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venerdì 15 giugno 2012

LA QUERCIA DEL MORTO

Una quercia (fonte: wikipedia.org).

Nel Medioevo romano sono tante le bande di briganti che imperversano funestando le strade. Quella da cui parte questa leggenda è un vero e proprio manipolo di manigoldi. Cinque in tutto. Spietati e senza legge. Senza paura, senza requie. Assassini privi di qualsiasi residuo di coscienza. Perduti, tutti tranne uno. Che nonostante avesse dimenticato la fede e le preghiere principali, usava recitare almeno un De Profundis ogni volta che, in strada, si imbatteva in una processione funebre. Un giorno la banda fece il gran colpo, quello che poteva sistemare tutti quanti. Ma cinque parti erano troppe, e presto i quattro senza Dio si accordarono tra loro per far fuori il loro strano compagno. Che era nato ladro come loro, e come loro era presto divenuto assassino, ma che almeno aveva mantenuto saldo quel singolare - e per loro insensato - rispetto per la morte e per i trapassati. L'uomo non era poi così stolto, ed ebbe buon gioco nell'accorgersi dell'inganno, intercettando le mezze parole e le occhiate furtive che i suoi falsi compagni aveva preso a scambiarsi all’approcciarsi della data in cui, finalmente, gli avrebbero fatto la festa. Così, una mattina prese la via prima ancora che il gallo iniziasse a cantare, e prese a correre nella notte morente insieme al suo cavallo. Sempre più in fretta, consumando miglia e miglia senza sosta per mettere tra sé ed il resto dei suoi sinistri sodali almeno quel poco di strada bastevole per fargli allentare un poco le briglie del destriero e cercare riparo e sosta alla sua repentina fuga. Infine uscì dall'Urbe, superò tornanti e mulattiere e presto deviò lontano dalla via maestra, perché anche lontano dal covo che fino a poco prima aveva occupato la prudenza non era poi mai troppa.
Ad un tratto si imbatté in uno spiazzo naturale del sentiero, al centro del quale campeggiava una maestosa quercia ricolma di fronde. Con la coda dell'occhio, scorse qualcosa di strano tra i rami. Appena smosso dalla brezza del mattino, sembrava quasi un corpo. Anzi, un corpo smembrato, per la precisione. Scartò e tornò indietro. Aveva ragione. Nonostante la percezione fosse stata casuale e tutt'altro che accurata, dai solidi rami del gigante arboreo penzolavano in buon ordine braccia e gambe, tronco, testa e mani di quello che, in un tempo non troppo remoto, era stato un uomo. Il fuggiasco non era nuovo alle immagini che la morte dissemina sulla terra. Eppure, di fronte a quella scena il fuggiasco provò un sussulto particolarmente intenso. Non dovuto, soprattutto, alla truculenza della vista. Un impulso improvviso lo spinse a spronare nuovamente la bestia per riprendere la fuga. Ma voltando appena le spalle all'albero avvertì qualcosa che lo paralizzò di netto. Una voce, flebile ma chiara, che non poteva che provenire dalla bocca dell'appeso.


Oh tu che passi per questa sola via
abbi pietà della rovina mia,
gli occhi tuoi non voltare con orrore
abbi pietà di questo mio dolore!

Così cantava la misteriosa testa, rivolgendosi a nessun altro che a lui. La pena ebbe la meglio sul terrore, e l'uomo - riportando velocemente alla mente l'ultima delle sue cristiane abitudini - fermò il destriero e si avviò verso il sinistro fardello della quercia. Poi si inginocchiò segnandosi e, scosso lievemente dall'aria fresca della prima luce del giorno, iniziò a recitare lento e solenne.

De profundis clamavi ad te, Domine;
Domine, exaudi vocem meam.
Fiant aures tuæ intendentes
in vocem deprecationis meæ.
Si iniquitates observaveris, Domine,
Domine, quis sustinebit?
Quia apud te propitiatio est
et propter legem tuam sustinui te, Domine.
Sustinuit anima mea in verbo ejus,
speravit anima mea in Domino.
A custodia matutina usque ad noctem,
speret Israel in Domino,
quia apud Dominum misericordia,
et copiosa apud eum redemptio.
Et ipse redimet Israel ex omnibus iniquitatibus ejus.

Quia apud Dominum misericordia, et copiosa apud eum redemptio. Perché presso il Signore è la misericordia, recitava ad alta voce il brigante, risuonando per la prima autentica volta dell'afflato possente di una Fede salvatrice. L'aria del mattino divenne vento forte. Scuotendo violentemente i rami della rovere solitaria ne fece precipitare in terra il macabro contenuto. Braccia e gambe e tronco e mani e capo, toccando il suolo, per prodigio presero a ricomporsi in forma umana intera. L'uomo, attonito, ebbe appena il tempo di terminare la sua preghiera recitando il verso finale. Con un guizzo riprese le briglie del cavallo per darsi finalmente alla fuga di fronte allo spaventoso prodigio. Ma alla bardatura del cavallo incontrò le mani gelide del morto ricomposto, mentre la voce flebile ed ultraterrena gli rivolgeva nuovamente la parola per rassicurarlo.
L’albero degli impiccati, incisione da Jaques Callot (fonte: pananti.com)
Non doveva temere, che alcun male gli sarebbe stato fatto. Tutto ciò che doveva ancora fare per l'appeso era prestargli il destriero, per un'ora appena. Prendendo frattanto il posto del cadavere fra i rami della quercia prodigiosa. Così fece, e mentre saliva tra le fronde guadagnando spazio ed altura e contorcendosi nel groviglio nodoso del legno scuro, intravide il macabro cavaliere voltare la cavalcatura e scomparire dietro un tornante. Il  morto cavalcava in tutta fretta in direzione di Roma. Giunto in cima alla quercia, l'uomo ebbe migliore visuale, e fu così in grado di accorgersi che cavallo e cavaliere si avviavano diritti verso i quattro masnadieri suoi compagni di ventura, che si erano messi in cerca del loro un tempo compagno per tradurre in pratica i sinistri piani di sterminio già lungamente meditati. Alla vista di quello sconosciuto che veniva loro incontro, i quattro selvaggi estrassero le loro daghe insanguinate e, pregustando l’azione, lo circondarono. Poi lo assalirono, forandogli il petto coi loro ferri di sciagura più e più volte. La mischia si fece più serrata, mentre il cadavere redivivo restava saldo a cavallo e, di contro, menava fendenti sorridendo flebile, come se nulla fosse. Ai briganti, quello strano ed invulnerabile cavaliere fece un'impressione tale che, resisi conto di non aver più a che fare con qualcosa di normale e naturale, levando alte grida si dettero alla fuga. Sconfitti gli inseguitori, il cadavere girò il cavallo e tornò alla quercia. Si rivolse al fuggiasco con un sorriso triste, concedendogli di riprendere la via purché si fosse trattato della via corretta. L'uomo capì al volo in quale intrigo celeste si fosse imbattuto e, fatto proprio il monito del suo soprannaturale salvatore, cavalcò lontano mentre una nuova improvvisa folata aerea avvolgeva il cadavere sparpagliando nuovamente le sue povere membra tra i rami. Il pentito raggiunse in fretta la via maestra, e corse come il vento finché non intravide le mura austere di un convento. Qui, disceso dal cavallo per farlo finalmente riposare, fece capolino da un saggio abate e rese pubblica testimonianza della vicenda occorsagli. In più, chiese al suo pio interlocutore di accompagnarlo nuovamente alla quercia, al fine di provvedere a donare una degna sepoltura per lo sventurato appeso che tanto aveva mutato il corso della sua miserabile - ma non totalmente dissipata - esistenza. I due raggiunsero nuovamente lo spiazzo. L'albero era ancora là, immobile nel sole del primo pomeriggio.
Incisione medievale di una quercia (fonte: propheties.it).
Nonostante cercassero tra i rami, ora stranamente nudi e privi del manto verde che poche ore prima l'uomo aveva toccato con mano, non riuscirono a vedere alcun appeso. Il drus, la quercia del morto, l’albero per eccellenza della sovranità celeste e terrestre, era ora desolatamente vuota. Il suo soprannaturale ospite, dopo aver lasciato l’importante monito e salvato un’anima, aveva ripreso la sua celeste via. Forse, era transitato in quel mondo desolato e privo di pietà per un attimo appena, trovando riparo presso l’albero più sacro, l’axis mundi che, unico, poteva reggere il peso di quell’incarico di salvazione. La quercia, pianta oracolare e simbolo di regalità. La rovere, icona del valore guerriero e dimora di driadi di passaggio ed amadriadi affezionate. Ed a volte, come questa leggenda insegna, immagine preziosa dell’intervento del supernaturale nel nostro quotidiano, e delle infinite possibilità di riscatto che la nostra volontà può procurarci.



Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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