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martedì 23 settembre 2014

MARCO POLO - SCHERZO IN UN ATTO. AUTORE MAURO PAGAN


Con Sguardo Sul Medioevo collaborano circa 35 persone e chi più chi meno hanno consentito al blog di diventare un ottimo raccoglitore di articoli medievali. Negli ultimi giorni la mia mail è stata riempita di persone che vogliono contribuire ma, forse perchè mi portano alla mente ricordi divertenti, mi piace presentarvi Mauro Pagan un burattinaio (come diciamo a Roma) che ci ha proposto una rivisitazione de "Il Milione" di Marco Polo in veneto sotto forma di sceneggiatura per teatrino....davvero...delizioso!

Marco Polo 
 Scherzo in un atto di Mauro Pagan. 

La scena mostra la prigione di Genova (palazzo San Giorgio).  Seduto ad un tavolo, nell’atto dello scrivere, vi è Rustichello da Pisa; accanto, su di un tavolaccio, dorme Marco Polo. Ha un sonno agitato, si gira e si rigira mentre, nel sogno, pronuncia queste parole: 

Marco Polo: Vado in Cina! 
 No! Resto a Venessia! 
 Resto in Cina! 
 No! Torno a Venessia! 
 Vado e torno… 
 Torno e vado…
 Prima evado 
 E dopo torno.
 Ma dove vado?
 (Rustichello, incuriosito, lo guarda. Nel frattempo Marco cade dal 
 tavolaccio e si sveglia). 
 Ostia che bota! 
 G’ho tuta l’ossa rota! 
 Sciàvo, Rustichello… 
 Com’è il tempo, brutto o bello? 
 Oh! Chiedo scusa, buon fratello, 
 se a risponder t’interpello; 
 già lo so che tu sei muto, 
 sono stato inavveduto. 
 ……………….. 
 Ehh… un pisano e un veneziano 
 In prison, xé squasi un anno; 
 ti ti scrivi e mi qua sogno 
 d’esser liber s’ha bisogno. 
 Cosa scrivi, Rustichello, 
 cosa seria o indovinello? 
 Posso legger le parole? 
 (Rustico gli dà il foglio). 

 Oh! Son tante… come prole. 

 (legge). 2
 “Stiamo en due en ella prigione de Genova, davanti allo mare et allo porto, 
 et ogni die sentìmo le grida delli marinai. Qui la vita è dura assai. Lo mio 
 compagno de cella à nome Marco Pollo” … Marco Pollo? 
 Rustichello, sii paziente, 
 ma l’errore é sì evidente: 
 non mi chiamo Marco Pollo, 
 né gallina o capocollo. 
 Sono solo Marco Polo, 
 Polo Marco, solo solo. 

 (riprende a leggere). 
 Ordunque… “egli è un veneziano che li genovesi hanno sprigionato en 
 ella battaglia del Caazzo” … del Caazzo?! 
 Rustichello, 
 questo proprio non è bello; 
 che sia pure del Caazzo, 
 la battaglia, non fo chiazzo, 
 ma suo nome è inver Caiazzo. 
 Tu capisci ch’è diverso, 
 la vocale ti sei perso! 
 (riprende a leggere). 
 Ordunque …. “battaglia di mare e vittoria delli genovesi. Li genovesi 
 sono essi gente bene strana, talché io li fatico a li comprendere. Spesso, per 
 lo esempio, senti che lo uno chiama lo altro ‘belino’, et io l’usanza non 
 comprendo, poi ché non si puote dire essi siano in particolare belli… 
 almeno li omeni…”. 
 Rustichello, sii paziente, 
 ma l’errore é si evidente 
 che ti sembri deficiente; 
 ché ‘belino’ non vuol dir 
 che quell’uomo sia carin… 
 (riprende a leggere). 
 “… le femene, per lo contrario, le sono belle assaie.” 
 E su questo son d’accordo, 
 no ti sembri un gran balordo.
 (riprende a leggere). 
 “Ma pur una volta che io camminavo en el borgo detto de San Lorenzo et 
 ne vidi una che me pareva bella assaie, ardii de appellarla a l’usanza et 
 dissile forte: ‘Ohi, belina, dove vaie’? Ma ella se ofese grandemente et 
 con tuta la famiglia sua, che purtroppo la era tanta, me percorse et me 
 percosse che ancor ne porto el segno. Et io ne concludo che femena bella 
 è la genovese, ma assaie pazzerella.” 
 Et io concludo, 3
 Rustichello, sii paziente, 
 se non proprio deficiente 
 mi te digo fino fino: 
 ti xé proprio un gran belino! 
 (folgorato da un’idea). 
 Rustico! Mi qua vedo che te ami la scrittura 
 E del mondo e della gente cussì far la dipintura: 
 ti voressi far per mi letteratura 
 e la storia che te conto scriver qua senza premura? 
 (Rustico lo guarda senza rispondere) 
 Rustico! 
 Non è favola, ma storia, 
 ché non è consolatoria, 
è una storia veritiera 
d’un paese oltre frontiera 
che se ciama India, Erminia, 
Persia, Cina e Tarteria. 
Rustichello, 
lungo viaggio è la mia vita, 
molta storia ho vista e udita; 
molte cose, e d’arte e guerra 
posso dir di quelle terra. 
(improvvisamente abbassa il volume della voce e guarda in direzione della 
guardia carceraria).
E tu sai che i genovesi 
Voglion ch’io gliel’appalesi, 
poiché sempre il mercantaggio 
vuol servirsi del spionaggio. 
Mi prometton: “Parla, ch’esce” 
Ma io… muto, come un pesce. 
Ma tu scrivi! 
Scrivi pure quel che detto 
Scrivi pur nel to dialetto 
Scrivi presto sul foglietto 
Che faremo un bel libretto; 
Ti verrà che bel quadretto, 
Vinceremo lo scudetto! 
(alzando la voce, entusiasta) 
Rustico! Scrivi! Ostia de un can 
Tuta la storia del Gran Can! 
(Rustico si appresta a scrivere) 4
Scomincio: 
“Signori, imperatori, re e duci e tutte altre genti, che volete sapere le diverse 
generazioni delle genti, leggete questo libro dove le troverete tutte e dove 
messere Marco Polo – con una elle solamente – savio et nobile cittadino di 
Vinegia…” 
(nel frattempo, avvicinatosi al tavolo di Rustichello, rilegge quanto gli ha 
dettato). 
Oh! Vedemo, sì, bravo, leggete questo libro dove le troverete tutte e dove 
messer Marco Pollo con una elle solamen… ma cossa ti g’ha scritto, ciò? 
Ma allora proprio no ti capissi gnente! Polo, el nome della mia famegia, va 
scritto con una sola elle: P, O, L, O. 
Forza scrivi e non far danni 
O ghe vorrà un milion de anni. 
Ma saltiam l’introduzion 
Passo ad altra descrizion… 
‘Scolta: 
prendi e scrivi questa storia 
che me torna alla memoria; 
storia bella, ma sì orrenda 
ch’or tra gli arabi è leggenda. 
E’ la storia… 
(Rumori da fuori e urla)
Cossa nasse in ‘sto frangente? 
Non ghé paxe eternamente, 
urla e grida in permanente, 
qua i ne trata crudamente. 
(viene portato un prigioniero e bastonato). 
Questa scena è assai scortese, 
pover omo, se n’ha prese! 
Genovesi! Gente dura 
E spietata addirittura, 
io non sempre la capisco… 
Senti bene, definisco: 
nel 1266 e di giugno il 23 
genovesi e veneziani 
fecer guerra assai, ahimé! 
In quel mare che sta lì 
Ben davanti a Trapanì. 
Qui la flotta genovese 
Si trovò male in arnese, 
per error dell’ammiraglio 
il Lanfranco Borborino, se non sbaglio. 
Tre galee furon bruciate, 5
Ventiquattro catturate. 
L’ammiraglio Borborino 
Pagò caro il suo destino; 
qui in città con la sua nave 
venne sì, ma sottochiave 
ei fu messo immantinente: 
fu trattato da fetente. 
Fu un error non perdonato, 
ma morale ci ha portato. 
Questa gente genovese non concorde, 
l’uno sempre contro l’altro va discorde; 
l’un gioisce se del mal all’altro è fatto 
sì che ogni lor nemico è soddisfatto. 
Ma io, Rustico, ti dico ch’era un tempo 
Che a discuter non si davan perder tempo, 
che coraggio e buon valore era solo loro onore 
e vittorie nella guerra riportavan con clamore. 
Perché fosser forti forti come allora, 
basterebbe che concordia rinascesse come aurora. 
Ma fin troppo ne ho parlato, 
riprendiamo quel dettato. 
Anzi, meglio, prendo un fiato, 
(prende una scodella ed una ne porge a Rustichello)
beviam qui dell’avvinato 
(Rustico beve, mentre il Polo continua a parlare). 
Sai, fratello, il ricordo mi riporta alla mia Cina 
Ed al vino che bevendo mi riempiva la pancina; 
oh! vin di riso, colle spezie, chiaro, bello ed inebriante, 
vino caldo, ben fumante e nel corpo penetrante. 
Quante volte abbiam bevuto, stando assieme al grande Cane, 
ora invece 
(beve e sputa) 
questo è vin del fiòl d’un cane! 
A proposito del Cane, meglio, dico, del Gran Can, 
mi ricordo la canzone che cantavo ai suoi figlioli,
poi ché, sai, ‘i son stato precettore per quel clan
e canzoni e filastrocche ‘i cantava ai suoi boccioli. 
Ben, tra quelle v’era questa 
Ch’era poi la più richiesta.. 
(se non si può aver musica dirà: 
“te la canto senza note 
quindi te la lascio in dote” e canta; 
se invece c’è musica, dirà: 
“te la canto pari pari 6
e se vuoi tu te la impari”) 
Canzone: I figli del Can (Lam-Rem-Mi) 
Se siam tanti in tutto il mondo 
È perché papà è fecondo 
Cinque mamme abbiamo in tutto 
Lui feconda dappertutto. 
Anche s’egli è un Grande Cane 
Non ci fa mancare il pane: 
noi siam dodici cagnetti 
e abbiam piccoli i musetti. 
Qui a palazzo, se ci vieni, 
di animali siamo pieni, 
pappagalli e francolini 
bei cinghiali e leoncini; 
di quegl’altri non diciamo 
coccolarli preferiamo, 
ma son tutti beneamati, 
ben lavati e ben sfamati. 
Ma chissà perché coi gatti 
Poco accordo c’è ed infatti 
Anche il pà, ch’è il Grande Cane 
Ne ha ammazzati due stamane. 
Gatti, gatti, attenti al cane 
Che per voi è un pescecane. 
Gatti! Attenti al pescecane 
Ch’è ogni gran figlio di cane. 
…………………………… 
Ma or la storia, quella orrenda, 
già t’ho detto ch’è leggenda 
e tu scrivi, scrivi tutto 
già vedrai che farabutto. 
E’ una storia d’assassini, o feddayn 
Il cui capo aveva un nome: l’Aladdin. 
Il profeta Maometto 
Ha descritto e ben sì detto 
Com’è fatto il Paradiso 
E il dettaglio è assai preciso: 
donne belle in abbondanza, 
c’è di tutto per la panza, 
vino, miele e latte a fiumi, 
tutti liberi i costumi. 
Così è fatto ‘l Paradiso 
E l’Aladdin fu dell’avviso 
Farne uno a sua misura 
E qui comincia l’avventura. 7
Fece un falso Paradiso 
A quel vero ben preciso, 
ivi mise belle donne 
a cui pria levò le gonne. 
Quindi latte, miele e vino 
Tutto a fiumi per benino. 
Chiuse ‘l tutto e ‘l sigillò 
Tra due monti e se ne andò. 
Se ne andò a fare cosa? 
Io ti dico quale cosa, 
ma tu scrivi quel che dico, 
che a ridir non m’affatico. 
Cerca e trova della droga, 
hashish, oppio, con gran foga; 
quindi trova giovanotti 
e a fumar li rende edotti. 
Quelli fuman, innocenti 
e nel sonno piomban lenti. 
Tutti quanti, ormai drogati, 
li rapisce addormentati: 
nottetempo in Paradiso 
li trasporta senza avviso. 
Ora attento a che succede 
Ch’è un racconto da mercede. 
Al risveglio i giovanotti 
Credon sì ai loro occhi! 
“Questo è proprio il Paradiso 
qual Maometto di preciso”! 
Stan felici e ben contenti 
Ché per uno c’è per venti; 
son felici e senza affanno 
ché le donne gliela danno! 
Così passan loro tempo, 
donne e pappa è un passatempo. 
Ora viene quel ch’è orrendo 
E io tosto te l‘apprendo. 
Gl’innocenti giovanotti 
Ad uccider sono indotti 
Da quel capo d’assassin 
Che t’ho detto è l’Aladdin. 
Quando vuole un assassino 
Lui lo droga e dal giardino 
Via lo porta in altro posto 
Mentre dorme tosto tosto. 
Poi lo sveglia all’improvviso 8
E gli chiede dritto in viso: 
“Ti piaceva ‘l Paradiso”? 
Poi ché quel ci vuol tornare 
Ei gli dice come fare; 
“Vai, e uccidi chi m’è inviso, 
se ritorni è ‘l Paradiso”! 
Or quel giovin per benin 
Si trasforma in assassin. 
Egli parte a assassinare 
Per poter lì ritornare 
E se muore non gl’importa, 
Ché del Ciel s’apre la porta, 
sì ch’è detto feddayn
non perché sia un’assassin, 
ma quel nome vuole dire 
chi pel Cielo vuol morire. 
Rustico, 
interrompo il mio racconto 
già è passato ormai ‘l tramonto. 
Or son stanco de parlar 
Vogio metarme a sognar 
De Venessia e de la Cina 
Ch’è ogni giorno più vicina. 
Altra volta contarò 
Quel che ho visto 
E parlerò. 
Questo libro s’ha da fare 
Un milione son le cose da narrare. 
Buon riposo alle tue mani 
S’ciao a tutti e un buon domani 
(si ridiscende sul tavolaccio.Musica) 
FINE. 

Testo di Mauro Pagan. E' VIETATO riprodurre il medesimo senza il consenso scritto dell'autore stesso

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