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domenica 30 marzo 2014

IL PROCESSO AI TEMPLARI - 4

Non appena ricevette la notizia che tutti i Templari di Francia erano stati arrestati, Clemente V cominciò una lunga battaglia diplomatica allo scopo di poter incontrare personalmente i frati, che intanto rimanevano segregati nelle prigioni reali e custoditi dai soldati reali. Le uniche armi di cui disponeva erano la negoziazione diplomatica e la minaccia di scomunica; quest’ultima però non si era mostrata molto efficace nei recenti trascorsi dello scontro tra il re di Francia e papa Bonifacio VIII. Del resto, lo stesso Clemente V si trovava ad essere in un certo qual modo ostaggio del sovrano; lo avevano eletto dopo un conclave durato quasi un anno i cardinali riuniti in Italia mentre egli era in Francia, nella sua arcidiocesi di Bordeaux, e dal momento della sua elezione non riuscì mai a tornare in Roma: ogni volta che il viaggio veniva programmato, l’arrivo dell’esercito francese consigliava di rimandare la partenza. Tale situazione avrebbe poi determinato l’inizio della cattività avignonese. Alla fine del giugno 1308, dopo ben nove mesi di interrogatori illegali gestiti dal re e dall’Inquisizione, Clemente V poteva finalmente incontrare i Templari; erano una settantina di frati che il sovrano aveva acconsentito ad inviargli solo perché il papa si era rifiutato di prendere qualunque decisione prima di aver potuto esaminare gli imputati di persona: non si fidava del sovrano e neppure dell’Inquisizione, il cui capo frate Guillaume de Paris era stato da lui sospeso nei mesi precedenti per le gravi irregolarità commesse ed abuso di potere. Alcuni documenti tuttavia sembrano mostrare che il domenicano fu ingannato dai giuristi reali, perché il suo appoggio era indispensabile all’innesco del processo.

Articolo su concessione della dott.ssa Barbara Frale

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