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giovedì 15 marzo 2012

"LO RE ARTU' K'AVEMO PERDUTO"

Il Mongibello (fonte: trekearth.com).

Quelli mi dissero: "Or intendete / e vi diremo ciò che volete / ove gimo e donde siamo; / e vi diremo onde vegnamo. / Cavalieri siamo di Bretagna / ke vegnamo de la montagna / ke ll'omo apella Mongibello. / Assai vi semo stati ad ostello / per apparare ed invenire / la veritade di nostro sire / lo re Artù, k'avemo perduto / e non sapemo ke ssia venuto. / Or ne torniamo in nostra terra / ne lo reame d'Inghilterra. / A Dio siate voi, ser gatto / voi con tutto 'l vostro fatto". / E io rispuosi allora insuno: / "A Dio vi comando ciascheduno". / Così da me si dipartiro / li cavalieri quando ne giro.”

Ruvide ma evocative, la parole si rincorrono nella dissonante musicalità dei distici. Sembrano quasi affrettarsi a produrre nel lettore lo stesso pittoresco effetto dei tanti testi poetici che, rinchiusi in filastrocche, finiscono per fissarsi nella nostra memoria in modo indelebile.
E’ forse tutta qui la magia del Detto, componimento firmato dal fantomatico mistero vivente dell’anonimo che si celava dietro il nome di Gatto Lupesco. Presumibilmente toscano. Vissuto quasi certamente nel Duecento. Forse un laico, magari menestrello o giullare itinerante preso dalla foga di incantare le piazze, le fiere e le feste del volgo col suo dire ardito e ridanciano. Oppure un chierico vagante, intento nella missione di una vita di procurare maggior gloria a Dio a forza di panzane e con l’unica arma del suo sgangherato conto. Eppure, al di là della forma e della ritmica, ben oltre quella coltre di mistero che seguiterà ad avvolgerne l’autore nei secoli a venire, il Detto rappresenta molto altro. Una parodia delle narrazioni di viaggio e dell’abusato tema del pellegrinaggio, certo. E, ancora, un percorso esoterico, una via iniziatica che, transitando attraverso un tappeto fitto di iperboli e fantasticherie, incontri improbabili e mostri sacri, performa quella trasmutazione alchemica radicale capace di trasformare, trasfigurare ed arricchire il suo protagonista. Incontri improbabili e mostri sacri, abbiamo detto. Non a caso. Perché nelle rocambolesche avventure del Detto compaiono l’inatteso ed il leggendario. Personificati – ed alla perfezione - dalla figura mitica di re Artù. La fantasia di per sé non possiede freni, questo è indubbio, ed il genio creativo dell’anonimo duecentesco men che meno. Eppure, c’è qualcosa che non quadra nell’accostamento del re con il componimento toscano. I cavalieri incontrati dal letterato altri non sono che soldati delle schiere bretoni di Artù. Ma riferiscono a Gatto Lupesco di provenire da una montagna in particolare. Mongibello. Colonna del Cielo, nutrice di ghiacci perenni e pungenti, a sentire la prima elegia Pitica di Pindaro scritta 470 anni prima della nascita di Cristo. L’Etna. Un complesso vulcanico da 3300 metri originatosi agli albori del mondo, nel Quaternario, ed attivo ancora ai giorni nostri con diverse eruzioni che, nel tempo, hanno lasciato un’impronta di fuoco sul paesaggio, minacciato le comunità umane, originato una sorta di sacro timore in chiunque approcci 'a Muntagna, come la chiamano i locali. Cavalieri d’Inghilterra in Sicilia. A lungo hanno sostato presso il Mongibello. Per scoprire la verità sul conto del loro signore, l’Artù che hanno perduto. Ma sul contodel quale non hanno potuto sapere nulla. Sull’Etna in cerca di Artù. In ossequio ad una delle più curiose leggende che il Medioevo italiano – e non solo – è riuscito a partorire. La presenza del leggendario re bretone in un’isola italiana. Migliaia di chilometri più a sud del ricovero dorato che il mito più canonico ha da sempre voluto assegnare al sovrano, l’incantata Avalon dalle nebbie perenni. Un luogo che le cronache più ardite hanno sinora osato identificare con l’isolotto ritagliato dalle acque del fiume Brit presso la contea di Somerset, ritenuto prima sede del cristianesimo in Inghilterra - introdottovi secondo leggenda dai discepoli dell'apostolo Filippo o, addirittura, da quel Giuseppe d'Arimatea cui sarà riservato un ruolo tanto considerevole nelle oscure vicende del Santo Graal. Ma qui non siamo in Somerset. E nemmeno in terra bretone. Questa è un’altra storia. E’ la più atipica tra le favole che circolano nell’angolo orientale della Sicilia, nella piana vulcanica fertile di lava ed arroventata dal medesimo maestoso sole che campeggia stilizzato nel vessillo di Trinacria. Eppure, rappresenta al contempo la più bella tra le leggende etnee. Perché? Non certo per influenze e contaminazioni storicamente imposte alle genti della Montagna, che hanno nel corso dei secoli prediletto il ciclo carolingio (non sono infatti rari a tutt’oggi in Sicilia toponimi e locuzioni proverbiali da esso derivate, per non parlare della celebrità raggiunta dall'Opera dei Pupi che grandemente ruota proprio attorno a Carlo Magno e compagni), a tutto detrimento dei miti e delle saghe di un popolo, quello bretone, del tutto estraneo alla Sicilia. Isola decisamente troppo lontana dalle siderali notti nordiche che partorirono la cronaca drammatica degli splendori della Tavola Rotonda e dell’agonia di un grande re stroncato dalla sua stessa rinnegata progenie (Mordred), per poi essere portato in salvo dalla sorella ed alter-ego Morgana. Il mito dell’isola di Avalon, Insula Pomorum o Insula Fortunata come descritto dalla cronaca tradizionale di Goffredo di Monmouth, presenta caratteristiche del tutto distinte da quelle della Trinacria. Isole entrambe, certo, eppure agli esatti antipodi del pensare umano. La prima, circondata da onde insormontabili ed inaccessibili banchi di nebbia, finisce per spalancare davanti agli occhi stupefatti del re fuggiasco la leggiadria e l’abbondanza dei suoi tesori, con sterminate distese di alberi da frutto, primizie dorate e rivoli di vino che ne solcano il suolo, gravido di ogni ben di Dio. Le somiglianze sembrano tuttavia farsi più tangibili se solo si modificano i termini di paragone. I misteriosi cavalieri incontrati dall’ancor più misterioso letterato duecentesco specificano di provenire dal Mongibello, l’Etna. 
Rex Arturus (fonte: illuweb.it)
Un luogo protetto da onde insormontabili, sebbene di roccia, e da una coltre perenne di vapori, in questo caso sulfurei. Capace, tuttavia, di fecondare il suolo con le sue lave fertili, e dunque portatore - a suo singolarissimo modo - di vita. Un’identità forse arbitraria, e tuttavia sorprendentemente lecita. Ipotizzare un Artù in terra di Sicilia stupisce, non c’è che dire. Ma ancor più singolare è assistere al suo accostamento con il vulcano non in quanto fenomeno geologico ma in qualità di limen, di luogo di confine sospeso tra mondo visibile ed Altrove. Non si contano infatti le credenze più o meno popolari che, in epoca classica e medievale, consideravano antri, grotte, ipogei e, non ultimi, vulcani al rango di cavità orali, bocche spalancate sull’Inferno. Ciò è tanto più vero nel caso dei fenomeni piroclastici, perché l’imperante forma mentis prodotta dal cristianesimo associava spesso e di buon grado elementi chimici come lo zolfo e fenomeni ignei alle apocalittiche, millenaristiche predizioni bibliche. In cima alla lista, il fuoco sempiterno della terribile Geenna, lo stagno di fiamme e zolfo nel quale la bestia ed il suo falso profeta, l’Anticristo, verranno gettati alla fine dei giorni. E’ dunque profondamente strano assistere all’accostamento di un luogo potenzialmente ed archetipicamente così negativo con una figura, quella di Artù, altrettanto idealtipica, sebbene in senso completamente opposto e positivo. Un Artù che, paradossalmente, viene dunque occultato in quello che può a buon diritto essere considerato l’Inferno in terra. Vista sotto questa luce, la poesia dell'anonimo Gatto Lupesco potrebbe essere etichettata come un ardito parto della sua più che fervida fantasia. Eppure, per quanto rappresenti una – scarna - testimonianza letteraria della presenza fisica del re in Italia, il Detto non è il solo documento in cui la leggenda di Artù nell’Etna trova posto. A ben vedere, il primo letterato a riferirci una cronaca simile è, per assurdo, un inglese del XII secolo, Gervasio da Tilbury. Giurista, politico, scrittore, questi fu educato alla corte del leone d'Inghilterra Enrico II, per poi raggiungere Reims e, infine, l'Università di Bologna ove approfondì lo studio del diritto canonico. Forte appassionato di filosofia naturale, visse a lungo nel Mezzogiorno, nei fasti della corte di Guglielmo II di Sicilia. Nei suoi Otia Imperialia, Gervasio spende non poco del suo talento narrativo per riportare una vicenda che dice di aver appreso proprio in loco nel 1190.

"In Sicilia è il monte Etna, ardente d'incendi sulfurei, e prossimo alla città di Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo corpo di Sant'Agata vergine e martire, preservatrice di essa. Volgarmente quel monte dicesi Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno che un palafreno del vescovo di Catania, colto, per essere troppo ben pasciuto, da un subitaneo impeto di lascivia, fuggì di mano al palafreniere che lo strigliava, e, fatto libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano per dirupi e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le parole? per un sentiero angustissimo ma piano, giunse il garzone in una campagna assai spaziosa e gioconda, e piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di mirabil fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa il re la ragione del suo venire, subito fece menare e restituire al garzone il cavallo, perché lo tornasse al vescovo, e narrò come, ferito anticamente, in una battaglia da lui combattuta contro il nipote Mordred e Childerico, duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran tempo, rincrudendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondoché dagli indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi, veduti da molti e ammirati per la novità favolosa del fatto.”

Al di là della vicenda narrata e delle pittoresche descrizioni, alcune considerazioni saltano forse all’occhio in maniera più netta. Il cavo tenebroso dell’Etna potrebbe a buon diritto essere considerato come un antro che, attraverso una sorta di galleria, conduce il palafreniere verso un luogo ricolmo di delizie nel quale il re soggiorna ormai da tempo immemore. 
Frontespizio degli Otia Imperialia di
Gervasio da Tilbury (amazon.ca)
E’, questa, la eco palese di altre radicate leggende dell’epoca. Quelle che insistono sul romitaggio obbligato dei grandi eroi, costretti in caverne che personificano il ritorno – seppur temporaneo - alla Madre Terra, in attesa della resurrezione per la tenzone finale, quella che opporrà in un duello serrato e manicheo il Bene ed il Male. Artù e l’Etna, dunque, rappresentano solo una faccia di una medaglia ben più variegata, in cui trovano spazio perfino l’inarrivabile Carlo Magno, che attende presso il Kyffhauser, tra Turingia e Sassonia, e Sua Maestà Imperiale Federico Barbarossa, relegato in quell’Untersberg che dall’alto sorveglia il confine tra Germania ed Austria. Medesimo destino del dio Wotan e della grimmiana Frau Holda, della Frau Venus che ispirò il Tannhäuser di Wagner e perfino di Carlo V d’Asburgo. Proprio in ossequio al motivo del ritorno, gli stessi bretoni per secoli attesero la nuova venuta del loro eroe dormiente che, perduto in un luogo in cui nessuno poteva morire, avrebbe un giorno guidato la riscossa finale, quella contro gli invisi sassoni. Arturum expectare, attendere Arturo, si diceva infatti di chi si curava di ciò che non sarebbe potuto accadere. Coltivando, e qui facciamo il paio con il gergo, speranze bretoni, cioè vane e tendenti all’assurdo. Al tedesco Cesario di Heisterbach, o Caesarius Heisterbacensis dobbiamo moltissimo in termini di sviluppo culturale nella zona del Reno. Uomo di fede ed abate, questi fu priore dell’odierna Siebengebirge, monastero in cui fece il suo ingresso nel 1199 ed alla denominazione antica del quale deve il suo nome. Soprattutto, Cesario fu un prolifico scrittore, ed un agiografo non da poco. In una delle sue massime produzioni, nota con il titolo Dialogus magnus visionum et miraculorum, riporta anch’egli una versione della leggenda etnea.

Nel tempo in cui l'imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io penso, tedesco. Avendo costui, un giorno, smarrito il suo palafreno, che ottimo era, mandò il suo servo per diversi luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi incontro al servo, gli chiese: «Dove vai? E che cerchi?». Rispostogli da quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse il vecchio: «Io so dov'è». - «E dove?». - «Nel monte Gyber, in potere del re Arturo, mio signore». Quel monte vomita fiamme come Vulcano. Stupì il servo in udire tali parole, e l'altro soggiunse: «Dì al tuo padrone che da oggi a quattordici dì venga alla corte solenne di lui; e sappi che tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente». Tornato addietro, il servo espose, non senza timore, quanto aveva udito. Il decano si rise di quell'invito alla corte del re Arturo; ma, ammalatosi, morì il giorno prestabilito.
  
La ricostruzione di Cesario è più tarda di quella di Gervasio da Tilbury, e ne segue in maniera più o meno pedissequa la falsariga, aggiungendo di quando in quando particolari e minime variazioni. In primo luogo, la presentazione della montagna non secondo la dicitura volgare (Mongibello) ma mantenendone la nomenclatura araba Gyber (monte). Le due versioni hanno poi in comune l’essere anteriori rispetto a quanto riportato in altra sede dalla penna di Stefano di Borbone. Francese, nato Étienne de Bourbon, questi vide la luce con tutta probabilità in quel di Belleville, Rodano, nel 1180. Anche lui religioso, domenicano per la precisione. Uno dei maggiori talenti del suo secolo quanto a predicazione, percorse per 27 anni in lungo ed in largo le terre di Francia (Borgogna, Lorena, diocesi di Valence, Rossiglione e Savoia) per far più noto il verbo di Cristo. Stefano fu, soprattutto, inquisitore. Pioniere nella triste pratica dell’indagine sugli “errori della fede”, stilò di suo pugno un catalogo che, nei secoli successivi, verrà impiegato in pianta stabile dai martelli della Chiesa. La versione della leggenda da lui riferita è quantomeno singolare.

Udii narrare a un frate di Puglia, per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò avvenuto dalle sue parti, che cert'uomo, andato in traccia del cavallo del suo signore su pel monte presso a Vulcano, ove si crede sia il purgatorio, vicino alla città di Catania, trovò secondo gli parve, una città, che aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva chiese notizia del cavallo che andava cercando. Il custode gli rispose che n'andasse sino alla corte del principe, il quale, o gliel farebbe restituir, o gliene darebbe notizia; e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di alcuna norma circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve al cercatore di vedere per le vie di essa città tanti uomini quanti ne sono al mondo, di ogni generazione e condizione. Passando per molte sale, giunse ad una, ove scorse il principe circondato dà suoi. Ecco gli offrono molti cibi, ed ei non vuole di gustar di nessuno: gli mostrano quattro letti, e gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel suo signore, gli altri tre per tre usurai. E gli dice il principe che al signor suo e ai tre usurai assegnava certo giorno come termine perentorio a comparire, e che mancando, sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma lo rechi in segno della cosa, al padrone, perché questi beva della sua bevanda; e, di giunta, gli fa restituire il cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie il precetto: s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo nel mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene confessi ( per timore solo, e non per penitenza ) il dì assegnato sono rapiti sopra quattro cavalli neri.

Riaffiora qui il motivo, cristiano e dantesco, del Purgatorio in prossimità del monte del mistero. Una montagna che, in perfetta sintonia con questa corrente di pensiero, ospita un coacervo di uomini e razze e condizioni tale da potersi forse fregiare - a buon peso - del titolo di Paradiso in Terra. Eppure, nel finale di questa versione si nota con maggior veemenza la contaminazione culturale che il mito nordico subisce a contatto con la storia locale, risaltando l’elemento delle fiamme diaboliche e distruttive che, ancora una volta, portano scompiglio tra gli uomini. Un omaggio diretto e palese alla memoria storica degli isolani, sovente vittime degli umori di quel vulcano che è per loro croce e delizia. Un Tartaro atipico, che custodisce nei suoi recessi più reconditi un luogo accogliente, ricco, felice. Descrizione che ricalca in modo ineccepibile quella impiegata per dipingere innumerevoli altri luoghi simbolici. Il Paradiso Terrestre ne può costituire un valido esempio, considerate anche le assonanze quanto a collocazione geografica che, ancora una volta, è lo stesso Dante a riportare, allocando il regno di beatitudine in cima ad un monte, quello del Purgatorio. Ma nel novero degli esempi validi potremmo includere anche il Regno del Prete Gianni, o le Isole Fortunate. ‘a Muntagna possiede a buon diritto una carica emotiva considerevole. Tanto forte da consentire alla leggenda nordica di sradicarsi e trovare rifugio proprio all’ombra del vulcano. Dall’isola di Avalon al monte Etna, dunque, con la conseguenza di consacrare il secondo al rango di luogo magico. Una Faerie in cui certo non sfigura la stessa sorella di Artù, Morgana l’incantatrice. Proprio questa impostazione è indicata all’interno di un poema rigorosamente francese del XIII secolo. Assai poco noto, questo reca il titolo Floriant et Florète, e potrebbe auspicabilmente essere considerato addirittura la fons maior dalla quale la leggenda etnea ebbe origine. Sebbene di poco pregio, l’opera ci restituisce il tassello mancante della vicenda, chiarendo perché Artù abbia preso dimora in Sicilia. L’Etna è qui un regno fatato, alla volta del quale la regina delle fate conduce un giovanissimo Floriant, figlio del re Elyadus di Sicilia e reso orfano di questi per mala opera del traditore Maragot, per terminarne l’educazione. Il poema seguita elencando le avventure del ragazzo ed il suo amore per la bella Florète, con la quale egli convolerà presto a nozze. Al termine, Morgana farà ritorno presso la coppia per condurre i due nel regno in cui tutti vivono in eterno. Un luogo presso il quale anche Artù, una volta giunta la sua ora, avrebbe dovuto recarsi, secondo quanto affermato dalla fata stessa nelle pagine dell’opera. Gatto Lupesco, Gervasio da Tilbury, Cesario di Hesteirbach, Stefano di Borbone. Quattro ottimi esempi di come un mito possa cambiar forma e pelle. Di come la Sicilia trasmuti gli eroi. Ora, la peculiare versione etnea non sembra aver incontrato favori eccessivi in Bretagna. Abbondano infatti gli eroi (Uggeri il Danese in primissima battuta) recatisi secondo la leggenda presso il ricovero di Artù in forma di isola (o, secondo alcune varianti, di una delle tante grotte del Galles) e non certo di monte. Ma varcati i confini di Bretagna, alcuni elementi sfumano clamorosamente. Con essi, viene messa in discussione la collocazione stessa del forzato esilio del re. Rimosso dal mondo ed al contempo mantenuto - miracolosamente - in vita, Artù si stacca dal credo bretone per seguire piuttosto la tradizione germanica. Un folklore cui tra l’altro si può agevolmente ricondurre anche la pratica del donativo. Ecco dunque l’indizio decisivo circa l’ingenerarsi del mito etneo. Tanti lasciti di cultura germanica restituiscono forse la prova di un’opera di contaminazione su base normanna. Invasori, questi ultimi, e ingenuamente capaci di immaginare un giardino di delizie proprio all'interno di un vulcano di cui ignoravano la spaventosa, devastante bellicosità. Soprattutto, i Normanni erano portatori di un epos, quello nordico, in linea con il ciclo bretone a motivo di una consistente e comune avversione. Quella nei confronti di Angli e Sassoni. Radunati sotto i vessilli di Guglielmo il Conquistatore, gli Uomini del Nord si batterono infatti - ed aspramente - contro le schiere degli Anglosassoni nell’epica battaglia di Hastings. I Bretoni per questo li salutarono quali liberatori. Era il 1066. Da allora non mancarono le occasioni di contatto, incontro, fusione addirittura. Gli ornati faciles del Roman de Rou scritto dal poeta anglo-normanno Robert Wace insegnano. Così, il mito per eccellenza, quello del re perduto e ritrovato, finì per smarrirsi di nuovo, per farsi trasportare altrove da ali ben più robuste di quelle della fantasia, fino ad approdare in altri, inattesi lidi. 

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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