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martedì 4 marzo 2014

RINALDO DA MONTEVERDE

Nella seconda metà del Trecento imperversa, nella terra delle Marche, un personaggio che la tradizione ricorda a tinte fosche: il suo nome è Rinaldo da Monteverde, ma gli abitanti della città di Fermo (dove Rinaldo trovò meritata quanto orrenda fine) lo avevano chiamato il «secondo Nerone» e «tiranno di maledetta memoria». La sua storia, avventurosa e rocambolesca, assurge a paradigma della malvagità di un sistema di potere che, verso la fine del secolo, sembra avere le ore contate… All’inizio del Trecento, in un famoso passo della Commedia, Dante Alighieri osserva che ai suoi tempi «le città d’Italia tutte piene/ son di tiranni» (Purgatorio, VI, 124-125), mentre alla metà dello stesso secolo, Francesco Petrarca scrive in una lettera che le città dell’Italia centro-settentrionale sono oppresse da un’implacabile tirannide. Moltissimi sono i personaggi che animarono l’Italia delle signorie nel corso del Trecento: fra questi, Rinaldo da Monteverde, tiranno di Fermo dal 1376 al 1379, non è fra i piú noti o blasonati. Né la sua personalità può essere minimamente paragonata a quella dei maggiori signori della sua epoca, spesso promotori della cultura e mecenati. Tuttavia, la fama funesta che accompagnò la sua breve vicenda politica e la leggenda nera che fu creata subito dopo la sua morte ne fanno una figura interessante e per certi versi romanzesca, degna di una trama dalle tinte fosche. In realtà, protagonista di un romanzo lo fu davvero: nella stagione ottocentesca del feuilleton e del gusto gotico per i secoli bui, un letterato di Fermo, Filippo Eugenio Mecchi (1841-1923), pubblicò nel 1864 un romanzo storico dal titolo Rinaldo da Monte Verde, signore di Fermo nel secolo XIV. Nel racconto, non privo di enfasi oratoria, il protagonista viene dipinto come un uomo spietato e la sua fama di tiranno crudele acquista una valenza pedagogica: invita infatti tutti gli Italiani a rifuggire dalla tirannide, considerata «il castigo serbato da Dio al popol diviso». All’indomani dell’Unità d’Italia, dunque, nella concordia ritrovata, quella funesta pagina di storia, popolata di tiranni e di capitani di ventura, punteggiata da peste e carestie, serbava un sapore amaro: se valeva la pena di indugiarvi, era per prenderne subito le distanze. Tuttavia, la costruzione della pessima fama di Rinaldo non è soltanto frutto di una fervida sensibilità letteraria tardo-romantica. Fu, invece, il marchio d’infamia  che i suoi concittadini di Fermo vollero addossargli, dopo averlo fatto giustiziare pubblicamente nella piazza maggiore della città, nel giugno 1380. Paradossalmente, disponiamo di piú informazioni sulla damnatio memoriae di Rinaldo che sugli avvenimenti della sua vita, in larga parte oscura. Vale dunque la pena di ripercorrerla in breve. Rinaldo era figlio naturale di Mercenario da Monteverde, signore di Fermo dal 1331 al 1340, al quale toccò una sorte non meno crudele di quella che sarebbe spettata al figlio: fu infatti ucciso in un’imboscata tesa dai suoi nemici alle porte della città, e i cittadini fermani non lo ritennero neppure degno di sepoltura, tanto era l’odio civile che aveva saputo attirarsi. Dopo la morte del tiranno, a Fermo rimase la figlia legittima di Mercenario, Mitarella, una donna energica, che si diede molto da fare per recuperare il patrimonio del padre, prontamente confiscato dal Comune. Rinaldo, invece, fece ben presto perdere le sue tracce, fino a che non lo si ritrova in Lombardia come uomo d’armi, quasi sicuramente al servizio dei Visconti. Qui riuscí a compiere una brillante carriera militare e a garantirsi un buon matrimonio: sposò infatti Villanella (Luchina), una delle figlie del famoso condottiero di origine veronese Luchino Dal Verme. La sua vicenda biografica resta immersa nel buio fino al dicembre 1375, allorché riuscí a imporre la propria autorità su Fermo, molto probabilmente attraverso un colpo di Stato compiuto manu militari. Non conosciamo le circostanze contingenti che lo portarono alla repentina ribalta nella sua città di origine, dopo tanti anni di lontananza, ma è facile arguire che la sua potenza si basasse sulla disponibilità di agguerrite milizie e su una rete di solidarietà locali. Un ulteriore fattore di prestigio gli derivava dall’incarico di capitano di ventura, ricevuto in quello stesso anno dalla Repubblica di Firenze. Proprio in quell’anno, infatti, era scoppiato uno scontro armato in Italia centrale: la guerra degli Otto Santi, un conflitto rivolto da una lega di città – con in testa Firenze (il nome della guerra deriva appunto dagli «Otto della Guerra», i magistrati fiorentini preposti alla gestione dell’attività militare) e di cui facevano parte Bologna, Siena e Perugia – contro la Chiesa avignonese. Fermo si ribellò prontamente all’autorità della Santa Sede e Rinaldo poté quindi imporre il suo regime sulla città.  Ben presto, i successi militari gli arrisero uno dopo l’altro: nel marzo 1376, alla guida di soldatesche inglesi e tedesche, condusse a buon fine l’assedio di Ascoli, ultima città delle Marche rimasta fedele al papa. Un anno piú tardi guidò insieme ad altri masnadieri un assedio contro Macerata, sede della curia rettorale della Marca: l’operazione militare non raggiunse l’effetto sperato, ma nella battaglia in campo aperto che seguí riportò una vittoria schiacciante. Fra un’impresa e l’altra, come ogni capitano di ventura degno di questo nome, Rinaldo si dedicava a compiere scorrerie nel territorio, provocando guasti, compiendo reiterate azioni predatorie, mettendo a ferro e fuoco questo o quel centro delle Marche meridionali. Nel 1377 la parabola del suo successo toccò l’acme: nel gennaio di quell’anno Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica di Firenze, lo blandiva nelle sue lettere con chiare attestazioni di stima per le sue doti militari e gli assicurava pieno sostegno. Ma il vento favorevole avrebbe repentinamente mutato direzione. Nella città di Fermo il suo regime repressivo e brutale, basato sull’eliminazione sistematica degli avversari politici, dovette creare un solco sempre piú profondo e incolmabile fra il tiranno e i suoi pochi fedeli, da una parte, l’oligarchia locale e la popolazione, dall’altro. Nello scacchiere geopolitico dell’Italia centrale, la fine delle ostilità contro la Chiesa e l’agognato ritorno del papa a Roma finirono per privare il signore fermano di qualsiasi appoggio esterno. Il rapido rovesciamento di quel regime non tardò a compiersi: nell’agosto 1379 si scatenò infatti a Fermo una rivolta popolare contro l’odiato tiranno. Per sfuggire alla minaccia, Rinaldo, con la moglie e i due figli, difesi dalle sue milizie, si asserragliò nella cittadella del Girfalco, una possente fortificazione che dominava dall’alto la città. Ma dopo che i Fermani, con l’aiuto armato di forze esterne, riuscirono a espugnare il Girfalco, Rinaldo si diede a una rocambolesca e avventurosa fuga verso le roccheforti dell’entroterra, nelle quali poteva ancora tentare di organizzare la resistenza. Sono gli ultimi mesi della sua vita a indulgere al gusto romanzesco: Rinaldo si rifugiò dapprima a Montegiorgio, in collina, poi nel cassero di Montefalcone Appennino, un’alta roccaforte a strapiombo sulla valle, a due passi dai Monti Sibillini. Qui venne catturato nel maggio 1380, non certo perché gli facesse difetto l’abilità militare per resistere all’assedio, ma per il tradimento di alcuni uomini prezzolati dal Comune di Fermo. A questo punto della vicenda è il tono epico a prevalere. Condotto in ceppi a Fermo, Rinaldo si trovò al centro di una vera e propria festa collettiva organizzata in onore della sua esecuzione pubblica. Fu fatto entrare da una porta cittadina sul dorso di un asino, coronato di spine e con il viso rivolto verso la coda dell’animale, attorniato da una folla in tripudio, che indossava i vestiti variopinti delle diverse contrade urbane. Una volta giunto nella piazza principale di San Martino, fu giustiziato insieme ai suoi due figli maschi. Le fonti tardo-medievali però non concordano sulla pena inflitta e fanno letteralmente a gara per testimoniare quella piú crudele: il cronista fermano Antonio di Nicolò afferma infatti che Rinaldo fu decapitato, mentre le cronache romagnole sostengono che fu fatto a pezzi e che la sorte dell’impiccagione spettò ai suoi figli e ai suoi sostenitori, appesi alle mura cittadine. L’aspetto forse piú interessante dell’intera vicenda è rappresentato dalla sofisticata damnatio memoriae che fece seguito alla morte del tiranno. Un anno piú tardi, infatti, vennero collocate nella stessa piazza in cui si era tenuta la pubblica esecuzione le sculture in pietra delle teste di Rinaldo e dei suoi due figli, a perpetua e funesta memoria. Un cartiglio posto sulla bocca di Rinaldo recitava: «Tiranno fui pessimo et crudele»; un altro, rivolto idealmente ai suoi figli, recava invece un’iscrizione in rima: «Sol per mal far, di me e di Luchina / cari miei figli, pateste disciplina». Tale dispositivo esprimeva un gusto ludico-spettacolare e si riconnetteva alla pratica della «pittura infamante», diffusa nelle città italiane del Basso Medioevo, che consisteva nel ritrarre sulle pareti degli edifici pubblici i cittadini colpevoli di reati nei confronti della collettività. Ma ciò non doveva ancora bastare per gli abitanti di Fermo, che avvertivano l’esigenza di una sanzione formale della condanna. Cosí lo Statuto del Comune, promulgato nel 1383, nel cassare tutte le leggi introdotte da Rinaldo durante il suo regime, non risparmia epiteti infamanti nei suoi confronti: il signore viene infatti definito come un «secondo Nerone», «crudelissimo tiranno», «tiranno di maledetta memoria». Si decretò inoltre che ogni anno, il 2 giugno, a memoria della sua esecuzione, venisse celebrata una festa pubblica in onore di San Bartolomeo, il santo in calendario quel giorno, annoverato poi fra i protettori della città per averla liberata dalla «furia tirannica». Dunque, libertà repubblicana e oppressione tirannica non potevano essere avvertite e declinate in modo piú antitetico. A perpetua memoria per i posteri. 

Articolo di Francesco Pirani, per gentile concessione della rivista Medioevo n. 177/ottobre 2011


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