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giovedì 22 marzo 2012

I CRIPTOSISTEMI DELL'ABATE TRITEMIO

La Sponheim Kloster (Abbazia) in un’incisione di
Matthäus Merian il Vecchio (1593–1650) (fonte: Wikipedia.org)
Il primo modo è relativamente semplice da mettere in atto. Per ogni parola si consideri solo e soltanto la lettera iniziale. Di modo che da un tappeto di termini emerga un mosaico segreto di significato. E’ questa la tecnica sufficiente per sviluppare un argomento avvalendosi di un linguaggio che, pur apparendo chiaro all’occhio, riesca comunque a mascherarne il significato reale. Il metodo è tanto intuitivo che, tuttavia, la sicurezza finale che dovrebbe garantire ne risulta infine troppo spesso compromessa. Le lettere balzano subito all’occhio, e non sempre si dispone di parole adatte ad essere combinate senza destare sospetto. Ma a fronte di un primo e rudimentale metodo, ne esistono almeno altri cento che, alzando progressivamente il livello di complessità in sede di trasposizione, rendono il messaggio pressoché inespugnabile. Criptosistemi. L’arte delle spie, dei manipolatori. Di chi si destreggia nella sottile abilità della dissimulazione e dell’enigma, della comunicazione trasversale, frammentata, distribuita ad arte. Dei termini in chiaro e di quelli cifranti. Un enigma metodologico che non ha età. Nel quale, soprattutto, l’ingegno di Johann non ammette rivali. Per la vecchia Europa, il 1462 è un anno di fermento. A Firenze, tra gli incanti della villa medicea di Careggi, sta nascendo l'Accademia platonica. Un desiderio folle fa invece sì che a Milano si scavi senza sosta.



Le manovalanze al soldo di Francesco Sforza, figlio di Muzio Attendolo e primo duca della città, si spaccano le ossa per La Martesana, un canale che collegherà il territorio cittadino con il vicino fiume Adda e, di qui, con il mare Adriatico. Sul trono dorato del Gran Principato moscovita sale Ivan III Vasil'evič. Regnerà per 43 anni accompagnando il paese fino al secolo successivo, e verrà acclamato unificatore delle terre russe. Il conflitto tra Maometto II ed il voivoda valacco Vlad III esplode in tutta la sua virulenza, mentre il secondo vola a cavallo sul Danubio gelato facendo scempio degli ottomani sul suo cammino per 800 chilometri buoni. E’ il 32esimo giorno del calendario gregoriano, il 1 febbraio, quando nel landkreis - o circondario rurale - di Treviri-Saarburg, nel villaggio di Trittenheim, Elsbeth von Longwi mette al mondo il primogenito del cavaliere Jean Heidenberg, Johann. Siamo nel bel mezzo del Palatinato, ad un passo dal sacro fiume Reno. I von Longwi sono una stirpe di nobili partiti secoli prima dalla Mosella, al confine con le terre di Francia. Gli Heidenberg, invece, sono una stirpe di uomini d’arme presto divenuti fedeli servitori del Sacro Romano Impero. La loro è una vita veloce, che in fretta scorre via dalle mani e spesso termina fatalmente, nel sangue e nella violenza. Jean Heidenberg non fa eccezione, ed incontra la morte quando Johann ha appena due anni. Rimasta sola, Elsbeth combatte per sette anni con la gestione dei vigneti di famiglia, finché, stanca ed affranta, non trova migliore consolazione che convolare a nuove nozze con un altro uomo. Ma questi è un violento ed un ottuso, mal sopporta lo stesso Johann ed appone alla sua crescita già incerta il veto decisivo circa la possibilità di studiare. Passano le stagioni, ma Johann è bloccato nello stesso istante fatale. Quello che lo ha segnato per sempre, privandolo di un padre e consegnandolo all’affetto di una madre troppo occupata a far quadrare il bilancio di casa. Nel 1477 il ragazzo sa appena leggere e traccia con difficoltà estrema qualche segno sugli scarsi fogli di pergamena che gli capitano a tiro. Merito delle scappatelle notturne compiute da Johann presso la casa di un vicino compiacente che gli offre comprensione e, soprattutto, i primi rudimenti di educazione. Ma non è abbastanza, e non c’è futuro. Dietro la porta di casa von Longwi, però, c’è la via maestra. Così, al ragazzo si presenta la carta della fuga. La coglie, ed inizia una sorta di peregrinare laico che lo porterà dapprima a varcare la romana Porta Nigra di Treviri, poi in quel di Würzburg, la città universitaria della Bassa Franconia. Finalmente, nel 1479 Johann approda a Heidelberg, sulle rive del fiume Neckar. Sede dei duchi del Palatinato, culturalmente parlando la città è il fiore all’occhiello tedesco. Un posto magnifico dove mettere radici, pensa il ragazzo. Per questo, beneficiato di un provvidenziale certificato di povertà che lo esenta dai gravami delle rette, inizia a frequentare tutti i corsi che ritiene più congeniali alla sua formazione. 
Giovanni Tritemio (fonte: blogspot.it)
Forte di una determinazione che fa il paio soltanto con la straordinaria memoria della quale sembra essere stato omaggiato, studia durante il giorno e si applica con profitto perfino di notte per recuperare gli anni perduti. Finisce così per padroneggiare le lingue classiche, greco e latino, e perfino l’ebraico, il caldeo, il tartaro. Ma eccelle anche nella filosofia antica e contemporanea, documentandosi grandemente al contempo nello studio della storia. E’, questa sua escalation, un percorso vorticoso dell’anima, che lo conduce infine innanzi ad un precettore, l’ignoto Maestro cui si riferisce costantemente ma del quale tiene rigorosamente segreto il nome, che lo inizia ai misteri di un neonato ordine segreto che si identifica con un fiore rosso incrociato con un simbolo sacro. I Rosa Croce. Il Maestro lo rende edotto anche circa l’opera di un personaggio leggendario, vissuto forse in età ellenistica. Maestro di sapienza e mitico fondatore di una corrente filosofica che avrebbe da lui preso il nome, questi è a volte identificato come semplice uomo, talora invece considerato addirittura un dio. Ermete Trismegisto. Il sapere di Johann è ormai assurto a livelli tanto elevati da non poter più essere contenuto nel semplice concetto di studio, così come inizia a stargli stretto lo status di scolaro. La sua è ormai la missione di un adepto. Così, dopo quattro anni di studio disperatissimo, tramonta il personaggio del giovane, inesperto Johann Heidenberg, per lasciare il posto all’iniziato ed illuminato Johannes Trithemius. E’ il 1482 – ma alcune fonti riportano anche l’anno successivo - quando l’ormai ventunenne pianifica il ritorno a casa, forse per rivedere la madre, forse soltanto per l’emozione del viaggio. Congedandosi dal Maestro, questi gli preannuncia che, strada facendo, troverà la chiave che tanto agogna, quella della sua esistenza stessa. Il ragazzo incassa e si incammina. Ma una violenta tempesta di neve lo forza a sostare presso Sponheim. Dietro il pesante portone di un monastero benedettino, Johannes trova il rifugio della sua vita. La tempesta si placa, ma il viaggio di Tritemio non riprende comunque. Due anni dopo non è più asilante presso il monastero perché ha pronunciato i voti solenni ed è divenuto ospite fisso giurando imperitura fedeltà alla Regola di S.Benedetto. Nel 1487 l’anziano mitrato che l’aveva accolto trapassa, ed i duecento abati devono nominarne il successore. La comunità sceglie, a sorpresa, l’ultimo, giovanissimo arrivato. Un ventitreenne predestinato a divenire guida e vertice dell’intera comunità. Una comunità che, tuttavia, si reggeva su incerte gambe, considerate le casse vuote e l’incuria della struttura stessa. Ozio ed arroganza, arbitrio ed accidia avevano fatto il resto, portando il consesso dei monaci sull’orlo del tracollo. Ma Tritemio è capace, ed in pochi rovescia le sorti del suo convento. Sana le falle nelle mura e con la medesima ostinazione quelle nelle tasche dell’Ordine. Soprattutto, sana i mali interiori della sua comunità, trasmutandone le lordure in aurea materia spirituale. Punta tutto sui codici antichi, rendendo il suo gregge abile oltre ogni dire nell’arte amanuense, a discapito dell’odiata stampa che a suo parere svilisce l’anima stessa delle opere, imbastardendole addirittura. Fa affluire nella biblioteca di Sponheim un nugolo infinito di volumi, tanto che il monastero diverrà un faro culturale arcinoto nell’epoca, mentre il suo salvatore si farà una fama indiscussa di sant’uomo pari soltanto alla diceria sotterranea che lo vorrà mago e negromante. In contatto proficuo con cabalisti e teologi, alchimisti ed occultisti. Membro, addirittura, di una società segreta denominata Sodalitas Celtica insieme ai compagni di studi Johann von Dalberg e Rudolf Heusmann. Storico testimone dell'esistenza di Georgius Sabellicus, alias Faustus Junior, oscuro mago e negromante errante la cui leggenda darà adito al personaggio del Faust, sono tante le leggende partorite e presto diffuse sul suo conto. Una di esse, a seguito dei tanti prodigi realizzati, lo vede convocato al cospetto di un contrito e prematuramente vedovo imperatore Massimiliano, che lo interroga circa l’opportunità di prendere nuovamente moglie, in osservanza alla più schietta ragion di Stato, o piuttosto mantenere la vedovanza del cuore. Tritemio, in questo caso, avrebbe evocato l’anima della defunta imperatrice Maria direttamente dal regno dei morti, tracciando un ampio cerchio in terra e pronunciando apposite formule proibite che avrebbero materializzato la trapassata. 
Disco rotante a sostituzione 
mono-alfabetica romana (fonte: pazuzu.it)
Davanti agli occhi dei due, e prima che le forze abbandonassero Massimiliano, Maria avrebbe annunciato le future nozze dell’uomo più potente del mondo occidentale d’allora con la figlia del duca di Milano, Galeazzo Sforza, in quei giorni ancora affidata alle cure dell’arcinoto zio Ludovico il Moro. Esasperati da una fama così palese – e così sinistra – i suoi stessi monaci recuperano il primitivo, deviato temperamento per esautorarlo, motivando il loro voltagabbana con una mala sopportazione della eccessiva disciplina loro imposta dall’abate. E’ il 1506 quando Tritemio, tenuto lontano da Sponheim dall’immancabile missione di fede, viene costretto a non far ritorno al suo monastero. Ripara a Wurtzburg, presso l’abbazia di San Giacomo. Mediterà e scriverà al sicuro delle sue mura nella pienezza della solitudine dorata volontariamente abbracciata per un altro decennio, finché non terminerà il suo cammino mortale, il 15 dicembre 1516, anno in cui Tommaso Moro pubblicherà la sua opera più celebre, L'Utopia. Due anni più tardi verrà pubblicata una delle sue opere più discusse, la Polygrafia. Un testo, questo, nei sei volumi del quale alla calda devozione dell’uomo di Chiesa subentra la decisa sagacia dell’esperto di scritture segrete e tecniche per inviare messaggi cifrati. E di prefiguratore della Tabula recta, soprattutto, quale tecnica incorporazione dell'alfabeto in righe disposte a quadrato, costruite sfalsandone l’ordine di una lettera verso destra o verso sinistra. Ma tutto sommato la Poligrafia è un testo tanto ingegnoso quanto innocuo. Incapace di destare vive preoccupazioni, proprio per questa sua mansuetudine è giunta intatta ai nostri giorni. C’è ben altro nella produzione letteraria di Tritemio. Qualcosa capace di strappare più di un brivido, massimamente nelle poco lungimiranti autorità civili e religiose dell’epoca. Filippo II si fa chiamare il Giovane per tentare di far sì che il suo nome si distingua più agevolmente nella storia da quello del suo omonimo padre e predecessore. E’ Langravio d'Assia-Rheinfels, vale a dire conte e fedelissimo dell’Imperatore. Come tale, gode di una posizione di assoluto privilegio e, soprattutto, di enormi poteri. Il suo verbo è legge. La sua semplice opinione si fa tendenza di popolo. Un giorno, tra i volumi che suo padre ha convogliato nella biblioteca del palazzo, scova un manoscritto ingiallito. Sul frontespizio, il nome di Giovanni Tritemio, abate di Sponheim. Il testo reca un titolo nel quale, nel consueto mare di latino, riecheggia un termine in greco antico, la lingua dei dotti. Steganographia sive de ratione occulte scribendi. Filippo inizia a sfogliarlo. Inorridisce pagina dopo pagina. Chiede che gli vengano fornite informazioni circa l’autore, quello strano abate che opera non molto lontano. Vuole sapere tutto. Anche i dettagli, perfino le voci. E sulle voci, i suoi servi sono particolarmente ferrati… La repulsione di Filippo è tale che getta i fogli in terra, chiama i suoi servitori e ne ordina la distruzione immediata e nella pubblica piazza. Al rogo. Scompare così una delle poche versioni complete del testo di punta della produzione di Tritemio. La sua fama parallela, se possibile, si fa ancora più nera. Perché? La steganografia è una tecnica che si prefigge l’occultamento della comunicazione tra interlocutori. Deve il suo nome ai termini greci “scrittura” e “nascosta”. Nel 1550 non è una novità assoluta. Erodoto riporta la vicenda del lacedemone Demarato, che per avvertire i suoi compatrioti dell’imminente invasione da parte delle schiere persiane di Serse scrisse di suo pugno un messaggio di allerta su di una tavoletta che poi fece cospargere di cera, proprio alla stregua delle tavole di uso comune, per riportarvi un altro messaggio neutro. Ripetiamolo: il concetto di steganografia non è affatto recente. Ma a Tritemio va un merito indiscusso. Quello dello sforzo di razionalizzazione, della costruzione di una teoria finita. Una teoria articolata in 40 sistemi principali e 10 sotto-sistemi secondari. Capace di impiegare e mettere a frutto con successo anche combinazioni di acronimi e perfino supporti con dischi rotanti basati su sostituzioni mono-alfabetiche di origine romana. Dietro tutto questo, l’intuizione semplice ma fondamentale di nascondere un messaggio dentro l’altro ricorrendo ad artifici logici e matematici condivisi tra destinatario e mittente. Eredità di un’astuzia, quella di Demarato, che aveva salvato la sua minuscola patria sul punto di essere inghiottita dal gigante ingordo dell’impero più fastoso della storia. Ma la Steganographia si propone anche altri e ben più ambiziosi fini. Inviare messaggi tramite l'uso di linguaggi magici. Fare leva su sistemi di apprendimento accelerato. Bypassare l'utilizzo di simboli o messaggeri. Piegare la volontà di qualcuno con la sola forza del pensiero, forse. Inizialmente, l'opera prende a circolare unicamente in corrispondenze private. Ma anche in questa forma suscita reazioni tanto allarmate che Tritemio stesso ne vorrebbe evitare la stampa. Si dice addirittura che ne abbia distrutto larghe parti di suo pugno. Un trattato visionario e, soprattutto, scomodo insomma, che secondo voci di corridoio avrebbe tra l’altro costituito una delle fonti d’elezione del futuro De Magia Mathematica di Giordano Bruno. Eppure, alcuni stralci del testo sopravvivono, e nel 1606 esce a Francoforte la prima, postuma edizione di un volume sospetto che è giunto sino a noi. E’ una gloria mutilata ed offuscata, però, se appena tre anni dopo l'opera viene inserita nell'Indice dei libri proibiti con una scomunica destinata ad estinguersi solo al di là del tempo, nel 1923. Una gloria che tuttavia, malgrado i sospetti di corruzione ed alterazione del significato ingenerati dalle tante trascrizioni manuali subite nella sua fase clandestina, non smette di meravigliare. Sia nell’edizione tedesca che in due successive (datate 1616 e 1621 e redatte a difesa del misterioso abate da un confratello bavarese), compaiono infatti singolari avvertenze. Specifiche che sentenziano che le suddette edizioni avvengono dietro permesso dei Superiori. Superiori non ecclesiastici, però, considerato che l’opera di Tritemio finisce all’Indice anni prima. C’è perfino chi, nella completa latenza di spiegazioni su questo fronte, è giunto ad ipotizzare l’esistenza di una misteriosa società segreta, più potente della Chiesa stessa ed in primissima linea con la diffusione controllata del sapere. Massoneria? Uomini in Nero? Sta di fatto che, dal 1623, i volumi furiosamente raccolti a Sponheim risiedono presso gli infiniti recessi della Biblioteca Vaticana. Colpo finale di spugna del Soglio di Pietro, per mezzo di quel Papa Urbano VIII che tollera lo svolgersi del processo a Galileo, ad una biblioteca che nei suoi giorni di splendore aveva elevato la sua fama al pari di altri grandi centri della cristianità dotta quali l’Ungheria e Roma stessa. “È pertanto l'alchimia una casta meretrice, che ha molti amanti, ma tutti delude e a nessuno concede il suo amplesso. Trasforma gli stolti in mentecatti, i ricchi in miserabili, i filosofi in allocchi, e gli ingannati in loquacissimi ingannatori” si legge tra le pagine del capitolo 58 dell’infinito pendolo di Foucault di Umberto Eco. E’ la morale postuma della favola di un sant’uomo, poligrafo ed autore di testi di demonologia (l’Antipalus maleficiarum), di "scienze curiose", di disamina della magia naturale, di storia (De viris illustribus Germaniae, ad esempio). Un erudito teologo ed un dotto umanista che in molti hanno voluto stregone, impostore, negromante. L’abate Giovanni Tritemio, seconda vita dello sfortunato Johann Heidenberg.

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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