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venerdì 2 marzo 2012

(DOPPIA) VITA DI GERBERTO D'AURILLAC. UOMO DI DIO O UOMO DI SCIENZA? ILLUMINATO O STREGONE?

Stefano I il Santo, duca d'Ungheria, insignito della croce e della corona 
regale da un legato di Silvestro II (999-1003), dona il suo regno alla Santa 
Sede. Affresco dalla seconda sala della Biblioteca apostolica vaticana 
(fonte: mastro marcopugacioff.it).

A dispetto degli antichi fasti di gallica memoria, che ne avevano fatto la più ricca delle regioni federate al temuto Vercingetorige a motivo delle innumerevoli miniere d'oro, argento e metalli preziosi che ne costellavano il territorio, l’Alvernia del X secolo è ridotta a poco più di un oggetto di contesa puntuale tra la Città dei Cento Campanili, Poitiers, e gli occitani di Tolosa. Proprio in quella parentesi incerta, nella città che il pregiudizio popolare vorrebbe come la più fredda di Francia, Aurillac che gelosamente custodisce a tuttora la sua Madonna nera, nasce nel 950 in una famiglia più che modesta Gerberto. Tredicenne, viene avviato agli studi presso il locale monastero di Saint-Géraud (San Geraldo), dal quale si allontana appena quattro anni dopo per entrare nel seguito di Borrell II, Conte di Barcellona, Girona e Osona, cui è stato consegnato dalle premure di un abate affinché gli sia concesso di raggiungere la terra di Spagna. Superati i contrafforti dei Pirenei, la strada lo conduce dapprima al monastero di Ripoll, dove apprende i primi rudimenti di matematica che l’estro moresco ha riversato sull’Occidente cristiano a suon d’armi. Negli anni seguenti è nella Barcellona controllata da quel che resta del potere cristiano, dove approfondisce le sue conoscenze sperimentando in concreto la prossimità ingombrante di un Oriente ancora in splendida ascesa. Qui sperimenta i sussulti di un radicato amore per le scienze che non lo abbandonerà più. Discorre di matematica ed approda all’astronomia, consulta testi nuovi e mette alla prova i limiti del suo tempo studiando gli astri ed i loro misteriosi moti. La sua brama di sapere è inestinguibile, presto si fa un nome ancor più grande della sua ancora modesta età. Cultore del diritto e dell’ars politica, ha gioco facile nell’allestire una rete di contatti tanto solida da schiudergli porte in grado di annullarne i modesti natali. Sono i medesimi contatti che gli agevoleranno l’ascesa verso cariche ecclesiastiche eccelse. A 19 anni accompagna il suo conte nel pellegrinaggio più ambito, quello nella Città di Pietro, dove conosce dapprima il papa Giovanni XIII ed in seguito l’imperatore Ottone I. Il suo rampollo e futuro successore Ottone II è ancora giovane, e necessita di tutta la sapienza che un tutore versato può garantirgli. Un precettore come Gerberto, cui l’intercessione del Santo Padre consente di beneficiare dell’occasione della vita. Anni dopo, Ottone si sdebiterà consentendo a Gerberto di dare un seguito prestigioso ai suoi già consistenti studi frequentando la scuola della cattedrale di Reims, laddove l’enfant prodige conseguirà il titolo di insegnante. Passa qualche anno, e l’ennesima stella sul cammino di Gerberto è ancora una volta un riconoscimento. Questa volta gli giunge dal suo un tempo pupillo, Ottone II che si è frattanto fatto strada sino al trono di Sacro Romano Imperatore. Nel 982 Ottone nomina Gerberto abate dei monaci di Bobbio e, non pago, conte del medesimo distretto. Un risultato maiuscolo sulla carta che, tuttavia, cozza con quel che Gerberto trova al suo arrivo all’abbazia di Bobbio. San Colombano versa in uno stato di rovina totale. Va ricostruita pressoché daccapo, riprendendo le redini di una situazione che ha travalicato il limite. Gerberto la ricostruisce. Ordina un inventario generale dello scriptorium e, fedele al suo amore per il sapere, tempra nuovamente la sua fiamma di erudito cimentandosi nella composizione di un trattato sulla geometria che lo renderà famoso. Nella generale decadenza della cultura, getta nuova luce sulla conoscenza di una lingua, il greco antico, che rischiava di divenire anzitempo una lingua ancor più morta per il suo repentino disuso. Mentre l’Europa dimentica una delle lingua classiche per eccellenza, a Bobbio si leggono le opere di Aristotele in lingua madre. Passano appena tre anni e, tornato a Reims dopo la morte dell’imperatore, fa fronte comune con l’arcivescovo Adalberone contro il tentativo di Lotario di Francia di appropriarsi della Lorena sottraendola al successore del defunto, Ottone III, tramite l'intervento di quell’Ugo Capeto che, salendo al trono, scriverà di suo pugno la parola “fine” sulla gloriosa dinastia dei Carolingi. E’ proprio Capeto che impedirà a Gerberto la nomina ad arcivescovo di Reims fino al 991. Il vento sembra cambiato per quel figlio del popolo di Aurillac. Ora la sua stessa nomina viene messa in discussione con tanto accanimento che lo stesso papa Giovanni XV è costretto ad inviare in Francia un messo con ordine di sospensione del vescovo scomodo. Il 995 è l’anno del sinodo, che però si pronuncia a sfavore di Gerberto. Le accuse si fanno ancor più pesanti con l’ascesa al Soglio di Gregorio V. Il papa bolla Gerberto come un impostore. Potrebbe essere la fine di ogni cosa. Ma Gerberto ha molte vite ed altrettanto ingegno. Soprattutto, ha legami forti con la casa dell’imperatore. Tanto solidi che, al momento di individuare il nome del precettore del terzo Ottone, Gerberto si trova ancora in cima alla sterminata lista dei migliori tutori del regno. Religioso. Politico. Scienziato. Al papa restìo non rimane che affidargli l’arcivescovado di Ravenna, e tacere anche di fronte alle sue poco velate critiche nei confronti delle ripetute ingerenze che lui stesso in qualità di Santo Padre esercita sulle prerogative vescovili. E’ il punto di svolta. Siamo alle porte del Mille. Gerberto non ha nemmeno cinquant’anni. La Chiesa versa in un travaglio profondo, vessata dal dilagare della pornocrazia, della simonia, del nicolaismo. I tempi sono ancora bui, l’incertezza la fa da padrona e servono pastori autorevoli per governare il tumultuoso gregge di Dio. Da qui al Trono di Pietro il passo è breve. Ottone acconsente, e spicca la nomina fatidica. Gerberto è pontefice. Passerà alla storia come Silvestro II. Un nome latino a stemperare il suo, fin troppo germanico, e fin qui tutto bene. Ma c’è dell’altro. Quel che molti ignorano è che il suo ex pupillo Ottone III giudica sé stesso sulla base di un metro preciso. Quello che lo connette con la notte dei tempi. Con l’imperatore Costantino, il lebbroso guarito da un papa che si chiamava Silvestro I. A Roma l’anno Mille segna la volontà di restaurazione imperiale plasmata sui valori dell’età classica. Silvestro è dapprima docile collaboratore dell’imperatore, ma presto comprende che il suo ruolo lo sta conducendo altrove. Sicuramente fuori dal ristretto giardino di Ottone. 
Papa Silvestro II e il diavolo, illustrazione dal 
Cod. Pal. Germ. 137,  Foglio 216v, di Martinus Oppaviensis, 
Chronicon pontificum et imperatorum ~1460 (fonte: wikipedia.org).
Da arcivescovo reclamava l’autorità dei suoi ministri all’interno delle rispettive diocesi, da pontefice non può non teorizzare la sua primazia di papa nella nomina dei vescovi. Le terre ad oriente dell’impero germanico sono abitate da un calderone di genti slave, tra cui polacchi ed ungheresi, intente a reclamare maggiore autonomia dalla corona. Vanno sostenute e, in contropartita, cristianizzate. L’anno Mille è l’anno in cui Silvestro II concede la corona di Rex Hungariae a il futuro Santo Stefano Arpàd, che riceve parimenti l’incarico di fare del suo paese un feudo della Chiesa di Roma. Con la Polonia accade qualcosa di simile, sebbene in scala, attraverso la fondazione dell’arcidiocesi-satellite di Gniezno. La mens romana di stampo cristiano di diffonde ad est. Passa un anno e la condizione non felice della capitale, sconvolta da tumulti popolari, costringe Ottone e Silvestro a riparare a Ravenna. L’imperatore tenta per due volte la riconquista; il terzo tentativo lo vede cadere. Alcuni dicono a causa del vaiolo, altri propendono per il classico avvelenamento. Sta di fatto che il ventiduenne imperatore viene sepolto con tutti gli onori ad Acquisgrana, accanto al mito di pietra di Carlo Magno. Nella Città Eterna, i nobili ribelli che hanno fomentato la rivolta restano ancorati al potere, ma Silvestro fa comunque ritorno a Roma. Paga con l’umiliazione costante da parte della famiglia patrizia dei Crescenzi, che reggono la Città Eterna a furor di popolo, uniche seppur non legittimate autorità italiane in un panorama di dominio straniero. Sono gli stessi Crescenzi che avevano eletto un anti-papa, Giovanni XVI, da opporre alle ingerenze straniere. Un golpe antidiluviano che il loro capofila Giovanni Crescenzi II, detto “Il Nomentano”, ha pagato con la vita, decapitato dagli sgherri di Ottone,il cadavere esposto al pubblico ludibrio sul Mons Malus (Monte Mario), mentre l’anti-papa della vergogna viene torturato e costretto alla morte sulla gogna, orecchie, naso, occhi e lingua recisi. Nel 1003 la vita di Silvestro giunge al termine. Proprio come per il suo predecessore Gregorio, aleggiano consistenti sospetti di avvelenamento sulla fine del pontefice, presto sepolto a San Giovanni in Laterano. Con lui scompare uno degli uomini più colti del suo tempo. Con lui viene meno la mente eccelsa di un intellettuale e magnate tanto abile da rendersi capace di scalare le ripide mura del potere di un’epoca oscura ed imprevedibile. Implementatore in Occidente dell'orologio a bilanciere. Inventore di strumenti musicali, introduce il canto liturgico e diventa il maggior esperto in organi da chiesa di quel tempo. Creatore, perfino, di una testa meccanica capace di rispondere in modo affermativo o negativo se interrogata[1]. Uomo di Dio, uomo di genio. Troppo di genio, in un’epoca che legge il mondo sotto la lente diafana del pregiudizio, e che lo liquida presto come stregone e negromante (per di più nato nel bel mezzo della “terra dei maghi”), intessendo sul suo conto un proliferare di leggende sinistre che lo mettono in relazione ora con arti magiche, ora direttamente con il demonio. Così, Gerberto d’Aurillac passa alla storia con il controverso pseudonimo di “Papa Mago”. Sergio IV gli fa erigere un cenotafio. Iste locus Silvestris membra sepulti venturo Domino conferet ad sonitum. Questo luogo all'arrivo del Signore renderà al suono dell'ultima tromba i resti sepolti di Silvestro. Ma la traduzione non è un’arte per tutti, così quel conferet ad sonitum diviene erroneamente “emetterà un suono". Nasce forse la più curiosa leggenda di Roma, quella che le sue ossa producano rumori subito prima della morte di un papa. Non finisce qui. C’è chi giura di aver visto la sua tomba inumidirsi in concomitanza con il trapasso di un cardinale, e addirittura traboccare acqua alla morte di un pontefice. Miracoli postumi di un papa mago la cui vita a tratti oscura dà adito a tante riletture da partorire un personaggio che sembra un suo doppio. Il Gerberto della leggenda è tanto assetato di sapere da rinnegare l’ancor rozza cultura cristiana per approdare alle malie di una spagna moresca che è tripudio di arte e scienza. A Cordova studia matematica ed astronomia, ma finisce per eccellere nell’alchimia. Si riconverte al cristianesimo una volta divenuto autentico sapiente per riguadagnare il suolo della natìa Francia. Vescovo a Reims, viene scomunicato e per tutta risposta si innamora di una bellissima ragazza del luogo, sperperando per le sue grazie tutto ciò che possiede e finendo preda degli immancabili usurai ante litteram. Un giorno, mentre vaga sconsolato nel bosco, si imbatte in un’altra donna. Presagendo qualcosa di strano, tenta di darsi alla fuga, ma la donna lo chiama per nome e lui resta pietrificato. Colta, acuta, di straordinaria bellezza, la donna del mistero gli confida di essere la fata Meridiana, e pretende la sua devozione. Poi presenta il suo patto: amore senza peccato, fedeltà e silenzio contro fortuna e gloria. Altre fonti leggendarie trasformano la fata in demone, il patto nella scellerata transazione dell’anima. Sta di fatto che Gerberto accetta, ed in pochi giorni la scomunica cade, diventa precettore imperiale. Mentre passeggia nel Campo Marzio, si imbatte in una statua malridotta che reca sul basamento la singolare incisione “percuoti qui”. Per il popolino è poco più di portafortuna, e tutti i passanti si attardano a spintonare e colpire l’opera litica ormai informe. Gerberto attende il mezzogiorno, e prende nota del punto esatto in cui l’ombra della statua cade. Nottetempo, torna sul luogo ed inizia a scavare. Riporta alla luce una galleria perduta che lo conduce al favoloso tesoro di Cesare e, soprattutto, ad una scoperta ancor più straordinaria. “Il libro nero” che contiene tutto lo scibile passato e futuro. Un grimorio, un libro di incantesimi insomma, che secondo altri ha sottratto ad un mago in Spagna. Questi, furioso, l’ha inseguito per ogni dove, forte della capacità esatta di divinare la sua posizione sul suolo. Il papa mago si salva, per assurdo, appendendosi alle spallette di un ponte (alcuni sostengono Ponte Milvio). Un luogo ibrido, insomma, sospeso fra cielo e terra, e per questo invisibile al mago. Neanche a farlo apposta, l’immagine migliore di un personaggio a cavallo tra fede e scienza, mito e realtà. Come che sia, Meridiana lo lascia con una fosca predizione. Nel caso avesse celebrato una messa a Gerusalemme, il diavolo sarebbe venuto a prenderlo. Gerberto, confuso, chiede conferma alla testa magica, che acconsente[2]. Divenuto Silvestro II arriva addirittura a cancellare il pellegrinaggio. Ma commette l’errore non da poco di celebrare messa nella chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme, che il popolino chiama "Chiesa Gerusalemme". E’ il 12 maggio del 1003. Papa Silvestro si sente improvvisamente male. Capisce che la fine è vicina. Pentito delle sue arti magiche e demoniache, chiede che tutte le sue invenzioni vengano distrutte. Pretende che il suo corpo venga posto in un carro trainato dai buoi senza guida, ed ordina che si proceda alla sua sepoltura laddove il carro avesse arrestato il suo moto. Poi chiede perdono a Dio e muore. Durante le esequie, la folla segue il carro tra l’inorridito e lo spaventato. Il corteo funebre si arresta davanti (alcuni dicono addirittura dentro) alla cattedrale di San Giovanni in Laterano. Forse, l’indizio tangibile del perdono di Dio verso quel figlio perduto fino all’ultimo. Un uomo sconfitto da una sete inestinguibile di conoscenza che lo aveva avvicinato troppo alla fiamma, finendo per farlo consumare dal fuoco segreto delle arti oscure, dell’esoterismo, della demonologia.  “Il Signore Onnipotente abbia pietà di lui” si legge sulla sua epigrafe in Laterano. Gerberto d'Aurillac, arcivescovo di Reims, Ravenna, pontefice a Roma: le tre R che avevano disegnato quel suo destino oscuro[3]. Luce della sapienza nell'Europa del Mille,  primo papa francese e pontefice cui toccò il compito di celebrare la messa dell’anno Mille e della fine del mondo. Gerberto che portò la pace già da quella notte fatidica, la sua notte, in cui i credenti attendevano l’epilogo della civiltà col capo cosparso di cenere, e a lui, uomo d’ingegno, non rimase che raggirare il destino decretando solennemente lo spostamento in avanti del calendario, eliminando il transito fatale e così salvando il mondo. Gerberto che, morendo, ripristinò il disordine, se solo si considera come il suo trapasso non fu capace di annullarne la fama. Quasi sette secoli dopo, Innocenzo XI fa aprire la sua tomba, per la meraviglia dei presenti che, impietriti, assistono allo spettacolo delle sue spoglie incorrotte. Ha ancora le braccia incrociate sul petto, la tiara della gloria maxima fa bella mostra di sé sul corpo gelido. Sebbene ricoperto dei paramenti sacri che non mostrano indizi incontrovertibili sullo stato del resto delle membra, sembra fresco. Ma è un’illusione momentanea, forse. Perché l’esposizione all’aria lo muta in cenere nel giro di poco tempo. Sui suoi resti, l’unico epitaffio del sigillo. Sic transit gloria mundi, recita l’incisione dell’anello.


     [1] Testa andata ovviamente perduta che alcuni miti hanno volutamente trasfigurato in “maschera d’oro” in cui egli aveva rinchiuso un demone.
    [2] Lo storico G.Pastore, che offre la suggestiva definizione di Gerberto D’Aurillac come di un “naufrago del tempo”, ipotizza che la testa che popola le leggende del Papa Mago altro non fosse che una rudimentale “mente artificiale”. Una sorta di computer antidiluviano, costruito più di mille anni prima del primissimo calcolatore e basato su una sorprendente intuizione prefigurativa del linguaggio binario (1 e 0).
     [3] L’inglese Orderico Vital, nella sua Historia Ecclesiastica (1124 – 1142) tesse magnifiche lodi Silvestro. Ma non manca di annotare dicerie circa le sue conversazioni col diavolo, ed il vaticinio che gli fu da questo rivolto circa il suo futuro: transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.


Articolo di Simone Petrelli

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