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sabato 31 marzo 2012

IL COMPLOTTO CONTRO LA SOCIETÀ: GLI ERETICI

Secondo Alano da Lille il nome Catharus deriva da Catus che vuol dire gatto, dal momento che essi sono adoratori del demonio. Questa fuorviante etimologia la dice lunga sul processo che portò gli eretici ad essere percepiti non solo come contrari alla chiesa e spergiuri, ma anche come adoratori del demonio e abominio del genere umano. Nella cristianità orientale gli eretici furono accusati fin da subito di idolatria, cannibalismo, incesto pratiche demoniache, dice, ad esempio, Agostino di Ippona nel III secolo, in merito ai montanisti della Frigia:
«La gente dice che hanno sacramenti molto deplorevoli. Si racconta che prendono il sangue di un bambino di un anno cavandolo da piccoli tagli fatti su tutto il corpo, e allo stesso tempo producono la loro eucarestia mescolando questo sangue con la farina e facendone del pane. Se il bambino muore lo chiamano martire, ma se vive lo trattano da sacerdote».

Nel 720 i Puliciani vennnero accusati di riunirsi nelle tenebre con le madri, praticare l’idolatria, adorare il demonio in estasi e trance, impastare l’ostia con sangue di un bambino, mettere i corpi dei morti sui tetti e invocare i demoni dell’aria. Queste accuse passarono al mondo occidentale attraverso la tradizione colta: per secoli vennero copiate e lette le opere dei padri della chiesa e tale immaginario si impresse nelle menti delle elite e ritornò nelle prediche e nelle domande degli inquisitori. Lo stereotipo sopra descritto comparve in occidente dopo il mille riferito, prima agli eretici bruciati a Orleans nel 1022, poi a catari, valdesi e Fraticelli. Gli eretici si configurano come un gruppo separato (si ritrovano in luoghi ostili e nascosti) che attenta in modo non solo simbolico all’unità e alla pace della società civile, dal momento che il loro signore è il diavolo:

«Certe notti si ritrovavano a un’ora designata portando una candela e recitando il nome dei demoni, finché all’improvviso vedevano il Diavolo discendere fra loro in forma di animale o altro» (Paolo di Chartres sui Bogomili della collegiata di Chartres, 1090).

Lo stereotipo si arricchisce di particolari, fino a codificarsi nella bolla di papa Gregorio IX del 1233:

«Dopo essersi riuniti in un nascondiglio appare un re vestito con abiti preziosi che dice di essere il re dei cieli, Lucifero. Egli ordina di rispettare sempre la sua dottrina. Immediatamente appare una cavalletta che si posa sulla bocca dei presenti, al che tutti sono sopraffatti da estasi. È il momento dell’orgia, le luci vengono spente e ognuno ha rapporti col suo vicino. […]

Quando si accoglie un neofita e lo si introduce per la prima volta nell'assemblea dei reprobi, gli appare una specie di rana; altri dicono che è un rospo. […] Il neofita, intanto, avanza e si ferma di fronte ad un uomo di un pallore spaventoso, dagli occhi neri, e talmente magro ed emaciato da sembrare senza carne e niente più che pelle e ossa. Il neofita lo bacia e si accorge che è freddo come il ghiaccio; in quello stesso istante ogni ricordo della fede cattolica scompare dalla sua mente. Poi si siedono tutti a banchettare e quando si alzano dopo aver finito, da una specie di statua che di solito si erge nel luogo di queste riunioni, emerge un gatto nero, grande come un cane di taglia media, che viene avanti camminando all'indietro e con la coda eretta. […]. Poi da un angolo oscuro appare un uomo il cui corpo dai fianchi in su è brillante e luminoso come il sole, mentre nella parte inferiore è ruvido e peloso come quello di un gatto […]» (dalla bolla Vox in Rama, Gregorio IX, 1233).

Oltre che demoniaci, gli eretici minano la società dalla base facendo sacrifici umani e nutrendosi di bambini. Questa accusa, fatta anche ai cristiani delle origini, va a colpire due grandi tabù: mangiare carne umane e uccidere i bambini.  

«Accendono un gran fuoco e tutti si siedono intorno ad esso. Si passano il bambino di mano in mano e alla fine lo gettano nel fuoco e lo lasciano lì finché è consumato. Poi, quando il bambino è diventato cenere fanno una sorta di pane; ognuno ne mangia un pezzo in segno di comunione» (Guilberto di Nogent sugli eretici di Soissons, XII secolo).

Al sinodo di Verona del 1184, papa Lucio III e l’imperatore Federico I decretarono la scomunica degli eretici: quelli che si rifiutavano di abiurare, dovevano essere affidati al potere civile per essere puniti [9]. In risposta ai decreti del concilio Laterano IV, che stabiliva, tra l’altro, una sorta di catalogo degli eretici, vari governanti decretarono la pena di morte per l’eresia impenitente, nel 1231 Gregorio IX e Federico II, ad esempio, promulgarono una legislazione molto dura contro gli eretici dell’impero.

All’inizio del XIII secolo la procedura inquisitoria venne utilizzata per il clero e poi utilizzata sui laici a partire dalla età del secolo. Questo è un grande cambiamento. Precedentemente la procedura era accusatoria: era a carico del singolo individuo muovere un’accusa, dimostrare la tesi e procurare testimoni. Una pratica di tal genere scoraggiava la denuncia, anche perché, in caso di mancata vittoria al processo, l’accusatore avrebbe pagato una forte multa. Con l’ordalia, inoltre, era possibile dimostrare la propria innocenza, anche a seguito di testimonianze schiacciante. Le ordalie più frequenti erano quelle dell’acqua e del fuoco: un corpo veniva immerso nell’acqua, qualora fosse andato a fondo l’imputato sarebbe risultato innocente, perché l’acqua, elemento puro, dimostrava di volerlo accogliere, in caso contrario l’acqua avrebbe fatto annegare il colpevole; la prova del fuoco consisteva nel mettere una mano su un braciere, bendarla per due settimane e, una volta tolte le bende, vedere se ci fossero o meno segni di ustione. Una pelle intonsa era chiaro segno di innocenza. Non è così impossibile che vi fossero uomini in grado di dimostrare la propria innocenza, utilizzando a loro favore l’ordalia. Insomma, accusare una persona era una pratica dispendiosa e che spesso si rivoltava contro chi la faceva. Con il metodo inquisitorio, al contrario, era l’autorità che eseguiva indagini ufficiali e teneva processi inquisitori. Era necessaria una confessione che poteva essere estorta con la tortura (ma andava ripetuta tre giorni dopo in assenza di tortura). Se un prigioniero si proclamava innocente, poteva essere incarcerato a vita; se confessava e ritornava tra le braccia della chiesa avrebbe dovuto subire alcune punizioni e penitenze. Se però ritirava, in seguito, la sua confessione veniva considerato un eretico relapso e consegnato la braccio secolare, la Chiesa non poteva uccidere, per essere bruciato.

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