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martedì 17 aprile 2012

PIETRO BAILARDO MAGO

Statua dello Chevalier de Bayard presso 
Sainte-Anne-d'Auray, in Bretagna
(fonte: wikipedia.org)
A malgrado dei tanti vernacoli ed idiomi che si sentono risuonare nei discorsi delle truppe, sul campo di battaglia gonfia il petto il meglio dell’aristocrazia guerriera europea. Da un lato c’è la schiera del secondogenito del conte de Aguilar, don Pedro Fernández, e del fiore della nobiltà di Cordoba, Elvira de Herrera. Cinquantenne ed uomo fatto, Gran Capitano del Regno di Napoli, duca di Terranova e di Sessa. Consalvo Hernandes. El Montillero. El Gran Capitàn. Sul fronte opposto, un Del Vasto di discendenza aleramica, che ha dalla sua tanto potere da effigiare i cavallotti che girano nel Monferrato sottomesso al trono di Francia. Lodovico II, già conte di Carmagnola, marchese di Saluzzo ed al soldo del Padre del Popolo, Luigi XII. E’ il 1503. Già tre anni sono trascorsi da quando Versailles e Madrid hanno iniziato a contendersi i granai del Meridione d’Italia. Ormai lo scontro è inevitabile, e sarà battaglia grande. Poco oltre Formia, a spartire la Palude Pontina dalla Terra di Lavoro che è già Campania, c’è un confine naturale nato dalla fusione del rio Gari con il Liri. Si chiama Garigliano, e si getta nelle acque del Golfo di Gaeta. Dieci miglia a monte della foce, adagiato sulle estreme propaggini dei Monti Aurunci, c’è un borgo che si chiama Suio. Dominato da una fortezza che è caposaldo della presenza francese nell’area. Un cancello sull’accesso alla pianura. Poco meno che imprendibile. Anche perché non c’è altro modo di valicare il Garigliano se non passando sotto le mura gremite di francesi. Ma le schiere di Spagna pullulano di uomini d’arme. Vale a dire mercenari avvezzi allo scontro ed alle asperità del contendere. Vale a dire, ancora, soldati di ventura adusi all’astuzia. Tra loro c’è un condottiero italiano, inizialmente al soldo della Chiesa e poi sotto le insegne degli Orsini contro i Colonna ed il Soglio di Pietro. Bartolomeo d’Alviano, si chiama.
Il ternano spalle larghe che schianterà le difese di Francia. E’ notte alta il 28 dicembre, quando le truppe di Spagna iniziano a muoversi attorno a Suio. Hanno trovato un punto cieco, nel quale godono di quella risibile libertà di movimento che è concessa loro dal potersi sottrarre alla visuale dei trecento balestrieri normanni che hanno preso alloggio nella rocca. Là sotto, in penombra e nel silenzio più assoluto, svolgono le loro trame. Non li vedono, gli armati di Suio. E non li sentono nemmeno le truppe di Luigi, ammassate tra le tende ed i fiaschi di vino ad appena un pugno di chilometri più a valle. L’alba trafigge il buio pesto della notte senza luna, mentre Bartolomeo dà l’ordine fatale. Allestire la struttura, più in fretta possibile. Perché quello è il ponte della vittoria. C’è fermento sulla sponda sinistra del Garigliano. Gli spagnoli si sono disfatti in fretta delle cotte e degli scudi, e rantolano sudando nella fanghiglia mentre le loro sapienti mani allestiscono travature che saranno un pavimento di fortuna, tiranti che reggeranno le armature e le sorti della guerra, funi che faranno la differenza tra passare e arrestarsi, tra vivere e morire. Non ci vuole poi molto. E’ sorprendentemente presto quando Alviano prende i suoi quattromila e, ghignando d’eccitazione repressa, solca il fiume sul cavalcone improvvisato. L’avanguardia di Spagna è già sulla riva destra. A morte il nemico. Comincia un nuovo giorno. Il giorno del Capitano, che sopraggiunge in fretta con altri duemila dei suoi. Il giorno di Prospero Colonna, ex nemico di ferro di Alviano e qui alla testa dei suoi duecento a cavallo. Frattanto, due drappelli di guastatori hanno smurato il vicino ponte francese per poi distruggere il traghetto approntato degli occupanti per il transito sul fiume. Il ternano risale il colle di Suio. La sua schiera fa tremare la terra e i Normanni, troppo pochi per resistere nonostante la rocca. I francesi abbandonano Suio in direzione di Castelforte. Qui trovano un distaccamento di altri trecento che, presi dal panico al vedere i balestrieri d’èlite in rotta, ripiega a sua volta verso Traetto e la via Appia. Alviano trova Castelforte sguarnita e se ne impadronisce senza colpo ferire. Consalvo Hernandes gli è alle spalle con i suoi, e non fanno che darsi il cambio tra i borghi abbandonati in fretta e furia dagli armigeri di Francia. Tutto ciò che trovano nei villaggi è un codazzo di contadini e poveracci ansiosi di liberarsi delle truppe di Luigi, il vessatore. Non ci sarà resistenza alcuna, questo è chiaro. Tra le truppe francesi, frattanto, scoppiano agitazioni, e le guarnigioni di Vallefredda e Fratte, di Roccaguglielma e Minturnae vorrebbero ripiegare in massa verso l’accampamento principale, in cerca di quella forza che tutti sentono essere venuta meno e che, forse, l’unione garantirà loro nuovamente. Ma al gran campo non ci sono che ammalati e feriti inservibili, ed organizzare una resistenza chiamando truppe fresche richiede troppo tempo. Il comando passa ad un capitano che si chiama Alegri, che dà ordine di disfare l’ultimo ponte rimasto e preparare lo spostamento verso Gaeta. E’ la ritirata generale. Tutto il materiale trasportabile viene caricato sui cavalli, i soldati fanno perfino il giro delle campagne per requisire muli da trasporto. Le armi più ingombranti e pesanti prendono invece la via del fiume, issate a forza su chiatte di fortuna dirette alla foce ed al Golfo di Gaeta. Entreranno in città passando dal porto. Forse, perché giunte alla foce le acque le schiantano e sballottano gli uomini in ogni dove. Trecento uomini trovano la morte fra le onde. Feriti ed una decina di cannoni non vengono toccati, e restano al campo dove vengono avvistati dalle avanguardie di Spagna. Consalvo seguita ad avanzare. Colonna ingaggia scaramucce a Scauri, poi di nuovo a Mola di Gaeta. 
La battaglia di Garigliano (fonte: outcomeresearch.com)
Qui c’è un ponte mal presidiato che fa buon gioco ai cavalli del Colonna. Prospero avanza, ma i francesi hanno trovato rinforzi e quasi lo spazzano via. Ma presto arriva il grosso degli armati, agli ordini di Bartolomeo d’Alviano. Cinquemila picche che si riversano come un fiume sugli scudi tremanti dei francesi, già fiaccati dagli arditi a cavallo. Dalle fila degli sconfitti emergono i primi eroi. Mentre tutto è perduto, mentre la vita e la vittoria scivolano via dalle mani degli ormai tramontati dominatori, in quello che sarà l’ultimo amaro capitolo del loro regno italiano, sul ponte appena fuori dall’abitato di Mola c’è un capitano che sbarra il passo alla marea di armati. Li tiene impegnati per due ore tra le volte del transito. Il tempo che basta all’esercito per rinchiudersi in Gaeta ed affrontare più serenamente la disfatta e la consegna alla Spagna di tutto il Meridione. Una serenità che a lui, invece, non verrà concessa. Il martire del ponte di Mola, dicono alcune cronache, si chiama Bernardo Adorno. Ma altrove viene indicato con un nome differente. Un nome che ha del folkloristico a dir poco, e più ancora del leggendario. Ma che si adatta alla perfezione ad uno chevalier sans peur et sans reproche, un cavaliere senza macchia e senza paura. Pierre Bayard, o Bayart. Meglio noto come Pierre Terrail, cinquecentesco signore di Bayard. O, ancora, con il nome che lo consegnerà all’immaginario popolare italiano. Pietro Bailardo. L’autore di gesta memorabili e devoto accolito del marchese di Saluzzo. Capace di difendere da solo la ritirata dei suoi, in rotta dopo l’avanzata spagnola e prossimi all’assedio di Gaeta. Ma Bailardo è più di un carattere storico, come già detto. E’ leggenda, e come tale capace di arricchirsi delle tante sfumature narrative che questo status privilegiato e liminare di cui gode, a cavallo tra reale ed irreale, tra storia ed iperbole, è in grado di partorire per lui. Alla fine del Quattrocento, il basso Lazio compreso tra il Golfo di Gaeta e le alture di Montecassino è la tavolozza ideale sulla quale le truppe di Francia dipingono le loro voglie più recondite. Scorrazzano a loro piacimento, godendo delle primizie della terra ed ancor più della popolazione. Bailardo non è da meno. Ogni sera, vestiti più opportuni panni briganteschi ed in groppa ad un destriero nero, galoppa fino all’antico borgo di S.Germano, oggi Cassino, introducendosi per i vicoli resi più angusti dalla notte per insidiare le giovani del luogo. In barba alle ovvie ronde di quanti, desiderosi di coglierlo in flagranza, si appostano di guardia dietro imposte e portoni, pronti ad agguantarlo e por così fine alle sue scorrerie. Nessuno riesce tuttavia ad averne ragione. Sembra che l’affezione del condottiero sia talmente radicata da costringerlo a tornare a Cassino, Cervaro, S. Elia, Piedimonte, Pignataro anche ad ostilità cessate, partendo da chissà dove in groppa al fido destriero. E addirittura dopo che voci di paese lo danno per morto in terre lontane. Incorreggibile. Tanto da far nascere dalla sua poco eroica - ed assai erotica - mania il detto ne ha fatte più lui che Pietro Bailardo. La leggenda vuole che una volta, esasperati dalla sua ingerenza amorosa, padri e mariti delle donne del Frosinate facciano consapevolmente girare la voce della sua cattura, per poi costruire un fantoccio di paglia, abbigliarlo da brigante e stenderlo in una cassa da morto, subito portata in processione solenne per le vie dei borghi al grido di "È muórtö Bailardö! È muórtö Bailardö!" Strepiti di malcontenuto dolore femminile cui gli uomini rispondono con alticcia soddisfazione ed un rogo di mezzanotte in pubblica piazza. Ma questa non è storia, e nemmeno leggenda. Qui sconfiniamo nel folklore. Perché il rogo è quello dell’ultima sera di Carnevale. Ed il fantoccio di Bailardo, allora, non ne è che la personificazione. L’uomo dei contrasti, certo, ed ancor più del popolo. A Salerno lo vogliono gran mago ed astrologo, avventuriero perfino. Sempre in cerca dell’agognata pietra filosofale e del segreto dell’eterna giovinezza che il virgiliano Libro del Comando di cui è in possesso, e che gli consente l’arbitrio sulle schiere dei demoni più abietti, non gli garantisce. Sono tante le favole di Pietro. Tante quante i monumenti che costellano il Sud. Se spostarsi per le terre è disagevole, comanda al demonio una via comoda per discendere la Marittima fino alla Capitanata. 
Sezione del Pantheon (fonte: laboratorioroma.it)
La via Appia. E se non si tratta di Pietro, spunta come per incanto – potrebbe essere altrimenti? – il suo scanzonato nipote Pinco Picchio. Suo il merito della costruzione (semper diabolica) della romanica abbazia di Fossanova, meraviglia di linee e baluardo della fede al limitare del limo pontino. Pietro è uno spirito irrequieto. E’ anzi lo spirito, che altro non gli resta allorché, con l’avanzare degli anni, sente la morte approssimarsi ed inizia a concepire il cieco bisogno del perdono per la sua vita scellerata, per i suoi amori di fortuna, per le sua arti oscure. A Napoli il racconto popolare vuole Bailardo gran mago avvizzito, uomo un tempo carnale ed ormai prossimo al tramonto, affranto ed autoreclusosi nel folto del bosco sui Monti Lattari, presso Ravello, in cerca del silenzio che le orde infernali gli avevano sottratto. Ma il romitaggio è solitudine, e nel silenzio la voce dei demoni si fa più profonda, l’assillo più insistente. Il caso divino vuole che un giorno faccia la sua comparsa presso l’antro di penitenza del Bailardo un eremita ambulante, che interrogato circa la più potente assoluzione esistente rivela al mago che per liberarsi dovrà ascoltare in serie, nella notte più sacra, quella del Natale, le messe solenni celebrate in Santiago di Compostela, Santo Sepolcro di Gerusalemme e San Pietro di Roma. Un’impresa impossibile. A meno che. Pietro evoca per l’ultima volta i demoni, sceglie il più veloce e si fa trasportare a Compostela. Dopo la benedizione corre a Gerusalemme ed ascolta la seconda messa. Poi è a Roma. Ma la folla sul sagrato di San Pietro gli impedisce il passo. Ed entra in basilica dopo che la messa ha avuto inizio. In lacrime, si getta ai piedi del Santo Padre ed invoca un nuovo inizio della funzione. Il Papa è commosso e lo accontenta. Il suo Libro del Comando finisce allo stolto nipote, e Pietro è libero, finalmente, di spirare e riconciliarsi a Dio. Salvarsi l'anima con l'aiuto del diavolo, che gran mago. Ma Bailardo è camaleontico e multiforme. E’ un contenitore in cui dimorano tanti caratteri diversi, o un solo spirito prismico. E’ eroe ed al contempo antieroe. E’ francese ma italianissimo. Tanto nostrano che, piuttosto che limitarsi ai fendenti sui nemici ed all’amore totale e casto degno di un paladino della corte carolingia, circuisce la vota stessa con la furbizia che lo contraddistingue, gioca d’astuzia e non per onore. E’ curioso laddove un altro sarebbe cauto, e brama soddisfazione per i suoi vizi mentre altri invocherebbero morigeratezza. Il suo stesso potere non è frutto dell’eroica conquista, delle imprese ardite di un prode. E’ malia, magia, piovutagli dal cielo in forma di negromanzia. Ambivalente. Strafottente. Una leggenda di carne e sangue. Per questo è così popolare. Perché impersonifica quel riscatto grossolano che il popolo brama, in barba alle mani di una partita, quella con la vita, che per il volgo è troppo spesso composta da mani già decise. Bailardo è il guizzo della sua epoca, un colpo pionieristico di coda che strizza l’occhio al futuro dei libertini ed alle tinte ridanciane del picaresco. Così facendo, media tra Cielo e terra, tra spirito e materia. Riesce anzi a fare di più e di peggio, piegando il soprannaturale ai suoi fini. Prometeico, realizza la sintesi della narrazione italiana e mediterranea con quella moresca. Brigante e capitano di ventura, è un caso esemplare e leggendario di trickster, di ingannatore lussurioso e vorace. Abile nell'imbroglio e caratterizzato da una condotta anticonvenzionale, decisamente lontana da quella più direttamente inquadrabile come morale, presenta non pochi tratti in comune con la maschera del folklore regionale, con cui condivide la sfacciata propensione a catapultarsi in guai di ogni sorta dai quali esce puntualmente indenne. Maschera popolare italiana di brigante e capitano di ventura, calamita storie mirabolanti che fanno presa nella tradizione orale di buona parte dell'Italia centro-meridionale. Così, il Bailardo campano ha il pregio di diventare la prima maschera campana finché a Napoli, alla fine del XVI secolo, non viene accantonata dalle imprese erotiche e vandaliche di Pulcinella. A Salerno e provincia lo confondono con Pietro Barliario, alchimista, filosofo e medico. O con Pietro Abelardo. Ma rimane l’ispiratore demoniaco della via Casilina che collega Capua alla Città Eterna, del Ponte Ronaco a Sessa Aurunca, del Ponte salernitano del Diavolo e del Ponte di Caligola a Pozzuoli. In Abruzzo è ricordato come mago e fattucchiere tanto potente da commissionare la creazione della via Lattea per raggiungere Santiago di Compostela. Nel Lazio meridionale la leggenda lo indica al rango di maschera carnevalesca. La sua fama giunge fino a Roma, perdendo le suggestioni campano-ciociare della Terra di Lavoro o quelle più marcatamente abruzzesi. Nella Città Eterna, il mago viene a consumare i suoi ultimi giorni di vita. Pentito, deve espiare e rettamente vivere le ultime ore della sua esistenza terrena. Così si confessa e riceve la Comunione presso il Pantheon. Fa per uscire, e si trova di fronte un demone che pretende a gran voce il compenso dei suoi loschi servigi. Pietro è stanco e spaurito, terminati sono i suoi giorni sfrontati e non gli resta che lanciare al demonio un sacchetto di noci e riguadagnare l’entrata del tempio. Il demone è spiazzato, ancora una volta. Livido di rabbia, decide di attendere il mago passeggiando attorno al Pantheon. Ma Bailardo è sempre più furbo, e lascia il suo soprannaturale detrattore con un palmo di naso, a girare a vuoto finché all’esterno dell’edifico le sue ronde non producono un profondo fossato. E’ l’ultimo capitolo della vita, immaginaria e certo fantastica, di Pietro Bailardo. Mago. Capitano di ventura. Libertino. Eroe di guerra. Imbroglione. Devoto, infine. La parabola a lieto fine di una figura che è al contempo cartina di tornasole delle passioni che più agitano l’animo umano.

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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