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giovedì 29 marzo 2012

IL TESORO DI EONE

Fantasiosa riproduzione di
Eone della  Stella (fonte: eresie.it)
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Giudice del Mondo. Il titolo è roboante, e fa tremare le sue carni più della voce che, dal profondo, gli si è rivolta per affidargli quella rivelazione. E per investirlo solennemente, soprattutto, di un compito che da quel giorno in poi non riuscirà più a staccarsi di dosso. Poi la luce cambia, i contorni dell’ambiente in cui si trova si fanno via via più diafani, i colori stessi sembrano sbiadire mentre un gigantesco gorgo di oscurità lo inghiotte per restituirlo alla veglia. Il sogno è finito, perché di un sogno si trattava, ma il messaggio e la visione e la missione, soprattutto, restano. Come gli è stato annunciato, sarà Giudice del Mondo. Come gli è stato ordinato, abbandonerà il nome bretone che i suoi genitori gli hanno dato e diverrà Eone, Eone della Stella. Non più nobile ma alfiere di Dio in Terra, a partire proprio dalla foresta di Paimpont che così poche leghe dista dalla natia Loudeac e che col tempo in molti identificheranno come Brécilien, Broceliande. E’ il 1145, e mentre a Chartres, nella Francia del nord, iniziano i lavori per la costruzione ufficiale della cattedrale di Notre-Dame, a Roma il pisano Pietro Bernardo Paganelli da Montemagno assurge al soglio di Pietro col nome di Eugenio III ed il titolo di 167esimo papa. Eone abbandona i modesti agi che la sua condizione gli ha sinora concesso e si ritira nella foresta vergine in cerca di purezza, per sentirsi più vicino all’orecchio di quel Dio misericordioso che gli ha mostrato una possibilità di riscatto indicandogli una via nuova e migliore.
E’ un folle a lasciarsi dietro quel minimo di potere acquisito, perché la Bretagna e la vicina Guascogna stanno soffrendo le pene dell’inferno a seguito di una carestia che le sta praticamente mettendo in ginocchio. Così, mentre la fame la fa da padrona, sconforto e frustrazione trovano terreno fertile e vanno a braccetto con le sempiterne lamentele degli strati più disagiati di popolazione. Ben presto Eone capisce che la sua solitudine dorata volge al termine. Tanti sono gli straccioni ed i reietti che si radunano nella foresta per cercare sollievi di fortuna per gli stomaci vuoti. Altrettante sono le orecchie disposte ad ascoltare Eone. E lui inizia a riflettere ad alta voce. Dapprima è poco più di un mormorio sommesso, qualcosa a metà tra un semplice sfogo di consolazione ed una paziente lamentela. Poi diventa predicazione autentica. Ascetismo e vita conforme ai principi evangelici, è questo che serve. Ma l’uditorio di fortuna sia fa più attento, l’interesse diventa devozione per quella sorta di eremita itinerante che a stento sopporta le massime di una Chiesa troppo lontana dal volgo e che i suoi iniziano a chiamare Signore dei Signori. Da qui al rimprovero aperto il confine è più che labile, e presto Eone si ritrova a tuonare dal suo pulpito arboreo di fronte ad pubblico di fedelissimi in cui brillano i suoi pupilli. Sagesse, Savoir e Jugement sono in prima fila, come sempre, ed ormai non ricorda più i loro veri nomi perché, arrivati a questo punto, non contano più. Quel che importa, ormai, è soltanto la causa e la protesta. Non più il clamore fiacco di un pugno di derelitti al soldo dell’ennesimo re degli straccioni, ma l’animosità feroce di una setta di sovversivi fedeli al nuovo profeta, all’illuminato, al redento dallo Spirito Santo. Eone è un santone, o forse un eretico, sicuramente un religioso che attrae folle considerevoli di fedeli. 
La Cattedrale di Reims, sede del Concilio che
 abbatté l’influenza di Eone (fonte: wikideep.it)
La sua personalità magnetica fa il paio con una spiccata capacità di predicazione, ed anche se spesso parla di cose che al suo uditorio suonano strambe e deliranti, riesce comunque a calamitare l’attenzione dei più poveri, dei dimenticati, dei miseri. Ai fedeli racconta la storia di un sogno, o forse di una visione, in cui Merlino il grande lo aveva chiamato alla rivolta per conto dell’Altissimo. Tra i suoi circolano voci mistiche ed inquietanti. C’è chi dice che giri avvolto da una strana aura di luce. Altri hanno assistito alle sue bilocazioni. Ancora, molti giurano che sia capace di creare dal nulla cibo e vino. Dall’altro lato della barricata sta il nemico. La Chiesa di Roma che vive con la pancia piena, mentre il povero muore di fame. Con argomenti così non c’è nemmeno troppo bisogno di calcare la mano. In fondo, i preti sono già malvisti, e dove la diffidenza non si trasforma in aperta sedizione, la predicazione incendiaria di Eone fa in fretta il resto. Il clero è sempre più lontano dal popolo, dal pianto dei più deboli, dall’ideale stesso di carità col quale altro non fa che riempirsi le tasche. La città, poi, pullula di monaci ricchi e chierici opulenti, tutti assolutamente indifferenti di fronte al destino di morte delle masse dei diseredati. E’ uno scandalo, tuona Eone. E’ una scandalo gli fa eco la plebe. Spuntano le prime armi rudimentali, rozzi arnesi sottratti alla fatica di tutti i giorni, che stronca le reni ed ormai non paga più. Chiese e monasteri traboccano di ogni ben di Dio. I granai del clero scoppiano per le decime dei fedeli creduloni. Nel villaggio di Moinet scoppia il primo assalto disperato, una nuova brace che va ad alimentare l’incendio che infiamma tanta parte d’Europa. Eone non è poi l’unico capopopolo attivo nel nome di Cristo e contro monaci e preti. Tra le Alpi e la Provenza opera Pietro di Bruis, che vorrebbe smontare pezzo dopo pezzo la Chiesa corrotta. Nella Fiandra, nel Seeland e lungo il Reno, a Lovanio, Utrecht, Bruges e perfino Anversa si parla di un Tanchelmo di Brabante che predica il rifiuto dei sacramenti e l’evasione delle decime. Nel circondario di Losanna, Le Mans, Poitiers e Bordeaux i poveri seguono l’apostata Enrico di Losanna. Sono tanti i predicatori erranti, e la Chiesa ha il suo bel da fare per neutralizzare  i tentativi di sollevare le genti contro i papisti. Già dal 1143, poi, Roma si è intestardita nel voler essere libero comune in rivolta, dandosi perfino un leader intellettuale del calibro di Arnaldo da Brescia. L’infuriato predecessore dell’attuale papa, Adriano IV, ha perso talmente la pazienza da impetrare addirittura l’intervento del Barbarossa. Ma le acque nella culla del Papato non sono ancora tranquille, e ad Eugenio III non resta che riparare proprio in Francia in attesa di tempi migliori. Dunque, la lente del suo scontento non può che rivolgersi a quelle che reputa le mele marce più a tiro. L’estro di Eone, frattanto, ha avuto un intero triennio per mettere radici, posto che ne abbia mai avuto bisogno. E’ il 1148. La repressione cattolica è durissima, e viene affidata alle capaci mani dell’arcivescovo di Rouen, Ugo di Amiens. Prelato e scrittore, questi è stato monaco a Cluny e successivamente abate a Reading. Dal 1130 lotta con le unghie e coi denti per la riforma del clero nella sua diocesi, e soprattutto contro gli eretici. E’ lui che pianifica la cattura di Eone, ed è ancora lui che la mette in atto, complici le truppe del Duca di Bretagna. Il profeta viene ridotto in catene, e presto trascinato a Reims. Qui, trova ad attenderlo il sinodo che lo processerà. A capo del consesso, quel Papa che non può fare ritorno a Roma. Eone non si scompone. Secondo le cronache redatte dal vescovo Guglielmo di Newbridge, si presenta ai suoi giudici recando seco uno strano pastorale, sulla cui cima c’è una biforcazione. I sacerdoti, incuriositi oltremodo, gli chiedono spiegazione. Res grandum mysterii est, replica il predicatore serafico. Quando il bastone punta verso l’alto, è Dio ad avere potere sui due terzi del mondo, mentre il resto spetta a lui. 
La foresta di Paimpont (fonte: blogspot.it)
Quando invece punta verso il basso è il contrario. Ad hoc risit universus synodus, commenta Guglielmo, non rendendosi conto di aver immortalato un unicum nel panorama dei processi per eresia. L’unico caso in cui un condannato al rogo avesse suscitato l’ilarità dei suoi carcerieri e detrattori. Eone insiste, ribadendo il suo ruolo di “secondo Spirito Santo”, venuto per giudicare i vivi e i morti ed il mondo con il fuoco, secondo la sua personalissima interpretazione dell’esorcismo più in voga all’epoca. Il concilio si dimostra tutto sommato di manica larga, e si dichiara soddisfatto nel reputarlo all’unanimità totalmente pazzo, e la sua condanna viene mitigata in una più moderata segregazione a vita, con l’unico conforto di un tozzo di pane ed una scodella d’acqua. Ma il prezzo è comunque troppo alto per l’eretico, che ne muore quando non è ancora trascorso un anno dalla condanna. Alcune fonti sostengono che ebbe tuttavia il tempo di pentirsi e riconciliarsi con la Chiesa che tanto aveva avversato, ma è più che plausibile che si tratti di fonti meramente ecclesiastiche. A Sagesse, Jugement e tanti tra i suoi seguaci catturati dalle schiere del Duca non va altrettanto liscia. In primo luogo perché sono sani di mente, in secundis perché nella maggior parte dei casi rifiutano recisamente il pentimento. Finiscono direttamente sul rogo, ingrassando le brame della fiamma che regola ormai i conti in sospeso della Chiesa. Guglielmo di Newbridge è stato uno dei primi a fornire un quadro a tinte più che fosche dell’ex agostiniano Eone. Un uomo a suo dire dotato di poteri magnetici diabolici, in grado di calamitare falsi fedeli ”come una tela di ragno attrae le mosche”. Più di un semplice esegeta della Bibbia, l’inviso predicatore che ha trovato rifugio nel folto della foresta come in un novello deserto. Alla stregua di Paolo di Samosata o Gaiano, l’Eone ritratto da Guglielmo di Newbury ha celebrato Messa nel suo stesso nome. E ha trovato il tempo per fondare un’anti-Chiesa, inglobando in essa le masse già indebolite dalla carestia imperante e dirottandone la spinta la brigantaggio disorganizzato in una minuscola ma efficiente rivoluzione. Sul loro cammino, le orde di Eone hanno trovato il tempo di lasciare le macerie fumanti di chiese e monasteri, rivoltati dalle fondamenta in cerca di mezzi utili ad assicurare la loro sopravvivenza. Ma le cronache del vescovo aggiungono i ritratti di una comunità banditesca che, a suo parere, ha addirittura vissuto nel lusso derivante dai propri saccheggi, abbigliandosi con magnificenza e conducendo in perfetta pienezza una vita che sembra ricalcata da quella propria dell’eresia catara o di matrice bogomilistica. Su tutto si tenga tuttavia presente come il testo del Newbury sia stato redatto almeno mezzo secolo dopo lo svolgimento dei fatti di Bretagna. Mentre le autorità si affrettano a liquidare gli ultimi fedelissimi dell’ormai domo Eone, nel villaggio di Moinet inizia una caccia frenetica e neanche troppo discreta. Quella al frutto delle scorrerie realizzate dai ribelli ai danni dei luoghi di culto. Leggende consistenti prendono infatti a circolare in tutta la regione, e tutte dipingono l’allettante quadro di un ingente tesoro. Quest’ultimo sarebbe stato occultato dall’eremita che, avidamente, avrebbe condiviso con i suoi sodali soltanto una minima frazione dei proventi, progettando di tenere il resto per suo esclusivo beneficio. Dopo scavi a non finire ed esplorazioni più o meno approfondite delle tante cavità naturali che il circondario di Moinet ospita, e che sovente facevano da teatro alle meditazioni strampalate del predicatore, anche i più accaniti setacciatori hanno finito per gettare la spugna. Del tesoro neanche l’ombra vana. Un dato ancor più sconsolante se si aggiunge ad esso il fatto che non esista alcun indizio capace di agevolare la ricerca. Girovagando per i recessi più ombrosi della foresta di Loudeac, alle volte è possibile notare movimenti furtivi di insospettabili turisti. Lo stesso può accadere anche presso il bosco di Hardouinais, e perfino nella Paimpont che molti vorrebbero identificare con la perduta selva di Broceliande, tomba del mago Merlino che tanta parte ebbe nel folklore celtico. Sono gli ultimi, testardi cercatori di un tesoro. L’ultima, leggendaria ed assai terrena eredità che un antico, visionario Giudice del Mondo si è lasciato alle spalle.

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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