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mercoledì 17 settembre 2014

MIRACOLO DI AGINCOURT - CRONACA DEL TRIONFO CHE IMPRESSE UNA SVOLTA ALLA GUERRA DEI CENT'ANNI

“Per l'amor di Gesù Cristo, amico, rendi quel che devi”. Qualcuno ne resterà sorpreso, ma si tratta di una conversazione tra re, e per giunta epistolare. Per essere più precisi, questo fu il modo piuttosto brusco con cui il re d'Inghilterra Enrico V, nel 1413, reclamò da Carlo VI di Francia la consegna non solo delle proprietà cedute alla corona inglese con il trattato di Brétigny (1360), ma anche di quelle che, a suo dire, Filippo II Augusto aveva ingiustamente sottratto a Giovanni Senza Terra (quindi si parla di circa due secoli addietro). Si trattava di richieste gravose, anzi gravosissime. Quali che fossero i pretesti, quella guerra estenuante, interminabile, nota oggi come la Guerra dei Cent'Anni, stava per entrare in una delle sue fasi decisive. Considerando la tempistica e le modalità con cui operò, Enrico V dimostrò un intuito politico senza eguali nell'Europa del suo tempo. Non per niente, già i cronisti dell'epoca riportavano che, nonostante avesse solo 25 anni quando ascese al trono, vantava le doti tipiche del sovrano consumato. “Aetate juvenis, maturitate senex” dicevano di lui. Le sue pretese temerarie infatti non costituivano solo il frutto di quella sorta di prassi dei re inglesi nel corso della Guerra dei Cent'Anni di rivendicare il trono francese, ma nascondevano un disegno ben ponderato. Il regno di Francia, infatti, stava vivendo una fase molto travagliata della sua storia tanto che lo stesso re era stato costretto ad assistere indifeso come un agnello alla lotta tra Armagnacchi e Borgognoni, che da sciacalli quali erano si contendevano ogni brandello di una monarchia sull'orlo del collasso. Inoltre la jacquerie continuava ad essere lo spettro che si aggirava in tutta una Francia profondamente turbata da disagi economici e sociali. Poteva esserci forse momento migliore di quello per reclamare diritti e, eventualmente, venire alle armi? Se la tempistica era stata ottima, il modus operandi non fu da meno. Non bisogna dimenticare infatti che nel 1396 era stata siglata una tregua di ventotto anni tra Inghilterra e Francia, e quindi riprendere il conflitto significava violare in pieno gli accordi presi. Fu indubbiamente per tale ragione che Enrico V decise di procedere, almeno in prima battuta, per vie diplomatiche, sfoderando molte delle doti che il buon Machiavelli avrebbe poi decantato nelle sue opere. Percorse dapprima quella che lui definiva “la via del diritto”, ma che fosse una formalità lo si capiva dalla portata delle richieste fatte a Carlo VI, che sopra accennavamo: nel dettaglio, pretendeva la cessione di Aquitania, Angiò, Maine, Turenna, Normandia, l'omaggio della Bretagna e la sovranità della Fiandra, dell'Artois e della Provenza. In aggiunta, esigeva il saldo del riscatto che era stato richiesto per liberare il re francese Giovanni il Buono, catturato nel 1356 a Poitiers, e chiedeva di avere la mano della figlia di Carlo VI, Caterina di Valois. Certo, sapeva condire il tutto con le dovute formalità, le ampollose formule, perfino con le adulazioni, ma non bisognava farsi ingannare: chiedeva mezza Francia e una posizione più favorevole per avanzare pretese alla corona del regno nemico. I Francesi lo intuirono e declinarono ogni offerta. Fu solo allora che Enrico V passò alle “vie di fatto”: nel maggio 1415 si alleò col duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura, onde far leva sulle rivalità delle fazioni francesi, e iniziò i preparativi per la spedizione imminente. Di fronte al rapido precipitare degli eventi, il re inglese ebbe a scrivere: “Ci sia testimone il Supremo Giudice […] del fatto che, nella nostra sincera propensione alla concordia, abbiamo tentato ogni via possibile per ottenere la pace”. Verrebbe da dire che fosse un vero ipocrita, ma lasceremo ad altre trattazioni simili giudizi. Quel che è certo è che trovò il modo di riprendere la guerra, e su questa dobbiamo soffermarci. Uomini, armi, navi, cavalli: adesso non occorreva altro.

LA VOLUBILE DEA FORTUNA


Stupore. Questa doveva essere la sensazione di chiunque avesse la fortuna di vedere o anche solo di scorgere in lontananza il porto di Southampton nella mattina dell'11 agosto 1415. Nel mare antistante la piccola cittadina stavano ormeggiate ben 1500 imbarcazioni di varia dimensione e tipologia, una massa informe di legname, uomini e animali pronta a far rotta verso la Francia. 12000 guerrieri stavano su quella flotta in attesa del segnale per la partenza (ormai era solo questione di ore), e ad essi si aggiunga un gran numero di medici, ingegneri, chierici, giullari, personale di servizio e cavalli. In effetti Enrico V aveva dovuto faticare non poco per allestire la campagna militare. Ai nostri occhi, abituati ad una certa concezione “tradizionale” del potere monarchico (“l'Etat ce moi”), sembrerà strano, ma non era affatto semplice per un re medievale radunare un esercito consistente. Oltre alla ricerca di fondi sufficienti, bisognava assicurarsi che tutti i cavalieri e i notabili del regno adempissero con buona volontà ai doveri feudali che li legavano al re e mettessero a sua disposizione le proprie guardie e soldati. Si trattava di un punto particolarmente delicato, questo, considerato che ogni volta toccava convincere una quantità più o meno considerevole di signori feudali poco propensi a cedere prezioso materiale umano per conflitti lontani e quasi sempre estranei alle loro realtà. In un momento tanto impegnativo, Enrico V seppe destreggiarsi con rara determinazione e caparbietà. L'Inghilterra intera si mobilitò per il suo giovane re e non se ne sarebbe pentita. Partiti intorno alle tre del pomeriggio, Enrico V e i suoi sbarcarono non lontano dalla foce della Senna, nei pressi di Harfleur, uno dei capisaldi francesi in Normandia. Ci vollero ben sei settimane di assedio perché la città capitolasse. Gli Inglesi, infatti, avevano trovato ad attenderli un nemico che non si aspettavano: la dissenteria, che si portò via almeno 2000 uomini e ne lasciò moribondi altrettanti. Dio sembrava aver già abbandonato l'armata inglese e, cosa ancor peggiore, bisognava già fare i conti con l'idea di tornarsene in patria. Di certo una marcia su Parigi in alta stagione e con un esercito enormemente assottigliato era fuori discussione. Dovremmo ormai aver capito, tuttavia, che Enrico V aveva una volontà ferrea e la parola “ritirata” tendeva a non far parte del suo vocabolario. “Il coraggio vale più dei numeri” scriveva Vegezio, profetico su questa vicenda. Il re inglese dunque decise di marciare verso Calais, che Edoardo III aveva conquistato nel 1347 (dopo Crécy), e attendere là rinforzi. Come annota Frediani, si trattava di 250 km, un lungo percorso dove l'incontro con i Francesi era praticamente scontato. Per farla breve, da sogno di gloria la spedizione inglese stava per tramutarsi in un incubo. Dal punto di vista francese, considerata la situazione, sarebbe stato sufficiente temporeggiare ancora, magari bloccando o ritardando la traversata del fiume Somme, e affondare al momento giusto gli artigli nella carne di una preda inerme. Persuaso dalla fortuna iniziale, Carlo VI autorizzò l'adunata con un bando rivolto a tutti i nobili di Parigi e di Amiens, che risposero in gran quantità, certi di procurarsi in tempi brevi gloria, fama e bottino. A Rouen, agli ordini del conestabile di Francia, Carlo D'Albret, si radunarono 25000 uomini, tra cui 7000 cavalieri e 15000 uomini d'armi (ovvero soldati interamente ricoperti di armatura addestrati a combattere sia a piedi che a cavallo). Equipaggiamenti pesanti, scintillanti corazze e cavalli da guerra riccamente ornati conferivano un aspetto di invincibilità all'armata del re di Francia. La sconfitta, nella mente degli uomini di Carlo VI, non faceva parte dei possibili esiti dell'imminente scontro. Ma la superbia, come insegna il Libro del Siracide, è “odiosa a Dio e agli uomini”.

APPUNTAMENTO AD AGINCOURT


Volenti o nolenti, sani o infermi, gli Inglesi dovevano andare avanti. Oltre al morale basso e alla malattia inarrestabile, gli animi dei soldati erano attanagliati dalla paura, il male più contagioso. Ad ogni modo, Enrico V fece marciare i suoi non lontano dalla costa, passando per Fécamp, Arques, Eu e St. Valéry. Di Francesi neanche l'ombra fino a quel momento. Quando bisognava attraversare il fiume Somme, tuttavia, non si vedevano altro che ponti distrutti, robusti presidi e guadi bloccati con pali e catene: il nemico si era messo in movimento. Il cammino si allungava e, dunque, gli Inglesi dovevano seguire verso est il corso del fiume in attesa di trovare un punto lasciato libero per la traversata, sempre più stremati. “L'esercito del re d'Inghilterra era abbattuto dalla malattia; lo spirito dei soldati fiaccato dalla fatica e scoraggiato dalla ritirata” scrive Goldsmith. Dopo cinque giorni di vani tentativi, infine, gli esploratori di Enrico V rintracciarono un guado dimenticato dai Francesi e finalmente i soldati inglesi oltrepassarono il fiume, nei pressi di Nesle. Era il 19 ottobre. Proprio quando si intravedeva un tenue bagliore di speranza, venne la notizia che tutti temevano: a pochi chilometri dagli Inglesi era stato avvistato un imponente esercito francese, ben rifornito ed equipaggiato. Non possiamo esserne certi, ma a questo punto è logico ipotizzare che finanche l'indole irriducibile di Enrico V, che come un marinaio intrepido aveva sfidato la tempesta, fosse provata da una situazione strategicamente drammatica. Il re inglese sapeva che in ogni momento di quei tragici giorni i suoi potevano essere spazzati via da un colpo di mano di Carlo D'Albret. Era semplice, dopotutto, sterminare un'armata già falcidiata dalla fatica, dalla malattia e dalla carenza di viveri. Ciononostante, i Francesi non attaccarono subito: volevano essere certi di avere la vittoria e il tempo giocava a loro favore. Nella notte tra 24 e 25 ottobre Enrico V fece riposare gli uomini nel villaggio di Maisoncelles, avendo visto che oramai i suoi erano a “tre tiri d'arco dal nemico”. Carlo D'Albret, persuaso dagli animi bollenti delle truppe, aveva infatti sbarrato la strada per Calais agli Inglesi. A tal fine aveva posto il suo accampamento all'estremità nord di una stretta pianura delimitata dalle zone boschive della cittadina di Agincourt, a ovest, e da quelle di Tramecourt, a est. Lo scontro doveva quindi avvenire in questa sorta di corridoio inzuppato dalla pioggia caduta nei giorni precedenti. Quale fosse l'atmosfera che si respirava nelle ore immediatamente antecedenti la battaglia lo si capisce da come i due schieramenti avversari trascorsero quella notte di attesa: gli Inglesi, naturalmente, si confessavano in massa; i Francesi, viceversa, banchettavano, avvantaggiandosi almeno un poco in vista di quanto ritenevano avrebbero fatto dopo lo scontro. Un testimone inglese riporta che “quella notte si giocavano a dadi il nostro re e i nobili”. Ma la Storia aveva in serbo per loro un'altra mano.

IL MIRACOLO


Con postura fiera, Enrico V, in sella al suo cavallo grigio, arringava i suoi come se non ricordasse né gli eventi appena trascorsi né la condizione presente. Erano le otto del mattino del 25 ottobre, “il dì di San Crispino”, e solo un chilometro separava i due eserciti, pronti ad affrontare il loro destino in quell'anonima piana fangosa. “Perché oggi chi verserà il suo sangue per me, sarà per sempre mio fratello; perché per quanto possa essere umile di nascita, questo giorno lo nobiliterà” fa dire Shakespeare, nell'atto IV dell'Enrico V, al re inglese. Lottare uniti per una giusta causa: Enrico V non chiedeva che questo. L'armata francese poteva contare su circa 25000 uomini, disposti secondo gli schemi militari tradizionali: avanguardia, corpo centrale, retroguardia. La prima era organizzata in due battaglioni, che, messi insieme, erano composti da uomini d'armi smontati: quello di destra era condotto dallo stesso Carlo D'Albret e dal maresciallo di Francia, Giovanni La Maingre, noto come Boucicault; quello di sinistra dai duchi d'Orléans e di Borbone. Per completare la linea, furono formate due ali di fanti, rinforzate da balestrieri genovesi ed arcieri. Su entrambi i fianchi, infine, vennero posizionate robuste unità di cavalleria, per proteggere lo schieramento ed eventualmente condurre la carica. La seconda linea era composta da uomini d'armi, scudieri e serventi armati e nella terza fu disposta una riserva di cavalleria, oltre ai non combattenti al seguito dell'esercito. L'armata inglese, al confronto, doveva sembrare quanto di più misero si potesse vedere su un campo di battaglia. Gli effettivi al momento dello scontro, infatti, non erano più di 6000, tutti appiedati. Enrico V, tuttavia, tentò di fare il possibile con il poco che aveva e, costretto dalla necessità, si discostò dagli schemi militari tradizionali: organizzò un fronte lineare, diviso in tre schiere di uomini d'armi, protette ai fianchi da due grandi corpi di arcieri. Questi ultimi, che di lì a poco avrebbero avuto un ruolo decisivo, costituivano l'unità più efficace dell'armata d'Inghilterra. Non erano particolarmente temibili a vedersi, anzi forse potevano apparire piuttosto buffi mentre si affaccendavano con i loro archi di legno di tasso lunghi 1,80 metri. Tuttavia, nel momento della guerra, potevano scoccare 8 frecce al minuto e colpire fino a 350 metri di distanza. C'era ben poco, dunque, di cui beffarsi. Così disposti, i due eserciti si fissarono a lungo. Nessuno osava compiere il primo passo. Carlo D'Albret, naturalmente, non aveva interesse ad attaccare battaglia, giacché era il re d'Inghilterra che voleva raggiungere Calais; Enrico V, sebbene sapesse di dover dare inizio allo scontro, si era preso tutto il tempo necessario per pronunciare rincuoranti discorsi ai suoi soldati, comprensibilmente sconvolti. Intorno alle undici, le linee inglesi ricevettero l'ordine di avanzata generale: la battaglia era cominciata. Dobbiamo immaginarci soldati spossati, sopravvissuti ad una marcia infernale. La dissenteria, peraltro, non era certo sparita: si pensi che lo stesso Enrico V aveva imposto ai suoi di tagliarsi i calzoni, in modo da non doverseli slacciare in caso di coliche nel corso del combattimento. L'avanzata si arrestò giusto quando i Francesi erano a distanza ottimale per essere bersagliati dai dardi. Dopo aver piazzato dei pali affilati alle estremità contro una prevedibile carica di cavalleria, gli arcieri del re d'Inghilterra scoccarono la prima salva: una breve, ma letale pioggia di morte si scatenò sul nemico, inerme. Quel primo assaggio del longbow fu quanto di più eloquente si potesse trovare per convincere i soldati del D'Albret a scuotersi dal loro immobilismo. Su entrambi i fianchi la cavalleria francese prese a galoppare verso i reparti dei tiratori, con furia terrificante. Ma l'impulsività, in guerra, è madre solo del disastro: la carica perse spinta fin da subito per via del terreno fangoso e, inoltre, non era stato possibile aggirare i reparti nemici, perché avevano su entrambe le ali i fianchi coperti dalle aree boschive che delimitavano la piana. Come era prevedibile, quei pochi che raggiunsero le linee di arcieri si scontrarono violentemente con i pali da loro piazzati, mentre per i più i cavalli divennero ingovernabili nel mezzo del tragitto e furono costretti a ripiegare. Un disastro, appunto. E il martellamento di dardi, implacabile, riprese. Carlo D'Albret, che iniziava comprensibilmente ad innervosirsi, mandò avanti l'intera avanguardia, ma la sorte di questo secondo attacco non fu diversa da quella del primo: il terreno inzuppato d'acqua bloccava i movimenti delle truppe francesi, che come se non bastasse erano ulteriormente rallentate dalle loro armature pesanti, divenute delle prigioni. La battaglia, ormai, si stava trasformando in un tiro al bersaglio. Quel che peggiorò la situazione fu poi la totale mancanza di disciplina dei soldati francesi, che, atterriti da un senso generale di impotenza, operarono una conversione verso il centro, per subire con meno intensità le salve scoccate dai reparti di tiratori inglesi sulle ali. Così facendo, quegli uomini disperati si strinsero in una minuscola porzione di terreno e finirono per ostacolarsi a vicenda. Enrico V, da giocatore fortunato, alzò la posta e ordinò di caricare il nemico, lanciandosi lui stesso nella mischia. Perfino alcuni arcieri, impugnando asce, mazze e falcetti, fecero strage di quella calca disorganizzata.
Poi subentrò la seconda linea francese, il corpo centrale. Lo spettacolo che si presentava agli occhi delle truppe era un campo pieno di sangue, urla, dardi e, ovunque, fanghiglia. Come potevano i soldati del conestabile di Francia non temere di subire lo stesso destino di coloro che li avevano preceduti? Ciononostante, si mossero, ma senza alcun risultato. Le cronache dell'epoca tengono a sottolineare la ripetitività di uno scontro segnato fin dal principio e riportano che gli Inglesi “distrussero il secondo battaglione come avevano fatto col primo”. Vuoi per le frecce, vuoi per il corpo a corpo, i Francesi morivano in quantità, incapaci di reagire a quel turbinio di eventi. Addirittura in certi punti del campo si vedevano pile di cadaveri alte quanto un uomo in posizione eretta. La prospettiva migliore era quella di essere presi come prigionieri dai lesti arcieri inglesi, che grazie alla leggerezza dell'equipaggiamento erano pressoché invincibili contro un nemico appesantito, bloccato e, spesso, già gravemente ferito. La terza linea francese, l'ultima, non aveva nessuna intenzione di andare incontro a una morte praticamente certa, dunque titubava. Il sussulto finale di un nemico devastato venne da un paio di nobili locali che, alla testa di un gruppo di contadini, fece strage di malati e feriti nell'accampamento inglese. Per prudenza, Enrico V ordinò di uccidere a sangue freddo tutti i prigionieri francesi, onde evitare che questi, incoraggiati dall'iniziativa, si ribellassero. Così, a parte tale massacro, l'attacco nelle retrovie non sortì alcun effetto. Quanto a quel che rimaneva dell'esercito francese, superate le iniziali esitazioni, finì per ritirarsi in tutta fretta, in preda allo sconforto. La battaglia era finita. In mezz'ora soltanto la Francia sembrava aver perso una guerra iniziata quasi ottant'anni prima. “Non siamo noi che abbiamo compiuto questa carneficina, ma Iddio onnipotente come punizione per i peccati francesi” disse il re d'Inghilterra quando vide che il campo era suo. Le vittime tra i ranghi francesi furono pesantissime. Si stima che siano caduti tra i 7000 e i 15000 uomini, tra cui lo stesso conestabile Carlo D'Albret, tre duchi e 90 signori: il fior fiore di Francia, insomma. Gli Inglesi al contrario lasciarono sul campo non più di 400 uomini. Un vero e proprio miracolo.

LA PACE DEL VINCITORE

I frutti del trionfo erano dolci e succosi per Enrico V, il quale, ovviamente, non esitò a coglierli. Entro un quadriennio dopo la battaglia, l'intera Normandia cadeva in mano inglese. Perfino l'imprendibile Rouen capitolò. Con la Francia in ginocchio, il re inglese impose condizioni umilianti al nemico: il trattato di Troyes, siglato nel maggio 1420, stabiliva che Carlo VI avrebbe continuato a regnare fino alla morte, ma suo erede e “figlio” diveniva proprio il re d'Inghilterra, cui veniva data in moglie la figlia del sovrano di Francia, Caterina di Valois. Nel frattempo Enrico V, col titolo di reggente, avrebbe esercitato il governo sullo Stato sconfitto in nome di Carlo VI e conservato a titolo personale il ducato di Normandia. “E' una vittoria del debole sul forte, del soldato semplice, appiedato, sul cavaliere, della risolutezza sulla vanagloria” scrive John Keegan su Agincourt; poi prosegue: “[...] un episodio capace di scuotere qualsiasi scolaretto annoiato dall'ora di Storia”. Con il grande storico nativo di Clapham non si può che concordare, ma bisogna tener conto che parlava da inglese, orgoglioso di uno dei trionfi più celebrati dalla storiografia britannica. Noi, tuttavia, al di fuori di qualunque logica nazionalistica, dobbiamo dare il giusto peso alla battaglia di Agincourt e tener presente che proprio quando tutto sembrava perduto, la Francia seppe avere la sua riscossa. Non molti anni dopo gli eventi di cui abbiamo trattato, quello stesso Dio, spacciato instancabilmente da Enrico V come alleato d'Inghilterra, avrebbe “cambiato” parte del conflitto. Di lì a poco, infatti, avrebbe regalato alla Francia il miracolo dei miracoli: Giovanna d'Arco.

BIBLIOGRAFIA

  • Philippe Contamine, “La Guerra dei Cent'Anni”, il Mulino, Bologna, 2009
  • Juliet Barker, “Agincourt”, Hachette Digital, 2010
  • Alessandro Barbero, “Donne, Madonne, Mercanti e Cavalieri. Sei Storie Medievali”, Editori Laterza, Bari, 2013
  • Andrea Frediani, “Le Grandi Battaglie del Medioevo”, Newton Compton Editori, Roma, 2009
  • Dr. Goldsmith, “An Abridgement of the History of England”, R. and W. Dean, Manchester, 1818
  • John Keegan, “Il volto della battaglia, Azincourt, Waterloo, La Somme”, il Saggiatore, Milano, 2010
  • Henri Pirenne, “Storia d'Europa dalle invasioni al XVI secolo”, Newton Compton Editori, Roma, 2010
Articolo di Giulio Talini. Tutti i diritti riservati

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