'impazzire di paura e pietosamente invocò gli dèi di soccorrerlo. Ma ormai era tardi. In preda al terrore gli sembrò di morire, e corse a nascondersi dentro un giardino. E in questo giardino trovò due plebei seduti accanto ad un gran fuoco rosso, e li implorò d'ucciderlo, di staccargli via la testa, perché, una volta morto, per scorno non fosse resa al suo corpo alcuna ingiuria... Ma non gli rimase che uccidersi da sé, mentre la fortuna se ne rise e se ne prese gioco.
Oloferne.
Non c'è mai stato condottiero che agli ordini d'un re conquistasse più regni, fosse ai suoi tempi più forte in campo, più famoso o più splendido nella sua enorme presunzione, di Oloferne, baciato in fronte dalla fortuna, da lei guidato in alto e in basso, finché poi, senza neppure accorgersene, rimase senza testa. Il mondo intero ne aveva terrore, non solo perché egli privava tutti di ricchezza e libertà, ma perché ciascuno era da lui costretto a rinnegare la propria fede. «Nabucco è il solo dio» diceva «non avrete altro dio fuori che lui!» E nessuno osò mai ribellarsi a questo comando all'infuori della forte città di Betulia dov'era sacerdote Eliakim. Ma pensate alla morte di Oloferne... Giaceva una notte ubriaco nella sua tenda, vasta come un granaio e circondata dal suo esercito: eppure, con tutta la sua pompa e la sua potenza, mentre giaceva supino nel sonno, una semplice donna, Giuditta, riuscì a decapitarlo e, sgusciando in silenzio dalla tenda senza che nessuno la notasse, se ne tornò alla sua città portandogli via la testa.
Il famoso re Antioco.
Che bisogno c'è di raccontare di re Antioco, della sua alta maestà reale, della sua superbia e delle sue azioni velenose? Nessuno è mai stato come lui! Leggete il libro dei Maccabei, leggete le tronfie parole che diceva, e perché poi precipitò dal sommo della sua prosperità morendo miseramente sopra una collina. La fortuna lo aveva tanto esaltato nella sua superbia da fargli credere di poter giungere alle stelle, di poter pesare ogni montagna con la bilancia e trattenere le onde del mare! Egli provava un odio estremo per il popolo di Dio, che avrebbe voluto sterminare completamente fra tormenti e pene, pensando che Dio ormai non avrebbe più potuto abbattere il suo orgoglio. E quando Nicànore e Timoteo vennero clamorosamente sconfitti dagli ebrei, si sentì preso da un tale odio verso costoro, da ordinare che gli si preparasse immediatamente il carro di guerra, giurando e spergiurando che ferocemente avrebbe riversato tutta la sua ira su Gerusalemme... Ma dovette ben presto cambiar proposito. Per questa sua minaccia, Dio lo colpì aspramente di un'invisibile e insanabile ferita, che gli penetrò mordendo nelle sue viscere con un dolore insopportabile: giusta vendetta per chi aveva tante viscere umane fatto penare! Eppure, nonostante quel tormento, egli non volle ancora desistere dal suo maledetto e dannato proposito, e continuò a far preparare l'esercito... Subito, alla sprovvista, Dio tornò a colpirlo nella sua superbia e tracotanza, perché egli cadde così malamente dal suo carro, che si spezzò le membra e si lacerò la pelle e non poté più andare né a piedi né a cavallo; ma, pur con la schiena e i fianchi rotti, egli si faceva trasportare intorno dentro uno scanno... Questa volta l'ira di Dio fu tremenda: tutto il corpo gl'incominciò a brulicare di schifosi vermi, emanando un fetore così orribile, che nessuno dei servi che lo curavano, sia ch'egli dormisse o rimanesse sveglio, poté più resistervi. In queste condizioni, egli si mise a piangere e a lamentarsi, e finalmente riconobbe Dio signore di ogni creatura. Ma ormai, sia per i suoi soldati che per se stesso, il puzzo della sua putrida carcassa era diventato insopportabile, nessuno poteva più trasportarlo in giro; e, tra miasmi e pene atroci, egli morì miseramente sopra una montagna. Così questo predone, quest'omicida che aveva fatto piangere e soffrire tanta gente, ebbe il compenso che si meritano i superbi.
Alessandro.
La storia di Alessandro è così nota che chiunque abbia un po' d'istruzione, almeno in parte, l'avrà sentita, o forse tutta. Insomma, egli conquistò il mondo intero, un po' per la sua forza e un po' perché, per la sua fama, i popoli erano ben lieti di sottostare a lui in pace. Uomo o bestia, nessuno davanti a lui aveva più orgoglio, dovunque egli andasse, anche in capo al mondo. Non c'è paragone fra lui e gli altri conquistatori: egli faceva tremare il mondo di terrore ed era un fiore di libertà e cavalleria. La fortuna stessa lo aveva lasciato erede dei suoi onori. All'infuori del vino e delle donne, non c'era nulla che potesse temperare l'alto scopo delle sue imprese e delle sue fatiche: aveva il coraggio di un leone... Che importerebbe a lui, se anche vi parlassi di Dario e di centomila altri, re, principi, conti e baldanzosi duchi ch'egli sconfisse e ridusse alla miseria? Vi dico che fin dove si può andare a piedi o a cavallo, tutto il mondo era suo; che altro dovrei aggiungere? Se anche mi mettessi a descrivere e a narrare senza fine le sue gesta, non basterebbe mai. Dodici anni regnò, a quel che dice Maccabeo... Era figlio di Filippo di Macedonia, il primo re della terra di Grecia. Ah, degno e nobile Alessandro, che proprio a te dovesse accadere: avvelenato dalla tua stessa gente! Così la fortuna ti piantò in asso, senza neppure versare una lacrima. Ma a me chi darà lacrime per piangere la morte di tanta nobiltà e tanto coraggio, che giunsero a comandare il mondo intero? Eppure a lui nulla bastava mai, tanto era il suo animo desideroso di grandi imprese... Ah, chi mi aiuterà ad accusare l'ipocrita fortuna e a disprezzare quel veleno, che insieme causarono tanta sventura?
Giulio Cesare.
Per saggezza, umanità e grandi imprese, sorse da un umile letto a maestà regale Giulio il conquistatore, che sconfisse tutto l'occidente, per terra e per mare, con forza d'armi e con diplomazia, rendendo tutti tributari a Roma, e poi di Roma fu imperatore finché la fortuna non gli divenne avversa... O possente Cesare, che in Tessaglia contro Pompeo, tuo suocero, il quale aveva con sé tutta la cavalleria dell'intero oriente fin dove incomincia l'alba del giorno, tutti vincesti e sterminasti con la tua forza, salvo quei pochi che con Pompeo fuggirono spargendo il terrore per tutto l'oriente - ben puoi dire grazie alla fortuna che ti guidò!... Ma pensiamo un poco a Pompeo, a questo nobile governante di Roma che riesce a fuggire dalla battaglia: ecco che uno dei suoi, un falso traditore, dico, gli taglia la testa e la porta a Cesare per guadagnarsene il favore... Ah, Pompeo, conquistatore dell'oriente, a che misera fine ti ridusse la fortuna! Giulio invece se ne tornò a Roma incoronato d'altissimo trionfo. Ma poi Bruto Cassio, invidioso dell'alta posizione da lui raggiunta, formò segretamente una congiura contro Giulio e assai abilmente fissò il luogo in cui, come vi dirò, egli avrebbe dovuto morire pugnalato... Andò Cesare un giorno in Campidoglio secondo il solito, e in Campidoglio venne raggiunto da Bruto il traditore e da altri nemici che coi pugnali lo colpirono, coprendolo di ferite, e lo lasciarono per terra. Ma, se la storia non mente, egli non mandò neppure un gemito, eccetto al primo o al secondo colpo. Era un uomo dal cuore saldo, così amante della dignità del proprio stato che, per quanto ormai dolorosamente ferito a morte, si gettò sui fianchi il suo mantello per non mostrare con sconvenienza la sua persona: ormai in agonia, pur sapendo di stare per morire, si ricordò ancora della propria dignità. Per questo episodio vi rimando a Lucano, a Svetonio e anche a Valerio, che di questa storia scrissero ogni parola fino alla conclusione, e come la fortuna fosse prima amica e poi nemica di questi due grandi imperatori... Non bisogna mai fidarsi a lungo del suo favore, ma sempre occorre stare attenti: pensate a tutti questi forti conquistatori!
Creso.
Anche il ricco Creso, colui che un tempo fu re di Lidia e terrore di Ciro, venne colto nel mezzo della sua superbia e trascinato a morire sul rogo. Ma dal cielo venne un diluvio tale, che il fuoco si spense ed egli riuscì a fuggire, senza tuttavia capire l'ammonimento finché la fortuna non lo mandò a sbavare sulla forca. Appena scampato dal pericolo, non seppe trattenersi da incominciare una nuova guerra: credeva che la fortuna lo volesse far salire ancora più in alto e che, come lo aveva salvato con quella pioggia, così non avrebbe permesso a nessuno di ucciderlo; e poi una notte ebbe una visione che tanto lo confortò e l'inorgoglì, da disporre completamente il suo animo alla vendetta. Sognò di essere in cima a un albero, mentre Giove in persona gli lavava la schiena e i fianchi, e Febo con una bella tovaglia era lì pronto ad asciugarlo: la sua superbia non ebbe più limiti! Domandò a sua figlia, che gli stava sempre accanto ed era esperta d'alta sapienza, di spiegargli che cosa significasse quella visione. Ed ella così gli interpretò quel sogno: «L'albero» disse «indica la forca, Giove significa neve e pioggia mentre Febo con la sua tovaglia rappresenta i raggi del sole che prosciugano... È chiaro, padre mio: tu verrai impiccato e lasciato appeso alla pioggia e al sole!». Così lo avvertì con franchezza e lealtà la sua stessa figlia, Fania si chiamava. E infatti l'orgoglioso re Creso venne impiccato, e il suo trono regale non valse a nulla... Ecco, una tragedia non è altro, non può far altro col suo canto, che lamentare o piangere come la fortuna assalga sempre con improvvisi colpi i regni dell'orgoglio; e quando gli uomini si fidano di lei, allora lei li abbandona, coprendosi il bel volto con una nube...

EXPLICIT TRAGEDIA.

Qui il Cavaliere interrompe il Monaco nel suo racconto.

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