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venerdì 30 marzo 2012

DRAGHI A ROMA

San Silvestro papa debella il drago della rupe Tarpea,
 Battista da Vicenza (fonte:  museicivicivicenza.it)
Una delle prime, leggendarie vittorie di Roma. Tanto lontana e dimenticata che ad oggi non ne esiste alcun resoconto preciso, complice la scorreria dei Galli di Brenno che, qualche tempo dopo, aveva ridotto in cenere l’Urbe archivi compresi. Quella di Lago Regillo poteva essere una carneficina, più che una battaglia. Nel 499 a.C. a Roma c’è la repubblica. L’ufficio di consules e magistres equitorum è appannaggio di Tito Ebuzio Helva e Gaio Veturio Gemino, mentre la fama della culla della civiltà viene difesa dalla spada di un dictator chiamato Aulo Postumio. Si fa sempre meno remota l’ipotesi della guerra con la lega delle città latine, sotto l’egemonia di Tarquinio il Superbo e di Mamilio Ottavio, suo genero e soprattutto dittatore di Tusculum. Precipitati gli eventi in meno di un anno, lo scontro si combatte in terra latina.
Di fronte ai 43mila latini in assetto da battaglia, si capisce subito che ci sarà parecchio da menare le mani. E che sarà una guerra sporca, aspra, sanguinosa. Tarquinio lancia i suoi contro Postumio, riceve una notevole ferita ad un fianco e torna al campo. Ebuzio comanda la cavalleria sull’altro lato, e contende il primato del campo direttamente ad Ottavio Mamilio, ma restano entrambi e si ritirano. Ma Mamilio torna quasi subito. Un’ala della schiera romana inizia a cedere, e Postumio ordina l’esecuzione immediata di chi fugge. L’Urbe contrattacca, e sul campo rimane inerte perfino Mamilio stesso, abbattuto dalla lancia di Tito Erminio morente. Ma i fanti romani sono sfiancati, ed il nemico non accenna a ritirarsi. Sui romani cominciano a piovere lutti a non finire. Finché Postumio non ordina agli equites di disfarsi delle cavalcature per supportare i fanti. Obbediscono immediatamente, e portano gli scudi davanti allo stendardo. Il morale dei fanti riprende vigore, mentre assistono al fior fiore della nobiltà romana che combatte al loro fianco ed al loro livello. Ai latini non resta che arrestarsi. Ma non sono ancora in rotta, e le forze dell’Urbe sono più provate che mai. Al dictator iniziano a mancare le carte. Per questo ricorre al divino. Prega Giove. Impetra il soccorso della sua progenie, i Dioscuri, facendo voto solenne di dedicar loro un intero tempio in cambio. E’ un attimo. E compaiono due guerrieri sconosciuti. Valenti, giovani, in groppa a cavalli bianchi che scagliano nel bel mezzo della mischia. I fanti vociferano, i comandanti incitano. Con l’Urbe cavalcano i gemelli del destino. Castor e Pollux. Si va alla vittoria. I latini rompono le fila, si danno alla fuga disordinata e non c’è spada che resista alla foga delle legioni. Tarquinio finirà i suoi giorni di tiranno alla corte di Aristodemo, presso Cuma. I tuscolani diverranno presto i più fedeli alleati di Roma, e trent’anni dopo soccorreranno l’Urbe quando una volta ancora si ricorrerà al verdetto del campo di battaglia contro Equi e Volsci. Al Lago Regillo finalmente c’è silenzio. I due giovani sono svaniti nel nulla, qualcuno sostiene che siano corsi a Roma ad annunciare la vittoria. C’è chi nell’Urbe dice di averli scorti mentre lavavano il manto dei destrieri e li facevano abbeverare presso la fonte di Giuturna, in pieno Foro e davanti agli occhi di tutti, il 15 luglio del 499. E’ una città in trionfo quella che accoglie le truppe ed i comandanti vittoriosi. Aulo Postumio ancora non crede ai suoi occhi, e la clamorosa vittoria riportata fa sì che la gente lo chiami Regillensis, il Regillense. Ma nonostante questo sa che non è stata tutta farina del suo sacco. Ha un voto da sciogliere, un voto importante quanto urgente. Arriva ai piedi del colle Palatino, alla fonte, nei pressi del tempio del fuoco sacro vegliato notte e giorno dalle Vestali, e decide che là, nell’ultimo luogo terrestre in cui i gemelli sono stati veduti da occhio umano, sorgerà il loro tempio. Nel mezzo della città antica di Roma, l'Umbiliculus Urbis che sorge proprio al centro del Foro, in una valle che separa Palatino e Campidoglio e dove si trova anche una profonda galleria, la Cloaca Maxima, scavata proprio al tempo di re Tarquinio Prisco. 
Le rovine del Tempio di Castore e Polluce
(fonte: romasegreta.it).
Un accorgimento con cui si faceva in modo che le acque di cui la vallata abbondava defluissero pacificamente, allontanando da Roma l'aria malarica ed i liquidi stagnanti e facendo confluire questi ultimi direttamente nel Tevere. Ma questo accadeva ieri, in un passato tanto remoto da sconfinare nel sogno e nel mito. A secoli di distanza, un altro Dio sostituirà il pantheon di cui Castore e Polluce facevano parte, imponendo i suoi santi ed i suoi luoghi di culto in maniera tanto esclusiva che delle antiche divinità non importerà più nulla a nessuno. I templi andranno in rovina, e con essi anche quello di Castore e Polluce. Sulle sue vestigia, fitta crescerà l’edera dell’oblio. Più di 800 anni dopo, nel 314, Roma è ancora il cuore dell’Occidente e dell’Impero. Culla di un nuovo credo, ospita il suo 33esimo vescovo e Papa. Questi, figlio di un cittadino romano di nome Rufino e di una donna di nome Giusta, sarà conosciuto come Silvestro I. E’ un’epoca oscura, quella del transito tra le ultime persecuzioni e la pax inaugurata da Costantino. Nell’Urbe, più in particolare, è l'éra di passaggio dalla Roma pagana, quella di Giove, dei presagi e dei Dioscuri, a quella cristiana di Silvestro. Asceta. Digiunatore. Eremita. Rifugiatosi per pregare – ed ancora più per sfuggire alla persecuzione di un Costantino non ancora convertito - negli anfratti del monte Soratte, questi rescinde l’eremitaggio più o meno forzato per accorrere a Roma, invitato dallo stesso imperatore che giace colpito dalla lebbra. Per i sacerdoti di corte, l'unico rimedio è l’abluzione nel sangue caldo di trecento fanciulli. Un’ecatombe impietosa. Piangono le madri, e l’imperatore si commuove, ma resta disperatamente malato. Una notte gli appaiono in sogno gli apostoli Pietro e Paolo. Per una volta è stato un giusto, e l’Onnipotente ha pietà dei suoi figli smarriti. I venerabili gli consigliano di far venire l’eremita a Roma. Sarà lui ad indicare a Costantino la fonte della guarigione, dove quest’ultimo si immergerà tre volte per mondarsi dal malanno e dal peccato. Gli costa un voto solenne. Quello di rendere grazie a Cristo distruggendo i templi degli dei pagani e riaprendo le chiese dell’unico, vero Dio. Silvestro giunge nell’Urbe. Impone all’imperatore sette giorni di digiuno e la liberazione immediata dei cristiani perseguitati dando prova di un’indole ferrea che in molti in realtà faticheranno ad attribuirgli. E’ l’uomo della transizione. Battezza Costantino nelle acque della fonte e lo guarisce. A Costantino non rimane altro che convertirsi al verbo di Cristo e del suo rappresentante Silvestro. Un eroe, forse, secondo quanto riportato nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, fonte più antica esistente sulle vite dei Santi. Sicuramente un difensore della Fede, ed ancor più del suo gregge di fronte alle tante minacce di un’epoca a dir poco oscura. E’ questo che conduce Silvestro dove un tempo sgorgava la fonte di Giuturna, alle pendici del Palatino, tra le mura diroccate ed i marmi corrosi di ciò che un tempo era il Tempio della vittoria del Regillo e dei Dioscuri. Qui sotto, al riparo delle ultime tre colonne rimaste miracolosamente in piedi, c’è il male. Un incubo più nero della fenditura che si apre nel suolo, la tana della serpe velenosa enorme e velenosa. Un dragone crudele il cui respiro mefitico miete vittime innocenti tra la popolazione. Dal giorno della conversione di Flavio Costantino sono già periti in trecento, tra inermi cittadini ed avventati ammazza draghi che si calano nella fossa invano. Alla corte di Costantino non si fa che parlare del mostro. L’imperatore stesso viene chiamato a deliberare in proposito, ma non sa che pesci prendere. Piuttosto, vuole ascoltare il parere di Silvestro. Dello stesso avviso sono i sacerdoti pagani del suo seguito, che giurano all’ex eremita di convertirsi al suo Dio se vincerà il drago e farà finalmente cessare la strage. Silvestro resta solo ed inizia a pregare con fervore. Ad un tratto si scuote, mentre S.Pietro appare e gli rivolge la parola. Gli ordina di scendere nella fossa accompagnato da due preti. Avvicinatosi al mostro, dovrà recitare un formula precisa:

“Gesù Cristo nato da una vergine, crocifisso e sepolto, è risorto e siede alla destra del Padre; verrà un giorno a giudicare i vivi e i morti: tu Satana, aspetta la Sua venuta nella fossa.”

Poi dovrà legare la gola del dragone con un filo sottile prelevato dalla sua stessa veste, sigillando il nodo con un anello che reca la Croce del Cristo. Silvestro si rimbocca le maniche, sceglie due dei chierici suoi sodali e raggiunge l’entrata della grotta. L’interno è buio, ed un odore acre appesta l’aria. L’eremita non fatica ad immaginarsi lo scempio dei romani. Inizia la discesa. 100 scalini, poi altri 100, ed altri 100 ancora. Sono quasi al fondo del crepaccio. Superate le ultime 65 scale sono al cospetto della bestia, nel bel mezzo dell’abisso. Si accorgono di essere stati seguiti da due maghi, increduli e pronti a darsela a gambe. gli si para di fronte il mostro. Pronto a divorarli. 
Silvestro I e l’imperatore Flavio Costantino
(fonte: wikimedia.org)
Il dragone fa orrore e paura, le scaglie gelide del suo corpo si agitano mentre prepara il guizzo con cui farà scempio dei suoi scocciatori. E’ il male, non c’è dubbio. Ma Silvestro ha Dio dalla sua. E fa tutto quello che gli è stato comandato. Recitata la formula, il tempo si ferma. La bestia rimane immobile. I maghi si sono già dati alla fuga, i loro passi frettolosi a ritroso sulle scale si odono appena. Ma le bestia è ormai domata, ed ai tre coraggiosi non resta che risalire alla luce del sole. Silvestro fa strada, ed all’ingresso della caverna trovano una folla oceanica ad attenderli. L’incubo è giunto al termine. Il giubilo della massa raggiunge il culmine quando tutti i presenti decidono di convertirsi al cristianesimo. Tutti tranne i due maghi increduli, atterrati dal fiato del dragone ed ormai morenti sulla scalinata che avevano guadagnato fuggendo. Sul luogo, a ricordo della salvezza guadagnata per divina intercessione, il pontefice fa edificare dal nulla una nuova chiesa. Santa Maria libera nos a poenis inferni, poi Santa Maria Liberatrice. E’ il primo capitolo storico e tangibile di un racconto leggendario ed allegorico. Silvestro è il vescovo del riscatto. Grazie all’ascendente sull’imperatore, riesce addirittura nell’impresa di domare il paganesimo, e consacrare l’intero calendario giuliano ai santi cristiani. Non a caso il Papa sottomette il drago, e percorre indenne 365 scalini. Silvestro muore con tutta probabilità nel 337, il 31 dicembre. Non è casuale nemmeno il fatto che oggi S.Silvestro si festeggi al termine dell’anno, sul finire di un anno vecchio e nell’imminenza di quello nuovo. E’ la metafora più azzeccata della fine dell’epoca pagana e dell’inizio di un mondo nuovo, quello cristiano. Una vita più tardi, in pieno XVII secolo, il teologo reggiano Ottavio Panciroli riesamina la leggendaria vicenda di Silvestro. Il suo lampo di genio è uno: collegare il dragone infernale ad un altro rettile soprannaturale. Il dio serpente Esculapio, di casa nella vicina Isola Tiberina che ospitò un suo santuario e che si trova proprio in prossimità della Cloaca Massima. Vuole il racconto che durante la temibile epidemia di peste che sconvolse l’Urbe 293 anni prima della nascita di Cristo, alcuni coraggiosi si fossero spinti fino ad Epidauro, città greca in cui risiedevano i sacerdoti del dio della medicina, Esculapio - o Asclepio - per l'appunto. Gli inviati avevano poi fatto ritorno dalla Grecia con la ferma volontà di riservare un tempio alla divinità salvifica anche nell'Urbe. Nella loro barca era penetrato uno dei serpenti sacri, che aveva abbandonato lo scafo solo durante la risalita del Tevere, in prossimità di un canneto intorno all'Isola. Era dunque quello il luogo prescelto dal dio. Lì sarebbe sorto il suo santuario romano. Del grosso serpente sacro non fu trovata più alcuna traccia, ovviamente. Scomparso tra flutti e vegetazione? O forse riparato nella prospiciente Cloaca Massima, per trovare una pace - ed una crescita - secolare? Un’austera sala dei Musei Civici di Vicenza ospita oggi un’opera pittorica del XV secolo composta da quattro differenti tavolette a fondo dorato. L’autore è il primo artista di rilievo nel panorama pittorico della città, Battista da Vicenza. Il dipinto, capolavoro del gotico internazionale tanto in voga nell’Europa del ‘300, dimostra una magistrale precisione per i dettagli architettonici e paesaggistici, oltre che per i particolari relativi alle stoffe ed agli abiti delle figure. Queste ultime letteralmente affollano una superficie pittorica assai ridotta. Tanto che l’impressione che se ne ricava è quella di una magistrale miniatura, resa ancor più avvincente dall’utilizzo di colori estremamente vividi frammisti alle dorature del fondo. L’opera rappresenta in quattro sezioni altrettanti episodi notevoli della vita di San Silvestro. Le prime due tavole riguardano, rispettivamente, la disputa del Papa con alcuni sapienti rabbini di Roma ed il battesimo dell’imperatore in Laterano. La quarta riproduce invece le esequie solenni dell’ammazzadraghi, e la sua ascesa al cielo. La terza è, tuttavia, quella che più ci interessa. A cominciare dal titolo. San Silvestro papa debella il drago della rupe Tarpea. In ognuno degli episodi, San Silvestro viene identificato da precisi simboli del suo tangibile potere. La tiara e gli abiti pontifici, sicuramente. Ma anche un’iscrizione che ne riporta per esteso il nome a fianco della figura. E’ raro imbattersi in simili accortezze pittoriche. Rappresentano, forse, il simbolo ultimo di un’attribuzione di importanza tanto profonda da travalicare la linea di demarcazione che separa il tratto dallo scritto, il disegno dalla parola. Oggi, nel bel mezzo del Foro e proprio dove un tempo si ergeva la chiesa di Santa Maria Liberatrice, rimangono soltanto le vestigia dell’ennesimo edificio religioso, Santa Maria Antiqua. Un luogo, dunque, da sempre deputato al culto, se si considera che proprio qui, in un’epoca tanto antica da scavalcare perfino Castore e Polluce, all'interno delle vetuste spelonche che a tuttora crivellano il suolo si celebravano sinistri riti agli déi inferi. Ma siamo ormai nell’èra post-moderna. Oggi questa zona, che seguita a grondare storia dopo aver ospitato il nucleo forse più antico dell’Impero più potente del mondo classico, conserva ancora un velato ricordo di Silvestro e della sua impresa. Così, lo spazio ricompreso tra Piazza di San Marco, vicolo degli Astalli e via dell'Aracoeli, piazza Margana e via Montanara, via del Teatro di Marcello e via di Monte Caprino, ma anche vico Jugario, piazza della Consolazione, piazza di Santa Anastasia e via dei Cerchi, fino ad incontrare piazza del Circo Massimo, via di San Gregorio e via dei Fori Imperiali, è ricompresa sotto la giurisdizione della medievale Regio Campitelli in Sancti Adriani. Il dodicesimo rione di Roma che lambisce l’antica Curia senatoriale e si fa rappresentare dallo stemma recante la testa di un drago. L’ultimo epitaffio dell’impresa di Silvestro I. Esorcista. Campione della fede. Ammazzadraghi. Alfiere del riscatto cristiano.

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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