Pagine

martedì 6 marzo 2012

LA SETTA DEGLI ASSASSINI

Il persiano Hassan ben Sabbah 
(fonte: whopopular.com).
Ad osservarlo bene, rigido in groppa ad uno stallone bianco appesantito dalla bardatura fin troppo riccamente decorata d’oro, la scimitarra abbassata e stretta nel pugno mentre pensoso scruta un orizzonte che non scorgiamo, non fa poi così paura. Potrebbe anzi essere scambiato senza vergogna eccessiva per l’ennesimo condottiero moro, il turbante ben calcato sulla testa, la barba bianchissima che scende diritta verso il petto. Eppure è lui, Hassan ben Sabbah1, la chiave di volta di una delle vicende a tuttora più misteriose delle cronache medievali d’Oriente. Persiano di nascita. Figlio prediletto di un onesto mercante di etnia Khuzi. In gioventù compagno di studi del famoso – e controverso - poeta Omar Khayyam a Nishapur. Coinvolto in intrighi politici, abbandona in tutta fretta l’umile via dell’istruzione e, datosi alla macchia, finisce per imbattersi in un vecchio saggio. Così riceve la sua illuminazione. Lasciarsi alle spalle un destino modesto per immettersi su di un altro, ben più importante cammino. Un percorso che Dio stesso ha modellato per lui. La "Retta Via". L’Islam in cui Hassan muove i suoi passi ha già frammentato la sua anima maomettana con la scissione tra i seguaci di Abu-Bakr, da un lato, e la fazione dei sostenitori del cugino di Maometto dall’altro, Alì.
Dalla metà del VII secolo, i primi hanno detenuto il potere sotto la volta musulmana del mondo dopo la morte del profeta, e si sono fatti chiamare sunniti. I secondi credono da sempre in una catena profetica di discendenze dirette che, iniziata con Adamo e proseguita con Noè, è transitata attraverso Abramo, Mosè, Gesù per poi incrinarsi col trapasso di Maometto. Dopo la sua scomparsa, i destini della mezzaluna non potranno che essere retti da Alì. Stesso sangue del Profeta. Dunque, il migliore del suo tempo. L’unico che, secondo loro, è stato in grado di raccogliere il pesante fardello e, così facendo, impedire ai fedeli di smarrire la via. Monoteisti e seguaci della Nubuwwa, la profezia, sostengono l’imamato ed attendono la Mahad, la resurrezione in cui la giustizia di Dio verrà riaffermata in tutta la sua potenza. Sono gli sciiti, diffusi in tante correnti quanti sono i dialetti che imperversano in Islam. Tra di essi, gli Ismailiti o Settimani, che abitano le terre su cui sventola il vessillo verde dall’Africa Orientale alla Siria, dall’Arabia Saudita alla Cina, dal Tajikistan all’India, ed appoggiano la legittimazione degli imam fino ad Ismahil, settima guida e successore di Jahfar al-Sadiq. Testano la loro fede sul metro offerto dalla Sebayah, dottrina pesantemente esoterica che li identifica come la Setta dei Sette, in base al numero di scalini che ogni iniziato è tenuto a compiere prima di addivenire al disvelamento finale, quello dei sacri, imperscrutabili segreti. Il movimento sciita in generale - e gli ismailiti in particolare - vedono il mondo attraverso una lente particolare, messianica. Credono nel riscatto, e desiderano redenzione. E’ anche questa promessa di potere che fa di Hassan il discepolo perfetto. Un discepolo che consuma avidamente i gradini che ha di fronte, e con essi le tappe della sua personalissima redenzione. Al Cairo viene iniziato al grado finale. Quello della trascendenza assoluta. Quello in cui un’obbedienza già militante diventa se possibile più cieca grazie all’uso massiccio e reiterato di sostanze psicotrope - alcuni parlano di canapa e dell’hashish derivato dalle infiorescenze femminili della pianta, per altri si tratta addirittura di oppio. Ma quella di Hassan è e resta una vita in movimento. Spesso in fuga. Costretto ad abbandonare anche l’Egitto dei Fatimiti, viaggia a lungo per poi raggiungere il Mar Caspio e, più a sud, le aride colline che delimitano la provincia di Qazvin. Qui, ad un tiro di schioppo dal villaggio di Mo'allem Kalayeh, immerso nelle immobili solitudini rupestri dell’angolo più nascosto del mondo, ritrova un tempo perduto ed uno spazio di manovra utile per pianificare la sua mossa. Sulla cresta di un’altura nel cuore della catena dell’Elbrurz, ad un’altezza che sfiora i 2000 metri, sorge una roccaforte che lo storico, geografo e poeta epico persiano Hamdollah Mostowfi afferma essere stata edificata già nell’840. Un centinaio di chilometri più ad est sorgerà Teheran, futura capitale dell’Iran. Il luogo si chiama Alamut. Costruita lungo una via con un’unica possibile entrata, è la fortezza imprendibile per eccellenza. Non per tutti, però. Hassan ben Sabbah se ne impadronisce infatti nel 1090. Ne fa il suo "Nido dell’Aquila". Un forte che, nelle leggende diffuse tra la popolazione del luogo, durante il suo regno ospiterà giardini mozzafiato e biblioteche immense. Un luogo dove nulla è reale e tutto è permesso2, e che vedrà il potere del suo ardito signore crescere a dismisura. Tanto che Hassan diventerà per tutti Sheikh-el-Jebel, il Vecchio della Montagna. Il Gran Maestro e capo carismatico dell’orda con la quale ha violato il dorato isolamento della rocca, e che lui chiama Fidawi. Un gruppo di fanatici che presto si farà un’altra, triste reputazione in Europa. 
I ruderi del Nido dell’Aquila ad Alamut, 
Iran (fonte: wikipedia.org)
L’oscura setta degli “Assassini”. Gretta corruzione del termine originariamente utilizzato per designare una società segreta votata alla cieca fedeltà ad un uomo, il Vecchio, ed al principio di riscatto assoluto che questi rappresenta, detenendo sui suoi accoliti poteri assoluti di vita e, soprattutto, di morte. Hashshashin è il nome con cui la schiera del Vecchio della Montagna viene chiamata dal popolo. Hashshashin, assassini. In realtà, il termine potrebbe anche e più semplicemente significare “seguaci di Hassan”. O, addirittura, “seguaci degli asàs”, i fondamenti. Un’etimologia, questa, riportata più recentemente dal giornalista e scrittore libanese Amin Maalouf. Ma tra XI e XII secolo, mentre nel Vicino Oriente infuria la Prima Crociata che riporta all’attenzione dell’Occidente il destino dei luoghi ad esso più santi, più di tutte queste ipotesi conta la leggenda secondo cui i soldati del Vecchio altro non siano che mangiatori di hashish. Schiavi cioè di un elisir psicotropo che ne obnubila il giudizio e ne ottunde ogni volontà. Secondo alcune fonti, ne portano l’abuso a livelli tanto inauditi e distanti dal comune pudore da smarrire ogni contatto con la realtà. Uomini del crepuscolo. Ombre. La potenza di Hassan funge soltanto da motivazione parziale per l’inspiegabile fedeltà dimostrata dai suoi seguaci. Numerose saranno così le leggende destinate nel tempo a fiorire intorno alla dedizione degli Assassini. Una dedizione praticamente soprannaturale che, agli occhi dei cronisti medievali, può essere motivata soltanto ricorrendo alla promessa di ricompense incredibili. Nel mondo sensibile o nell’altro. In questo senso, una impressionante descrizione delle pratiche in uso presso il consesso del Vecchio viene fornita dalle pagine del Milione di Marco Polo, nelle quali si menziona l’esistenza, tra le inaccessibili montagne di Persia, di un favoloso castello dominato da un misterioso e munifico signore, il Veglio della Montagna per l’appunto3. Questi, secondo le cronache stilate alla fine del Duecento da Rustichello da Pisa per l’eccelso viaggiatore veneziano, ha creato un paradiso terrestre artificiale colmo di leccornie di ogni sorta e sfrenati divertimenti che ricalcano quelli del paradiso islamico declamato a suo tempo dal Profeta. Un luogo nel quale vino, latte e miele scorrono a fiumi, in un’abbondanza che fa il paio con i piaceri di ogni sorta che vengono concessi ai giovani adepti. In questo luogo di meraviglia, i predestinati fanno ingresso solo a seguito di un sonno profondo. Il medesimo oblio, indotto da utilizzo massiccio di hashish – ma alcune fonti propendono maggiormente per gli oppiacei - che ne segna l’uscita, quando il Vecchio ne abbisogna per i suoi scopi. Il malcapitato recupera bruscamente il contatto con la realtà, realizzando di aver appena abbandonato un paradiso che gli sarà stato precluso sino a missione compiuta. Medesima menzione viene presentata anche dal Boccaccio, che a metà del XIV secolo, nella Novella 8 del terzo giorno del suo Decameron, narra la vicenda dell’ingenuo Ferondo creduto morto – ma sarebbe in termini medici ben più plausibile parlare di collasso - dopo aver ingerito la misteriosa “polvere del Veglio”. Nel 1175, un legato del Barbarossa documenta il singolare processo di formazione cui a suo dire sono sottoposti i giovani istradati sulla via della Montagna. Figli di poveri contadini, questi vengono prelevati in tenera età e portati nei palazzi del Vecchio. Qui apprendono con dovizia le lingue più parlate del globo, latino e greco, provenzale e saraceno. Maestri compiacenti insegnano loro l’obbedienza assoluta agli ordini del Signore della loro terra, colui che ha il potere di dominare perfino gli dèi e, ciò facendo, dispensare le gioie del paradiso. Colui che, ancora, può decretarne la dannazione negando loro ogni salvezza. Omaggiati del proprio dorato pugnale, vengono infine avviati sulla misteriosa via degli Assassini. Benché rappresentino esempi di macroscopica fama, i casi appena citati costituiscono unicamente i primi indizi riscontrabili di una più generalizzata tendenza. Quella che, appoggiandosi a visioni stereotipiche dell’Islam, infarcisce le cronache dei fatti che quivi avevano luogo con elementi più attinenti al mondo della fiaba, con tutto il relativo portato in termini idealtipici (fortezze sinistre in cima a montagne imprendibili, crudeli tiranni senza pietà, luoghi paradisiaci ed astuzie inenarrabili). La leggenda del Vecchio e dei suoi Assassini fa presa in modo così radicato e radicale nell’immaginario occidentale che la stessa grossolana designazione della compagine di Hassan, Assassini, finisce per entrare nel vocabolario di uso comune per evocare il profilo del più spietato dei sicari. Va certamente rimarcato come gli storici cristiani abbiano nella maggior parte dei casi attinto a piene mani da questa matassa di stereotipi, andando così a produrre resoconti che a tratti potrebbero addirittura essere descritti come pseudo- o para-storici. Al di là delle discussioni di sorta, ed esaminando con maggior cognizione di causa il complesso di variabili storiche e politiche in cui il fenomeno di Alamut si produce, si potrebbe rispondere come gli Assassini abbiano in realtà semplicemente rappresentato la frangia più intransigente della corrente ismaelita, ala radicale di un movimento già di per sé pesantemente revisionista. Di certo, nel novero delle innumerevoli supposizioni che costellano l’imprevedibile storia del Vecchio della Montagna e della sua setta di Assassini, permangono fatti ed elementi che non possono essere ignorati. I fedelissimi di Alamut sono esecutori inerti, ma inarrestabili. Temuti strumenti di morte e della volontà del Vecchio. Pedine da gettare nella mischia del potere. Pedine perfette, se solo si sa dove – e chi – colpire. In un modo tutto suo, Hassan li ama. Perché può disporne liberamente. Perché può farne un impiego sistematico, abbattendo come birilli, uno dopo l’altro, tutti coloro che si frappongono fra lui ed il potere. Musulmani ortodossi in cima, con una particolare predilezione per i turchi selgiuchidi che reggono l’Iran e, dunque, costituiscono l’ingerenza più prossima e fastidiosa. Nel 1090, anno della presa di Alamut, Hassan ed i suoi appoggiano i Fatimiti egiziani di Mustali, il cui successo era stato una conquista di fondamentale importanza per il movimento ismailita. Ma ben presto il potere dei califfi africani inizia a sgretolarsi, mentre l’invasione turca ne accelera grandemente la dissoluzione. Agli ismailiti serve una linea d’azione più dura. Allora, il sodalizio con i fatimiti diventa effimero. In appena quattro anni, gli Assassini secedono dall’alleanza per passare al servizio dei loro più diretti oppositori, i Nizariti. Il territorio che possono dire di possedere è per la verità relativamente poco esteso. Un’enclave o poco più, sepolta nel Vicino Oriente occupato dalle armate cristiane o soggiogato al credo del Profeta. Dalle sue montagne, Hassan dirige una predicazione che sotto le sue abili mani si trasforma in conquista di nuove fortezze montane. All’inizio, il numero dello sue schiere non impressiona di certo. Eppure, nel far propendere l’ago della bilancia del potere con maggiore nettezza dalla parte dei suoi, la devozione profusa nella causa si unisce ad un altro fattore-chiave. Gli Assassini di Hassan si guadagnano indiscutibilmente la loro fama sinistra per l’impensabile efficienza con la quale agiscono, ma anche e soprattutto per la scelta rivoluzionaria degli obiettivi sui quali concentrare la loro sconcertante ferocia di sicari ideali. Sono tirannicidi. Per volontà del loro leader e signore, ricorrono di preferenza a questo esemplare strumento di lotta politica ante litteram. Non inventano l’assassinio politico, ma lo elevano a livelli operativi assoluti, andando a colpire gli uomini-simbolo del potere sunnita. Dai monti dell’Iran sorge una longa manus che arriva fino al Libano. Nel 1118, il fondatore dell’Ordine Templare Hugues de Payns giunge in Palestina, a Gerusalemme. Hassan, Signore della Montagna, governa per il 28esimo anno il suo evanescente ma saldo regno dall’imprendibile palazzo di Alamut. Apprende dell’arrivo dell’ordine cavalleresco ma non muove un dito. All’interno della sua scacchiera, quegli uomini, per metà asceti e per metà soldati di un altro Dio, non rappresentano necessariamente ed immediatamente un pericolo. Forse possono anzi costituire un’opportunità di realizzare intese utili al peroramento della sua causa all’interno del mondo islamico. Più volte, negli anni a seguire, i Cavalieri del Tempio vengono ospitati nel Nido dell’Aquila. Tanto che si vocifera a lungo dell’esistenza di un pactum sceleris tra i due Ordini. Di questo esatto avviso è, ad esempio, Papa Gregorio IX, che nel 1236 arriva a rivolgere un rimprovero neanche troppo velato ai Templari. Sospetti forse fondati, se solo si considera come Cavalieri ed Assassini possiedano diversi elementi in comune. Portatori di visioni politiche differenti sebbene particolarmente spregiudicate, entrambi coltivano un’anima mistico-religiosa frammista a spiccate caratteristiche militaresche. Rigidamente abbigliati in bianco e rosso, tutti e due gli Ordini godono inoltre di una cristallizzata organizzazione gerarchica. Soprattutto, entrambe le filosofie sono pesantemente intrise di pratiche occulte, misteriche, in un certo senso di confine. Frattanto, l’attività dei sodali di Hassan viene registrata anche in Siria, dove produce ingerenze considerevoli sui grandi bazar di Aleppo, Amida, Apamea. Raggiunge così le grandi rotte commerciali che innervano la regione. E, soprattutto, palesa ulteriormente la sua presenza quale movimento risoluto ma estraneo alle logiche che muovono le fazioni tradizionalmente all’opera nell’area. Mette a segno azioni mirate, nelle quali tra l’altro non manca una ritualità tanto netta da costituirne l’ideale sigillo. Niente veleni. Né armi a distanza. L’Assassino lavora all’arma bianca, il suo onore risiede nella lama splendente che impiega per uccidere, silente mietitore d’ombra di un signore distante e di un fine apocalittico. In questo modo, ogni uccisione diventa un’opera, da realizzare attraverso una gestualità precisa ed a valle di una pianificazione meticolosa. Solo l’Assassino può servire il Vecchio della Montagna. Perché è l’Assassino l’unico in grado di padroneggiare la complessa arte che fa di una morte violenta un atto sacrificale. I Nizariti, dunque, secedono dall’Islam e dai suoi fini religiosi e politici non solo perché mossi dalla volontà di potere del loro signore, ma anche e soprattutto perché sembrano coltivare un’eresia antica, che discende in linea diretta dagli antichi culti di morte. Lungi dal macchiarle, il sangue purifica le mani dell’adepto. Soltanto sotto il comando di Hassan, i registri Nizariti annotano almeno una cinquantina di omicidi. Sotto la lama degli Assassini finiscono come sempre le alte personalità sunnite, mentre il terrore dilaga soverchiando protezioni ed occultamenti. Gli Assassini sembrano in grado di arrivare dovunque, sono dovunque. La terra iraniana trema, e con essa la Siria, il Libano, la Palestina. Il signore di Homs. L’emiro di Mossul. Il comandante delle milizie di Aleppo. I primi musulmani cui fu dato in sorte di perire sotto i colpi degli invisibili sodali del Vecchio. Prima che il Sultano d’Egitto decida di usare le maniere forti con loro e sradicarli dal suolo di Siria – colpo di mano che gli riesce in maniera definitiva solo nel 12734 - nel loro libro nero finisce perfino il Saladino cui, secondo alcune cronache, pare che gli Assassini si avvicinino pericolosamente, tanto da renderlo oggetto di diversi attentati falliti. La loro influenza cresce di pari passo con la sinistra fama di astro nascente dell’Oriente, se nel 1173, Amalrico, Re di Gerusalemme, arriva ad intavolare autentici processi negoziali per raggiungere un’alleanza con la setta. Sembrerebbe fantascienza, eppure va rimarcato come all’epoca i sicari di Alamut non avessero ancora realizzato alcuna azione degna di nota ai danni delle forze cristiane, e dunque non costituissero ancora una minaccia manifesta nei confronti dell’autorità occidentale in loco. In più, nel 1163 il delirio messianico di Hassan raggiunge uno dei suoi apici più eclatanti, allorché questi, convinto che l’attesa del Mahdi redentore sia giunta finalmente al termine, abroga formalmente le leggi del Profeta. Cosa che rende la setta degli Assassini una realtà ed una potenza ancor più borderline rispetto ai rigidi ed immutabili dogmi vigenti nel resto dell’Islam. In questi termini, un’alleanza con il Regno di Gerusalemme diviene cosa non solo plausibile, ma addirittura desiderabile al fine di contrastare in maniera più efficace l’ascesa di Nur ed-Din. E può quindi essere a buon diritto inserita all’interno della più nutrita strategia del sovrano. Quella che al contempo include la stipula di accordi con Bizantini, Egiziani e chiunque voglia in qualche forma avversare il condottiero turco signore di Siria. Così, in una sera di terrore cieco, tocca proprio a lui sorprendersi, allorché sul suo stesso cuscino viene ritrovato un pugnale dalla lama dorata. Evidente monito di una setta che non ama essere infastidita. I negoziati del Re di Gerusalemme naufragano per l’opposizione netta ricevuta dai Templari, preoccupati della genuinità, e massimamente della coerenza, dei propositi espressi dagli Assassini. Gli accordi sarebbero comunque falliti, a causa del massacro di un gruppo di Nizariti perpetrato nel 1172, a Gerusalemme, proprio ad opera di un Cavaliere del Tempio. Eppure, in altri frangenti si sospetta addirittura che i Templari si siano serviti dei sicari della Montagna, assoldandoli per la realizzazione di alcuni omicidi politici di pretendenti al trono della Città Santa. Un legame che, al di là della sua più specifica connotazione, deve di necessità essere ipotezzato come plausibile, stante la documentata esistenza di un tributo che, durante la Gran Maestranza di Robert de Craon, secondo Gran Maestro dell'Ordine dei Templari (1140 ca.), il signore di Alamut versa annualmente all’Ordine del Tempio. Nessi importanti vengono alla luce anche considerando le ipotesi gravitanti attorno ad una misteriosa divinità chiamata Baphomet, Bafometto. Idolo pagano mutevole per descrizioni ed iconografie, la misteriosa bestia reca con buona probabilità connessioni profonde con l’universo alchemico – nella sue rappresentazioni principali, in testa quella prodotta da Eliphas Levì, presenta sulle braccia le diciture “Solve” e “Coagula”. Della sua misteriosa venerazione vengono sospettati gli Assassini. Eppure, secondo alcune teorie, andrebbe addirittura associato con il Santo Graal, cosa che lo fa entrare di diritto nell’orbita dei Cavalieri Templari stessi, anch’essi pubblicamente accusati – complice l’interpretazione operata su tre lettere che il Gran Maestro di Provenza, Inghilterra ed ancora Provenza, Roncelin de Fos, invia a metà del Trecento a Richard de Vichiers, storicamente sconosciuto ma con buona probabilità fratello del Gran Maestro Rinaldo e vissuto nella domus templare di Pieusse - di venerarlo nel segreto delle loro pratiche più esoteriche. Tornando alla carta dei negoziati tra cristiani ed Assassini, questa non viene definitivamente abbandonata se non dopo il secco diniego ad essa opposto, dopo la morte di Amalrico, dal suo reggente, il conte di Tripoli Raimondo III. Orfano del suo omonimo, primo a cadere sotto i colpi della setta perché diretto responsabile dell’insediamento dei Cavalieri Ospitalieri nella Contea. Nel 1192 è invece il turno di un italiano, il marchese di Monferrato Corrado degli Aleramici. Dopo la caduta della Città Santa in mano al Saladino, il principe, appena arrivato in Palestina, impiega tutta la sua non comune abilità nell’organizzare le difese della città di Tiro. Ci riesce talmente bene da ottenere non solo la vittoria sul campo, ma anche e soprattutto la corona del regno di Gerusalemme. Mentre una sera fa ritorno al palazzo reale, viene avvicinato da due uomini. Uno dei due dice di essere un messo, e fa per consegnargli una lettera. L’altro si sporge quel tanto che basta per estrarre uno stiletto di fattura orientale e conficcarlo nelle carni del marchese. I due, arabi di etnia, sono noti a corte per essersi poco prima convertiti al cristianesimo. Catturati, vengono brutalmente interrogati ed affermano di aver agito su commissione di Riccardo I, il Cuor di Leone. Il Plantageneto re d’Inghilterra si trova infatti in quel momento in Terra Santa per l’ennesima crociata, e voci anche autorevoli lo giudicano animato da propositi non proprio amichevoli nei confronti di Corrado. Eppure, il mandante non è Riccardo. L’ordine è partito dal solito Vecchio, che decreta la vita e la morte dalle cortine di un regno etereo ed inaccessibile. Raimondo, figlio di Boemondo IV di Antiochia, viene invece raggiunto, assalito e massacrato addirittura in una chiesa di Tortosa, nella provincia spagnola di Tarragona. Davanti al re di Francia e doppiamente crociato Luigi IX il Santo si presentano due misteriosi emissari che richiedono con veemenza il pagamento di un tributo a loro dire già corrisposto al loro signore dall’imperatore di Germania, dal re d’Ungheria, dal sultano di Babilonia e da altri, affinché questi permetta loro di vivere. Nel 1124, il primo Vecchio della Montagna muore. Altri prendono il suo posto, signori del Nido dell’Aquila e padroni di Alamut, maestri delle più potenti, spregiudicate ed efficienti schiere di assassini che l’Oriente abbia mai visto. Il credo della setta si fa col tempo ancor più radicale, i giuramenti più stretti, i condizionamenti più intensi. Eppure, l’incredibile, eretica parabola dei Nizariti sembra essere sul punto di raggiungere l’epilogo. Nel periodo di massimo, oscuro splendore, la schiera annovera fino a 60mila membri. Tutti disposti al sacrificio estremo per la delirante causa del Gran Maestro. I giorni in cui il loro potere si insinua ancora sottile in un fazzoletto appena di terra esteso tra la fortezza templare di Marqab, sullo snodo che da Tartus conduce a Laodicea, e Shaizar, borgo noto anche come Larissa, sono ormai lontani. Tempi andati di una gloria sinistra che non tornerà più. L’ismailismo perderà in breve gran parte dei propri adepti, assistendo impotente al ridimensionamento drastico e definitivo della sua influenza politica, divenuta ormai pressoché irrilevante. Gli Assassini lasciano nella storia il solco di una fede viscerale perché profondamente intrisa di sangue. E consegnano all’immaginario collettivo un nome che è a tutt’oggi espressione diretta del più antico dei crimini. Il 15 dicembre 1256, Hulagu Khancome guida l’offensiva mongola in Asia. Un pugno armato sferrato allo stomaco dell’Islam che, facendosi largo nel sud-ovest del continente, si trova in fretta di fronte ai bastioni dell’imprendibile Alamut, che dall’alto del suo monte brullo le sbarra la strada. La guarnigione del forte risponde al 26enne Khurshah, al secolo Ruknud-Din Hasan, nominato comandante appena l’anno precedente. Potrebbe essere l’uomo del destino. Potrebbe. In realtà la resa giunge presto, e senza eccessivi accanimenti. I Nizariti della fortezza depongono le armi appellandosi alla misericordia del Khan. Ma i mongoli nutrono per chi sa maneggiare le armi un rispetto maggiore di quello tributabile a chi negozia. Quindi, la resa di Alamut spalanca le porte ad una carneficina che spazza via ogni simulacro della un tempo mirabile potenza ismailita sul suolo iraniano e non solo. L’ultimo Vecchio viene condannato a morte, e porta con sé il retaggio oscuro di una cieca volontà di riscatto, e l’attesa frenetica ed incrollabile di una redenzione che tuttavia non giungerà mai. Il 1270 segna l’anno di non ritorno. Mentre Luigi IX il Santo muore non appena raggiunta Tunisi, gli europei accendono la miccia dell’ottava, ultima crociata ufficiale, che segnerà il tramonto definitivo del sogno della riconquista di una Terra Santa sulla quale ormai il vento del mutamento ha cessato di spirare ed agitare le acque. Sventola saldo il vessillo turco sui luoghi dei cristiani, mentre Filippo di Montfort, lord di Tiro, cade per mano di ignoti sicari. E c’è chi, anche in questo omicidio, seguita ad scorgere una firma ben precisa. E’ l’ultimo guizzo di un potere, oscuro e lontano, che nei decenni appena trascorsi ha fatto tremare le case del potere nel Vicino Oriente, minacciando perfino i signori dell’antica, lontana Europa. Termina così di farsi largo nelle cronache un ciclo che è a tuttora semisepolto tra le nebbie del mito. All’interno di esso hanno avuto modo di intrecciarsi politica e guerra, omicidi e religione, fanatismo e deliri messianici. Paradigma della più completa dedizione al suo signore, la figura abile, fanatica e spietata dell’Assassino ha avuto buon gioco nel farsi strada nell’immaginario occidentale, egregiamente supportata dal suo esistere in un universo geografico così distante, esotico e proprio per questo capace di ammantarsi di una luce nuova e meravigliosa rispetto al più consueto panorama europeo.

                             Rappresentazione del Baphomet tratta dal volume 
Dogmi e rituali di alta magia di Eliphas Levi, 1854 (fonte: templarhistory.com).

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

Giudica l'articolo!

0 commenti:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...